Continuò in quest'anno la vacanza del pontificato romano. Non solamente stavano divisi d'animo, ma anche di luogo i cardinali, chi in Roma, chi in Rieti, chi in Viterbo. Volle Dio che finalmente tutti s'accordassero di trasferirsi a Perugia nell'ottobre, per quanto pare, del presente anno, affine di trattare ivi concordemente dell'elezione d'un nuovo pontefice. Jacopo cardinale scrive [Jacopus Cardinalis, in Vita Coelestini, P. I, tom. 3, Rer. Ital.] che v'andarono secundo vacationis anno; ma passò anche il verno senza che si conchiudesse cosa alcuna. Verisimilmente contribuì non poco a questa dissipazione del sacro collegio l'incostanza ed animosità del popolo romano, il quale, in occasion di eleggere i nuovi senatori, sul principio dell'anno presente tornarono all'armi, e rinnovarono gl'incendii, i saccheggi e gli ammazzamenti, di modo che per sei mesi Roma non ebbe senatore. Finalmente furono eletti Pietro figliuolo di Stefano Gaetano, padre del suddetto Jacopo cardinale, che ci lasciò la Vita di san Celestino papa, scritta in versi, e Ottone da Santo Eustachio. Dallo stesso cardinale abbiamo che il popolo di Narni andò all'assedio del castello di Stroncone; ma, accorso colà con forti squadre d'armati il cardinale vescovo di Porto, li fece desistere dall'impresa. Galvano Fiamma [Gualvanus Flamma, Manip. Flor., cap. 332.] riferisce a questi tempi l'essere stato creato Matteo Visconte capitano ossia signore di Novara. Altrettanto ha l'autore degli Annali di Milano [Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.]. Forse prima di quest'anno ciò avvenne. Comunque sia, vi mise egli per podestà Galeazzo suo primogenito, allora assai giovinetto. Nel dì 13 di febbraio dell'anno presente [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.] venne a morte Obizzo marchese d'Este, signor di Ferrara, Modena e Reggio, con lasciar dopo di sè tre figliuoli maschi, cioè Azzo VIII, Aldrovandino e Francesco. Succedette in tutti i suoi Stati Azzo il primogenito, o per volontario, o per forzato consentimento degli altri due fratelli. Ma ossia che il padre nel suo testamento avesse ordinato, come corse voce, che si dividessero gli Stati, e toccasse Modena ad Aldrovandino, e Reggio a Francesco; oppure che Aldrovandino pretendesse Modena, perchè avea in moglie Alda dei Rangoni, il qual matrimonio avea o facilitato, o prodotto al marchese Obizzo l'acquisto di Modena: certo è che insorse da lì a non molto discordia tra i fratelli, e questa si tirò dietro, secondo il solito, delle gravi disgrazie della casa d'Este. In questo medesimo anno fuggito da Ferrara Lanfranco Rangone, e venuto a Modena [Annales Veter. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.] coi Boschetti ed altri della sua fazione, mosse a rumore la città. Ma quei di Sassuolo, i Savignani e Grassoni, capi dell'altra parte, fecero testa e sostennero la signoria del marchese Azzo, obbligando i Rangoni coi lor seguaci a prendere la fuga: perlochè furono condannati e banditi. Il marchese Aldrovandino anch'egli si ritirò a Bologna, dove ben ricevuto cominciò a far delle pratiche contro al fratello Azzo tanto ivi [Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital. Chron. Parmens., tom. 9 Rer. Ital.] che in Padova e Parma. Aveva esso marchese Azzo, se pur non fu suo padre, mandato in quest'anno a donar un lione vivo ai Bolognesi. Allora il marchese Azzo corse a Modena, e rinforzò di gente e di fortificazioni questa città. Gli usciti di Pontremoli fecero nel presente anno gran guerra alla loro patria, finchè, stabilita pace col popolo dominante, tutti d'accordo si sottomisero al comune di Lucca, e cominciarono a ricevere un podestà da quella città, laddove in addietro il prendevano da Parma.
Stanco per le tante guerre e perdite il popolo di Pisa [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 2.], segretamente trattò con quello di Firenze per aver pace. Vi acconsentirono i popolari fiorentini per desiderio di abbassare i lor grandi, che profittavano delle guerre, purchè i Pisani licenziassero Guido conte di Montefeltro, la cui sagacità e valore teneva in apprensione tutti i vicini. Concorsero in questa pace anche i Sanesi, Lucchesi e l'altre terre guelfe della Toscana, con alcune condizioni ch'io tralascio. Penetrata questa mena, il conte Guido, parendogli d'essere trattato con somma ingratitudine dai Pisani, s'alterò forte, e ne fece di gravi risentimenti contra di chi gridava pace; ma infine fu costretto a cedere, dopo avere renduto buon conto a quel comune di tutto il suo operato, e de' vantaggi a lui procurati. In Romagna [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.] non si sa che avvenisse in questo anno novità alcuna degna d'osservazione; se non che Maghinardo da Susinana, che era come signor di Faenza, con Bernardino conte di Cunio, prese il castello e la fortezza di Monte Maggiore, dove erano in guardia le genti del conte Alessandro da Romena, non so se fratello o nipote del vescovo Ildebrandino conte della Romagna, ma poco stimato, il conte Bandino da Modigliana, dichiarato capitan generale della lega de' Romagnuoli, pose la sua stanza in Forlì. Durava tuttavia la tregua fra i Veneziani e Genovesi [Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.]. Accadde che nel mese di luglio sette galee di mercatanti genovesi, navigando ne' mari di Cipri, si scontrarono in quattro veneziane, e siccome i Genovesi non si faceano scrupolo ne' barbarici tempi, se veniva loro il destro, di esercitare il mestier de' corsari, le presero colla morte di più di trecento Veneziani. Ravvedutisi dipoi del fallo commesso, le lasciarono andare al loro viaggio, e restituirono, per quanto pretesero, tutta la roba. Saputosi in Genova, all'arrivo d'esse galee, il fatto, n'ebbero i savii gran dispiacere, e spedirono tosto dei frati predicatori a Venezia a scusare il fallo, e a farsi conoscere pronti alla soddisfazione: al quale effetto richiesero che si tenesse un congresso de' comuni ambasciatori in Cremona. Fu questo tenuto, e per tre mesi si andò disputando, ma senza poter conchiudere accordo alcuno. Il perchè si cominciò a pensare alla guerra; e come essa fosse rabbiosa, l'andremo vedendo negli anni seguenti. Per cagion di essa, e per la pace fatta coi Guelfi di Toscana, cominciò a respirare la città di Pisa, governandosi a parte ghibellina, e soccombendo ivi affatto la parte guelfa.
MCCXCIV
| Anno di | Cristo mccxciv. Indizione VII. |
| Celestino V papa 1. | |
| Bonifazio VIII papa 1. | |
| Adolfo re de' Romani 3. |
Pel verno ancora del presente anno continuò la discordia fra i cardinali in Perugia, non venendo essi mai ad una concordia per eleggere un nuovo capo della Chiesa cattolica. Da Tolomeo da Lucca [Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Italic.] e dalla Cronica Sanese [Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital.] abbiamo che nell'anno 1293 Carlo II re di Napoli co' suoi figliuoli, e col giovinetto marchese del Monferrato Giovanni, sul fine del verno arrivò a Lucca, venendo dalla Provenza. Ma secondo i conti fatti di sopra, in quest'anno dovette succedere il suo passaggio. La differenza delle città italiane nel contare il principio dell'anno non è un picciolo imbroglio a chi brama di fissare i tempi nella storia. Ora, secondo i Fiorentini ed altri popoli, il 1293 durava sino al dì 25 di marzo dell'anno presente. Per attestato d'esso Tolomeo, il suddetto re Carlo in Lucca trattato fu con tanta solennità d'incontro, di bagordi, danze e conviti, che non v'era memoria in Toscana di somigliante festa. Aggiugne poscia Jacopo cardinale di San Giorgio [Jacopus Cardinalis, in Vita Coelestini V, Par. I, tom. 3 Rer. Ital.], che gli era andato incontro Carlo Martello, suo primogenito, re allora d'Ungheria solamente di nome o di titolo, venuto da Capoa per vedere il padre. Giunto che fu il re Carlo vicino a Perugia, gli fecero anche i cardinali tutto il possibile onore con un magnifico incontro. E perciocchè a lui premeva forte di veder creato presto un papa tutto suo, non risparmiò in tal congiuntura le sue doglianze per la scandalosa dilazione, e le sue esortazioni, perchè la sbrigassero una volta. Tolomeo da Lucca, che in questi tempi vivea, attesta [Ptolom. Lucens., Hist. Eccles., tom. 11 Rer. Italic.] ch'egli dura verba habuit cum domino Benedicto Gaytani, che fu poi Bonifazio VIII, il quale, da superbo come era, probabilmente gli rispose che non toccava a lui il prefiggere ai cardinali il quando s'avea da creare il papa. Forse anche fu creduto ch'egli quel fosse che imbrogliava questo grande affare. Andossene il re Carlo; e, continuando la disunione suddetta nel sacro collegio, cosa avvenne che stordì tutto il mondo cristiano. Era già il mese di giugno, e per la morte di un giovane, fratello del cardinal Napoleone degli Orsini, cominciò il cardinal tuscolano Giovanni Boccamazza a parlar delle burle che fa la morte ai giovani, e più s'hanno da temer dai vecchi, predendo motivo da ciò di non differir più lungamente il dare un capo alla Chiesa. Aggiunse il cardinale Latino Malabranca vescovo d'Ostia, essere stato rivelato da Dio ad un santo uomo, che se non si affrettavano ad eleggere un papa, la collera di Dio era per iscoppiar sopra di loro prima dell'Ognissanti. Sorridendo allora il soprammentovato cardinale Benedetto Gaetano, disse: E' forse questa una delle visioni di Pietro da Morrone? Signor sì, rispose il vescovo d'Ostia, e disse d'avere sopra ciò lettera da lui. Qui si venne a discorrere di questo santo romito, e chi raccontò l'austerità della sua vita, chi le molte sue virtù, chi i suoi miracoli; e vi fu chi disse ch'esso era degno d'essere papa. Non cadde in terra la proposizione. Fu il primo a dargli la sua voce il cardinale ostiense nel dì quinto di luglio, e tanti altri vi concorsero, che Pietro da Morrone, povero, ma santo romito, nato in Molise in Terra di Lavoro, soggiornante allora in una colletta del territorio di Sulmona in mezzo alle montagne di Morrone, fu eletto e proclamato papa. Furono a lui spediti tre vescovi col decreto dell'elezione; ed egli, dopo aver fatta orazione, vi consentì, e prese il nome di Celestino V. Sparsa questa nuova, empiè di stupor tutte quelle contrade; cominciarono vescovi, ecclesiastici e popoli a concorrere a folla per vedere questo inusitato spettacolo, cioè un povero romitello alzato alla più sublime dignità della repubblica cristiana. Vi accorse ancora il re Carlo II col re Carlo Martello suo figliuolo, e gli fecero amendue una gran corte, con addestrarlo dipoi, tenendo le redini d'un asino, su cui egli volle entrar nella città dell'Aquila, giacchè quivi fissò il pensiero d'essere consecrato, senza far caso delle premurose lettere de' cardinali che il chiamavano a Perugia. Alla sua consecrazione si trovarono più di ducento mila persone, fra queste Tolomeo da Lucca, autore di questo racconto. Diedesi poi il novello papa a far delle elezioni non abbastanza caute di ministri, di vescovi ed abbati, lasciandosi governare da' laici, e poco consultando i cardinali. Ma più degli altri attese a profittare della di lui semplicità il re Carlo, tutto lieto d'avere un papa nato suddito suo, e da poter aggirare a suo talento. L'indusse a fare nel dì 18 di settembre la promozione di dodici cardinali, secondochè a lui piacque, cioè sette franzesi, tre del regno di Napoli, il suo cancelliere, ed appena un romano, cioè un nipote del soprannominato cardinal Benedetto Gaetano. Si credeva ch'esso cardinal Gaetano non sarebbe andato all'Aquila, dove era il re Carlo, dianzi da lui offeso con poco rispettose parole. Ma vi andò, e seppe così ben condurre le sue faccende, che divenne intrinseco del suddetto re Carlo, e come padrone della corte pontificia, mercè dell'innata sua astuzia, come osservò Tolomeo da Lucca.
Intanto il buon pontefice, sì per la sua decrepita età, come per la sua inesperienza, era tutto dì ingannato da' suoi uffiziali nel dispensar le grazie e conferir le chiese; talmente che Jacopo da Varagine arcivescovo di Genova, vivente in questi tempi, ebbe a dire [Jacopus a Varagine, Chron. Genuens., tom. 9 Rer. Ital.] che Celestino fece molte cose de plenitudine potestatis, ma molt'altre più de plenitudine simplicitatis. Il peggio fu che, lasciatosi adescare dal re Carlo, andò a mettere la sua residenza in Napoli, cioè a farsi maggiormente schiavo del medesimo: risoluzione che, non potutasi impedire dai cardinali, troppo trafisse il loro cuore. Oh allora sì che più che mai s'avvidero quei porporati padri del maiuscolo sproposito e dei mali effetti della sregolata lor dissensione, e cominciarono a desiderar di disfare ciò che era già fatto. Puzza di favola ciò che alcuni lasciarono scritto, di avergli il suddetto cardinal Benedetto Gaetano, che fu poi papa Bonifazio VIII, di notte con una tromba, come se fosse venuta dal cielo, insinuato di abbandonare il pontificato. La verità si è, che alcuni de' cardinali cominciarono a parlargli di rinunziare, stante la sua incapacità di governar la nave di Pietro, e il grave danno che ne veniva alla Chiesa, e il pericolo dell'anima sua. Celestino, in cuore di cui non era punto scemata per così grande altezza l'antica sua umiltà, lo sprezzo del mondo e la delicatezza della coscienza, vi prestò molto bene l'orecchio [Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital. Jacob. Cardinalis, in Vit. Coelestini, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Jordanus, in Hist.]. Ma il re Carlo, penetrato il broglio, commosse tutta Napoli, che processionalmente si portò sotto le finestre del papa, pregandolo di non consentire a rinuncia alcuna. V'era presente Tolomeo da Lucca. In termini ambigui fece dar loro risposta Celestino, e poi nel dì 13 di dicembre spiegò nel concistoro la fissata risoluzione sua di dimettere il pontificato. Gli fu suggerito di far prima una costituzione dichiarativa, che in alcuni casi il romano pontefice può lecitamente abdicare il pontificato: il che fatto, ed accettata dal sacro collegio la di lui rinunzia, si spogliò Celestino degli abiti pontificali, e ripigliato l'eremitico, si ritirò dalla corte tutto lieto d'aver deposto un sì pesante fardello, e sol bramoso di ritornare al suo niente e alla cara sua solitudine, con esempio d'umiltà da ammirarsi da tutti, da imitarsi da pochi o da niuno. Da lì a non molto, rinchiusi nel conclave i cardinali, vennero all'elezione di un nuovo papa; e giacchè il cardinal Benedetto Gaetano da Agnani, personaggio di somma sagacità e perizia nelle leggi canoniche e civili, avea saputo guadagnarsi l'amicizia e patrocinio del re Carlo II, giusta i cui voleri si moveano allora le sfere, in lui concorsero i voti de' cardinali. Fu egli eletto nella vigilia del santo Natale, e, preso il nome di Bonifazio VIII, si mise poi in viaggio verso Roma nel dì 2 di gennaio dell'anno seguente, siccome diremo, per esser ivi consecrato. Studiavasi sempre più Matteo Visconte, capitano di Milano, Como, Vercelli e Novara, di assodare ed ampliare la potenza sua [Corio, Istor. di Milano.]; e sapendo che possente efficacia avesse il danaro presso Adolfo, re povero de' Romani, ottenne dal medesimo per questa via di essere creato vicario generale della Lombardia. Pertanto, venuti a Milano quattro ambasciatori d'esso Adolfo, nella domenica prima di maggio, in un solenne parlamento tenuto in Milano, gli fu solennemente data l'investitura del vicariato. Allora i Milanesi giurarono fedeltà al re Adolfo; e, passati dipoi essi ambasciatori cogli uffiziali del visconte alle altre città lombarde, da esse ricavarono un simil giuramento di fedeltà [Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 333.]. Ma i Cremonesi e Lodigiani, non piacendo loro che Matteo Visconte cominciasse a far da superiore nelle loro città, si collegarono contra di lui, e fecero venire i Torriani in Lombardia. Cominciossi pertanto la guerra da questi due comuni contra del Visconte, ed unironsi con essi anche molti nobili milanesi, mal soddisfatti del presente governo dello stesso Matteo.
Tendendo in questi tempi i maneggi del marchese Aldrovandino d'Este [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.] alla rovina del marchese Azzo VIII signor di Ferrara, Modena e Reggio, suo fratello, senza por mente s'egli rovinava anche la propria casa, mosse il comune di Padova alla guerra. Presero essi Padovani, dominanti allora in Vicenza, le terre di Este, Cerro e Calaone, e si accingevano a far di peggio, quantunque il marchese Azzo fosse uscito in campagna con un buon esercito. Ma, interpostosi il patriarca d'Aquileia Raimondo dalla Torre con alcuni frati minori, si venne ad una pace, in cui restò deluso il marchese Aldrovandino, e fu convenuto che si spianassero le fortezze e rocche delle tre suddette terre, e che restassero in potere de' Padovani la terra della Badia, la terza parte di Lendenara, Lusia, il castello di Veneze, ed altri diritti, sconsigliatamente loro ceduti dal marchese Aldrovandino. A ciò s'indusse il marchese Azzo, perchè, unitisi i Padovani in lega con Alberto dalla Scala, era divenuto pericoloso il continuar questa guerra. Tenne dipoi esso marchese in Ferrara per la festa dell'Ognissanti una suntuosissima corte bandita, dove concorse una straordinaria copia di nobili di tutta la Lombardia; e ciò in occasione di prender egli l'ordine della cavalleria cogli speroni d'oro da Gherardo da Camino signor di Trivigi. Fece il suddetto marchese dipoi cavalieri il marchese Francesco suo fratello, e cinquantadue altri nobili di varie città di Lombardia; tutto alle spese sue: il che diede molto da pensare e da dire ai politici di que' tempi. Scorgendo il comune di Genova più disposti alla guerra che alla pace i Veneziani, cominciò a fare un potente armamento dal canto suo. Non fece di meno il comune di Venezia [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Continuator Danduli, tom. 12 Rer. Ital.]. Ora accadde che Marco Basilio con ventotto galee venete ed altri legni andando in traccia dei Genovesi che navigavano in Romania, scontratosi con tre grosse navi mercantili riccamente cariche d'essi Genovesi, le prese. Informati di questa perdita i Genovesi abitanti in Pera, spedirono bensì Niccolò Spinola a chiederne la restituzione, ma senza frutto alcuno di tale spedizione. Allora si misero alla vela venti galee e undici fuste genovesi sotto il comando di esso Spinola, per ottener coll'armi ciò che non poteano colle parole; e trovata la flotta veneziana verso Laiaccio, attaccarono una feroce battaglia. Si dichiarò la fortuna in favore de' Genovesi, in poter de' quali oltre alle proprie navi ricuperate, restarono venticinque galee venete col capitano, e i mercatanti e loro mercatanzie. Appena tre galee ebbero la sorte di salvarsi colla fuga. Giunta questa infausta nuova a Venezia, riempiè di cordoglio e di sdegno quel popolo, massimamente perchè il fiore dei marinari era caduto in man de' nemici; ma siccome gente magnanima, si diede tosto a far maggiori preparamenti, e mise in mare sessanta galee ben armate, delle quali creò ammiraglio Niccolò Querino, con ordine di cercar ne' mari di Grecia la flotta nemica. Seppero i Genovesi schivarne l'incontro; e, giunti alla Canea nell'isola di Candia, per forza v'entrarono, e dopo il sacco lasciarono quasi tutta quella città in preda alle fiamme. Allorchè Carlo II re di Napoli comandava le feste sotto il nome di papa Celestino V, ottenne che si levasse dalla Romagna [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.] Ildebrandino vescovo d'Arezzo; e in suo luogo fosse creato conte di essa un certo Roberto di Cornay, probabilmente Provenzale. Costui venne nel mese d'ottobre, ed entrò in Rimini, Cesena, Forlì, Faenza ed Imola, ricevuto con onore dappertutto; ma non fece le radici in quelle contrade, perchè nell'anno seguente ad altri fu dato il medesimo governo. Formossi in quest'anno una sollevazione in Forlì, per cui i Calboli colla lor fazione furono scacciati, ed alcuni vi restarono prigioni con Guido da Polenta capitano di quella città, e Ramberto suo figliuolo. Ma corso colà Maghinardo Pagano da Susinana, fece rilasciare i prigioni, e fu egli creato podestà di quella città. Nell'autunno ancora del presente anno nota la Cronica di Forlì, essersi per le smisurate pioggie sì eccessivamente gonfiato il Po, che allagò tutto il paese contiguo alle rive, cioè del Piacentino, Cremonese, Bresciano, Parmigiano, Reggiano, Modenese e Padovano, di maniera che fu chiamato un diluvio particolare, per le tante ville sommerse.