| Anno di | Cristo mccxcv. Indizione VIII. |
| Bonifazio VIII papa 2. | |
| Adolfo re de' Romani 4. |
Una delle prime imprese di papa Bonifazio VIII, non per anche consecrato [Jacobus Cardinalis, in Vita Coelestini V, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.], fu quella di annullar tutte le grazie fatte da papa Niccolò IV e da Celestino V. Poscia nel primo, oppure nel secondo giorno di gennaio del presente anno, senza far caso dell'aspra stagione, s'inviò alla volta di Roma. Aveva egli mandato innanzi accompagnato da più persone il già papa Celestino, tornato ad essere Pietro da Morrone. Ma questi una notte con un solo compagno se ne fuggì, per ritirarsi all'antica sua cella, e chi disse con pensiero di scappare in Grecia, acciocchè niuno il tenesse più per papa. Bonifazio, a questa nuova, s'inalberò non poco, e spedì gente sì egli, come il re Carlo, dappertutto a cercarlo. Ritrovato che fu, il papa apprendendo che se quel santo vecchio fosse lasciato in libertà, avrebbe per sua semplicità potuto lasciarsi indurre a riassumere il pontificato, e far nascere scisma, giacchè non mancavano persone che pretendevano nulla la di lui rinunzia, e seguitavano a venerarlo qual papa: il confinò nella rocca inespugnabile di Fumone, dove ben trattato, oppure, secondo altri, maltrattato in una stretta prigione, attese a vivere e a far delle orazioni, finchè nel dì 19 di maggio dell'anno 1296 diede fine alla sua santa vita, e glorificato da Dio con molti miracoli, fu poi solennemente messo nel catalogo de' santi da papa Clemente V. Si mostra il suo cranio, come trafitto da un chiodo; ma non è probabile che Bonifazio VIII, se l'avesse voluto levar dal mondo, avesse usata sì barbara maniera, e non piuttosto il veleno. Se si ha da credere a Giovanni Villani [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 6. Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.], per giugnere al papato col mezzo del re Carlo, avea Bonifazio detto ad esso re che il suo papa Celestino l'avea ben voluto servire per fargli ricuperare la perduta Sicilia, ma che non avea saputo farlo; laddove, s'egli fosse eletto papa, vorrebbe, saprebbe e potrebbe fargli ottenere l'intento. E gli mantenne la parola [Nicolaus Specialis, lib. 2, cap. 20, tom. 10 Rer. Ital.]. Confermò la concordia fatta per cura di papa Niccolò IV fra il re Carlo ed Alfonso re di Aragona; e diede ordine a Bonifazio da Calamandrano, gran maestro de' cavalieri oggidì appellati di Malta, d'indurre allo stesso accordo e con più strette condizioni Giacomo re d'Aragona, succeduto al fratello Alfonso. Per liberarsi dalla nemicizia dei re di Francia e di Napoli, Giacomo consentì, con cedere al re Carlo i suoi diritti sopra la Sicilia, prendere per moglie Bianca figliuola di esso Carlo, benchè avesse già contratti gli sponsali con una figliuola del re di Castiglia; e con altri patti di pagamento di danari, di promesse della Sardegna e Corsica, e d'altri vantaggi spettanti a Carlo di Valois, il quale rinunziò anch'egli le sue pretensioni sopra il regno d'Aragona. Niccolò Speciale e il Villani scrivono che ora solamente furono posti in libertà i principi figliuoli del re Carlo, e questo ancora si deduce da un Breve di papa Bonifazio [Jacobus Cardinalis, in Vita Coelestini V, P. 1, tom. 3 Rer. Ital.]; laonde non so come Tolomeo da Lucca scrivesse che furono liberati nell'anno precedente, e che passarono per Lucca.
Seguì poscia in Roma la solenne coronazione di papa Bonifazio nel dì 16 di gennaio. Leggesi diffusamente descritta in versi da Jacopo Gaetano cardinale di San Giorgio [Nicolaus Specialis, lib. 2, cap. 22, tom. 10 Rer. Ital.] quella magnifica funzione, a cui forse una simile non s'era veduta in addietro. Vi assisterono i due re Carli, padre e figliuolo, con tener le redini del cavallo pontificio nella cavalcata, e con servirlo alla mensa. Scrive il Rinaldi, che in quest'anno mancò di vita il suddetto giovane re, cioè Carlo Martello, che portava il titolo di re d'Ungheria. Di ciò parleremo all'anno 1301. Attese in questi tempi con tutto vigore papa Bonifazio a far eseguire il trattato della pace fra il re Carlo II e Giacomo re d'Aragona per la restituzion della Sicilia; ma si cominciarono a trovare degl'intoppi dalla parte dei Siciliani stessi. Appena passò in quell'isola la voce di quell'accordo, e che il re Giacomo s'era impegnato di consegnarla al re Carlo, che, tenutosi un parlamento dalla regina Costanza, governatrice di quel regno, e da don Federigo suo figliuolo, fu risoluto di inviar ambasciatori al re Giacomo in Catalogna per chiarirsi della verità del fatto. Andarono questi, e, udito che così stava la cosa, proruppero in lamenti, in preghiere e in proteste; e trovando il re fisso nel suo proposito, perchè più non potea tornare indietro, dopo essersi fatto dare in iscritto un atto autentico di tale rinunzia, se ne tornarono vestiti da corruccio in Sicilia, portando la dolorosa nuova, che fu una spada nel cuore a que' popoli, giacchè si vedeano sagrificati ai Franzesi, gente da essi odiata a morte e temuta. In questo tempo l'accorto papa Bonifazio desiderò che don Federigo, fratello del re Giacomo, venisse dalla Sicilia a trovarlo, per guadagnarsi il lui animo, ed impedire ch'egli non frastornasse la restituzion di quel regno. Venne lo spiritoso infante con una bella flotta, accompagnato da' suoi due ministri, Giovanni da Procida e Ruggieri di Loria, e sbarcato si abboccò in Velletri col papa, che gli fece un affettuoso accoglimento, e con auree parole l'esortò a dar tutta la mano alla pace, offerendogli in moglie Caterina, unica figliuola di Filippo imperadore, ma solamente di titolo, di Costantinopoli, figlio del re Carlo II, con ricchissima dote, e coi diritti sopra l'imperio greco, di cui papa Bonifazio, come se l'avesse in pugno, gli dipigneva non solo facile, ma infallibile la conquista. Rispose saviamente il giovanetto principe che farebbe quanto fosse in suo potere; ma che conveniva intendersela ancora coi popoli; e, licenziatosi, se ne tornò colla sua flotta in Sicilia. Fu sentimento d'alcuni che in questa occasione Bonifazio traesse alle sue voglie il valoroso, ma ambizioso Ruggieri di Loria, con farlo principe dell'isole delle Gerbe e di Carchim in Africa, e con altre lusinghe. Ma forse per altri più tardi si staccò Ruggieri dal suo amore verso la Sicilia; ed egli in questi tempi, e molto più Giovanni da Procida inclinarono a dichiarare re di Sicilia don Federigo, e di voler piuttosto tentar la fortuna della guerra, che tornare sotto l'abborrito giogo dei Franzesi. Fu spedito in Sicilia dal pontefice il suddetto Giovanni di Calamandrano, per proferire a quei popoli quante mai grazie ed esenzioni sapessero immaginare. Ma gli fu detto che i Siciliani colla spada, e non già con delle carte pecore cercavano la pace; e che, se non isloggiava presto dalla Sicilia, vi avrebbe lasciata la vita. Di più non occorse per farlo tornar di galoppo indietro.
Nella notte del dì 8 di agosto del presente anno, venendo il dì 9, terminò i suoi giorni [Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.] Ottone Visconte arcivescovo e signore di Milano, a cui dee la sua esaltazione la nobil casa de' Visconti Milanese. Lasciò egli Matteo, suo nipote in alto stato. Secondo Galvano Fiamma [Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 334.], alcuni nobili milanesi passarono a Lodi, e si acconciarono coi Torriani, i quali con quel popolo e coi Cremonesi andarono all'assedio di Castiglione; ma portatosi colà Matteo Visconte coi Piacentini e Bresciani, li fece ben tosto decampare. Nel mese di giugno, secondo il Corio [Corio, Istor. di Milano.], l'armata milanese andò fin sotto le porte di Lodi, danneggiando il paese; ma nel settembre fu fatta e gridata la pace, oppur la tregua fra Milano e Lodi. Di questi fatti ci assicura anche la Cronica di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. Contrassero in quest'anno lega i Parmigiani coi Bolognesi, e seguirono poi delle funeste novità nella loro città. Era stato eletto arcivescovo di Ravenna Obizzo da San Vitale, vescovo allora di Parma: del che fu fatta grande allegrezza da quei della sua fazione. Ma nel dì 23 d'agosto la fazione contraria de' Correggeschi, facendo correre voce che il medesimo prelato macchinasse contro alla patria, ed avesse fatta massa d'armi nel suo palagio, mosse a rumore il popolo, e furiosamente con esso andò a quella volta. Il vescovo ebbe la sorte di salvarsi, e, fuggito a Reggio, si trasferì poscia a Ravenna. Furono mandati ai confini moltissimi seguaci della parte ghibellina; e i Bolognesi inviarono a Parma ducento uomini d'armi da tre cavalli l'uno con cinquecento pedoni. Più strepitosa ancora fu la sollevazione che si fece nella stessa città di Parma nella festa di santa Lucia, in cui amendue le fazioni vennero alle mani, e dopo lungo combattimento rimasero rotti i Sanvitali e posti in fuga, e il monistero di san Giovanni de' Benedettini fu messo a sacco, con altri non pochi disordini. Ritiraronsi gli usciti a Cuvriago, e vi si fecero forti coll'aiuto del marchese Azzo VIII d'Este, il quale fu creduto che avesse mano in cotali turbolenze con disegno d'acquistare la signoria di Parma. Comunque sia, avendo presa il marchese la protezione di quei fuorusciti, guerra nacque fra lui e il popolo di Parma. Alberto Scotto, signor di Piacenza, spedì un suo nipote con soldatesche in aiuto de' Parmigiani. Colà parimente Milano inviò un buon rinforzo; e i Bolognesi, dopo avervi trasmessa di nuovo una compagnia di cento uomini d'armi, determinarono di far guerra per essi al marchese d'Este. Diede esso marchese [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] il passo per Modena e Reggio ai lor soldati ed ambasciatori, perchè protestarono di passare a Parma per rimettere la concordia fra que' cittadini e la parte del vescovo; ma si trovò poi burlato, ed anch'egli si diede a far gente in sua casa, e broglio in Romagna contra de' Bolognesi. Nel mese d'ottobre esso marchese Azzo nella sua terra di Rovigo fece cavaliere Ricciardo, figliuolo di Gherardo da Camino signore di Trivigi, sic magnifice, per attestato della Cronaca di Parma, quod numquam auditum fuerat de aliquo, quod sic fieret.
Nell'anno presente ancora si fecero delle novità in Brescia [Malvec., Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.]; imperciocchè per maneggio di Matteo Visconte tutti i partigiani della casa della Torre, cioè i Guelfi, furono scacciati dalla città e banditi col guasto di tutti i loro beni: perlochè si rifugiarono al marchese d'Este capo della parte guelfa. Per lo contrario, Bardelone de' Bonacossi signore di Mantova [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] cavò dalle carceri Taino suo fratello con un suo nipote, e li mandò a' confini; ed, oltre a ciò, rimise in Mantova due mila persone già bandite, cassando ogni statuto fatto contra di loro: del che dovette riportare gran lode. Ma non si può abbastanza spiegare, come lo spirito della bestial discordia si diffondesse in questi tempi per l'Italia. In Firenze il popolo superiorizzava, ed avea fatto degli statuti molto gravosi contra de' nobili e grandi [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 12.], mosso specialmente da Giano della Bella, arditissimo popolano. Non potendo più sofferire i nobili questo aggravio, nel dì 6 di luglio, dopo aver fatta congiura, e ragunata di gran gente, fecero istanza che fossero cassate quelle ingiuste leggi. Per questo fu in armi tutta la città. Si schierarono i grandi colle lor masnade nella piazza di San Giovanni, e voleano correre la terra. Ma il popolo asserragliò e sbarrò le strade, acciocchè la cavalleria non potesse correre, e stette così ben unito e forte al palazzo del podestà, che i grandi non osarono di più. Prese da ciò maggior piede la gara e il mal animo dell'una contra dell'altra parte; e di qui cominciò la città di Firenze a declinare in malo stato con gravi sciagure, che andremo a poco a poco accennando. Anche in Pistoja, secondochè s'ha da Tolomeo da Lucca [Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.], in quest'anno ebbe principio una fiera discordia fra i nobili della casa de' Cancellieri, i quali si divisero in due fazioni. Bianchi e Neri, cadauna delle quali ebbe gran seguito. Ne succederono ammazzamenti, e si sparse dipoi questo veleno per le città di Firenze, di Lucca e d'altri luoghi, ne' quali cadauna d'esse fazioni trovò protettori e partigiani. Il Villani e la Storia Pistoiese pare che mettano il cominciamento di questa maledetta divisione all'anno 1300.
Da moltissimi anni era anche divisa la città di Genova in due fazioni, cioè ne' Mascherati ghibellini, e ne' Rampini guelfi. Più che mai ciò non ostante, si accendeva la guerra fra quel popolo e i Veneziani. Questo bisogno del pubblico e la cura massimamente di Jacopo da Varagine arcivescovo di Genova [Jacobus de Varagine, Chron. Genuens., tom. 9 Rer. Ital.] portarono nel mese di gennaio alla pace e concordia gli animi loro divisi. E quivi vedendosi che in Venezia si faceva un terribile armamento di legni, col vantarsi alcuni di voler venire fino a Genova, stimolati dal punto d'onore e dall'antica gara i Genovesi, si misero anch'essi a farne uno più grande e strepitoso. S'interpose papa Bonifazio nei mese di marzo, e chiamati a Roma i deputati di amendue le città, intimò una tregua fra loro sino alla festa di san Giovanni Batista, sperando intanto di ridurre queste due feroci nazioni a concordia; ma nulla si potè conchiudere. Mirabile e quasi incredibil cosa è l'udire, per attestato del suddetto Jacopo da Varagine, che i Genovesi giunsero ad armare ducento galee, che furono poi ridotte a sole cento cinquantacinque, cadauna delle quali aveva almeno ducento venti armati, altre ducento cinquanta, ed altre sino a trecento. Mandarono poscia a Venezia dicendo, che se i Veneziani aveano il prurito di venire a Genova per combattere, non s'incomodassero a far sì lungo viaggio; perchè i Genovesi con Uberto Doria loro ammiraglio andavano in Sicilia ad aspettarli, e che quivi li sodavano a battaglia [Continuator Danduli, tom. 12 Rer. Ital.]. Udita questa sinfonia, i saggi veneziani stimarono meglio di disarmare, e di lasciar che gli altri passassero, siccome fecero soli, a fare una bella comparsa ne' mari di Sicilia. Ma che? tornati che furono a casa i Genovesi pieni di boria, come se avessero annientata la potenza veneta, si risvegliò fra loro il non estinto fuoco delle fazioni per gare di preminenza e risse cominciate nell'armata suddetta [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 14. Jacobus de Varagine, Chron. Genuens., tom. 9 Rer. Ital. Georg. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Però sul finire dell'anno la parte guelfa, capi di cui erano i Grimaldi, venne alle mani colla ghibellina, onde erano capi i Doria e gli Spinoli, e cominciarono un'aspra guerra cittadinesca che impegnò tutto il popolo della città: del che parleremo all'anno seguente. In Romagna [Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.] nell'aprile di quest'anno fu inviato per conte e governatore Pietro arcivescovo di Monreale, il qual fece alcune paci in quella provincia, tolse a Maghinardo da Susinana l'ufficio di capitano di Faenza, e in Ravenna fece abbattere i palagi di Guido da Polenta e di Lamberto suo figliuolo. Dopo aver ridotto in Faenza i fuorusciti, si stette poco a sentire una sollevazione in quella città fra i conti di Cunio e i Manfredi dall'una parte, e Maghinardo, i Rauli ed Acarisi dall'altra. Si venne a battaglia, e andarono sconfitti i primi, obbligati perciò ad uscire di quella città, e restarono burlati i Bolognesi, i quali passavano d'intelligenza con essi per isperanza di tornar padroni di Faenza. Poco durò il governo del suddetto arcivescovo di Monreale, perchè nell'ottobre arrivò a Rimini Guglielmo Durante vescovo mimatense, ossia di Mande in Linguadoca, eletto da papa Bonifazio VIII marchese della marca di Ancona e conte della Romagna, celebre giurisconsulto, autore dello Speculum juris, onde fu appellato Speculator, e di altre opere, il quale per molto tempo era stato pubblico lettore di leggi e canoni nella città di Modena. Fu ricevuto con onore da tutte le città della Romagna. Ma nel dì 19 di dicembre venne all'armi Malatesta da Verucchio nella città di Rimini colla sua fazione guelfa contro la ghibellina di Parcità, e la spinse fuori colla morte di molti. Guido conte di Montefeltro, rimesso in grazia del papa, venne in quest'anno a Forlì, e gli furono restituiti tutti i suoi beni. D'uomo tale par che facesse capitale papa Bonifazio per le sue occorrenze. Ma egli di lì a poco, cioè nell'anno seguente, o perchè si mutò il vento, oppure per vero desiderio di darsi alla penitenza de' suoi peccati, si fece frate dell'ordine francescano, e in quello terminò poi i suoi giorni, ma non sì presto.
MCCXCVI
| Anno di | Cristo mccxcvi. Indiz. IX. |
| Bonifazio VIII papa 3. | |
| Adolfo re de' Romani 5. |
Quando si credeva papa Bonifazio VIII d'essere come in porto nell'affare della restituzion della Sicilia, egli se ne trovò più che mai lontano. Irritati al maggior segno i Siciliani, perchè il re Giacomo senza alcuna contezza, nonchè assenso d'essi, avesse ceduto, e, per dir così, venduto quel regno ai troppo odiati Franzesi, nel dì 25 di marzo, in cui cadde la Pasqua dell'anno presente, proclamarono re di Sicilia l'infante don Federigo fratello dello stesso re Giacomo. Fu egli con gran solennità coronato nella cattedrale di Palermo, e in quello stesso giorno fece molti cavalieri, alzò altri al grado di conti, e dispensò molte altre grazie [Nicol. Specialis, lib. 3, cap. 1, tom. 10 Rer. Ital.]. Dappertutto si videro giuochi e bagordi; e, mossosi il re novello da Palermo, passò a Messina, dove trovò tutto quel popolo in festa e pronto a servirlo. Andossene dipoi a Reggio in Calabria, e, dato ordine a Ruggieri di Loria che uscisse in mare colla sua flotta, egli stesso coll'esercito di terra andò a mettere l'assedio alla città di Squillaci, e con levare ai cittadini i canali dell'acqua, gli obbligò a rendersi. Di là portossi sotto Catanzaro, dove si trovava Pietro Ruffo, conte di quella forte città, ed uno de' primi baroni della Calabria, a cui non mancava gente in bravura e copia, molto atta ad una gagliarda difesa. Era Ruggieri di Loria parente del conte, e come tale dissuase la impresa. Stette saldo il re Federigo a volerla; ed allorchè coi furiosi assalti si vide essa città vicina a cadere, ottenne il medesimo Ruggieri che si venisse a patti, e che, se in termine di quaranta giorni non veniva soccorso, la città si rendesse. Passato il tempo, fu osservata la capitolazione, e Catanzaro venne alle sue mani. Fu anche dato soccorso a Rocca Imperiale, ed acquistato Policoro. Sotto Cotrone, preso anch'esso e saccheggiato, cominciò a sconciarsi la buona armonia fra il re e Ruggieri di Loria, ma per allora non ne fu altro. Impadronissi dipoi il re Federigo di Santa Severina e di Rossano. Intanto, portata a papa Bonifazio la nuova che don Federigo avea presa la corona di Sicilia, non solamente contra di lui, ma contra ancora del re Giacomo suo fratello si accese di collera, figurandosi che fra amendue passasse intelligenza segreta, per burlare in questa guisa non meno il re Carlo che il papa stesso. Annullò dunque tosto, per quanto a lui apparteneva, tutti gli atti di don Federigo e de' Siciliani, e spiegò contra d'essi tutto l'apparato delle pene spirituali e temporali; per le quali nondimeno nulla si cambiò il cuor di quei popoli. Risentitamente ne scrisse ancora al re Giacomo; ma questi ampiamente rispose e giurò di non aver parte nella risoluzion presa dal fratello (e dicea il vero), esibendosi pronto ad eseguir dal suo canto quanto era da lui stato promesso. Anzi egli, non so se chiamato dal papa, oppure di sua spontanea volontà, si preparò per venire a Roma, affine di meglio sincerare esso pontefice e il re Carlo del suo retto procedere.