MCCXCVIII

Anno diCristo mccxcviii. Indiz. XI.
Bonifazio VIII papa 5.
Alberto Austriaco re de' Romani 1.

Fecesi in quest'anno una brutta tragedia in Germania [Histor. Austr.]. Si guardavano di mal occhio da gran tempo Adolfo re de' Romani, e Alberto duca d'Austria e Stiria, e conte d'Alsazia, figliuolo del fu re Ridolfo. Dicono che Adolfo fosse dietro a privare Alberto de' suoi Stati, e che perciò Alberto si affrettasse di levare a lui il regno. Tirò questi nel suo partito Vincislao re di Boemia, Gherardo arcivescovo di Magonza, il duca di Sassonia e il marchese di Brandeburgo [Chron. Colmar. Henric. Stero, et alii.], principi che cominciarono a trattar di deporre Adolfo, imputandolo d'inabilità al governo del regno per la sua povertà, e ch'egli fosse solamente di danno alla repubblica. Spedirono anche per questo a papa Bonifazio; ma non lasciò Adolfo di inviarvi anch'egli i suoi ambasciatori. Furono favorevoli le risposte del papa ad Adolfo; ma i suoi avversarii fecero credere d'averne anch'essi delle altre, che approvavano i lor disegni. Che più? nella vigilia della festa di san Giovanni Battista di giugno gli elettori di Magonza, Sassonia e Brandeburgo diedero la sentenza della deposizione di Adolfo, ed elessero re il duca d'Austria Alberto. Per questo fu in armi la Germania tutta, e fu decisa la lite nel dì 2 di luglio dell'anno presente con una giornata campale fra gli eserciti di questi due principi presso Vormazia, nella quale restò morto il re Adolfo. Poscia nell'universal dieta, tenuta a Francoforte nella vigilia di san Lorenzo, a pieni voti fu eletto re de' Romani il suddetto Alberto duca d'Austria, e coronato solennemente in Aquisgrana nella festa di san Bartolommeo. Fu sommamente disapprovato questo fatto da papa Bonifazio; e però avendogli il re Alberto nell'anno seguente fatta una spedizione di ambasciatori [Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.], per essere confermato dalla santa Sede, sempre il papa rispose ch'egli era indegno dell'imperio, anzi reo di lesa maestà, per aver ucciso il suo sovrano. Benvenuto da Imola [Benvenut., Hist. August.] tanto nella sua Cronichetta, quanto ne' suoi Comenti sopra Dante, aggiugne che Bonifazio assiso sul trono, e tenendo la corona in capo con una spada a lato, bruscamente dicesse a quegli ambasciatori: Io, io son Cesare, io l'imperadore. Può questa essere una fandonia del secolo susseguente; ma è ben fuor di dubbio che nulla potè mai ottenere questo re novello, finattantochè nato al papa bisogno di lui, con subitanea metamorfosi si trovò bella e nuova la di lui promozione, e se gli fecero delle carezze. Si provò nel presente anno il flagello del tremuoto in Italia nella festa di santo Andrea [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 25. Bernard. Guid., in Vita Bonifacii VIII, P. 1, tom. 3 Rer. Ital. Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.], che continuò dipoi a farsi sentire per molti giorni e notti. Diroccò specialmente in Rieti, Spoleti e Pistoia molte chiese e palagi e case; e la gente si ricoverava alla campagna. N'ebbe gran paura anche papa Bonifazio, che soggiornava allora in Rieti, perchè tremò forte il suo palagio, e rifugiossi fuor di quella città nel convento de' frati predicatori; e fabbricata una capanna di legno in mezzo ad un prato, quivi cominciò a prendere riposo. Ma non per questo il feroce animo suo cessava dal procurar la distruzione de' Colonnesi. Fece predicar contra d'essi la crociata, dispensando le medesime indulgenze che si concedevano a chi passava in Terra santa contro i nemici della fede di Cristo.

Fu bensì continuata in quest'anno ancora la guerra fra il marchese Azzo di Este e il comune di Bologna; ma perchè dall'una parte papa Bonifazio, e dall'altra i Fiorentini amici de' Bolognesi andavano trattando di pace, nulla di rilevante seguì in armi fra essi, se non un ridicolo caso che si racconta negli Annali di Modena [Annales Veter. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.]. E fu, che i Bolognesi armati fecero una notte sopra i Modenesi una scorreria, venendo fino al borgo di Santa Agnese, che era vicino alla città, senza che le sentinelle se n'accorgessero e gridassero all'armi. E questo perchè i cani de' borghi cominciarono tutti ad abbaiar forte, e commossero alla stessa sinfonia quelli della città, di modo che le sentinelle per lo tanto strepito non poterono mai intendere ciò che si dicessero i contadini e le genti di fuora. Per questo accidente gli anziani di Modena bandirono tutti i cani, ordinando che fossero uccisi. Io non mi fo mallevadore di questo avvenimento. Nè in Romagna nè in Toscana accaddero novità degne di memoria. Strepitosa bensì riuscì in quest'anno la guerra fra i Genovesi e Veneziani [Contin. Danduli, tom. 12 Rer. Ital. Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Era uscito in corso Lamba Doria ammiraglio de' Genovesi con settantotto ovvero ottantacinque galee, per danneggiare il paese nemico, venendo sino all'Adriatico. A questa nuova i Veneziani fecero il loro sforzo, e misero in mare novantacinque oppure novantasette galee ben armate sotto il comando di Andrea Dandolo. Si scontrarono queste armate navali a Curzola, e nel dì 8 di settembre, festa della natività della Vergine, attaccarono la zuffa. Sì poderoso fu sulle prime l'urto dei legni veneti, che sterminò dieci galee genovesi; ma procedendo poi innanzi con disordine, i Genovesi, gente più ardita e valorosa che allora solcasse il mare, stretti e ben ordinati si spinsero contra di loro, e, dopo molto sangue sparso dall'una e dall'altra parte, misero in rotta l'armata veneta, con riportare una sempre memoranda vittoria. Imperciocchè presero ottantacinque galee, se dicon vero le Storie genovesi, delle quali poi ne bruciarono sessantasette, e l'altre diciotto condussero trionfanti a Genova. Nelle Croniche venete è scritto che sessantacinque galee (numero nondimeno sempre mirabile) vennero in potere de' Genovesi. Per quanto s'ha dalla Cronica Estense [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] e da quella di Cesena [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.], in quel fiero conflitto perderono la vita circa nove mila Veneziani, e ne rimasero prigioni sei mila e cinquecento, oppure sette mila e quattrocento, insieme coll'ammiraglio Dandolo, il quale da lì a pochi giorni per la troppa doglia terminò i guai della vita presente. Ferreto Vicentino [Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.] diffusamente descrive questo memorabil combattimento. Portata a Venezia la dolorosa nuova, ordinò tosto quel senato che si fabbricassero cento galee di nuovo; ma o questo armamento non andò innanzi, o certo a nulla servì. In Parma [Chron. Parmense, tom. eod.] seguì nell'anno presente pace e concordia fra quei cittadini e i lor fuorusciti, per compromesso fatto in Matteo Visconte signor di Milano, dichiarato suo vicario anche da Alberto re de' Romani, ed in Alberto Scotto signor di Piacenza. Ma furono moltissimi i confinati in vigore di quel laudo, colla restituzion nondimeno dei beni loro.


MCCXCIX

Anno diCristo mccxcix. Indizione XII.
Bonifazio VIII papa 6.
Alberto Austriaco re de' Romani 2.

La crociata contra de' Colonnesi, pubblicata da papa Bonifazio, e la guerra lor fatta, avea prodotto finora che all'armi pontificie s'erano arrendute le città di Nepi, Zagaruola, Colonna ed altre terre, dopo lungo assedio e con molto spargimento di sangue, e donate agli Orsini e ad altri nobili romani. Fu anche assediata Palestrina, dove si trovava un gagliardo presidio che rendeva inutili tutti gli sforzi dell'armata papale. Si rodeva di rabbia papa Bonifazio, veggendo di non poter vincere questa pugna; e però, se è vero ciò che racconta Dante poeta [Dante, nell'Infern. Benvenuto de Imola, in Comment. in Dant. tom.... Antiq. Ital.], il quale fiorì in questi tempi, fatto chiamare a sè Guido, già conte di Montefeltro, allora frate minore, a lui, come ad uomo mastro di guerra, volle raccomandar la direzione di quell'assedio. Se ne scusò Guido, allegando l'incompetenza del suo abito con quel secolaresco impiego. Continuò Bonifazio a fargli istanza, perchè almeno gl'insegnasse la maniera di forzar quella terra alla resa. Allora Guido stette sopra sè un pezzo, e finalmente rispose, che conoscendo inespugnabile coll'armi la città di Palestrina, non gli andava per mente se non un ripiego; ma che non si attentava di proporlo per timore d'incorrere in peccato. Oh, se è per questo, replicò allora Bonifazio, io te ne assolvo. Allora Guido gli disse che bisognava promettere molto ed attener poco. Non c'è obbligazione di credere questo fatto a Dante, persona troppo ghibellina, e che taglia dappertutto i panni addosso a papa Bonifazio, tuttochè ancora Giovani Villani [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 6.] ci descriva questo pontefice per uomo di larga coscienza, ove si trattava di guadagnare, e che dicea essergli lecito tutto, purchè fosse utile alla Chiesa. Forse i malevoli inventarono questa novella, con ricavarla dal seguente avvenimento. Imperocchè Bonifazio fece destramente proporre il perdono ai Colonnesi, e, liberalissimo di promesse, rimase d'accordo ch'essi in veste nera andassero a gittarsi ai piedi suoi, confessando i falli ed implorando misericordia. Così fecero. Avuta che ebbe il papa in sua mano Palestrina, lungi dal rimettere in pristino i Colonnesi, come n'avea, per quanto dicono, data parola, fece spianare dai fondamenti quella città, privandola d'ogni onore, e fino del nome, con fabbricarne un'altra in altro sito, e darle il nome di Città Papale. Cacciò ancora prigione Giovanni da Ceccano degli Annibaldeschi lor parente, e confiscò tutti i suoi beni. Atterriti da questo procedere i Colonnesi, tutti fuggirono, chi in Sicilia, chi in Francia ed in altri luoghi, e tenendosi con somma cura celati, finchè arrivò l'ultima scena dello stesso pontefice, che intanto di nuovo li bandì e perseguitò a tutto potere.

Benchè alcuni degli antichi scrittori col non accennare gli anni e i tempi precisi degli avvenimenti, sieno di non poco imbroglio ai posteri che prendono a compilare una storia; e di questo difetto non vada esente Niccolò Speciale, e dopo di lui il Fazello, storici siciliani; pure vo' io credendo che gli affari della Sicilia si possano registrare nella forma seguente [Nicolaus Specialis, lib. 4 cap. 4, tom. 10 Rer. Ital.]. Giacomo re d'Aragona nell'anno precedente tornato a Roma, e partitosene carico di benedizioni e insieme di oro pontificio, passò a Napoli per concertare col re Carlo II suocero suo le operazioni da farsi contra della Sicilia. Fece segretamente esortare don Federigo suo fratello, che almeno rinunziasse le conquiste fatte in Calabria: che così si sarebbe maneggiato qualche accordo; ma non gli fu dato orecchio. Pertanto, unite le forze sue con quelle d'esso re Carlo, e composta una potente armata di vele, coll'insigne ammiraglio Ruggieri di Loria, sul fine d'agosto di esso anno andò a sbarcare in Sicilia. Impadronitosi a tutta prima di Patti, Milazzo e d'altre terre, si pose dipoi all'assedio di Siracusa, città che fu valorosamente difesa da Giovanni di Chiaramonte. Avendo egli poi spedito Giovanni di Loria, nipote dell'ammiraglio Ruggieri con venti galee per recar vettovaglie al castello di Patti, assediato dai Siciliani, i Messinesi, usciti con sedici galee contra di lui, gli diedero battaglia e lo sconfissero. Quattro soli dei suoi legni si sottrassero colla fuga, gli altri col capitano furono condotti presi a Messina. Questa disavventura e la perdita di molta gente o per malattie o per assalti inutilmente dati a Siracusa, fece prendere al re Giacomo la risoluzione di levare il campo di sotto a quella città, e di ritirarsi a Napoli. Giunto alle coste di Milazzo, fece istanza a don Federigo suo fratello per riaver le galee prese con Giovanni di Loria e con altri prigioni, promettendo con ciò di non mai più mettere il piede in Sicilia. Ma nel consiglio di don Federigo prevalse il cattivo parere di nulla volergli concedere. Anzi infelloniti più che mai i Siciliani contro Ruggieri di Loria, per fargli dispetto e vendicarsi di lui, fecero mozzare il capo allo stesso Giovanni suo nipote e a Jacopo della Rocca, come a ribelli del re Federigo.

Passò il re Giacomo il verno in Napoli, nel qual tempo anche Federigo ricuperò molte castella che o spontaneamente o per forza aveano alzate le bandiere del re suo fratello. Come è il costume, non mancarono mormorazioni contra del re Giacomo per la poca prospera campagna dell'anno precedente, non potendosi levar di testa alla gente ch'egli la volesse più per li Franzesi suoi antichi nemici, che pel fratello. Pertanto, affine di smentir queste voci, e di far sempre più palese la sua lealtà al papa e al re Carlo, fatto un maggiore sforzo di gente e di navi, s'imbarcò sul fine di giugno insieme con Roberto duca di Calabria e con Filippo principe di Taranto, e dirizzò le vele verso la Sicilia. Don Federigo e gli orgogliosi, anzi temerarii Siciliani che si teneano sempre in pugno la vittoria, non vollero aspettarlo, e con quaranta galee (altri dicono di più) vennero alla volta di Napoli. Il Villani [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 29.] fa loro ammiraglio Federigo Doria; Niccolò Speciale gli dà il nome di Corrado, ma nol dice intervenuto a questa battaglia. Scontraronsi le due armate a Capo Orlando, e si venne nel dì 4 di luglio ad un duro e sanguinoso combattimento, in cui, quantunque i Siciliani combattessero da disperati, pure dall'industria e valor di Ruggieri di Loria, ammiraglio nemico, rimasero interamente sconfitti [Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 1, tom. 9 Rer. Ital.]. Il numero de' morti e presi della lor parte si fa ascendere a più di sei mila persone, e ventidue galee restarono in mano dei vincitori. Si salvò, ma con gran fatica, nella sua galea a forza di remi don Federigo, e fu detto che il re Giacomo l'ebbe, o potè averlo prigione, ma lasciollo andare. Periron nel conflitto anche molti Catalani e Pugliesi. Passò dipoi il re Giacomo in Calabria, e, prendendo seco molte truppe preparate ivi per ordine del re Carlo II, colla giunta di dieci galee, sbarcò l'esercito in Sicilia. E allora fu ch'egli fece sapere a Roberto duca di Calabria e a Filippo principe di Taranto suoi cognati, che i suoi affari il richiamavano in Catalogna; essere la Sicilia ridotta in istato che non potea più fare resistenza; non reggergli il cuore a vedere, e meno a procurare ulteriormente la rovina del già rovinato fratello; e voler egli lasciar loro tutta la gloria di terminar quel conquisto. Di colà dunque si portò a Napoli al re Carlo colle medesime scuse, e poi si trasferì in Catalogna, dopo aver ottenute le promesse da lui fatte al papa ed al suocero. Vi ha chi dice [Summonte, Ist. di Napoli.] che fu ben visto dal buon Carlo II, il quale si obbligò a rifargli le spese occorse in quell'armamento, ascendenti alla somma di più di ducento mila oncie d'oro. Altri narrano che fu mal veduto, e creduto d'accordo col fratello, in guisa che discaro a' Franzesi, e maledetto dai Siciliani, abbandonò in fine l'Italia. La Cronica di Forlì [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.] aggiugne ch'egli si partì, perchè non gli era pagato il soldo promessogli da papa Bonifazio VIII. La partenza del re Giacomo e il buon cuore de' Messinesi rinforzò in tante avversità l'animo di don Federigo. Ma il duca di Calabria Roberto occupò intanto varie terre di Sicilia, e massimamente quella di Chiaramonte. Presentatosi ancora coll'esercito sotto Catania, guadagnò ivi de' traditori, che gli diedero in mano senza spendere sangue quella città. Ribellaronsi pure altre non poche terre in Valle di Noto, con apparenza che già inclinasse la fortuna a troncare affatto le ali a don Federigo, quando essa all'improvviso si dichiarò in suo favore. Aveva il duca di Calabria spedito Filippo principe di Taranto suo fratello con un corpo d'armata per terra, assistito da alquante galee per mare, nella valle di Mazara, per far altre conquiste in quelle parti. Don Federigo, che s'era postato nel forte castello di San Giovanni per vegliare agli andamenti dei nemici, con quelle forze che potè raunare andò a trovare il principe nel piano di Formicara, e gli diede battaglia. Rimase sconfitto il principe, ed egli stesso, ferito e scavalcato, fu in pericolo d'essere ucciso dai Catalani in vendetta di Corradino, se non accorreva a tempo don Federigo, che gli salvò la vita. Quasi tutto il resto de' vinti fu condotto nelle prigioni. A questa disavventura de' Franzesi tenne dietro un'altra. Fu data speranza da un prigione ai baroni del duca di Calabria di metterli in possesso del forte castello di Gallerano. Andarono moltissimi d'essi col conte di Brenna loro comandante a prendere questo boccone. Ma il trattato era doppio. Sorpresi all'improvviso da Blasco di Alagona capitano di don Federigo, tutti furono fatti prigioni. Così procedevano gli affari della Sicilia.