Anno diCristo mccciii. Indizione I.
Benedetto XI papa 1.
Alberto Austriaco re de' Romani 6.

Sempre più s'andava inasprendo la nemicizia fra papa Bonifazio VIII e Filippo il Bello re di Francia, principe che quantunque Dio l'avesse flagellato in questi tempi con delle vergognose rotte date alle armate sue dai Fiamminghi, pure più fiero diveniva ed altero. Si fortificò il pontefice in Germania contra gli attentati di questo re, con tirar dalla sua Alberto re de' Romani, e riconoscer ora per bella e buona la di lui elezione. Gli atti di questa riconciliazione, e della confermazione a lui data dal papa, son riferiti dal Rinaldi [Raynaldus, in Annal. Eccles. Annal. Colm.]. E tutto fatto per muovere l'armi di esso Alberto contra del re di Francia. Servì questo per maggiormente accendere lo sdegno del re Filippo, il quale, per far dispetto al papa, e non già perchè sia credibile ch'egli ciò credesse daddovero, pubblicò ventinove capi d'accusa contra di lui, la maggior parte calunnie patenti, e prive d'ogni colore di verisimiglianza, non che di verità. Cioè ch'egli non credea l'immortalità dell'anima, la real presenza del Signore nell'ostia consecrata, la fornicazione peccato; ch'egli era stregone, simoniaco, eretico, con altre simili nefande imputazioni, rimettendosi a provar tutto nel concilio generale, a cui egli appellava. Commosso da sì orrendo procedere papa Bonifazio, fulminò contra di Filippo le censure, dichiarò nulli tutti i suoi atti fatti e da farsi, assolvè i sudditi dal giuramento di fedeltà, con pretendere ancora dipendente nel temporale il regno di Francia dall'autorità e superiorità dei romani pontefici. Intanto il re Filippo, spirando solamente vendetta, spedì segretamente in Italia nel mese di marzo di questo anno Guglielmo da Nogareto suo emissario, uomo di sottilissimo ingegno e di forte stomaco, con un Fiorentino appellato messer Musciatto de' Franzesi, e con buone lettere di cambio. Fermatosi costui ad un castello d'esso Musciatto, si diede a far gente, e a spendere largamente danari e promesse, con inviar messi e lettere per corrompere i nobili della Campania romana e i cittadini d'Anagni. Allorchè fu all'ordine tutto il trattato, di cui non traspirò mai agli orecchi del papa alcun menomo avviso, trovandosi il medesimo pontefice senza sospetto in essa città d'Anagni co' suoi cardinali e con tutta la sua corte, una mattina per tempo nel dì 7 di settembre all'improvviso entrarono in quella città Guglielmo di Nogareto, Sciarra dalla Colonna, i nobili da Ceccano e da Supino, ed altri baroni, con trecento cavalieri e molta fanteria, e colle insegne del re di Francia, cominciando a gridare: Viva il re di Francia. Muoia papa Bonifazio. Anche il popolo d'Anagni, ingrato a tanti benefizii ricevuti dal papa, si unì con loro, e fu anche detto che alcuni dei cardinali fossero mischiati nel medesimo trattato, e fra gli altri il cardinal Napoleone degli Orsini [Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.]. Certo è ch'essi cardinali se ne fuggirono, o si nascosero tutti, lasciando il papa assediato nel suo palazzo. Fece la famiglia sua quella resistenza che potè; ma infine il palazzo fu preso. Allora il papa, tenendosi per morto, volle almen prepararvisi con magnanimità, e, fattosi abbigliare cogli abiti pontificii, colla sacra tiara in capo e colla croce in mano, assiso in una sedia stette aspettando i nemici. Dicono che Guglielmo da Nogareto gli dicesse d'essere venuto non per torgli la vita, ma per condurlo a Lione, dove si terrebbe un concilio generale, e che egli risponderebbe alle accuse pubblicate contra di lui. Certo è che Sciarra dalla Colonna il caricò di villanie e d'obbrobrii, ed anche volle obbligarlo a rinunziare il papato; ma il trovò fermo in voler piuttosto morire che cedere. In così misero stato fu ritenuto per tre dì sotto buona guardia il pontefice, senza che volesse indursi a prendere cibo: tale e tanto era il suo sdegno mischiato col timore e colla sua confusione. Fors'anche dovea temer di veleno. Intanto fu dato il sacco al palazzo e agl'immensi tesori ed arredi del papa. Dopo i tre giorni il cardinal Luca del Fiesco, commiserando le disavventure e la prigionia del pontefice, tanto s'ingegnò, che mosse a rumore il popolo di Anagni, il quale cominciò con alte voci a gridare: Viva il papa, e muoiano i traditori. Allora fu che Sciarra, andato al papa gli parlò con riverenti e dolci parole, esibendogli la libertà, se pur voleva concedergli l'assoluzion dei misfatti, con altre richieste che non si sanno. Tutto gli accordò Bonifazio; e però, usciti della città quei masnadieri, restò libero. Non si è mai potuto intendere perchè costoro tenessero per tanto tempo in quell'agonia il misero pontefice. Se pensavano di condurlo vivo e sano a Lione, non dovevano tardar tanto a metterlo in viaggio, e poteano a man salva farlo sulle prime. Nè si capisce perchè papa Bonifazio, personaggio sì accorto, se voleano promesse, ed anche rinunzie, a tutto non condiscendesse; giacchè non sarebbe egli stato tenuto ad obbligazioni contratte con tanta e così empia violenza.

Comunque sia, Dio non permise che costoro facessero di peggio; e Bonifazio, rimesso in libertà, si affrettò per ritornarsene a Roma, dove giunse, incontrato con indicibil concorso e plauso del popolo romano [Jacobus Cardinalis, in Vita Coelestini V, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Ma che? Sopravvisse ben egli parecchi giorni ancora, ma colla mente sconvolta, parendogli sempre di aver presenti uomini armati che gli volessero levar la vita, e agitato dai fantasmi degli obbrobrii ed oltraggi patiti, tanto più sensibili a lui, quanto che, per confessione di tutti, fu il più superbo uomo del mondo, e maggiormente per l'esecrabile affronto in lui fatto al tanto venerabil carattere di vicario di Cristo, e di capo visibile della Chiesa militante. Meditava egli bensì delle strepitose vendette e un concilio generale, per quivi esporre l'ingiuria ridondante sulla Chiesa tutta; ma, non reggendo allo sdegno ed al dolore, per cui s'infermò, fuori di sè spirò l'anima nel dì 11 d'ottobre dell'anno presente. Racconta qui Ferreto Vicentino [Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.], autore vivuto in questi tempi, delle particolarità taciute dagli altri, le quali non mantengo per vere, ma che tuttavia non han ciera di favole, e forse furono soppresse da altri per non dispiacere a chi tradì lo stesso pontefice. Narra egli adunque che uscirono ad incontrare il papa con una frotta d'armati due dei cardinali Orsini, Matteo Rosso e Jacopo, e il condussero a dirittura al palazzo del Vaticano. A me è noto che allora nella casa degli Orsini fiorivano due cardinali. Napoleone e Matteo Rosso. Nulla so di un Jacopo. Il Ciacconio v'aggiugne il terzo, cioè Francesco cardinale Orsino, creato da papa Bonifazio. E Dino Compagni [Dino Compagni, lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.] anch'egli il chiama degli Orsini. Probabilmente parla Ferreto del cardinal Jacopo Gaetano de' Stefaneschi, nipote degli Orsini, che ci diede la Vita di san Celestino V. Ora il papa, che s'era mezzo accorto dell'avere il suddetto cardinal Napoleone, e, per attestato del suddetto Dino Compagni, anche il cardinal Francesco avuta mano nella trama suddetta, con volto torvo cominciò a guatar gli Orsini. Perciò questi, guadagnate le guardie pontificie, cominciarono a tenerlo stretto: laonde Bonifazio determinò di levarsi dal Vaticano, per passare al palazzo del Laterano, credendosi in questa maniera sottrarsi alla potenza e alle frodi degli Orsini. Ciò risaputo, Matteo cardinale con altri suoi partigiani fu a pregarlo di non muoversi, col pretesto di nuovi pericoli dalla parte del re di Francia; e trovatolo fermo nel suo proposito, gl'intonò a visiera calata che non ne partirebbe, e che essi non voleano vedere de' nuovi scandali. Allora il papa diede in escandescenze; e tentando pure di voler eseguire il suo disegno, fu con buona copia di guardie rinserrato nella sua camera, facendosi intanto correre voce, come è credibile, che ciò si facea perchè il papa era fuor di cervello per la passata orrenda burrasca. Infine, chiedendo egli, se era prigione, gli fu risposto di sì; e che, se avea fatto finora a modo suo, da lì innanzi vivrebbe a modo altrui. A queste intimazioni si accorò l'infelice pontefice, diede nelle smanie, non volle più cibarsi, non potè più prendere sonno, ma furioso diede poi termine alla sua vita una notte, senza che se ne accorgessero i cortigiani suoi. Anche la Cronica di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.] attesta questa nuova prigionia del pontefice. Ma forse procedette ciò dalla prudenza di quei cardinali in vedere il misero pontefice fuor di senno e nelle furie; laonde fu creduto necessario il tenerlo stretto, perchè non ne seguissero altre scandalose novità. E tal fu il fine di papa Bonifazio VIII, personaggio che nella grandezza dell'animo, nella magnificenza, nella facondia ed accortezza, e nel promuovere gli uomini degni alle cariche, e nella perizia delle leggi e dei canoni ebbe pochi pari; ma perchè mancante di quell'umiltà che sta bene a tutti, e massimamente a chi esercita le veci di Cristo, maestro d'ogni virtù, e soprattutto di questa; e perchè pieno d'albagia e di fasto, fu amato da pochi, odiato da moltissimi, e temuto da tutti. Non lasciò indietro diligenza alcuna per ingrandire ed arricchire i suoi parenti, per accumular tesori, ed anche per vie poco lodevoli. Fu uomo pieno d'idee mondane, nemico implacabile de' Ghibellini, e li perseguitò per quanto potè; ed essi, in ricompensa, ne dissero quanto male mai seppero, e il cacciarono ne' più profondi buroni dell'inferno, come si vede nel poema di Dante [Nell'Inferno.]. Benvenuto da Imola parte il lodò [Benevenutus de Imola, Comment. in Dant.], parte il biasimò, conchiudendo in fine ch'egli era un magnanimo peccatore; e divolgarono, aver papa Celestino V detto che egli entrerebbe nel pontificato qual volpe, regnerebbe come lione, morrebbe come cane. Verisimilmente quel santo uomo non proferì mai queste parole. Piuttosto le inventarono i suoi malevoli, autorizzandole poi col metterle in bocca di un santo. Il frutto di chi non sa farsi amare è quello di farsi almeno lacerare, se non succede di peggio. Radunatisi alcuni giorni dopo la morte e sepoltura di papa Bonifazio i cardinali nel conclave, diedero da lì a poco, cioè nel dì 22 d'ottobre, per successore ad un papa mondano, turbolento e iracondo, un papa santo e pacifico [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 66. Ptolomaeus Lucensis, Histor. Bernardus Guido, et alii.]; cioè Niccolò dell'ordine de' Predicatori, cardinale e vescovo di Ostia, bassamente nato nel territorio di Trivigi, ma per le insigni sue virtù alzato ai primi onori, e dignissimo di sedere nella cattedra di san Pietro. Prese egli il nome di Benedetto XI, e fu coronato nella festa d'Ognissanti. Si trovò a quella funzione Carlo II re di Napoli con Roberto duca di Calabria e Filippo principe di Taranto suoi figliuoli, essendovi egli accorso con molte milizie per assicurare la quiete di Roma. Fu detto che papa Bonifazio, perchè questo re gli avea negato l'aiuto dell'armi contra del re di Francia, se fosse vivuto, gli avrebbe fatto gran male; e che già se la intendeva per questo con don Federigo re di Sicilia: dal che nondimeno esso don Federigo si mostrò alieno, e venne solamente con delle navi ad Ostia per dar soccorso al pontefice nelle ultime sue sciagure.

Tentò in quest'anno Matteo Visconte di ritornar in Milano, e fece de' negoziati con Alberto Scotto signore di Piacenza [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], quel medesimo che l'avea poco anzi tradito. Era lo Scotto uomo volubile, e forse mal soddisfatto de' Torriani, laonde infatti s'accordò col Visconte. Ritiratosi dunque dalla lega suddetta, uscì in campagna nel mese d'ottobre, menando un grosso esercito unito cogli Alessandrini e Tortonesi, affine di ricondurre Matteo col figliuolo Galeazzo in Milano. Fu secondato ancora dai Parmigiani, i quali inviarono gente a far le guardie a Piacenza. Dal canto loro si mossero ancora i Veronesi e Mantovani in favore del Visconte. Ma i Torriani coi Milanesi, Bergamaschi, Cremonesi, Lodigiani, Comaschi, Cremaschi, Pavesi, Vercellini e Novaresi, potentemente anche essi fecero oste per impedire i tentativi de' nemici [Corio, Istor. di Milano.]; e venne in persona Giovanni marchese di Monferrato a Milano, siccome antico nemico de' Visconti, per contrastar loro ogni avanzamento. Per così gagliarda opposizione nulla potè fare Alberto Scotto; e Matteo Visconte, che si era impadronito di Bellinzona, Lugano, Varese e del Borgo di Vico, e teneva come assediata la città di Como, al vedere che si facea un gran preparamento di armi per isnidarlo da que' paesi, si ritirò anch'egli, e venne ad assicurarsi in Piacenza. Negli anni addietro la città di Brescia [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.] si trovava in somma disunione per varie fazioni interne e per li Ghibellini fuorusciti. Nel marzo dell'anno 1298 presero que' cittadini il salutevol consiglio di riunirsi, e di richiamare in città i nobili sbanditi. Il che fatto, per ischivar le preminenze e gare nel governo, costituirono per loro governatore Bernardo de' Maggi vescovo della città per cinque anni avvenire. Terminava in questo anno la giurisdizione sua; ma avendo egli assaggiato il dolce del comando, e volendo continuar nella signoria, perchè se gli opponeva Tebaldo de' Brusati, uno de' più potenti nobili, guelfo di professione, coll'adoperar la forza, il cacciò in esilio con altre nobili famiglie, e massimamente i Griffi, Gonfalonieri ed Ugoni. Questo Tebaldo fu poi nell'anno seguente mandato [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.] per conte ossia governator della Romagna da papa Benedetto XI. Anche in Parma [Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.] fu proposto di rimettere in città tutti gli usciti, cioè la parte del vescovo. Ghiberto da Correggio quegli era che più degli altri si sbracciava per questa pace. Non mancavano contradditori, e si fu alla vigilia d'una battaglia fra loro; ma, per cura di Cavalcabò marchese di Viadana e d'altri Cremonesi, cessò l'animosità e il rumore, e finalmente, accettata la concordia, nella festa di san Jacopo di luglio rientrarono in Parma tutti gli usciti con ghirlande in capo, e non ne seguì contrasto alcuno. Si venne allora a conoscere il perchè Giberto da Correggio si fosse cotanto scaldalo per questa concordia. Dopo la nona del giorno stesso i medesimi usciti già guadagnati, unitisi cogli amici e fautori d'esso Giberto, cominciarono con alte voci a gridare: Viva, viva il signor Giberto. Tumultuariamente per questo si tenne consiglio, e in esso fu data al medesimo Giberto la signoria della città. Fecesi in quest'anno sentire un fiero tremuoto nella marca d'Ancona, nella Romagna, in Venezia e Schiavonia, per cui spezialmente in Fano e Sinigaglia caddero a terra molte torri e case. In Firenze [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 68. Dino Compagni, lib. 3.], per la prepotenza di Corso Donati, capo della parte nera, cioè guelfa, si venne a tal rottura fra i cittadini, che era per succederne lo sterminio della città, se non accorrevano i Lucchesi con grosso nerbo di cavalleria e fanteria per mettere pace. Loro fu conceduta per questo molta balia, ed essi pubblicarono varii bandi, tanto che si quetò la terra per allora.


MCCCIV

Anno diCristo mccciv. Indizione II.
Benedetto XI papa 2.
Alberto Austriaco re de' Romani 7.

I pensieri del buon papa Benedetto XI miravano tutti alla pace. Non era egli nè guelfo nè ghibellino, ma padre comune; non seminava, ma toglieva le discordie; non pensava ad esaltar parenti, non a procacciar moneta; e più all'indulgenza che al rigore era portato il benigno animo suo. Diede l'assoluzione ai due deposti cardinali Jacopo e Pietro Colonnesi, e restituì loro molti privilegii, ma non gli Stati, nè il cappello cardinalizio. Fulminò le censure contra di Guglielmo da Nogareto, Sciarra dalla Colonna ed altri che aveano insultato il defunto pontefice, e rubato il tesoro della Chiesa in Anagni. Cassò o mitigò molte costituzioni d'esso papa Bonifazio, perchè fatte di suo capriccio, senza voler dipendere dal consiglio dei fratelli, cioè del sacro collegio de' cardinali. Specialmente annullò quelle che riguardavano Filippo re di Francia, con rimettere quel re e regno in possesso di tutti i suoi privilegii. Ma il santo padre, stando in Roma, si trovava come in prigione, perchè in città piena allora di fazioni e di prepotenti; e i primi fra essi erano i cardinali delle famiglie grandi di Roma, che a modo loro voleano raggirar la corte; laonde restavano impuniti i misfatti, e una sfrenata licenza regnava dappertutto [Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic.]. Al buon papa pareva mille anni un'ora, per potersi levare da sì scompigliata città; e però, venuta la primavera, pubblicò di voler per sua divozione passare ad Assisi. Se gli opposero forte i cardinali, per paura che scappasse loro dalle unghie; ma per buona fortuna il cardinal Matteo Rosso degli Orsini, capo di gran fazione, per suoi segreti fini approvò l'andata; e così venne il buon papa a Perugia, dove piantò la sua residenza. Bramoso intanto di ridurre alla pace i troppo disuniti Fiorentini, spedì colà Niccolò da Prato cardinale e vescovo d'Ostia, personaggio di gran senno ed attività, e ghibellino di nascita, incaricandolo specialmente di ridurre in Firenze la parte de' Bianchi fuorusciti [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 69. Dino Compagni, lib. 3.]. Andò il cardinale, trovò il popolo tutto per lui, che gli diede ampia balia di far la pace. Ma i grandi della parte nera, cioè guelfa, non potendo sofferire che i Bianchi ghibellini tornassero e volessero parte nel governo, nè sapendo come parar questo colpo, ricorsero ad un sottile inganno; e fu quello di fingere una lettera a nome del cardinale legato, col suo sigillo, ai Bolognesi, acciocchè venissero con tutte le loro forze a Firenze. Arrivarono i Bolognesi con gran gente sino al piano di Mugello; e, udita la lor venuta, come ordinata dal legato, i grandi fiorentini ne fecero alti schiamazzi, e se ne risentì forte anche il popolo. E tuttochè il cardinale protestasse di non avere mai scritto perchè i Bolognesi venissero, e li rimandasse indietro; pure s'incagliarono in maniera gli affari, che fu consigliato il cardinale di andare a divertirsi per qualche giorno a Prato. Vi andò egli, ma gli astuti Fiorentini avendo sovvertiti segretamente i Guazzalotti, potente famiglia di quella terra, ed altri Guelfi, si levò a rumore il popolo di Prato contra del cardinale, il quale non si aspettava nella patria sua un trattamento di tanta ingratitudine; e però se ne partì tosto, con lasciare scomunicati i Pratesi, e sotto l'interdetto la terra. Tornossene a Firenze; ma, per quanto dicesse e facesse, trovò ostinati nemici della concordia que' cittadini; sicchè, veggendoli già in procinto di tumultuare contra di lui, gli convenne andarsene, con dare la maledizione e sottoporre all'interdetto quella città. Nè si dee tacere che, mentre egli era in Firenze, accadde che quei popolani fecero in Arno sopra barche una rappresentazione orrida dell'inferno: spettacolo veramente convenevole a quei barbarici tempi. V'accorse il popolo, e tanta fu la folla sul ponte della Carraia, fabbricato allora di legno, che esso sprofondò, e molta gente ne rimase annegata o morta, o guasta in altra maniera. Partito poscia il cardinal da Firenze, nel dì 10 di giugno, vennero all'armi que' cittadini che tenevano per la pace, e gli altri che la ricusavano. In tal congiuntura fu attaccato ad alcune case il fuoco [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], e questo, non trovando chi corresse a smorzarlo, cotanto si dilatò, che distrusse palagi, torri, case e fondachi senza numero. Il Villani parla di più di mille e settecento case rimaste in preda alle fiamme, con perdita immensa di robe e mercatanzie. Nè mai arrivavano i pazzi popoli a conoscere i dolci frutti della concordia, gli amari della discordia. Tentarono poscia i fuorusciti di Firenze di sorprendere la città; e venuti nel dì 20 di luglio sino alle porte con isforzo di molte migliaia di persone, si studiarono d'entrarvi; ma dal popolo, che tutto fu in armi, furono non solo respinti, ma anche sconfitti colla perdita di molte persone.

Poco tempo godè la Chiesa di Dio dell'ottimo papa Benedetto XI, imperciocchè, soggiornando egli in Perugia, nel mese di luglio del presente anno passò a miglior vita [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 80. Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.]. Intorno al giorno della sua morte veggo assai discordi gli scrittori. Fu così inaspettata morte attribuita a veleno, dicendosi, che mentre egli era a tavola, venne un giovinetto vestito da donna, che a nome della badessa di santa Petronilla gli presentò un bacino d'argento con dei fichi-fiori, che soleano molto piacergli. Ivi era nascosa la sua morte: però, dopo averne mangiati assai, cadde tosto infermo di febbre, e in pochi dì sbrigò da questa vita. Ferreto Vicentino, che fa due scalchi del pontefice manipolatori di questo, non so se vero o immaginato, assassinio, scrive che ne fu data la colpa a Filippo il Bello re di Francia, perchè corse voce che questo papa volesse confermare la scomunica contra di lui: cosa che non si accorda coi brevi favorevoli ad esso re, rapportati dal Rinaldi [Raynald., in Annal. Eccles.]. Se pur ha fondamento la di lui morte violenta, più verisimile è quanto scrive Giovanni Villani: cioè che essa venisse da qualche cardinale di depravata coscienza, giacchè non ne mancava in que' tempi, o perchè egli avea riprovati molti atti di papa Bonifazio VIII, o perchè, secondo l'asserzion di Ferreto, si scoprì ch'egli volea fissar la sua residenza in Lombardia, per sottrarsi alla tirannia d'alcuni di que' porporati che poteano a lui fare ciò che aveano fatto al suddetto papa Bonifazio. Quel che intanto è certo, morì questo buon pontefice in concetto di santità; Dio ancora il glorificò dopo morte con varii miracoli, di modo che pochi anni sono che Benedetto XIII sommo pontefice il registrò nel catalogo de' beati, e la sua vita si legge scritta e publicata dal canonico Antonio Scotto di Trivigi. Come poi passasse il conclave per l'elezion di un successore, lo dirò all'anno seguente. Nel mese di marzo del presente anno Alberto Scotto signor di Piacenza [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron Placent., tom. 16 Rer. Ital.], dappoichè colle frodi s'era tirata addosso la nemicizia de' popoli circonvicini, fatta oste contro ai Pavesi, prese alcune loro castella, e diede il guasto al paese: nella qual occasione i Parmigiani mandarono in aiuto di lui cento uomini d'armi da due cavalli l'uno. Ma nel maggio appresso i Pavesi, Milanesi, Lodigiani, Vercellini, Novaresi, Cremaschi e Comaschi, Giovanni marchese di Monferrato, un figliuolo del medesimo Alberto ribello del padre, entrarono dalla parte del Pavese con un grosso esercito sul Piacentino, e, fermato il campo a Fontana, cominciarono a saccheggiar il paese sin quasi alle porte di quella città. In aiuto dello Scotto si mosse Matteo da Correggio, fratello di Giberto signore di Parma, con tutta la cavalleria e fanteria parmigiana. Vi corsero ancora gli Alessandrini, Tortonesi ed Astigiani, e Galeazzo figliuolo di Matteo Visconte. Erano usciti anche i Cremonesi contra di Piacenza, ma si fermarono perchè i Mantovani e Veronesi minacciarono di assalire il loro distretto. Non ostante questa gran mossa d'armi, niun combattimento seguì, e il tutto si ridusse a guasti e saccheggi. Ma sì gravi nemicizie di Alberto Scotto faceano star malcontenti i più dei Piacentini, perché ne pagavano essi il fio; e però nel mese d'agosto tentarono di deporlo. Prevalse egli, e rimasero morti e banditi molti dei congiurati, e nominatamente due della nobil casa de' Confalonieri, le case dei quali, siccome ancor quelle de' Visconti Piacentini, furono atterrate. Tornarono poscia nel settembre i collegati sopraddetti dalla parte di Cremona a guastar il contado di Piacenza sino alle porte della città, con fare immenso bottino. E nel novembre tolsero il castello di Rivalgerio e la città di Bobbio che dianzi ubbidiva a Piacenza. Disperati per tanti danni i Piacentini, si rivoltarono quasi tutti contra di Alberto Scotto. Sotto colore di sostenerlo accorse colà Giberto da Correggio signore di Parma con tutta la sua gente e milizia; andò a finir la faccenda in un giuoco di mano, perchè il Correggiesco consigliò lo Scotto a ritirarsi per ora in Parma; e dacchè fu partito, Giberto si fece proclamar signore di Piacenza da alcuni di que' cittadini, e da tutta la gente sua. Così una volpe cacciò l'altra. Ma ebbero corti i piedi le contentezze e frodi del Correggiesco. I Piacentini, che non voleano avere cacciato un padrone per averne un altro, tutti un dì diedero di mano all'armi, gridando popolo, popolo, e bisognò che Giberto si affrettasse a scapparsene a Parma. Fu poi bandito Alberto Scotto con assai de' suoi amici, spianati i suoi palagi, e rimessi in città tutti i fuorusciti. Ancora in Asti succederono delle novità. Comandava quasi a bacchetta in quella città Giovanni marchese di Monferrato [Chron. Astense, cap. 53, tom. 11 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]; e temendo quel popolo di perdere un dì la libertà, segretamente si raccomandò a Carlo II re di Napoli, e a Filippo di Savoia principe della Morea, che mandarono molta gente in aiuto di essi e dei Soleri, nobil famiglia fuoruscita. Con queste forze nel mese di maggio, correndo la festa dell'Ascensione, rientrarono in quella città i Soleri per forza, e ne scacciarono i Gottuari ed altri loro avversarii, col saccheggio e bruciamento delle lor case. Parimente in Bergamo fu mutazione, perchè, entrativi i Bonghi e Rivoli, ne fecero uscire i Soardi e Coleoni e i lor seguaci. Tali erano in questi tempi le gran faccende, cioè le pazzie di tante città italiane. Certamente quantunque niun tempo possa vantar esenzione da' guai, pure cieco ed ingrato a Dio sarebbe chi non riconoscesse la felicità de' nostri, paragonando col presente lo stato sempre inquieto e sedizioso della Italia ne' secoli, de' quali ora parliamo. Fu eziandio guerra in quest'anno fra i Padovani e Veneziani, perchè i primi voleano far delle saline al lido del mare: il che veniva loro contrastato dagli altri, che pretendeano di lor giurisdizione quei siti. Fabbricarono anche i Padovani alcune fortezze in que' siti, e in vicinanza di Chiozza una terra, a cui, per far onta a' Veneziani, posero il nome di Genova picciola. Perciò ne seguirono zuffe ed ammazzamenti [Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Ital.]; ma, per interposizione di amici, si venne in questo medesimo anno a buona concordia. Ferreto Vicentino [Ferretus Vicentinus, tom. 9 Rer. Ital.] scrive che n'ebbero i Padovani delle percosse; e però i saggi s'appigliarono ai consigli di pace. In Verona [Contin. Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.] nel dì 7 di marzo diede fine a' suoi giorni Bartolommeo dalla Scala signor di quella città, e succedette a lui nel dominio Alboino suo fratello.