MCCCV

Anno diCristo mcccv. Indizione III.
Clemente V papa 1.
Alberto Austriaco re de' Romani 8.

Per undici mesi stettero disputando in Perugia i cardinali, senza mai potersi accordare nell'elezione del novello pontefice. Erano essi divisi in due fazioni [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 80.]. Capo dell'una il cardinal Matteo Rosso degli Orsini con Francesco Gaetano nipote di papa Bonifazio VIII, guelfi amendue, che desideravano un papa italiano, amico della memoria d'esso Bonifazio. Capo dell'altra il cardinale Napoleone degli Orsini dal Monte col cardinale Niccolò da Prato, tutti e due parziali del re di Francia e de' Colonnesi, e però bramosi di un papa franzese, opposto alle massime di papa Bonifazio. Soffiavano dall'una parte i Colonnesi, segretamente venuti a Perugia; dall'altra faceano negoziati Carlo II re di Napoli e Filippo il Bello re di Francia [Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.], e fu creduto ancora che il danaro franzese entrasse a perorare in questa congiuntura. Finalmente i Perugini, veggendo andar troppo in lungo questa mena, ristrinsero quei porporati, e cominciarono anche a tenerli corti di vivanda, acciocchè s'inducessero ad accordarsi. Ora L'astuto cardinal da Prato propose un dì al cardinal Francesco Gaetano un ripiego per terminar questa pendenza. E fu, che la fazion di Matteo Orsino nominasse tre oltramontani abili al papato, e che quella di Napoleone eleggesse uno dei tre, qual più le piaceva. Accettato il partito, i primi nominarono tre arcivescovi franzesi [S. Antonin., P. III, tit. 21.], creature di papa Bonifazio VIII, ponendo in capo di lista Bertrando del Gotto, appellato Raimondo per errore dal Villani, arcivescovo di Bordeaux, tanto più perchè esso era poco amico del re Filippo, per gravi dissapori occorsi fra loro, immaginandosi che qualunque d'essi che fosse eletto, sarebbe nemico del re di Francia, e amico della memoria di papa Bonifazio. Allora lo scaltro cardinal da Prato per secreti messi con tutta diligenza spediti fece intendere al re Filippo di cattivarsi l'amicizia dell'arcivescovo di Bordeaux, perchè quello sarebbe il papa. A questo avviso, il re segretamente fu ad abboccarsi con esso arcivescovo, dicendogli essere in mano sua il farlo papa, e che il farebbe, purchè s'obbligasse ad accordargli sei grazie: cioè di riconciliar lui e tutti i suoi seguaci colla Chiesa, dando il perdono del misfatto commesso nella presura di papa Bonifazio; di abolire la memoria d'esso Bonifazio; di rendere il cappello a Jacopo e Pietro dalla Colonna; di far cardinali alcuni che egli proporrebbe; e di accordargli le decime del clero di Francia per cinque anni. Riserbossi in petto la sesta, la quale, secondo le apparenze, fu di trasportare in Francia la Sede apostolica. L'arcivescovo, tutto ansante di vedersi in capo la tiara pontificia, stabilì tosto il mercato, giurò le promesse sopra il corpo del Signore, diede anche per ostaggi al re un suo fratello e due suoi nipoti, e però il re immediatamente rispedì il segreto messo al cardinale di Prato e agli altri di sua fazione, con ordine di prendere per papa Bertrando del Gotto; e infatti ne seguì l'elezione secondo il concerto. Ah mali arnesi della Chiesa di Dio! In mano d'essi avea la Provvidenza messo l'eleggere un sommo pontefice, non già per servire alle mondane cupidigie di loro e de' principi della terra, ma bensì per procurare il maggior bene del popolo cristiano: ecco il frutto dello scisma, della cabala e dell'ambizione, che li portò ad eleggere sì lontano un pastore da loro mal conosciuto; ed ecco come tradirono l'intenzion di Dio e le coscienze proprie con una elezione per sè stessa illecita e scandalosa, recando, insieme colla rovina dell'Italia, una piaga sempre memorabile alla Sede di san Pietro. Stettero ben poco ad accorgersi del deplorabile lor fallo i cardinali [Bernard. Guid., in Vit. Clement. V. Ptolomaeus Lucensis, Hist. Eccles.]; perchè accettata che fu nel dì 23 di luglio l'elezione dall'arcivescovo (il qual prese il nome di Clemente V), furono chiamati in Francia, e per quante ragioni sapessero addurre in contrario, bisognò ubbidire. Così passò in Francia la Sede apostolica, e vi restò poi per settanta anni, in cattività somigliante alla babilonica, perchè schiava delle voglie dei re franzesi, con provenirne infiniti disordini e mali alla Chiesa e all'Italia, dei quali si andrà in parte favellando negli anni seguenti. Venuto a Lione il novello papa, ivi nella domenica fra l'ottava di san Martino fu solennemente coronato, e servito da Filippo re di Francia, da Carlo di Valois e da altri principi, col concorso d'innumerabil popolo. Ma occorse una sciagura che fu presa per mal augurio. Nella processione, o cavalcata, per la gran calca della gente, si rovesciò un muro in vicinanza del papa, per cui egli stesso cadde da cavallo, e andò per terra la corona pontificia, un cui carbonchio o rubino di valore di sei mila fiorini d'oro si perdè, ma fu poi ritrovato. Vi morirono alcuni baroni, e fra gli altri Giovanni duca di Bretagna. Gravemente ancora ne fu leso Carlo fratello del re, ma ne guarì. Per questo caso immense furono le dicerie della gente. Anche nel dì 25 del mese di novembre, nata rissa tra la famiglia del papa e de' cardinali, vi restò ucciso un di lui fratello [Westmon. flosc., Histor.]. Fece poi nel seguente dicembre papa Clemente una promozione di dieci cardinali, nove franzesi a petizione del re di Francia, ed uno inglese. Se questo piacesse ai cardinali italiani, Dio vel dica. Restituì inoltre il cappello cardinalizio a Jacopo e Pietro dalla Colonna.

Nel mese d'aprile di quest'anno Azzo VIII marchese d'Este, signor di Ferrara, Modena e Reggio [Annal. Estenses, tom. 15 Rer. Ital.], condusse in moglie Beatrice figliuola di Carlo II re di Napoli. Gran solennità fu fatta in tale occasione. Ma queste nozze misero in gelosia i suoi vicini, temendo tutti che la sua alleanza con un principe sì potente mirasse a mettere il giogo ai popoli d'intorno. Furbescamente ancora si disseminò una voce, che il marchese volea dare in dote alla regal sua moglie le città di Modena e di Reggio: il che diede molta apprensione a chi le prestò fede [Ptolom. Lucensis, in Vita Clement. V.]. Ora accadde che nel dì 6 d'agosto le fazioni di Parma vennero all'armi, e gran tumulto ne succedette [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. La peggio toccò alle nobili famiglie de' Rossi e dei Lupi, che si salvarono colla fuga, e perciò furono bandite con tutti i loro seguaci. Per questo la parte guelfa di Parma s'infievolì non poco; e rientrati in quella città molti Ghibellini banditi in addietro, vi rinforzarono maggiormente la loro fazione. Da lì a non molto si scoprì il disegno d'alcuni nobili, di deporre dalla signoria di Parma Giberto da Correggio, e fu detto che il marchese Azzo Estense tenesse mano al trattato. Vero o falso che ciò fosse, perchè Giberto sapeva ben fabbricar delle tele, certo è ch'egli segretamente si collegò coi Bolognesi, Veronesi e Mantovani, a' danni del marchese; e non solo ebbe dalla sua i fuorusciti di Reggio e di Modena, ma nelle stesse due città maneggiò delle congiure. Poscia nel mese d'ottobre, quando a tutt'altro pensava il marchese, Giberto co' Parmigiani venne alle porte di Reggio, e i Bolognesi con tutto il loro sforzo, dopo aver preso a tradimento il ponte di Sant'Ambrosio, giunsero alle porte di Modena, credendosi di mettere il piede in tutte e due queste città. I provvisionati del marchese valorosamente difesero Reggio. In Modena i nobili da Savignano levarono il rumore contra la guarnigione marchesana; ma questa prevalse, e si sostenne tanto, che, arrivato da Ferrara il marchese, i Bolognesi si ritirarono, e si quetò la burrasca colla prigionia di diciassette de' nobili suddetti. Fecero poi le genti del marchese delle scorrerie sul Parmigiano, tentando di far rimuovere i Correggeschi dall'assedio di Soragna, dove s'erano afforzati i Rossi e i Lupi fuorusciti di Parma; ma non poterono impedire che quella terra non si arrendesse sul fine dell'anno a patti di buona guerra. Nel gennaio di quest'anno Giovanni marchese di Monferrato diede fine alla sua vita, e alla diritta nobilissima linea di que' principi, perchè morì senza figliuoli [Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. Lasciò erede de' suoi Stati Jolanta, ossia Violanta sua sorella, imperadrice di Costantinopoli, e i suoi figliuoli. Ora Manfredi marchese di Saluzzo, il quale, per testimonianza di Guglielmo Ventura [Chron. Astense, cap. 15, tom. 11 Rer. Ital.], per linea traversale mascolina discendeva dal medesimo sangue de' marchesi di Monferrato, senza voler attendere il testamento di Giovanni, entrò coll'armi in possesso della maggior parte del Monferrato. Ma, secondo i documenti recati da Benvenuto da San Giorgio, sulle prime il marchese di Saluzzo prese solamente il titolo di governatore e difensore del marchesato del Monferrato, insieme col comune di Pavia e con Filippone conte di Langusco, signore di Pavia. E si vede che col loro consentimento i Monferrini spedirono ambasciatori a Costantinopoli, pregando l'imperadrice di venir ella in persona a prendere il possesso e governo degli Stati, oppure di mandar loro uno de' suoi figliuoli. Fu fatta poi correre voce, la qual giunse anche a Costantinopoli, che Margherita di Savoia, rimasta vedova del marchese Giovanni, era gravida, il che ritardò le risoluzioni della corte greca: tutte invenzioni del suddetto marchese di Saluzzo, il quale aspirava alla padronanza del Monferrato. Ma, chiarita la falsità di questa gravidanza, il greco imperadore Andronico Comneno Paleologo e Jolanta sua moglie, chiamata Irene dai Greci, presero la risoluzione d'inviare in Italia il principe Teodoro lor secondogenito a prendere il possesso del Monferrato. A questo fine prepararono gli occorrenti navigli, e un nobile accompagnamento di sua persona. Era in questi tempi [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 82. Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.] la città di Pistoia un buon nido de' Bianchi, ossia de' Ghibellini di Toscana; e temendo i Fiorentini che crescesse la di lei potenza coll'aiuto de' Pisani, Aretini e Bolognesi, tutti allora di parte ghibellina, pregarono il re Carlo II di mandar loro per capitano uno de' principi suoi figliuoli. Spedì egli Roberto duca di Calabria nel mese di aprile con trecento lancie e molta fanteria d'Aragonesi e Catalani, gente a lui somministrata da Giacomo re d'Aragona suo genero. Ricevuto questo rinforzo, i Fiorentini nel dì 26 di maggio con tutte le lor forze andarono ad assediar Pistoia dall'un lato, e i Lucchesi dall'altro. Vi stettero sotto più mesi; e benchè il cardinal Napoleone e quello da Prato, siccome ghibellini, inducessero papa Clemente ad inviar colà ordini pressanti [Ferretus Vicentinus, Histor., lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.], perchè lasciassero in pace Pistoia; pure i Fiorentini seguitarono a far i fatti loro; perlochè furono scomunicati i rettori della città e i capitani dell'oste, e fu messo l'interdetto a Firenze.


MCCCVI

Anno diCristo mcccvi. Indizione IV.
Clemente V papa 2.
Alberto Austriaco re de' Romani 9.

Rivocò in quest'anno papa Clemente le esorbitanti costituzioni di papa Bonifazio VIII, colle quali aveva asserito il re e regno di Francia dipendenti e soggetti anche nel temporale ai romani pontefici [Raynaldus, in Annal. Eccl.]. E intanto, sì entro che fuori d'Italia, emanavano ordini di pagar decime ai re, specialmente di Francia, Napoli e Sicilia, collo spezioso pretesto di conquistar l'imperio greco e la Terra santa; al quale effetto si dicea farsi dei preparamenti da Carlo di Valois. A tali imprese esortò il papa anche i Genovesi e Veneziani con belle lettere. Certo è che furono pagate le decime, e in borsa dei principi colò quel danaro, ma senza che ne sentissero dolor di capo Greci, Turchi e Saraceni: se non che i cavalieri dello Spedale, oggidì di Malta, colle lor forze impresero l'assedio di Rodi, occupato dai Turchi, e continuando la guerra per lo spazio di quattro anni, finalmente se ne impadronirono. Ma pelando con tal pretesto il papa e i cardinali le chiese di Francia, sì gagliardi furono i lamenti di quel clero, che lo stesso re, benchè tanto amico del pontefice, s'interpose per metter freno agli abusi. Riuscì in quest'anno [Annal. Estenses, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Italic. Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital. Annal. Veteres Mutinens, tom. 11 Rer. Ital] ai segreti maneggi de' Bolognesi e di Giberto da Correggio signor di Parma, di dare una fiera percossa ad Azzo Estense signor di Ferrara, con ordire tradimenti in Modena e Reggio, i quali ebbero il desiato effetto. Nella notte precedente al dì 26 di gennaio si levò a rumore il popolo di Modena, incitato specialmente da Manfredino da Sassuolo (cioè da chi era costituito capitano della milizia dal marchese, il quale più di lui che d'altri si fidava) e da Sassuolo suo figliuolo, e da Rinaldo da Marcheria altro capitano del marchese. Ferreto Vicentino [Ferretus Vicentinus, Hist., tom. 9 Rer. Ital.] si stende molto nella narrativa del fatto. A me basterà di dire, che quantunque Fresco, bastardo del marchese, cogli stipendiati, venuto il giorno, facesse ogni possibil resistenza, pure fu costretto a ritirarsi nel castello, e il castello fece poca difesa, perchè non era provveduto di viveri, e convenne cederlo a patti di buona guerra. In quello stesso giorno i Rangoni, Savignani, Boschetti ed altri fuorusciti rientrarono nella città, e si fece gran festa e galloria per avere ricuperata la libertà, ma libertà che costò ben cara ai Modenesi, perchè tornò la discordia, e mali infiniti si scaricarono da lì innanzi sopra questa città, che, credendo di star meglio, stette peggio dipoi, finchè tornò sotto il dominio degli Estensi. La mutazion di governo in Modena fu cagione che nel dì seguente anche i Reggiani, animati da questo esempio, si ribellassero al marchese Azzo, e ne cacciassero a forza il suo presidio colla morte di molti. Corse tosto colà Giberto da Correggio con un grosso corpo d'armati; e forse perchè andò poi tessendo delle reti, per ottener la signoria di quella città, da lì a pochi giorni vi fu gran rumore, e Giberto prese la piazza e il palazzo del comune. Ma infine, contentandosi che i Reggiani prendessero per loro podestà Matteo suo fratello, se ne tornò a Parma, e strinse in questo tempo parentela con Alboino dalla Scala signor di Verona, dandogli in moglie una sua figliuola. Diedene un'altra ancora a Francesco figliuolo di Passerino de' Bonacossi, cioè di colui che fu dipoi signore di Mantova. Presero i Mantovani in queste rivoluzioni il castello di Reggiuolo ai Reggiani, nè più lo renderono, con grave danno e doglia del popolo di Reggio. Nel mese di febbraio [Chron. Parmense, tom. 19 Rer. Ital.] si strinsero in lega le città di Parma, Modena, Reggio, Mantova, Verona e Brescia, tutte a' danni del marchese Azzo, con disegno di cacciarlo anche fuori di Ferrara, ma con tutti i loro sforzi non venne lor fatto il colpo.

Accaddero in quest'anno anche in Bologna delle fiere rivoluzioni [Matth. de Griffonibus, Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Fu creduto o provato che la fazion de' Lambertazzi e Bianchi, cioè quella de' Ghibellini, volesse far delle novità: però fu in armi il popolo gridando: Muoiano i Ghibellini, vivano i Guelfi. Per testimonianza di Dino Compagni, fu questa una mena de' Fiorentini, nemicissimi de' Ghibellini. Molti d'essi Lambertazzi furono morti, il resto prese la fuga, e ne seguirono saccheggi e abbattimenti di parecchie case. In queste turbolenze Romeo de Pepoli con altri nobili preso, fu posto in quelle carceri, ma poi rilasciato. Tornò quella città a parte guelfa. Molte altre guerre seguirono per questo sconcerto nel contado di Bologna, ch'io tralascio. Ora, l'essere divenuta la parte guelfa trionfante in Bologna, servì a rimettere la buona armonia fra quel comune ed il marchese Azzo d'Este, capo dei Guelfi; e perciò non solamente pace, ma anche lega fu stabilita fra loro; e tanto essi Bolognesi che i Fiorentini, caporali anche essi della fazione guelfa, mandarono soccorsi di gente al marchese, contra del quale Bottesella dei Bonacossi signor di Mantova, Alboino dalla Scala signor di Verona coi Mantovani, Veronesi, Bresciani, Parmigiani, Piacentini ed altri della lor lega fecero grande oste nel mese di luglio [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. Presero essi nel distretto di Ferrara Massa, Melara, Figheruolo e la Stellata, con arrivar anche sino alle porte di Ferrara, ma con ritrovarvi quel popolo ben disposto alla difesa; e però se ne tornarono a casa. Vennero poi di nuovo essi collegati nel mese di ottobre nel distretto di Ferrara, ed ebbero a tradimento il forte castello di Bregantino, nè poterono far di più. Continuava tuttavia l'assedio di Pistoia, sostenuto con gran vigore e disagi per tutto il verno dai Fiorentini [Dino Compagni, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic. Giovanni Villani, lib. 8, cap. 82.] e Lucchesi, quando s'udì che veniva in Italia il cardinal Napoleone degli Orsini, ghibellino di genio, spedito da papa Clemente V per legato in Italia, affin di pacificare le città troppo divise nell'interno loro, o in rotta coi vicini. I Fiorentini, gente che sapeva far la punta agli aghi, s'avvisarono tosto che egli verrebbe per intorbidare il conquisto di Pistoia, giacchè sapeano disgustato il pontefice per la già mostrata disubbidienza: provvidero al bisogno con un tradimento. Cioè fecero entrare un frate in Pistoia, il quale per parte loro promise le più belle cose del mondo a quel popolo, di maniera che parte per la fame, giunta quasi all'estremo, e parte pel dolce suono delle esibite vantaggiose condizioni, renderono infine la terra nel dì 10 d'aprile [Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.]. Niuna promessa fu loro attenuta; anzi un terribile strazio si fece di quell'infelice città. Divisero i Fiorentini e Lucchesi fra loro il contado, atterrarono tutte le mura e fortezze della città, e ne spianarono le fosse. Infierirono ancora contro i palagi e le case dei Ghibellini e Bianchi, diroccandole: in una parola, restò Pistoia uno scheletro, e sotto l'aspro governo de' vincitori. Venne in Italia il cardinal Napoleone, e, udita la resa di Pistoia, ne fu molto dolente. Andossene a Bologna per rimetter quivi la pace e gli usciti. Anche ivi lavorarono sottomano i Fiorentini [Dino Compagni, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic. Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.], con far giocare danaro, e indussero que' maggiorenti ad opporgli un trattato pregiudiziale allo stato loro. Perciò nel dì 22 di maggio commosso il popolo a rumore, colle armi in mano corse al palazzo del legato con tal furore e minaccie, che gli convenne sloggiare, e furono morti alcuni di sua famiglia, e rubata, nell'andarsene, buona parte de' suoi ricchi arnesi. Pien di vergogna e rabbia si ritirò il cardinale ad Imola, e, quivi stando, nel dì 24 di giugno [Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.] scomunicò i rettori ed anziani di Bologna, mise l'interdetto alla città, la privò dello Studio, con dichiarare scomunicato chi v'andasse a studiare: il che fu la fortuna di Padova, perchè tutti gli scolari passarono allo Studio di quella città. Aveva egli fatto sapere anche a' Fiorentini di voler visitare la lor città, per liberarla dall'interdetto e dalle censure. Gli fu fatto intendere che non s'incomodasse, perchè per allora non aveano bisogno di sue benedizioni: con che restò egli nemico ancora di Firenze, e riconfermò l'interdetto e l'altre pene spirituali, delle quali erano già aggravati. Signori di Bertinoro in questi tempi erano i Calboli, e faceano mal governo. Alberguccio dei Mainardi, aiutato da' Forlivesi e Faentini, nel dì 6 di giugno prese la terra; ed essendosi ritirati i Calboli nel Girone, por mancanza di vettovaglia, furono astretti a renderlo, salve le robe e le persone. Secondo la Cronica Forlivese [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.], passò quella nobil terra in potere del comune di Forlì. Una somigliante disgrazia accadde a Pandolfo Malatesta, che era podestà e quasi signore di Fano. Ne fu egli scacciato nel luglio di quest'anno, ancorchè avesse per sua guardia cinquecento cavalieri e trecento pedoni. Poscia nel seguente agosto anche il popolo di Pesaro, di cui era podestà, il fece con mala grazia uscire della lor città. Perdè egli finalmente anche Sinigaglia, di cui era quasi signore. Per attestato del Corio [Corio, Istor. di Milano.], Matteo Visconte venne con un buon corpo di soldatesche in quest'anno per prendere Vavro sul fiume Adda; ma, accorsi i Milanesi coi lor collegati, fecero restar vani i di lui attentati. Però, conoscendo egli troppo contraria a sè la presente fortuna, si ritirò finalmente in solitario luogo a far vita privata e nascosa, aspettando tempi più propizii a' suoi desiderii. Ferreto Vicentino [Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic.] scrive che egli si ricoverò prima al lago d'Iseo, e poscia andò ad abitare nella villa di Nogarola, che era di Bailardino da Nogarola, nei confini di Mantova, dove da povero signore dimorò circa cinque anni. Galeazzo suo figliuolo fu in questi tempi podestà di Trivigi.

In Genova [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.] per la festa dell'Epifania i Doria (a riserva di Bernabò Doria) con altri grandi della fazion mascherata, cioè ghibellina, presero l'armi per abbassargli Spinoli e la parte popolare. Furono vinti dalla forza del popolo, e se n'andarono in esilio. Allora il popolo costituì capitani e governatori della città il suddetto Bernabò ed Obizzone Spinola da Lucolo. Anche il popolo piacentino [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.] diviso in due fazioni fu in armi nel dì 16 di maggio. Restarono superiori nel conflitto i Laudi, i Fulgosi e Visconte Pelavicino, e fu cacciata dalla città la famiglia de' Fontana con tutti i suoi seguaci. Approdò in quest'anno a Genova Teodoro figliuolo di Andronico Comneno imperador de' Greci, venuto per entrare in dominio del Monferrato [Guillelmus Ventura, Chron. Astens., cap. 42 tom. 11 Rer. Ital.], lasciatogli in eredità dal fu marchese Giovanni suo zio. Ma trovò quegli Stati per la maggior parte occupati da Manfredi marchese di Saluzzo e dai fuorusciti d'Asti. Si prevalse di quella occasione Obizzino Spinola, uno de' capitani e come signori di Genova, per fargli prendere in moglie Argentina sua figliuola, al che condiscese Teodoro per isperanza d'essere assistito ne' correnti suoi bisogni dal potente suocero, e in considerazione ancora di un'altra figliuola d'esso Obizzino Spinola, maritata con Filippone conte di Langusco e signor di Pavia, la cui parentela potea molto giovargli. Ciò fatto, venne a Casale di Sant'Evasio, accolto con gran festa da quel popolo e da altre terre del Monferrato, che s'erano conservate fedeli, e si gloriavano di aver per loro padrone il figliuolo d'un imperadore. Qual fosse lo stato allora del Monferrato e del Piemonte, l'abbiamo da Guglielmo Ventura, chiamato Ruffino da Benvenuto da San Giorgio [Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. Avea il suddetto marchese di Saluzzo occupate molte terre che erano in Piemonte, già possedute da Carlo I re di Sicilia. Nell'anno precedente mandò il re Carlo II, nel mese di marzo, Rinaldo da Leto Pugliese suo siniscalco con cento uomini d'armi ed altrettanti balestrieri in Piemonte. La città d'Alba e le terre di Cherasco, Savigliano e Montevico giurarono nelle di lui mani di nuovo fedeltà al re. Dopo di che egli, coll'aiuto degli Astigiani, tolse Cuneo ed altri luoghi al marchese di Saluzzo, il quale tra per levarsi di dosso questo possente nemico, e per poter tenere le molte terre già occupate nel Monferrato, venne ad un accordo col re Carlo II nel dì 7 di febbraio dell'anno presente, con riconoscere da lui in feudo il marchesato del Monferrato, e cedergli Nizza della Paglia e Castagnole, terre del medesimo marchesato. Niuna ragione avea il re Carlo sopra del Monferrato; ma il marchese venne a questo atto per sostener la preda colla protezione ed aiuto del re contra del greco Teodoro. Quanto agli Astigiani, essendo capitato ad Asti Filippo di Savoia principe della Morea, che tornava di Levante con due soli compagni, e trovandosi quel popolo assai stretto per le molte terre del loro contado occupate dalla fazion dei Gottuari fuorusciti, venne in parere di prendere questo principe per suo capitano per tre anni avvenire, dandogli ventisette mila lire ogni anno: con che egli dovesse tenere cento uomini d'armi al loro servigio. A man baciata accettò il principe questo impiego, sperando fra qualche tempo di piantar quivi le radici con divenir signore di quella allora assai ricca città. Nè passarono mesi, ch'egli imperiosamente ne richiese il dominio a que' cittadini, la metà per lui, e l'altra per Amedeo conte di Savoia suo parente. Fu in pericolo della vita per questo, tanto se ne sdegnarono gli Astigiani; ma si disdisse, e cessò il rumore. Avendo poi desiderato il marchese Teodoro d'abboccarsi con esso principe e coi deputati d'Asti al ponte della Rotta, si videro insieme, e, per attestato del Ventura, Filippo corse ad abbracciare e baciare, con bacio poco corrispondente al cuore, il marchese; e, poi trattatosi di lega, promise quanto l'altro desiderò. Ma appena fu ritornato ad Asti, che scoprì il suo mal animo contra di Teodoro, ed aspramente comandò agli Astigiani di astenersi dal far lega con lui, non senza maraviglia di chi era intervenuto al suddetto abboccamento. Anche un uffiziale del re Carlo avea voluto indurlo con vantaggiose condizioni a far lega col suo signore contra del marchese di Saluzzo; e il principe ricusò tutto. Ne fu informato il re con esagerazion dell'uffiziale, e andò così in collera, che giurò di vendicarsene; e gli attenne la parola, perchè spedì Filippo principe di Taranto suo figliuolo con una armata che gli occupò il principato della Morea. Allora Filippo di Savoia quasi per forza contrasse lega in Piemonte col re Carlo, e perchè gli Astigiani presero la villa di Cavalerio senza sua saputa, si ritirò da Asti; e favorendo poscia i fuorusciti di quella città, seguitò a guerreggiare unito co' Provenzali contra di Teodoro marchese di Monferrato. Tale era allora lo stato di quelle contrade.