La guerra insorta fra Azzo VIII marchese d'Este, signor di Ferrara, e i Parmigiani e Bolognesi collegati, andava ogni dì più prendendo vigore [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Dal canto loro maggiormente si afforzarono i Parmigiani, con accrescere la loro lega, nella quale entrarono il comune di Brescia e i fuorusciti di Reggio e di Modena, tutti contro il marchese Azzo. Seguirono poi varie ostilità in quest'anno fra essi Parmigiani e le milizie dell'Estense sul Reggiano, che non meritano d'essere registrate. Studiossi anche il marchese dal canto suo d'avere de' partigiani dalla parte della Romagna. Tirò in Argenta a parlamento Maghinardo da Susinana coi Faentini, Scarpetta degli Ordelaffi coi deputati di Forlì e di Cesena, Uguccione dalla Faggiuola, che comincia in questi tempi a far udire il suo nome, coi Lambertazzi usciti di Bologna, ed altri Ghibellini di Ravenna, Rimini e Bertinoro. Fu risoluto di togliere Imola ai Bolognesi. Di questo trattato Guglielmo Durante conte della Romagna spedì l'avviso a Bologna, acciocchè prendessero le necessarie misure e precauzioni. E infatti i Bolognesi inviarono quattro mila pedoni e molta cavalleria in rinforzo d'Imola. Ma nel dì primo d'aprile, venuto l'esercito del marchese Azzo con Maghinardo e cogli altri collegati, arrivò al fiume Santerno, alla cui opposta riva trovò schierati i Bolognesi, Imolesi ed usciti di Faenza, per impedire il passo del fiume che era allora assai grosso [Matth. de Griffonibus, Annal. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Ma, valicato il Santerno dai Ferraresi e Romagnuoli, si venne ad un caldo combattimento. Non ressero lungo tempo i Bolognesi; molti ne furono morti, molti presi; e fuggendo il resto verso Imola, i vincitori in inseguirli entrarono anch'essi nella città, e ne divennero padroni. L'autore della Cronica Forlivese [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.] scrive che furono fatti prigioni più di duemila persone.
Nello stesso dì primo d'aprile il marchese Azzo con altro esercito dalla parte di Modena andò a fortificare le castella di Vignola, Spilamberto e Savignano; e soprattutto attese [Chron. Parmense.] a rimettere in piedi le fortificazioni di Bazzano, dove lasciò un buon presidio. Concertarono poscia insieme i Bolognesi e Parmigiani di unitamente far oste ad uno stesso tempo nell'autunno, gli uni contro Modena, e gli altri contra di Reggio. Ma i soli Bolognesi effettuarono il concordato; imperciocchè, unito un possente esercito di lor gente co' signori da Polenta, coi Malatesti ed altri Romagnuoli, e con un rinforzo di Fiorentini, ripigliarono per forza il castello di Savignano. Coll'aiuto de' Rangoni e d'altri fuorusciti di Modena presero Montese ed altre castella del Frignano; e si misero poi con grave vigore all'assedio di Bazzano. Si sostenne quella guarnigione, composta di quattrocento cavalieri e di mille fanti, per lo spazio d'un mese; ma vinta in fine dalla fame, e veggendo che non veniva soccorso (giacchè il marchese accompagnato da Maghinardo uscì bene in campagna con molte forze, ma non giudicò utile l'azzardare una battaglia), a patti di buona guerra nel dì 25 di novembre cadde in poter de' Bolognesi. Altre ostilità succederono in quest'anno [Chron. Forolivien.], perchè il marchese Azzo co' Modenesi e Reggiani cavalcò sul Bolognese nel dì 6 di giugno sino a Crespellano e al borgo di Panigale; e nello stesso tempo il marchese Francesco suo fratello co' Ferraresi venne dalla sua parte sino alla terra di Peole e al Tedo, saccheggiando, bruciando e, facendo prigioni. E intanto il conte Galasso da Montefeltro, e Maghinardo Pagano da Susinana, capitano della lega colle milizie di Faenza, Forlì, Imola e Cesena, assalì il distretto di Bologna, venendo a Castel San Pietro e alle terre di Legnano, Vedriano, Frassineto, Galigata e Medecina, con orridi saccheggi e bruciamento di più di due mila case. La Cronica di Forlì, più delle altre esatta e copiosa in questi tempi, descrive minutamente questi fatti della Romagna con assaissimi altri, che troppo lungo sarebbe il voler qui rammentare. Ma non si dee tacere che nel dì 15 di luglio i Calboli coi Riminesi, Ravennati ed altre loro amistà, presero la città di Forlì colla morte di molti: il che udito da Scarpetta degli Ordelaffi e da Maghinardo che erano all'assedio di Castelnuovo [Chron. Caesen., tom. 15 Rer. Ital.], a spron battuto volarono colà, e ricuperarono la città, uccidendo e prendendo non pochi degli entrati. E poscia renderono la pariglia ai Ravegnani con iscorrere ed incendiare il lor paese sino alle mura della città. Nel dì 26 d'aprile Guglielmo Durante conte della Romagna, stando in Rimini, privò di tutti i lor privilegii, onori e dignità le città di Cesena, Forlì, Faenza ed Imola: rimedii da nulla per guarire i mali umori di tempi sì sconcertati.
Nel dì 30 del precedente dicembre [Georgius Stella, Annal. Genuens., lib. 1, cap. 8, tom. 17 Rer. Ital.] si diede principio entro la città di Genova alla guerra e alle battaglie fra i Grimaldi e Fieschi, e loro aderenti guelfi dall'una parte, e i Doria e Spinoli coi loro parziali ghibellini dall'altra. Nelle lor torri e case si difendeano, e da esse offendevano, cercando or l'una or l'altra di occupare il palazzo del pubblico e gli altri siti forti. Vi restarono preda del fuoco moltissime case, e fu bruciato fino il tetto della cattedrale di San Lorenzo [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 14.], perchè i Grimaldi s'erano afforzati nella torre maggiore d'essa chiesa. Dalla Lombardia e da altri luoghi concorse gran gente in aiuto di cadauna delle parti; ma più furono i combattenti di quella dei Doria e Spinoli: laonde dopo più di un mese della tragica scena di quei combattimenti, soccombendo i Grimaldi e Fieschi, si videro nel dì 7 di febbraio obbligati a cercar lo scampo colla fuga fuori della città. Furono appresso eletti capitani governatori di Genova Corrado Spinola e Corrado Doria, e cessò tutto il rumore. Ma per mare seguitò la guerra fra essi Genovesi e i Veneziani [Contin. Danduli, tom. 12 Rer. Ital.]. Azione nondimeno che meriti osservazione non accadde fra loro, se non che da Venezia furono spedite venticinque galee ben armate sotto il comando di Giovanni Soranzo, le quali ite a Caffa, città posseduta dai Genovesi nella Crimea, la presero e saccheggiarono, con bruciare alquante navi e galee d'essi nemici. Era divisa anche la città di Bergamo nelle fazioni de' Soardi e Coleoni [Corio, Istor. di Milano. Gualvaneus Flamma, Manip. Flor.]. Nel mese di marzo vennero queste alle mani, e i Coleoni ne furono scacciati. Rientrati poi questi nella città nel dì 6 di giugno, e rinforzati dai Rivoli e Bongi, costrinsero alla fuga i Soardi, di modo che Matteo Visconte rimase escluso affatto dal dominio di quella città. Di torri e di case ivi si fece allora un gran guasto. Nell'anno presente Giovanni marchese di Monferrato prese per moglie Margherita figliuola di Amedeo conte di Savoia [Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital. Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. Poi, fatta lega con Manfredi marchese di Saluzzo, ed unito un buon esercito, prese e mise a sacco la città d'Asti, con iscacciarne i Solari e gli altri del partito guelfo. In Toscana non si udì novità alcuna degna di conto, se non che, per attestato di Tolomeo da Lucca [Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.], Adolfo re dei Romani inviò colà per suo vicario Giovanni da Caviglione. I Toscani, a' quali rincrescevano forte le visite di questi uffiziali cesarei, ricorsero a papa Bonifazio VIII, perchè li liberasse da costui, esibendo ottanta mila fiorini di oro, quattordici mila de' quali toccarono per la sua rata al comune di Lucca. Il papa rimandò a casa sua questo vicario, contentandolo con dare il vescovato di Liegi ad un suo fratello, e mise nella borsa sua il danaro pagato dai buoni Toscani. Trovarono i Pisani in quest'anno un bel ripiego per farsi rispettare dai vicini nemici [Raynald., in Annal. Ecclesiast.], e fu quello di eleggere per podestà e governatore della loro città lo stesso Bonifazio papa, con assegnargli quattro mila lire annualmente per suo salario. Accettò benignamente il pontefice questo impiego, e, sciolti i Pisani dall'interdetto e dalle scomuniche, mandò colà per suo vicario Elia conte di Colle di Val d'Elsa. Richiamò esso papa dal governo della Romagna [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.] Guglielmo Durante vescovo, e colà inviò con titolo di conte Masino da Piperno, fratello di Pietro cardinale di Piperno. Entrò egli in quella provincia sul fine di settembre, e fece ritirare l'esercito di Maghinardo dall'assedio di Massa de' Lombardi.
MCCXCVII
| Anno di | Cristo mccxcvii. Indizione X. |
| Bonifazio VIII papa 4. | |
| Adolfo re de' Romani 6. |
Venne in quest'anno a Roma Giacomo re d'Aragona, non tanto per far costare a papa Bonifazio l'onoratezza sua, e d'essere ben lontano dall'approvare, non che dal proteggere, le risoluzioni prese da' Siciliani e da don Federigo suo fratello, quanto per vantaggiare i proprii interessi con ismugnere nuove grazie dalla corte pontificia. E fattosi conoscere dispostissimo ad impiegar tutte le sue forze dove gli ordinasse il papa [Raynald., in Annal. Eccles.], e precisamente contra dello stesso suo fratello: Bonifazio aprì gli scrigni della confidenza e liberalità pontificia verso di lui, con investirlo della Sardegna e Corsica, dove egli non possedeva un palmo di terreno, e con dichiararlo capitan generale dell'armata che si dovea spedire contro gl'infedeli, per ricuperar Terrasanta, o altri Stati dalle mani de' Saraceni. Questo era il colore che spesse volte si dava in questi tempi alle imprese che doveano farsi contra de' medesimi cristiani, e serviva di pretesto per aggravar di decime le chiese della Cristianità. La intenzion vera, siccome i fatti lo dimostrarono, era di assalir la Sicilia, e di levarla a don Federigo per consegnarla al re Carlo II. Ed appunto esso re Carlo venne anch'egli a Roma, e per istrignere maggiormente nel suo partito il suddetto re Giacomo, conchiuse seco di dar per moglie a Roberto suo terzogenito Jolanta, ossia Violanta, sorella del medesimo re Giacomo. Avea già esso Giacomo richiamati dalla Sicilia tutti gli Aragonesi e Catalani, parte de' quali ubbidì, e parte no [Nicolaus Special., lib. 2, cap. 12, tom. 10 Rer. Ital.]; e, stando in Roma, spedì un'ambasciata al fratello don Federigo, pregandolo di voler venire sino all'isola di Ischia, per abboccarsi con lui, e trattar seco de correnti affari. Don Federigo, ricevuta questa ambasciata, dalla Calabria se ne tornò a Messina, e colà ancora richiamò Ruggieri di Loria, il quale, dopo aver preso Otranto, era passato sotto Brindisi, per consultare con lui e co' Siciliani quello che convenisse di fare in sì scabrose contingenze. Il parere di Ruggieri fu, ch'egli andasse; diedero il lor voto in contrario i sindachi della Sicilia. Vennero poi lettere dal re Giacomo, che chiamava a Roma Ruggieri di Loria, e don Federigo con isdegno gli permise di andare, ma con promessa di ritornare. Tuttavia perchè egli prima di mettersi in viaggio avea provveduto d'armi e di vettovaglia alcune castella in Calabria, e dai maligni fu supposto a don Federigo ciò fatto a tradimento da Ruggieri, come se egli già meditasse di ribellarsi; andò tanto innanzi lo sconcerto degli animi, che Ruggieri fu vicino ad essere ritenuto prigione; e poscia se ne fuggì, e, andato a Roma, si acconciò col re Giacomo a' danni del fratello. Fatal colpo di somma imprudenza di don Federigo, o de' suoi consiglieri, fu il perdere, in occasione di tanto bisogno, un sì prode ed accreditato ammiraglio, e non solo perderlo, ma farselo nemico. Altra ambasceria venne dal re Giacomo alla regina Costanza sua madre, con ordine di passare a Roma con Violanta sorella d'esso re, destinata in moglie a Roberto duca di Calabria. Venne la regina colla figliuola; fu assoluta e ben veduta dal papa; seguirono le nozze di Violanta; e Costanza si fermò dipoi fino alla morte in Roma. Altri dicono ch'ella passò in Catalogna, ma afflitta ed inconsolabile, per vedere la guerra imminente fra i due suoi figliuoli. Tornossene il re Giacomo in Catalogna a fare i preparamenti necessarii por soddisfare all'impegno contratto col pontefice e col re Carlo suo suocero. Don Federigo informato della fuga di Ruggieri di Loria, dopo averlo fatto proclamare nemico pubblico, e posto l'assedio a quante castella egli possedeva in Sicilia, di tutto lo spogliò.
Ebbe principio in quest'anno la detestabil briga de' Colonnesi contro papa Bonifazio VIII. Non si sa bene il motivo di tale rottura. Per attestato di Giovanni Villani [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 21.], perchè i due cardinali Jacopo e Pietro erano stati contrarii alla sua elezione, Bonifazio conservò sempre un mal animo contra di loro, pensando continuamente ad abbassarli ed annientarli. Aggiugne il Villani, concorde in ciò con Tolomeo da Lucca [Ptolom, Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.], che Sciarra, oppure Stefano dalla Colonna, nipote d'essi cardinali, avea prese le some degli arnesi e del tesoro del papa che veniva da Anagni, ovvero, secondo altri [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.], che andava da Roma ad Anagni, ed erano ottanta some tra oro, argento e rame. Ma niuna menzione di questo facendo il papa nella bolla fulminatrice contra de' Colonnesi, si può dubitare della verità del fatto. Non altra ragion forte in essa bolla [Raynald., in Annal. Eccles.] adduce Bonifazio, se non che questi due cardinali tenevano corrispondenza con don Federigo usurpator della Sicilia, e che, avvertiti, non aveano lasciato questo commercio, nè aveano permesso che Stefano dalla Colonna, fratello del cardinal Pietro, ammettesse presidio pontificio nelle loro terre di Palestrina, Colonna e Zagaruolo: per li quali enormi delitti con bolla pubblicata nel dì 10 di maggio, non solamente scomunicò i suddetti due cardinali, ma li depose ancora, privandoli del cardinalato e d'ogni altro benefizio, con altre pene e censure contra de' lor parenti e fautori. S'erano ritirati alle lor terre questi cardinali, con Agapito, Stefano e Sciarra, tutti dalla Colonna; e ossia che essi avessero molto prima il cuor guasto, e sparlassero del papa, incitati sotto mano da qualche principe; oppure che, irritati per questo fiero, creduto da loro non meritato, gastigo, si lasciarono trasportare a dar fuori uno scandaloso manifesto, in cui dichiaravano di non credere vero papa Benedetto Gaetano, cioè il pontefice Bonifazio VIII, benchè fin qui da essi riconosciuto e venerato per tale, allegando nulla la rinunzia di papa Celestino V, per sè stessa, ed anche perchè procurata con frodi ed inganni, e perciò appellando al futuro concilio. V'ha chi pretende che tal manifesto, tendente ad uno scisma, uscisse fuori prima della bolla e deposizione suddetta; ma il contrario si raccoglie da un'altra bolla d'esso papa Bonifazio, fulminata nel dì dell'Ascensione del Signore contra di essi cardinali deposti e di tutti i Colonnesi, in cui per cagion di questo libello aggrava le lor pene, li priva di tutti i loro stati e beni, e vuol che si proceda contra d'essi come scismatici ed eretici. Fece egli dipoi diroccare in Roma i palagi, e spedì le milizie all'assedio delle lor terre. Circa questi tempi ancora insorsero dissapori fra il papa e Filippo il Bello re di Francia, a cagione di avere il re pubblicata una legge (e questa dura tuttavia) che non si potesse estraere danaro fuori del regno, pretendendo il papa ch'egli perciò fosse incorso nella scomunica, mentre con ciò s'impediva il venir le rugiade solite, e quelle massimamente delle decime, alla corte di Roma. Diede anche ordine il pontefice ai due cardinali legati che erano in Francia, di apertamente pubblicare scomunicato il re e i suoi uffiziali, se veniva impedito il trasporto d'esso danaro dovuto alla santa Sede: cose tutte che col tempo si tirarono dietro delle pessime conseguenze, figlie dell'interesse, che da tanti secoli va e sempre forse pur troppo andrà sconcertando il mondo.
Durando la guerra fra il marchese Azzo d'Este e i Parmigiani, ognuna delle parti facea quel maggior danno che poteva all'altra [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. Si frapposero amici, persuadendo la pace; e sopra tutto ne fece premura Guido da Correggio, potente presso i Parmigiani, perchè tutto il suo era sotto il guasto. Si conchiuse adunque l'accordo fra essi nel mese di luglio, e nel dì quinto di agosto furono rilasciati i prigioni. Ma di questa pace particolare si dolsero forte i Bolognesi, perchè lasciati soli in ballo dai Parmigiani, e ne furono anche malcontenti gli usciti di Parma, perchè abbandonati dal marchese; e però continuarono essi la guerra contra della loro città. Altrettanto fece il marchese Azzo coi collegati romagnuoli [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.] contra de' Bolognesi, seguitando i guasti e gli incendii dall'una parte e dall'altra. Fu eletto in quest'anno per lor capitano di guerra dalle città di Cesena, Forlì, Faenza ed Imola, Uguccione dalla Faggiuola, il quale nel dì 21 di febbraio in Forlì prese il baston da comando, poscia nel mese di maggio uscì con potente esercito a' danni de' Bolognesi. Giunto nelle vicinanze di Castello San Pietro, sfidò a battaglia l'armata vicina dei medesimi Bolognesi, i quali si guardarono di entrare in così pericoloso cimento. Intanto papa Bonifazio non rallentava il suo studio, premendogli forte di far cessare questa guerra; ma per ora non gli venne fatto, siccome neppure ai Fiorentini, che spedirono anch'essi degli ambasciatori a questo fine. Nell'anno presente [Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Italic. Chron. Astense, cap. 18, tom. 11 Rer. Ital.] i Grimaldi e Fieschi usciti di Genova fecero più che mai guerra contro la lor patria; ed accadde che Francesco dei Grimaldi, per soprannome Malizia, vestito da frate minore, s'introdusse nella terra di Monaco, e s'impadronì di esso e de' suoi due castelli, e quivi fortificatosi inferì dei gravissimi danni a Genova, corseggiando per mare. Signoreggia tuttavia in quella terra con titolo principesco la famiglia Grimalda.