Nel febbraio dell'anno presente fu posto fine alla guerra che bolliva tra Azzo VIII marchese d'Este, signor di Ferrara, e i Bolognesi. Il pontefice e i Fiorentini ne furono i mediatori [Annales Estenses, tom. 15 Rer. Ital. Matthaeus de Griffonibus, Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Fatto un compromesso nel medesimo papa per le castella disputate fra i Bolognesi e Modenesi, egli proferì un laudo, che fu creduto iniquo dai Modenesi. Benchè Galvano Fiamma [Gualv. Flamma, Manip. Flor.] e gli Annali Milanesi [Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.] mettano sotto l'anno precedente ciò che ora io son per dire degli avvenimenti della Lombardia, pure sembra più sicuro il seguitar qui il Corio [Corio, Istor. di Milano.], assistito dalla Cronica d'Asti [Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.] e da Benvenuto da San Giorgio nella Storia del Monferrato [Benvenuto da San Giorgio, tom. 28 Rer. Italic.]. Era già arrivato Giovanni marchese d'esso Monferrato all'età capace di consigli politici e militari; e dispiacendogli la potenza di Matteo Visconte che signoreggiava non solamente in Milano, Vercelli e Novara, ma anche in Casale di Sant'Evasio, e teneva una specie di dominio nel Monferrato stesso: collegatosi col marchese di Saluzzo, col conte Filippo da Langusco e coi Pavesi, nel mese di marzo fece rivoltare la città di Novara, da cui appena si salvò Galeazzo, primogenito d'esso Matteo, che v'era per podestà. Altrettanto fece la città di Vercelli, e poi Casale suddetto. Susseguentemente tutti questi signori e popoli si collegarono nel mese di maggio coi Bergamaschi, Ferraresi e Cremonesi, e con Azzo marchese d'Este signor di Ferrara, contro al Visconte. Uscirono poscia in campagna, cadauno dalla lor parte, ed uscì anche Matteo Visconte aiutato con gagliarde forze da Alberto Scotto signor di Piacenza, dai Parmigiani e da Alberto dalla Scala signor di Verona, al cui figliuolo Alboino avea Matteo data in moglie una sua sorella. Nulladimeno con tanti movimenti d'armi ciascuno si guardò dall'avventurarsi a battaglia. Ed avvenne che Azzo marchese d'Este [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Italic.] con settecento uomini d'armi e quattro mila fanti, mossosi in soccorso de' Cremonesi, arrivò sino a Crema. Ma perciocchè corsero sospetti ch'egli macchinasse l'acquisto di Cremona, o perchè i maligni seminarono delle zizzanie; certo è ch'egli giudicò meglio di ritornarsene a casa. Matteo Visconte, che si vedea attorniato da tante armi, siccome accorto e saggio personaggio, addormentò tutti con un trattato di pace, che fu conchiuso e pubblicato sul principio d'agosto. In tal credito era salita in questi tempi la potenza de' Genovesi per le riportate vittorie [Continuator Danduli, tom. 12 Rer. Ital. Giovanni Villani lib. 8, cap. 27. Stella, Annal. Genuens., lib. 2, tom. 17 Rer. Ital.], che i Veneziani presero lo spediente di venire alla pace con loro. Questa fu maneggiata di comune concordia da Matteo Visconte, e n'ebbero molto onore i Genovesi, perchè s'obbligarono i Veneziani di non navigare nel mare Maggiore, nè in Soria con galee armate per tredici anni avvenire. Furono perciò rimessi in libertà tutti i prigioni. Similmente i Pisani comperarono la pace da essi Genovesi con due condizioni, cioè con cedere loro una parte della Sardegna e Bonifazio in Corsica, e promettere di non uscire in mare con galee armate per lo spazio di quindici anni venturi. Nel mese ancora d'aprile seguì in Faenza [Chron. Foroliviense, tom. 22 Rer. Ital.] un congresso degli ambasciatori di Matteo Visconte, di Alberto dalla Scala, di Azzo e Francesco marchesi d'Este, e de' Bolognesi, per mettere concordia fra essi Bolognesi e le città della Romagna e i Lambertazzi fuorusciti di Bologna. Fu questa pur anche dipoi conchiusa: laonde riuscì degno di memoria quest'anno per cagione di tante paci. Ma in Mantova succederono delle novità [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Ferretus Vicentinus, Histor., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.]. Era quivi signore Bardelone de' Bonacossi. Taino suo fratello, voglioso di quel dominio, ricorse ad Azzo marchese d'Este per aiuto; ma poi, senza voler la gente che gli veniva esibita, se ne tornò a Mantova. Rimasero poi burlati tanto egli, quanto Bardelone, perchè Botticella de' Bonacossi loro nipote, figliuolo di Giovannino, ottenuto un buon corpo di soldatesche da Alberto dalla Scala signor di Verona, scacciò l'uno e l'altro, e prese egli la signoria di quella città. Se ne fuggirono i fratelli scacciati a Ferrara, dove furono con onore accolti dal marchese. Bardelone poscia passò a Padova, dove poco ben veduto da que' nobili, perchè caduto in povertà, nel terzo anno del suo esilio miseramente terminò la vita. Allora si trovò più sicuro nella sua signoria Boticella co' suoi due fratelli Rinaldo Passerino e Butirone: nomi o sopprannomi strani di questi secoli.
MCCC
| Anno di | Cristo mccc. Indizione XIII. |
| Bonifazio VIII papa 7. | |
| Alberto Austriaco re de' Romani 3. |
Celebre fu l'anno presente per quello che noi chiamiamo ora giubileo universale, inventato e celebrato per la prima volta da papa Bonifazio VIII. S'era sparsa una voce in Roma, dilatata poi per gli altri paesi, che di grandi indulgenze si guadagnavano visitando le chiese romane nell'ultimo anno di ogni secolo [Raynald., in Annal. Ecclesiast.]. Se ne cercarono i fondamenti, ma senza trovarne vestigio; nè si andò allora a pescarli nel Testamento vecchio, nè saltò fuori in que' tempi il nome di giubileo. Nel gennaio e febbraio si vide un prodigioso concorso di pellegrini in Roma; e ciò diede allora motivo a papa Bonifazio di formare una bolla, con cui concedeva indulgenza plenaria a chiunque visitasse in quell'anno le chiese di Roma ogni dì una volta nello spazio di quindici giorni per li forestieri, e di trenta per li Romani. E questo per soddisfare alla divozion dei popoli, divozione che tornava anche in sommo profitto del papa a cagion delle grandi limosine che spontaneamente si faceano dai pellegrini alle chiese, e andavano in borsa del papa [Giovanni Villani, lib. 38, cap. 6.]; siccome ancora del guadagno che ne ridondava ai Romani, i quali esitavano molto vantaggiosamente le lor grazie. Fin qui le indulgenze plenarie erano cose rare, nè si soleano guadagnare, se non nell'occasion delle crociate. Aperta questa maggior facilità di conseguirle, senza mettere a rischio la vita propria, senza viaggi lontanissimi e pericolosi, non si può dire che folla di gente da tutte le parti della cristianità concorresse nell'anno presente. Pareva una continua processione, anzi un esercito in marcia per tutte le vie maestre d'Italia; e Giovanni Villani, che andò per tale occasione a Roma, ci assicura che quasi non v'era giorno, in cui non si contassero in quell'alma città ducento mila forestieri, d'ogni sesso ed età, venuti a quella divozione. Ed in questo anno appunto diede esso Villani principio alla sua stimatissima Cronica. La pace fu quasi universale per l'Italia, grande l'abbondanza de' viveri in questo anno; e però dappertutto si viaggiava con sicurezza, e nulla mancava ai viandanti che aveano da potere spendere. Guglielmo Ventura, autore della Cronica di Asti [Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.], il quale si portò anch'egli a guadagnar questa indulgenza, lasciò scritto essersi fatto il conto che ben due milioni di persone concorsero in quest'anno a Roma; e tanta essere stata la folla, che vide più volte uomini e donne conculcate sotto i piedi degli altri, ed essersi egli trovato in quel pericolo. Attesta anch'egli che abbondanza di pane, vino, carni, pesci e vena si trovò in Roma; carissimo era il fieno, carissimi gli alberghi. Poscia aggiugne: Papa innumerabilem pecuniam ab eisdem recepit, quia die ac nocte duo clerici stabant ad altare sancti Pauli, tenentes in eorum manibus rastellos, rastellantes pecuniam infinitam. Fu istituita questa indulgenza per ogni centesimo anno da papa Bonifazio; ma i successori, per soddisfare alla divozion dei popoli, e al guadagno ancora de' Romani, fecero in ciò delle mutazioni, con istabilirla in fine ad ogni venticinque anni, come è oggidì.
In quanto alla guerra di Sicilia, quattrocento e più uomini d'armi furono spediti da' Fiorentini in rinforzo di Roberto duca di Calabria, e n'era capitano Rinieri de' Buondelmonti. Racconta Niccolò Speciale [Nicolaus Specialis, lib. 5, cap. 13, tom. 10 Rer. Ital.] che questi Toscani, arrivati a Catania, dove esso duca soggiornava, facevano dappertutto i tagliacantoni, vantandosi spezialmente di voler condurre in quella città prigione il generale dei Siciliani Blasco da Alagona. Ma che queste smargiassate andarono a finire in nulla; laonde derisi non men dai Franzesi che da' Siciliani, non passò il mese d'agosto che si dispersero, disertando la maggior parte. Toccò in questo anno una maledetta percossa ai Siciliani. Uscirono essi in corso colla lor flotta di ventisette galee comandata da Corrado Doria, per bottinare nelle riviere del regno di Napoli [Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital. Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.]. Giunsero baldanzosi sino all'isola di Ponza. Ruggieri di Loria, che era ito a Napoli per menare dei nuovi sussidii di gente e di legni al duca di Calabria in Sicilia, mise anch'egli in punto la sua flotta, con cui per buona ventura capitate sette galee genovesi de' Grimaldi nemici dei Doria, si vennero ad unire. Andò poscia in traccia dell'armata siciliana, la quale, contuttochè sapesse venire un sì prode ammiraglio con quarantotto galee, invece di ritirarsi, volle piuttosto azzardare una battaglia. Fu questa sanguinosa nel dì 14 di giugno, e, secondo il costume, i più vinsero i meno. Sette sole galee de' Siciliani scamparono; le altre tutte coll'ammiraglio Doria, Giovanni di Chiaramonte ed altri nobili, oltre ad una gran ciurma, vennero in potere di Ruggieri. Passato esso Ruggieri in Sicilia, seguirono varii altri fatti ora prosperi, ora contrarii. Roberto duca di Calabria assediò strettamente per mare Messina, di modo che quella città s'era omai ridotta per la mancanza de' viveri agli estremi. S'aggiunse a questo malore de' Messinesi l'altro dell'epidemia, che facea molta strage; eppure quel popolo piuttosto elesse, se occorreva, di perdere quante vite aveano, che darsi ai Franzesi: tanto era in orrore il loro nome in quelle contrade. Don Federigo, principe d'incredibil coraggio e senno, non mancò di portar più volte in persona all'afflitta città soccorso di vettovaglie, e di asportarne i poveri, ridotti in pelle ed ossa: finchè, entrata l'epidemia anche nell'armata del duca Roberto, si sciolse l'assedio. Allora fu che la duchessa Violanta, moglie d'esso duca e sorella di don Federigo, cominciò a trattare di tregua; e questa fu conchiusa per sei mesi, e nel lido di Siracusa si abboccarono il duca e don Federigo. Poscia Roberto, lasciata la moglie in Catania, passò a Napoli per ragguagliare il padre dello stato delle cose, e delle maniere di vincere la Sicilia.
Tutta fu nell'anno presente in festa la Lombardia per le soprammodo magnifiche nozze di Beatrice Estense, sorella di Azzo VIII marchese d'Este e signor di Ferrara, Modena e Reggio, e vedova del conte Nino de' Visconti di Pisa, signore di Gallura, cioè della quarta parte della Sardegna, con Galeazzo primogenito di Matteo Visconte signor di Milano [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.]. Certo è che nella festa di san Giovanni Batista di giugno dell'anno presente furono esse solennizzate in Modena, con avere il marchese fatto cavaliere esso Galeazzo Visconte; e però si riconosce sconvolta di un anno la cronologia di Galvano Fiamma [Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 338.] e degli Annali Milanesi [Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.], che ciò riferiscono all'anno precedente. Concordano tutti gli scrittori che straordinaria fu la magnificenza di tali nozze: sì grandi furono gli apparati, i conviti, le giostre, gli spettacoli, il concorso degli ambasciatori e della nobiltà di tutte le città di Lombardia e marca d'Ancona. Nè solo in Modena, ma anche in Parma, e massimamente in Milano, si replicarono gli addobbi, le feste e i bagordi con tale suntuosità, che memoria non v'era d'una somigliante in Italia, e neppur ne' regni vicini. Vennero in questo anno alle mani in Pavia la fazione di Filippo conte di Langusco, appellato anche Filippone, e quella di Manfredi da Beccheria, e ne seguirono ammazzamenti, ruberie e prigioni [Corio, Istor. di Milano.]. Restò al di sotto Manfredi, e gli convenne andarsene ramingo, e il conte rimase signore della città. Matteo Visconte, volpe vecchia, si mischiò in questa discordia sotto colore di maneggiar l'accordo, e favorì il conte, al cui figliuolo ancora promise in moglie una sua figliuola; ma, scopertosi poi che Matteo sotto mano amoreggiava Pavia, si sciolse fra loro la amicizia, divenendo nemici giurati da lì innanzi. In quest'anno nel dì 25 di maggio [Chron. Caesenat., tom. 14 Rer. Ital.], Federigo conte di Montelfetro, figliuolo del fu conte Guido, Uberto dei Malatesti e Uguccione dalla Faggiuola, allora podestà di Gubbio, di concordia scacciarono da quella città la parte guelfa. Avendo questa fatto ricorso a papa Bonifazio VIII, venne tosto ordine al cardinal Napoleone degli Orsini, governatore del ducato di Spoleti, di assediar Gubbio. Fu eseguito il comandamento, e nel dì 25 di giugno, coll'aiuto de' Perugini, vi rientrarono i Guelfi, scacciandone i Ghibellini, e commettendo assaissimi saccheggi ed uccisioni [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 43.].
Mandò nel mese di ottobre il papa per governatore della Romagna il cardinal Matteo d'Acquasparta: nel qual tempo Forlì, Faenza, Cesena ed Imola erano disubbidienti alla Chiesa. Cominciò egli con buona maniera a pacificar queste città. Ma in questi tempi fece gran progressi nella Toscana il veleno della discordia. Riferisce Giovanni Villani all'anno presente il principio delle rivoluzioni di Pistoia: Tolomeo da Lucca [Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Italic.] le fa cominciate molto prima. In quella città si divise in due fazioni la potente famiglia de' Cancellieri, a cagion di brighe sopravvenute fra loro, e ne seguì un funesto sconvolgimento de' cittadini per le parzialità, con battaglie ed ammazzamenti. I Fiorentini, a' quali premeva che quella città stesse ferma nel partito guelfo, s'interposero allora con forza, e operarono che i principali tanto della parte Bianca come della Nera fossero mandati ai confini. I più si ridussero a Firenze, cioè i Neri in casa de' Frescobaldi, i Bianchi in quella de' Cerchi, tutte e due ricche e possenti famiglie. Era Firenze in questi tempi in alto stato, morbida per la gran popolazione, e più per le ricchezze. Descrive il Villani le delizie e sollazzi [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 38.] che si praticavano allora in quella città; ma giacchè non aveano ora que' cittadini da spendere i lor pensieri intorno alla guerra, perchè si trovavano in pace co' vicini, cominciarono a gareggiare e riottar fra loro a cagione de' Pistoiesi, con prendere gli uni a favorire i Neri, e gli altri a proteggere i Bianchi. Perciò quasi tutte le famiglie fiorentine de' grandi s'impegnarono in queste scomunicate brighe. Capo della setta de' Neri fu Corso de' Donati, e Vieri de' Cerchi, capo dell'opposto, venendo perciò a dividersi tutta la città di Firenze. Nè si stette molto a prorompere in contese, zuffe ed amarezze mortali. Papa Bonifazio, avvertito di questo detestabil disordine, e pregato di rimedio, spedì colà il suddetto cardinal Matteo d'Acquasparta, uomo savio, con ordine di riformare la terra. Venne ben egli, e fece quanto potè; ma ritrovò tali durezze nelle teste ambiziose della parte Bianca, padrona allora del governo, che gli convenne tornarsene a Roma, con lasciar la città peggio che prima sconvolta: incendio che divampò dipoi in aperte sedizioni e scandali più gravi.