Anno diCristo mccci. Indizione XIV.
Bonifazio VIII papa 8,
Alberto Austriaco re de' Romani 4.

Grandi erano in questi tempi le applicazioni di papa Bonifazio per dar legge a tutti i principi della cristianità [Raynaldus, in Annal. Eccl.]. Voleva regolare a talento suo la succession del regno d'Ungheria; era dietro a detronizzare Alberto Austriaco re de' Romani, trattandolo come reo di lesa maestà; ma egli si seppe ben difendere, ed atterrò chi era mosso dal papa contra di lui. Avea anche liti esso pontefice con Filippo il Bello re di Francia, il quale, senza riguardo alcuno, opprimea le chiese e gli ecclesiastici del suo regno. Meditava inoltre esso pontefice la conquista dell'imperio greco. Ma, per tralasciar altre sue idee, il principal suo pensiero era quello di levar la Sicilia a don Federigo. A questo fine tornò a sollecitare Giacomo re d'Aragona ed altri principi e le città d'Italia, concedendo liberamente le decime degli ecclesiastici da impiegarsi in questa santa impresa. Soprattutto immaginò egli di poter fare un bel colpo con far venire in Italia Carlo di Valois, fratello del re di Francia, il quale non so perchè venga chiamato da varii scrittori Carlo senza terra, quando egli era conte d'Angiò, ed è anche chiamato Guercio nella Cronica di Cesena [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.]. Gli diede Bonifazio speranza di crearlo re de' Romani dopo la deposizione dell'odiato re Alberto, e di mandarlo a prendere il possesso dello impero greco, giacchè egli, con avere sposata Caterina di Courtenai, nipote di Baldovino imperadore, ma solamente di titolo, di Costantinopoli, nudriva delle magre pretensioni su quelle contrade. Il disegno primario nondimeno del papa era di spignere questo principe contra della Sicilia, giacchè il re Carlo II gli parea un dappoco, e non atto a ricuperar quel regno. Calò dunque in Italia Carlo di Valois, accompagnato da un corpo di soldatesche franzesi, per effettuare i grandiosi disegni del papa, e per essere il suo braccio destro, massimamente in Italia. Grande onore e bei regali gli fece il marchese Azzo d'Este nel suo passaggio per Modena [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], e gli prestò assai danaro. Ito ad Anagni a baciar i piedi al papa, fu da lui creato conte di Romagna, capitano del Patrimonio e signore della marca d'Ancona [Ptolom. Lucens., Annal. brev. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. La prima incumbenza che gli diede il papa, fu quella di passare a Firenze col titolo di paciere, per dar sesto a quella disunita e fluttuante città. Il servì di proposito questo principe [Dino Compagni, lib. 2, tom. eod.]. Entrò egli in Firenze nella festa d'Ognissanti, ricevuto con grande onore, ma non senza grave sospetto della parte Bianca. Dimandò e volle la signoria e guardia della città, giurando di mantenerla in pacifico e buono stato. Ma nulla attenne di quanto avea promesso. Lasciò entrare in città Corso Donati con tutti gli sbanditi, con gran copia di ribaldi, che fecero per cinque dì ruberie immense ed incendii nella città e nel contado. Poscia atterrò la parte Bianca dominante, e diede il governo alla Nera. Venne appresso nel novembre stesso a Firenze il cardinal Matteo d'Acquasparta legato del papa, per rimediare a tanta confusione, e fece far molte paci; ma volendo ancora accomunar gli uffizii colla parte Bianca, i Neri, che erano saliti in alto, e sostenuti da esso principe Carlo, non vollero udirne parola; di modo che il legato con isdegno si partì, lasciando la città interdetta e in istato assai compassionevole. Questo fu il primo bel servigio prestato da Carlo di Valois alle intenzioni, che parvero buone, di papa Bonifazio, ma non parvero così a Giovanni Villani [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 48.], il quale attribuisce tutti questi mali allo sdegno di lui contra de' Cerchi e della parte Bianca. E Ferreto Vicentino [Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.] ci vorrebbe far credere che il papa fosse dietro ad insignorirsi della Toscana. Nel maggio di quest'anno la parte bianca di Pistoia coll'aiuto de' Bianchi, allora dominanti in Firenze, cacciò fuori della città i Neri, e disfece barbaramente tutte le lor case, palagi e possessioni. Tutta questa tragedia è diffusamente descritta da Dino Compagni, autor contemporaneo, nella sua Cronica. Passarono i Neri la maggior parte a Lucca, e servirono di un gran rinforzo alla parte nera, cioè guelfa di quella città; la quale, venuta all'armi, ne cacciò la parte ghibellina, cioè gl'Interminelli e i loro seguaci, e vi arsero più di cento case [Ptolom. Lucens., Annal. brev.]. Così le maledette sette si andavano dilatando per tutta la Toscana. Risvegliossi di nuovo in Bergamo la gara delle fazioni di quella città, cioè tra i Coleoni, Soardi, Bongi e Rivoli, e si venne fra loro alle mani. Spedirono i Coleoni e Soardi a Milano con istanza, perchè Matteo Visconte corresse colà, promettendogli il dominio di quella città. Non si fece egli pregare. L'arrivo suo con gente armata mise in fuga i Bongi e i loro aderenti, ed allora fu data ad esso Visconte la signoria di Bergamo. Ci fa sapere la Cronica di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.] che quella città fu presa da Galeazzo, figliuolo di Matteo colla forza, e che le case dei Bongi e Rivoli e de' lor partigiani, dopo il sacco, furono date alle fiamme. Nel mese di marzo di quest'anno Giovanni marchese di Monferrato cogli Avvocati, famiglia potente di Vercelli [Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.], cacciò fuori di quella città la parte de' Tizzoni, i quali si rifugiarono in Milano, giacchè durava la guerra fra Matteo Visconte e il suddetto marchese, collegato con Filippo conte di Langusco signor di Pavia, e coi Novaresi e Vercellini. In quest'anno i Bolognesi, per tema del marchese Azzo d'Este, che facea grande armamento [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.], stabilirono lega coi comuni d'Imola, Faenza, Forlì e Pistoia, e coi Bianchi fuorusciti di Firenze. Costituirono loro capitan generale Salinguerra, siccome gran nemico della casa d'Este. Scrivono gli storici napoletani [Costan. Summonte, et alii.] che in questo anno venne a morte Carlo Martello, primogenito di Carlo II re di Napoli, già dichiarato re d'Ungheria, con dire eziandio ch'egli era andato in quel regno, vivente ancora il re Andrea. Egli lasciò dopo di sè un figliuolo, dicono appellato Cariberto, quasi Carlo Roberto, ma chiamato Carlo Uberto da Ferreto Vicentino, il qual poi fu solamente appellato Carlo, ed entrò finalmente in possesso del regno d'Ungheria, con propagar la linea di quei re della casa reale di Francia. Il Rinaldi, all'incontro, insegna [Raynaldus, Annal. Eccles., ad annum 1295.] che questo principe mancò di vita nell'anno 1295. Il Bonfini [Bonfin., de Reb. Hungaric.] lascia imbrogliato questo punto. Per me credo che deggia prevalere la sentenza di Rinaldi, e che gli scrittori moderni abbiano preso equivoco nel nome di Carlo, comune al Martello padre e al figliuolo. L'autore anonimo, ma contemporaneo, della Cronica di Parma chiaramente scrive al suddetto anno 1295 [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]: Eodem anno dominus Carolus rex Hungariae, et uxor ejus in civitate Neapoli obierunt, et dictum fuit, quod erant tossicati. Il sospetto di questo veleno andò addosso a Roberto duca di Calabria, secondogenito del re Carlo II e suo fratello, per isregolata voglia di succeder egli al padre nel regno di Napoli. Essendo morto Andrea re d'Ungheria senza figliuoli, nacque nell'anno presente controversia per la succession di quel regno. Vincislao re di Boemia fece coronare re d'Ungheria Vincislao suo figliuolo; ma un'altra parte de' principi tenne per Carlo, figliuolo del re Carlo Martello. Regem Carolum filium Caroli Martelli nati de Ungara, similiter coronari procuravit: sono parole di Tolomeo da Lucca [Ptolom. Lucens., Annal. Brev.], scrittor di questi tempi. Ed appunto questo Carlo, e non già suo padre Carlo Martello, quegli fu che, assistito dal papa e dai Cumani e Tartari, arrivò ad essere re d'Ungheria. Mandò nell'anno presente Carlo di Valois per suo vicario nella Romagna Jacopo Pagano vescovo di Rieti [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.], il qual poscia per li suoi cattivi portamenti fu privato del vescovato da papa Bonifazio, e da lì a non molto vergognosamente terminò i suoi giorni nella corte di Roma. Anche Alberto dalla Scala signor di Verona mancò di vita in quest'anno, e succedette a lui nel dominio di quella città Bartolommeo suo primogenito [Continuator Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Patavin., tom. eod.] che per due anni e mezzo in molta grazia di quel popolo tenne il governo.


MCCCII

Anno diCristo mcccii. Indizione XV.
Bonifazio VIII papa 9.
Alberto Austriaco re de' Romani 5.

L'anno fu questo in cui papa Bonifazio e Carlo II re di Napoli si credettero di dar l'ultimo crollo alla Sicilia, sì per la potentissima flotta preparata contro quell'isola, come ancora perchè dovea avere il comando di sì bell'armata Carlo di Valois, principe già rinomato pel suo valore e per le vittorie di Fiandra. A questo effetto nel mese d'aprile esso Carlo, partitosi da Firenze, accompagnato da mille maledizioni, passò alla corte di Roma, e di là a Napoli, dove trovò preparato quell'armamento, ascendente, secondo il Villani [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 49.], a più di cento tra galee, uscieri e legni grossi, senza contare i sottili [Nicol. Special., lib. 6, cap. 7, tom. 10 Rer. Ital.]. Imbarcatosi con Roberto duca di Calabria e Raimondo Berengario di lui fratello, andò a sbarcare in Sicilia, dove ebbe tosto a tradimento Termoli e pochi altri luoghi da nulla. Mise poi l'assedio alla terra di Sacca; e intanto don Federigo, non avendo forze da poter contrastare in campagna aperta, or qua or là scorrendo, andava pizzicando l'armata nimica, e impedendo ad essa il trasporto delle vettovaglie. E ben gli giovò l'usar questa spezie di guerra, perchè la mancanza dei viveri, a cui si aggiunse l'epidemia entrata nei cavalli, e molto più nei soldati, crebbe a segno, che Carlo di Valois, per cavarsi con onore da sì sfortunata impresa, cominciò a trattar di pace con assenso del duca di Calabria. Si abboccarono questi tre principi, e fu concordato che don Federigo prendesse in moglie Leonora terzogenita del re Carlo II, con ritenere sua vita natural durante il regno di Sicilia, a condizione che dopo la sua morte esso regno decadesse al re Carlo e ai suoi discendenti; e che si restituissero i prigioni e tutti i luoghi di Sicilia tolti a don Federigo; il quale, in ricompensa, cedesse al re Carlo tutte le conquiste già fatte nella Calabria. Altre condizioni di tal accordo si possono vedere presso il Villani e nella Cronica di Niccolò Speciale. Con questa pace ebbe per ora fine la gran contesa della Sicilia, e si prestò un delizioso pascolo ai cacciatori delle novelle e ai varii giudizii degli oziosi politici. Chi volea male a Carlo di Valois, non mancò di chiamarlo traditore, quasichè, per essere nato da una Aragonese, potesse, ma non volesse, prendere la Sicilia, per compassione allo stretto suo parente don Federigo. E corse per Italia questo satirico motto [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 49.]: Che Carlo era venuto a Firenze per mettervi pace, e lasciolla in guerra; e andato in Sicilia per farvi guerra, ne era ritornato con una vergognosa pace. Furono messi in libertà i prigioni, fra' quali Filippo principe di Taranto, fratello del re Roberto. Si mandò anche la capitolazione al pontefice, affinchè la confermasse; ma egli vi trovò delle difficoltà. Infine perchè cominciava a divampare la di lui rottura con Filippo il Bello re di Francia, per aver dalla sua don Federigo, vi acconsentì nell'anno seguente, obbligandolo a pagare ogni anno di censo alla Chiesa romana tremila oncie d'oro, ossia quindici mila fiorini d'oro, con altri patti. Ed esso Federigo, di consentimento poi del re Carlo, cominciò ad usare il titolo di re della Trinacria, e non già di Sicilia. Celebrò ancora don Federigo, sì gloriosamente uscito di questa guerra, le sue nozze colla suddetta Leonora figliuola del re Carlo II.

In quanto alle liti già insorte fra papa Bonifazio e Filippo il Bello re di Francia, brevemente dirò esser elle nate dal volere il re fare il padron delle chiese, e prendere le rendite de' beni ecclesiastici dopo la morte de' prelati (del che si è disputato anche ai dì nostri), e dall'avere imprigionato il vescovo di Pamiers, e impedito ad altri vescovi di venire a Roma. Papa Bonifazio VIII, che era alto alla mano, e disgustato ancora, perchè il re facea carezze a Stefano dalla Colonna rifugiato in Francia, gli scrisse lettere minacciose, per le quali si attribuiva autorità anche sul temporale dei re, e facoltà di deporli. Filippo il Bello, che in alterigia non la cedeva a chi che sia, nè guardava misura ne' suoi trasporti, si irritò forte contra di papa Bonifazio, e giunse tanto innanzi lo sfrenato impegno, che il papa, benchè non con espresse parole, lo scomunicò; e all'incontro esso re dichiarò pubblicamente di non più riconoscere Bonifazio per papa, ma bensì di tenerlo per un simoniaco ed eretico manifesto ed incorreggibile, appellando perciò al concilio generale. Carlo di Valois, che parea dianzi il Beniamino del papa, o perchè divenuto a lui sospetto tanto per questa diabolica lite, quanto per l'operato in Sicilia, oppure perchè facesse sperare di far cessare il temporal mosso dal re suo fratello: corse in Francia, ma fu dipoi in suo favore contra del pontefice. Se crediamo a Ferreto Vicentino [Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.], questo, principe nel suo passaggio per Roma fu sì aspramente rampognato dal papa, che poco mancò che non mettesse mano alla spada per ucciderlo. Venne in questa maniera il tempo che papa Bonifazio, per procacciar chi l'aiutasse contro la prepotenza del re di Francia, cominciò a mirar di buon occhio Alberto Austriaco re de' Romani, e a trovar buona l'elezion sua, con intavolar seco amicizia e lega, siccome vedremo all'anno seguente.

In questo succedette la stravagante caduta di Matteo Visconte da un alto in un miserabile stato [Gualv. Flamma, cap. 341. Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.]. Signoreggiava egli in Milano, Bergamo ed altri luoghi; non gli mancavano collegati ed amici, e massimamente erano per lui i Parmigiani ed Azzo marchese d'Este, signor di Ferrara, Modena, Reggio, Rovigo, ec., la cui sorella era divenuta sua nuora. Ma appunto questa alleanza gli tirò addosso l'invidia e malevolenza de' vicini, perchè s'andava dicendo che, unita insieme la potenza del Visconte con quella dello Estense, facile loro era il conquistar tutta la Lombardia. Sopra gli altri avea conceputo odio contra di lui Alberto Scotto [Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.], perchè, avendo esso marchese Azzo destinata a lui in moglie Beatrice sua sorella, Matteo se la procacciò per Galeazzo suo figliuolo. Perciò segretamente congiurarono alla di lui rovina Filippo conte di Langusco signor di Pavia, Antonio da Fisiraga signor di Lodi, gli Avvocati di Vercelli, i Brusati di Novara, il marchese di Monferrato, gli Alessandrini, i fuorusciti di Bergamo, i Cremaschi, i Cremonesi, ed altri popoli della Lombardia. Manipolatore di questa lega era il suddetto Alberto Scotto, signore di Piacenza, cabalista di prima riga, che nello stesso tempo facea l'amico intrinseco di Matteo Visconte. Ebbero la loro zampa in questi trattati anche Mosca, Guido ed altri Torriani, che dal Friuli volarono a Lodi per fare la lor parte nella tragedia. Il peggio fu che la nobiltà di Milano, e lo stesso Pietro zio ed altri parenti del Visconte, occultamente rivoltatisi contra di lui entrarono in questa forte lega [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. Ora nel mese di giugno si diede fuoco alla macchina. Alberto Scotto co' Piacentini, Torriani e gli altri collegati, uscito in campagna alla testa di un formidabile esercito, andò a postarsi nella terra di San Martino del contado di Lodi. Venne loro incontro Matteo Visconte con quelle forze che potè raunare; ma, mentre egli era al campo, scoppiò in Milano una sedizion popolare, per cui Galeazzo suo figliuolo, che coi Parmigiani v'era in guardia, ne fu scacciato fuori. Inoltre Corrado Rusca signor di Como, e genero d'esso Matteo, nell'aiuto del quale egli confidava non poco, si unì cogli altri a' suoi danni. Però, scorgendo egli la volubilità della fortuna, e l'impotenza di resistere a tanti nemici, andò nel dì 13 di giugno, oppure nel dì seguente a mettersi in mano del fraudolento Alberto Scotto, capo della lega, che mostrò di voler essere mediatore di pace, e cedettegli il bastone della signoria di Milano, con che gli fosse conservato il godimento de' suoi beni: il che fu promesso. Ma si trovò egli ben tosto deluso; e condotto come prigione a Piacenza, non fu rilasciato, finchè non ebbe consegnato il forte castello di San Colombano, che fu immediatamente distrutto. Venne Matteo a Borgo San Donnino; poscia dopo varii tentativi inutili, per sostener la sfasciata sua fortuna, de' quali parleremo, andò a cercarsi un ritiro, dove ebbe quanto agio volle per ben ravvisare quanto grande sia l'incostanza e caducità delle cose umane. Galeazzo suo figliuolo fuggito a Bergamo, dove non potè sussistere, sen venne a Ferrara con Beatrice Estense sua moglie, che quivi gli partorì un figliuolo, a cui fu posto il nome del marchese Azzo suo zio, e che vedremo ai suoi tempi uno de' più gloriosi principi della casa Visconte, Entrarono in questo mentre i Torriani in Milano, e, ricuperati gli antichi lor beni, si diedero anche a far maneggi per ritornare in signoria coll'appoggio del popolo, e scacciarono dalla città Pietro Visconte con altri nobili, che dianzi furono contrarii anche a Matteo Visconte, perchè voleano repubblica e non signori. Alberto Scotto, gran faccendiere, nel mese di luglio tenne un parlamento in Piacenza, dove si trovarono i Milanesi coi Torriani, Pavesi, Bergamaschi, Lodigiani, Astigiani, Novaresi, Vercellesi, Cremaschi, Comaschi, Cremonesi, Alessandrini e Bolognesi. E fatta una lega, fu data autorità ad esso Alberto di ridurre per amore o per forza nelle lor città tutti i fuorusciti guelfi. Restò ancora conchiuso di obbligar Azzo marchese d'Este a mettere in libertà Modena e Reggio, e di tirar nella lega i Parmigiani, acciocchè questi dessero principio alla guerra contra d'esso marchese; e cominciarono a riedificare e fortificare il castello di Borgo San Donnino, e a far gran levata di gente. Cagion furono le disgrazie de' Visconti che anche in Bergamo si levò il popolo a rumore, ed aprì le porte ai fuorusciti, con iscacciarne poi chi favoriva i medesimi Visconti. Così venne quella città alla ubbidienza d'Alberto Scotto, ed altrettanto fece ancor quella di Tortona. Perchè si erano ridotti in Pistoia molti degli usciti di Firenze e di Lucca, e in quella città signoreggiava la parte Bianca, cioè la ghibellina [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 51. Ptolom. Lucens., Annal. brev.], i Fiorentini e Lucchesi con possente esercito si portarono allo assedio di quella città, guastando tutto il paese all'intorno. Tale nondimeno fu la difesa, che, conosciuto vano il lor disegno, stimarono meglio di ritirarsi, e di strignere il forte castello di Serravalle. Vi stettero sotto i Lucchesi gran tempo, tanto che nel dì 6 di settembre, per mancanza di vettovaglia, si arrenderono i Pistoiesi che vi erano dentro in numero di circa mille, e tutti furono condotti prigioni a Lucca. Presero inoltre essi Lucchesi il castello di Larciano, e misero in rotta i Pistoiesi che venivano per dargli soccorso. In quest'anno a dì 22 di ottobre Federigo conte di Montefeltro, Uguccion della Faggiuola cogli Aretini, e Bernardino da Polenta coi Ravegnani [Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.] fecero oste sopra Cesena, assediarono quella città, saccheggiarono tutto il suo distretto; non vi fu castello che loro non si rendesse, a riserva di Riversano e Firmignano. Immenso fu il danno di quella città, e fu incolpato di tutto Mazzolino de' Mazzolini da Brescia lor podestà. Era in questi tempi governatore della Romagna Rinaldo vescovo di Vicenza. Mentre egli dimorava in Forlì, gli Ordelaffi, cioè i più potenti di quella città, un dì levarono rumore contra di lui, e il ferirono a morte. Ed ecco quante scene di furori e di pazzia si mirassero in questi tempi per buona parte d'Italia.


MCCCIII