Anno diCristo mcccclviii. Indiz. VI.
Pio II papa 1.
Federigo III imperadore 7.

Talmente avea il re Alfonso angustiata la città di Genova, pretendendo sempre che Pietro da Campofregoso doge dimettesse il governo, e che a' fuorusciti Adorni fosse restituita ogni loro libertà e diritto [Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 5. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.]; che esso doge, non trovando chi tra' principi volesse alzare un dito in sua difesa, nel febbraio di quest'anno per disperazione si appigliò alla risoluzion di dare piuttosto ad altri, che al re Alfonso suo nimico, la città di Genova. Trattò dunque per qualche tempo con Carlo VII re di Francia, e finalmente conchiuse, col consenso de' principali cittadini, di dar essa città a quel re con varii patti e privilegii del popolo genovese. Pertanto dopo aver eglino spediti ambasciatori al re Carlo, arrivò a Genova Giovanni d'Angiò figliuolo del re Renato, quello stesso che poco fa abbiam veduto in Italia generale de' Fiorentini. A lui fu consegnata Genova insieme col castelletto e colle altre fortezze di Genova e del Genovesato, nel dì 11 di maggio. Con questo contratto s'era immaginato quel popolo d'aver comperata la quiete, giacchè non si sapea persuadere che il re Alfonso volesse da lì innanzi cozzare con un re sì possente, qual era il re di Francia loro signore. Tutto il contrario avvenne. Alfonso maggiormente irritato, perchè s'avvide essersi quel popolo privato della libertà, per non cedere punto ai di lui voleri, e per fargli dispetto, più che mai s'accese di voglia di soggiogar quella città: al che continuamente ancora l'incitavano i fuorusciti Adorni, Fieschi e Spinoli. Avendo perciò inviate venti navi cariche di soldatesche e d'ogni sorta di munizione, ed inoltre dieci galee ben armate, al suo ammiraglio, cioè a Bernardo Villamarino, che con altre venti galee era svernato a Porto Delfino, ordinò di procedere contro la città di Genova. Nello stesso tempo, unite altre sue milizie a quelle che poterono mettere insieme gli Adorni e gli altri fuorusciti, volle che anche per terra se ne formasse l'assedio. Per la lunga passata guerra si trovavano allora non poco infievoliti i Genovesi: tuttavia animati dalla natia loro bravura, e dall'antico odio contra de' Catalani, si accinsero validamente alla difesa. Nè il duca Giovanni regio lor governatore, nè Pietro Fregoso ommisero diligenza e riparo alcuno per resistere a tanta tempesta. Dio sa nondimeno come sarebbe terminata quella tempesta. Onde meno se l'aspettavano venne loro il soccorso; e questo fu la morte dello stesso re Alfonso. Appena ne fu giunto l'avviso, che la nemica flotta si sciolse, chi come fuggendo a Napoli, e chi tornando a Barcellona. Nè fu men presto a ritirarsi l'esercito di terra; ed essendo da lì a qualche tempo mancati Barnaba e Rafaello Adorni, fu creduto che l'eccessiva doglia di aver perduto nell'amico re un gran protettore, ed insieme il vedere andata in fumo la speranza di conseguir una vittoria ch'essi si tenevano in pugno, servisse ad abbreviare i lor giorni. Tuttavia la città di Genova, ancorchè liberata dall'assedio, rimase in cattivissimo stato, perchè le fatiche sofferte e la carestia patita dal popolo in quell'assedio, furono seguitate da una grave epidemia, ossia peste, che fece strage di assaissime persone.

Giunse dunque al fine di sua vita Alfonso re d'Aragona, Valenza, Sicilia e Napoli, nel dì 27 di giugno dell'anno presente [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Blondus, Surita, Fazellus, et alii.], principe di gran fama ai suoi tempi non meno per la felicità della sua mente e della sua rara prudenza, che pel valore, per la liberalità e per l'amore delle lettere e de' letterati, che non mancarono di esaltar le sue lodi, e fra gli altri Enea Silvio, Antonio Palermitano suo segretario, Bartolomeo Fazio, che scrisse la sua Vita, Giorgio da Trabisonda e Lorenzo Valla. Ma cotante sue belle doti non andarono disgiunte da una sfrenata ambizione, da una scandalosa lascivia, e da una smoderata indiscretezza in aggravar di taglie, e gabelle i suoi popoli, oltre al voler fare da papa ne' suoi regni, con vender anche i benefizii ecclesiastici, se pure è vero ciò che narrano alcuni. Racconta il vivente allora santo Antonino [S. Antoninus, P. III, tit. 22.], ch'egli prima di morire consigliasse Ferdinando suo figliuolo a tenere un governo opposto al suo, cioè a levar tutti i dazii ed aggravii da lui aggiunti agli antichi, e che onorasse più i regnicoli e gl'Italiani, che gli Aragonesi e Catalani; e che in fine mantenesse la pace da lui fatta col papa e colle altre potenze. Perchè era privo di figliuoli legittimi, lasciò il regno di Napoli, come sua conquista, a don Ferdinando ossia Ferrante suo figliuolo spurio, ma legittimato dai papi; gli altri suoi regni di Sicilia, Aragona e Valenza, secondo la disposizion di Ferdinando suo padre, a Giovanni re di Navarra, suo fratello. Per la morte di lui, e per la successione del re Ferdinando, niun movimento, niuna novità seguì nel regno di Napoli. Ne avvenne bensì in Roma. Papa Callisto III, nel cui animo si crede che allignasse un vecchio odio contra d'Alfonso, benchè nato egli fosse in Valenza, città d'esso re, ma che in vita di lui non osò di prorompere in forma pubblica, si dichiarò tosto contrario a Ferdinando, con pretendere devoluto quel regno alla santa Sede, e con vietare a Ferdinando il prendere titolo di re. Cominciò inoltre a muovere cielo e terra, e a tener pratiche nel regno e co' principi d'Italia per fargli guerra. Spezialmente di larghe offerte inviò a Francesco Sforza duca di Milano per averlo dalla sua, ma ritrovollo tutto favorevole a Ferdinando. E qui combattono gli scrittori secondo le loro parzialità, cercando alcuni di giustificare e far comparire buono zelo la risoluzion di Callisto in voler suscitare nuove guerre in Italia, ed altri aggravando forte la memoria di lui pel preparamento di questa guerra. Quando fosse vero che Callisto ad altro non pensasse che all'ingrandimento de' suoi nipoti, nell'amor de' quali, dicono ch'egli era perduto [Raynald., Annal. Eccles. Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Italic. Surita, Pontanus, et alii.], avendo anche promosso alla sacra porpora due d'essi non degni di sì riguardevole dignità, e creato Pietro, altro suo nipote, duca di Spoleti, generale delle armi pontifizie, prefetto di Roma e castellano di Sant'Angelo, uomo anch'esso pieno di vizii, come anche furono altri suoi nipoti, per attestato d'Enea Silvio [Æneas Sylvius, Epist. 269.]: quando, dico io, fosse ciò vero, e le mire sue andassero a far passare la corona di Napoli in esso Pietro suo nipote, come scrisse il Simonetta; lodi chi può un sì fatto pontefice. E il dire che egli potè pensare a sostener le ragioni del re Giovanni, fratello del defunto Alfonso, oppur quelle di Renato d'Angiò, è un dir nulla, perchè Callisto nulla mai parlò di loro; nè il re Giovanni si prese cura alcuna di Napoli, e neppur vi potea pretendere; e l'avere il papa esibita al duca di Milano una parte di quel regno, toglie il luogo di credere ch'egli pensasse all'esaltazione degli Angioini.

Irritato Ferdinando da quanto pubblicamente e segretamente operava Callisto contro di lui, fu vicino a dar di piglio alle armi. Tuttavia si ritenne, e cercò solamente di placare il papa con ambascierie e lettere, che tuttavia niun buon effetto produssero in un pontefice, benchè vecchio, pieno di fuoco, il quale solea dire [Gobellin., Comment., lib. I. S. Antonin., Par. III, lib. 22, cap. 16.]: Essere proprio solamente degli uomini dappoco l'aver paura de' pericoli; e che i pericoli sono il campo onde si raccoglie la gloria. Ma venne la morte a dissipar tutti questi nuvoli. Cioè nel dì 8 di agosto (l'Infessura [Infessur., Diar. P. XI, tom. 2 Rer. Ital.] dice nel dì 6) mancò di vita papa Callisto III, lodato dal Poggio, dal Platina e da altri, massimamente per la sua gran liberalità verso de' poveri: con che Ferdinando restò libero dal pericolo di una grave tempesta. Dai cardinali entrati in conclave restò poscia eletto papa il cardinale Enea Silvio, nato in Corsignano, distretto di Siena, alla qual terra diede, col tempo il titolo di città e il nome di Pienza. Era egli vescovo della città suddetta sanese, e prese il nome di Pio II, personaggio d'eminente letteratura, e già celebre, non solamente per li suoi scritti, per la sua eloquenza, erudizione e vivacità d'ingegno, ma anche per la sua abilità negli affari del mondo, ne' quali da gran tempo fu impiegato: intorno a che si può vedere Giovanni Gobellino ne' Commentarii di Pio II (seppur d'essi non fu autore lo stesso Pio II), il Platina e Gian Antonio Campano nella di lui Vita. Sommamente applaudita fu l'elezione di quest'insigne uomo, succeduta, secondo il Platina [Platina, Vita Pii II.], nel dì 20 d'agosto, ovvero, come ha la storia di Siena [Thomas, Histor. Senen., tom. 20 Rer. Ital.], nel dì 21; oppure come scrivono l'Infessura e l'autore della Cronica di Bologna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], nel dì 19 d'agosto, e non già nel dì 3 di settembre, come pare che voglia il Rinaldi [Raynaldus, Annal. Eccles.], nel qual giorno bensì fu egli coronato nella basilica lateranense. Altri hanno scritto [Ammirati, Istor. Fiorent.] nel dì 23 ovvero 27 d'agosto; intorno a che io lascerò disputar ad altri, essendo non di meno mirabile questa discordia in un fatto sì cospicuo degli ultimi secoli. Le prime e maggiori applicazioni di questo pontefice furono la guerra contro al tiranno di Oriente: al qual fine intimò tosto una dieta, da tenersi in Mantova nell'anno prossimo dagli ambasciatori di tutta la repubblica cristiana [Raynaldus, Annal. Ecclesiast. Gobellinus, Comment. Platina, Vita Pii II.]. Per disporre a ciò anche Ferdinando re di Napoli, condiscese nel mese di ottobre ad annullar tutti gli atti fatti dal suo predecessore contra di lui, e formare con esso re una capitolazione ad esso lui vantaggiosa. Avea Jacopo Piccinino capitano di Ferdinando occupate, dopo la morte di papa Callisto, le città di Assisi e Nocera, Gualdo ed altre terre. In vigore di esso accordo furono queste dipoi restituite alla Chiesa romana, siccome ancora la città di Benevento, già occupata dal re Alfonso.


MCCCCLIX

Anno diCristo mcccclix. Indiz. VII.
Pio II papa 2.
Federigo III imperadore 8.

Tale era l'ardore del pontefice Pio II per promuovere l'unione de' principi cristiani contro il nemico comune, che il rigore del verno nol potè impedire dal mettersi in viaggio nel dì 22 di gennaio [Gobellin., Platina, et Raynaldus, Annal. Eccles.] alla volta di Mantova, scelta per luogo del congresso, a cui erano stati preventivamente invitati. Vedesi descritto il suo viaggio dal Gobellino e dall'autore della Cronica di Bologna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Fermossi a Perugia tre settimane, avendo quivi ricevuto onori immensi. Passò a Siena nel dì 24 di febbraio, accolto ivi ancora con somma magnificenza da' suoi concittadini, verso i quali volendo esercitare la sua gratitudine, eresse in arcivescovato la chiesa di Siena. Arrivò a Firenze nel dì 25 d'aprile con gran festa di quel popolo; nel qual tempo passò a miglior vita Antonino arcivescovo di quella città, riguardevole letterato del presente secolo, che per la santità de' suoi costumi e delle singolari sue virtù meritò di essere registrato nel ruolo de' santi [Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 23.]. Prima ancora del papa era giunto a Firenze Galeazzo Maria Sforza, primogenito di Francesco duca di Milano, spedito con pomposo accompagnamento di nobiltà, guardie e famiglia, affin di baciare, a nome del padre, i piedi a sua Santità. Per onorar questo giovinetto principe non lasciarono indietro i Fiorentini alcun solazzo e spettacolo, anche di grande spesa: tanta era l'amicizia ed attaccamento che essi professavano al duca. Pervenne Pio II da Firenze a Bologna nel dì 9 di maggio, prevenuto colà dallo stesso giovane Sforza nel dì 6 d'esso mese. Fu ricevuto il papa con singolar pompa da quel popolo, e, presentategli le chiavi della città, le restituì agli anziani. Poscia nel dì 16 del mese suddetto, partito di là in barca, arrivò fuori di Ferrara al monistero di Sant'Antonio, dove prese riposo sino al dì 18, in cui fece la solenne sua entrata [Gobellinus, Comment., lib. 2. Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.] nella città, servito da innumerabil nobiltà, e massimamente dal signore, cioè da Borso d'Este duca, il quale procurò, colla varietà e magnificenza delle feste e degli apparati, di superar ogni altra città per dove era passato il pontefice; giacchè dal lato di sua madre si gloriava d'essere suo parente. Colà pervenne ancora il prelodato principe Galeazzo Maria. Fu nel dì 24 di maggio la festa del Corpo del Signore, e volle lo stesso pontefice far la funzione della sacra processione. Forse non s'era mai veduta Ferrara sì luminosa per l'immensa quantità di nobili e di popoli accorsi per vedere o per onorare il vicario di Cristo. Partitosi poi nel dì seguente il papa, fu accompagnato con vaghi bucentori sino ai confini del Mantovano, daddove passò a Mantova. In quella dieta cominciò a far uso della sua eloquenza per muovere l'assemblea ad una poderosissima spedizione contra dei Turchi, sollecitando intanto i re e principi ad inviare colà i loro ambasciatori, che tardavano molto a venire.

Non lieve remora a cotale impresa cominciò a provarsi per la guerra insorta fra il re Ferdinando e molti baroni del regno, i quali, quantunque, per ordine di papa Pio, Ferdinando fosse stato coronato re di Napoli dal cardinale Latino Orsino nel dì 11 di febbraio in Barletta [Istor. Napolet., tom 23 Rer. Ital.], pure avrebbono più volentieri veduto su quel trono Giovanni duca di Angiò, governatore allora di Genova a nome di Carlo VII re di Francia [Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.]. Il primo a sfoderar la spada fu Gian-Antonio Orsino, principe di Taranto, il più potente e ricco principe allora del regno, a cagion di tante terre ch'egli possedeva, e di cento mila ducati d'oro che soleva pagargli la camera regia pel mantenimento delle sue truppe. Ossia che il re Ferdinando fosse il primo a lasciar trasparire un mal animo verso la di lui grandezza, ed occupasse alcune castella di lui; che il poco fa mentovato Giovanni duca d'Angiò figliuolo del re Renato movesse l'Orsino a ribellione; oppure che esso Gian-Antonio ed altri baroni regnicoli mirassero di mal occhio Ferdinando, principe di mente e d'animo, e più di nascita, dissomigliante dal re Alfonso suo padre: certo è che fra esso principe di Taranto e il re Ferdinando in quest'anno si diede qualche principio alla guerra distesamente narrata da Gioviano Pontano, celebre letterato napoletano di questi tempi, ma che da me vien sol toccata di passaggio. Cessò questa fra poco mercè di una convenzione, ma non cessò l'odio conceputo da Gian-Antonio contra del re. Era, siccome dissi, governatore di Genova pel re di Francia il suddetto Giovanni duca d'Angiò, e credendo egli venuto il tempo di tentare l'impresa di Napoli prima che Ferdinando si assodasse sul trono, e tanto più perchè teneva buona intelligenza con alcuni baroni del regno; cominciò a preparar gente e danaro [Giustiniani, Istor. di Genova, lib. 5. Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 26, tom. 21 Rer. Ital.]. Avvertitone Ferdinando da Francesco duca di Milano, contra d'esso Giovanni suscitò Pietro da Campofregoso, già doge di Genova, che si trovava mal corrisposto, e perciò malcontento de' Franzesi, ai quali avea ceduta Genova. Questi per terra andò all'assedio di Genova accompagnato da quelle forze che potè raunar co' fuorusciti nel mese di febbraio. Ma dacchè si avvide andar ben d'accordo i cittadini coi Franzesi, si ritirò a Chiavari per aspettar tempo più propizio. E il Villamarino inviato nel mare dal re Ferdinando, accortosi anch'egli d'essersi armate dai Genovesi dieci galee per dargli addosso, se ne ritornò indietro. Verso il fine di agosto arrivarono a Genova dodici galee, mandate dal re Renato signor di Provenza al duca Giovanni suo figliuolo, colle quali unitesi le dieci de' Genovesi e tre loro vascelli, fecero vela, e andarono a Porto Pisano. Allora fu che a Pietro da Campofregoso parve più propria la occasione di assaltar Genova, rimasta alquanto sfornita di gente [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]; e però nel dì 13 di settembre improvvisamente di notte s'accostò alla città, e, data la scalata alle mura, vi s'introdusse con alcune schiere de' suoi. Venuto il giorno, ancorchè si trovasse deluso dalla conceputa speranza che quei della sua fazione si sollevassero in aiuto suo, pur venne coraggiosamente alle mani co' Franzesi; ma vi lasciò la vita, e quei che erano entrati, furono o morti o presi; e al resto di sua gente, inseguita dai vincitori, toccò la stessa disavventura. Scrive Cristoforo da Soldo [Cristoforo da Soldo, Ist. Brescian., tom. 21 Rer. Italic.] che il duca di Milano avea mandato in aiuto del Fregoso settecento cavalli sotto il comando di Tiberto Brandolino, e che anch'essi andarono via sconfitti. Il Simonetta seppe ben dissimular questo fatto. Sbrigato da questo nemico il duca Giovanni, volò a raggiugnere la sua flotta, con animo di trasferirsi in Calabria, dove tenea corrispondenza con Antonio Santiglia marchese di Cotrone, il quale gli avea fatto sperare lo acquisto di tutta la Calabria. Ma Ferdinando, scoperto l'affare, prevenne il colpo, con far prigione lo stesso marchese, ed essendo poi passato in Calabria a metter l'assedio a Catanzaro, ivi lasciò morti molti de' suoi senza potersene impadronire. Nel dì 5 d'ottobre arrivò colla sua armata navale il duca Giovanni a Napoli. La regina Isabella, donna prudente, essendo il re in Calabria, mosse il popolo alla difesa, di maniera che Giovanni, non vedendo movimento alcuno, se non nemico, nella città, se ne andò a Castello-a-mare del Volturno, dove fu ben ricevuto da Marino Marzano, principe di Rossano e duca di Sessa, che alzò le bandiere d'Angiò. De' suoi fatti meglio parleremo all'anno seguente.

Mentre questa briga era nel regno di Napoli, stando il pontefice Pio II in Mantova, arrivarono colà gli ambasciatori di varii principi e di molte teste coronate; e in persona vi comparve Francesco Sforza duca di Milano, menando seco un grandioso accompagnamento, e fu accolto con distinto amore ed onore dal pontefice e da Lodovico marchese di Mantova. Per lui recitò in quella pubblica assemblea un'orazione Francesco Filelfo, uno allora dei primi letterati d'Italia, che riscosse l'ammirazione d'ognuno, e fin dallo stesso papa, il quale nell'eloquenza latina non cedeva ad alcuno. In questi tempi tuttavia Federigo conte d'Urbino e Jacopo Piccinino erano addosso a Sigismondo Malatesta signore di Rimini colle male parole [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Cinquantasette castella gli aveano tolto, delle quali ne misero a saccomano ed abbruciarono trentasette. Lo avrebbono fors'anche ridotto agli ultimi sospiri; ma fu creduto che il Piccinino, guadagnato sottomano con regali, non gli volesse far quel male che potea. Sigismondo, trovandosi a mal partito, altro rifugio non ebbe che di ricorrere a Mantova per pregare il papa d'interporsi affine di ottenergli pace. Ossia che Pio, come vuole il Gobellino [Gobel., Comment., lib. 3.], arbitrasse egli; oppure, come ha la Cronica di Bologna, che fosse rimesso l'affare per ordine del pontefice al duca di Milano, suocero bensì di esso Malatesta, ma con ragione disgustato di lui: certo è che fu pronunciato il laudo, per cui restò obbligato Sigismondo a restituire al conte d'Urbino la Pergola ed altre terre a lui tolte, e a pagare in varie rate al re di Napoli quaranta mila ducati d'oro ch'egli avea truffato al re Alfonso, e di dare, per sicurezza di tal pace, al papa in deposito la città di Sinigaglia e il vicariato di Mondavio. Dura fu la legge, ma la necessità l'obbligò ad accomodarvisi. Così, ricuperate le sue castella, ebbe pace, ma pace comperata ben cara. Merita Poggio dei Bracciolini Fiorentino, segretario di quella repubblica, e letterato insigne di questi tempi, che si faccia menzione della sua morte, accaduta nell'anno presente a dì 30 di ottobre [Vita Poggii, tom. 20 Rer. Ital.], con lasciar dopo di sè molte opere e gran nome. Mancò pure di vita in Napoli Gianozzo Manetti, parimente Fiorentino, letterato non inferiore all'altro per la sua molta dottrina e cognizione delle lingue ebraica, greca e latina.