Cadde infermo in quest'anno ancora Azzo VIII marchese d'Este, signor di Ferrara, Rovigo e d'altri Stati, ed anche conte d'Andria nel regno di Napoli [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital. Peregrinus Priscianus. Annal. MSS. et alii.]. Fecesi portare ad Este, sperando miglioramento da quell'aria salubre; e furono a visitarlo, e a far pace con lui i suoi due fratelli Francesco e Aldrovandino marchesi. Ma quivi nell'ultimo dì di gennaio finì di vivere. Questo principe d'alte idee, ma d'idee mal condotte, dopo aver vivente recati notabili danni alla sua casa coll'aver perdute le città di Modena e di Reggio, ben peggio fece morendo, perchè lasciò suo successore nel dominio di Ferrara e degli altri suoi Stati Folco, figliuolo legittimo di Fresco suo figliuolo bastardo, con escludere i Suoi legittimi fratelli Francesco ed Aldrovandino, e i figliuoli di quest'ultimo. La Cronica Estense [Annales Estenses, tom. 15 Rer. Ital.] ha, ch'egli ritrattò un sì fatto testamento; ma certamente gli effetti si videro in contrario, e di qua venne un gran crollo alla famiglia estense. Fresco, aiutato dai Bolognesi, giacchè il figliuolo non era giunto ad età capace di governo, prese le redini della signoria di Ferrara, che gli fu confermata, benchè mal volentieri, dal popolo. Ma nel medesimo tempo il marchese Francesco d'Este co' suoi nipoti si mise in possesso d'Este, di Rovigo e d'altre terre, e in quella della Fratta diede una rotta alle genti di Fresco. Così cominciò la guerra fra loro. Stabilì Fresco pace coi Mantovani, Veronesi, Bresciani, Parmigiani, Reggiani e Modenesi. Il popolo di Ferrara, essendo molto portato a voler i principi estensi legittimi, cominciò a fare delle congiure contra di lui, le quali svanirono colla morte di molti. Ricorsero gli Estensi legittimi al papa in Francia per implorar il suo patrocinio ed aiuto; ed oh con che benignità furono ascoltati! Promise quella corte mari e monti, purchè riconoscessero Ferrara per città della Chiesa romana; dal che s'erano nel secolo addietro guardati gli altri Estensi. Dacchè questo fu ottenuto, allora furono spediti uffiziali e milizie in Italia per prendere il possesso di Ferrara coll'assistenza del marchese Francesco; e per questo i Ferraresi cominciarono a tumultuar più che mai contra di Fresco [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Veggendo la mal parata, fece anch'egli ricorso ai Veneziani, e propose di ceder loro con varii patti quella città. Niuna fatica si durò perchè essi accettassero la proposizione, e non tardarono ad inviar colà gran copia di soldatesche, le quali entrarono e si fortificarono in castel Tealdo; cosa che maggiormente accese l'ira de' Ferraresi, popolo già avvezzo ad avere il suo principe, e alieno dall'ubbidire agli stranieri. Per altro, anche i Bolognesi, Mantovani e Veronesi amoreggiavano in queste occasioni Ferrara, e mossero l'armi per tentarne l'acquisto. Anzi Bernardino da Polenta co' Ravegnani e Cerviesi proditoriamente v'entrò una notte, e si fece eleggere signore d'essa città per cinque anni avvenire. Ma non vi si fermò che otto giorni, saccheggiando tutto quel che potè. I Veneziani quei furono che riportarono il pallio. Li fece ben ammonire il papa [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.] di desistere e ritirarsi da quella impresa, perchè Ferrara era terra della Chiesa romana; ma si parlò ai sordi. Un dì poscia le milizie pontificie con Francesco marchese d'Este ed altri fuorusciti, e con Lamberto da Polenta condottiere de' Ravegnani entrarono in quella città, gridando invano il popolo: Viva il marchese Francesco; e ne presero il possesso a nome del papa, senza più poi pensare a rimetterla in mano degli Estensi. Succederono poi varie battaglie tra i Ferraresi e Veneziani, e talmente prevalsero gli ultimi, che nel dì 27 di novembre convenne ai Ferraresi d'implorare pace o tregua, e di prendere quel podestà che piacque ai Veneziani. Allora furono ammesse in città le famiglie de' Torelli, Ramberti, Fontanesi, Turchi, Pagani ed altri sbanditi dalla città, perchè Ghibellini e nemici degli Estensi.

In Parma non furono minori le rivoluzioni [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Nel dì 24 di marzo cominciarono una rissa fra loro i Ghibellini ed i Guelfi; e nel dì seguente passò questa in una fiera guerra civile, in cui rimasero morte molte persone, rubate ed incendiate moltissime case. Maggiormente si rinforzò nel dì 26 la tempesta dell'armi, stando sempre Giberto da Correggio signore della città colle sue genti in possesso della piazza. Ma udito che i Rossi e i Lupi di Soragna con altri banditi erano venuti alla porta di Santa Croce, colà si portò, ed uscì ancora per mettergli in fuga; ma toccò a lui di fuggire in città, perchè contra di lui si rivoltarono non pochi de' suoi. V'entrarono anche i suddetti sbanditi, in favor dei quali essendosi dichiarati molti del popolo, andò si fattamente crescendo la forza de' Guelfi, che Giberto e Matteo fratelli da Correggio coi loro aderenti dovettero cercar colla fuga di salvarsi a Castelnuovo. Però tutti gli altri usciti guelfi tornarono alla patria. Infinite furono le ruberie fatte in questa occasione per la città; molte le case bruciate; e i contadini entrati corsero al palazzo pubblico, e vi stracciarono tutti i libri dei bandi e maleficii, e diedero il sacco ad ogni mobile e scrittura di Giberto. Seguitarono poi anche per molti giorni i saccheggi e gl'incendii, e i bandi di chi era creduto Ghibellino; e intanto i fuorusciti faceano guerra alla città. Contra d'essi nel mese di giugno uscì in campagna tutto l'esercito de' Parmigiani dominanti. Giberto da Correggio anch'egli, fatto forte dai Modenesi, che v'andarono tutti col loro capitano, e dai banditi di Bologna, e dal marchese Francesco Malaspina co' suoi di Lunigiana, e da copiose schiere d'altri Ghibellini, nel dì 19 di giugno andò a ritrovare i Parmigiani, ed attaccò la mischia. Vigorosamente si combattè sul principio da amendue le parti; ma poco stettero ad essere sbaragliati i Parmigiani, de' quali assaissimi restarono morti con più di dugento Lucchesi, ch'erano al loro soldo, e quasi dissi innumerabili restarono prigioni colla perdita di tutto il bagaglio [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Dopo la vittoria corse Giberto alla città, ma non potè entrarvi allora. V'entrò nel dì 28, perchè, colla mediazione di Anselmo abbate di San Giovanni, fu fatta una pace generale, e permesso a tutti gli usciti di ripatriare. Secondo il diabolico costume di que' tempi, andò presto per terra questa pace. Giberto da Correggio, che prometteva e giurava a misura del bisogno, senza credersi poi tenuto a giuramenti e promesse, ben disposti i suoi pezzi, nel dì 3 d'agosto levò rumore, e colla forza de' suoi scacciò dalla città i Rossi e Lupi, con tutti i loro amici guelfi, i quali si ridussero a Borgo San Donnino e ad altri luoghi, e continuò poi la guerra fra loro. Essendo passato al paese dei più in quest'anno, e non già nel precedente, come ha il testo di Galvano Fiamma [Gualv. Flamma, Manip. Flor., cap. 346.], Francesco da Parma arcivescovo di Milano, fu in suo luogo eletto Castone ossia Gastone, comunemente appellato Cassone dalla Torre, figliuolo di Mosca [Corio, Istor. di Milano. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], e la sua elezione fu approvata dal cardinal Napoleone legato apostolico. Poscia nel dì 24 di settembre, tenutosi un general parlamento in Milano, quivi concordemente fu eletto perpetuo signor di Milano Guido dalla Torre. Ebbero in quest'anno guerra i Milanesi co' Bresciani, ma ne seguì anche pace. Mancò di vita in essa città di Brescia nell'ottobre del presente anno Berardo de' Maggi, vescovo d'essa città, dopo esserne stato anche per anni parecchi signore nel temporale, con governarla a parte dell'imperio, ossia ghibellina. Molti benefizii da lui fatti a quella città indussero quel popolo ad eleggere per suo successor nella chiesa Federigo de' Maggi [Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.]. Inoltre Maffeo, ossia Matteo de' Maggi, fratello d'esso Berardo, fu proclamato signore della città. Guido dalla Torre, siccome signor di Piacenza, nell'anno presente stabilì pace fra quei cittadini e i lor fuorusciti [Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.], che lieti rientrarono nella lor patria. Nella Romagna [Chron. Caesen., tom. 15 Rer. Ital.] il conte di Cunio con altri suoi partigiani occupò, contro il voler de' Faentini ed Imolesi, la terra di Bagnacavallo nel dì 24 di luglio. Poscia nel dì 28 di agosto fu fatta pace fra i Bolognesi, Riminesi e Cesenati dall'una parte, e i Forlivesi, Faentini, Imolesi e Bertinoresi dall'altra, colla liberazion di tutti i prigioni. Ma in Firenze fu una gran commozione di popolo [Dino Compagni, Chron., tom. 9 Rer. Ital Giovanni Villani, lib. 8, cap. 96.]. Perchè Corso de' Donati, a cui la parte nera, ossia guelfa, era obbligata dal presente suo stato dominante, voleva soprastare di troppo agli altri nobili, l'ambizione e l'invidia fecero dividere in due fazioni i grandi stessi. Rosso dalla Tosa, capo dell'una, seppe tanto screditar esso Corso, che gli tagliò infine le gambe; facendo soprattutto valere contra di lui la parentela da esso contratta con Uguccion dalla Faggiuola gran ghibellino. Levossi dunque a rumore contra di lui il popolo tutto; ed essendosi esso Corso ben asserragliato, assistito anche da molti suoi amici, fece gran difesa; infine gli convenne prendere la fuga, ma, raggiunto da certi Catalani a cavallo, fu ucciso: con che tornò la quiete in Firenze.


MCCCIX

Anno diCristo mcccix. Indizione VII.
Clemente V papa 5.
Arrigo VII re de' Romani 2.

Alla prepotenza di Filippo il Bello re di Francia riuscì in quest'anno e nel seguente d'indurre papa Clemente a ricevere le accuse contro la memoria di papa Bonifazio [Raynaldus, Annal. Eccles.]; il che cagionò orrore a tutta la cristianità, ben consapevole dell'iniquità e falsità di quanto a lui veniva opposto in materia di fede. Frutti erano questi dell'essere divenuta schiava di un re possente e malvagio la Sede Apostolica; del che fu in colpa il pontefice stesso, il quale intanto andava lusingando i Romani con far loro credere di voler venire in Italia, mentre, inceppato dalle delizie della Francia, a tutt'altro pensava che ad abbandonarla. Ma non permise Iddio che andasse molto innanzi questa maligna persecuzione, e la vedremo finita in breve. Nel dì 27 di marzo dell'anno presente, trovandosi esso papa in Avignone, pubblicò contra de' Veneziani, come occupatori della città di Ferrara, la più terribile ed ingiusta bolla che si sia mai udita. Oltre alle scomuniche ed agl'interdetti, dichiarò infami tutti i Veneziani, e incapaci i lor figliuoli sino alla quarta generazione d'alcuna dignità ecclesiastica e secolare; confiscati in ogni parte del mondo tutti i lor beni; data facoltà a ciaschedun di fare schiavo qualunque Veneziano che lor capitasse alle mani nell'universa terra, senza distinzione alcuna tra innocenti e rei: il che fa orrore, eppure fu eseguito in vari paesi. Poscia aggiunse alle armi spirituali le temporali contra di loro, inviando in Italia il cardinale Arnaldo di Pelagrua suo parente, con titolo di legato, il qual fece dappertutto predicar la crociata contra d'essi Veneziani, come se si trattasse contra de' Turchi. Copioso fu il concorso delle genti della Lombardia, marca di Verona, Romagna e Toscana. Ferreto Vicentino [Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.] scrive che v'andarono de' soli Bolognesi circa otto mila combattenti. Premeva a quel popolo di riacquistar la grazia perduta del pontefice per lo scorno fatto al cardinal Napoleone. Pel medesimo fine anche i Fiorentini colà inviarono molte schiere d'armati. Nel dì 10 d'aprile di quest'anno si disciolse la pace e l'accordo già fatto dal popolo di Ferrara coi Veneziani, e si ricominciò la guerra. Di grossi rinforzi di gente e di navi furono spediti da Venezia ai suoi; e nel mese di giugno, usciti di Castel Tealdo i Veneziani, mentre i Ferraresi erano a cena, fecero contra di essi un feroce insulto. Tutta fu in armi la città. Francesco marchese d'Este con Galeazzo visconte marito di Beatrice Estense, alla testa di tutti andò ad assalirli, e ne fece aspro macello. Per consiglio ancora di lui, fu fabbricato un ponte sopra Po, non ostante la gagliarda opposizion de' Veneziani, i quali un giorno diedero una fiera rotta ai Bolognesi. Ma nel dì 28 d'agosto, cioè nella festa di santo Agostino, per ordine del cardinal Pelagrua, si venne ad una general battaglia contro la flotta veneziana esistente in Po, la quale restò interamente disfatta e in potere dei Ferraresi con tutte le macchine e l'armamento. Tra uccisi ed annegati nel fiume si contarono circa sei mila Veneziani. Questa insigne vittoria, accompagnata da un immenso bottino, decise la controversia; perciocchè non istette molto a rendersi Castello Tealdo al legato, il quale, dimenticandosi d'essere uomo di Chiesa, fece impiccare quanti Ferraresi trovò complici de' Veneziani. Fu anche spedito Lamberto da Polenta con Bernardino suo fratello, e coi Ravegnani e parte dei Ferraresi ad espugnare il castello di Marcamò, fabbricato da essi Veneti nel distretto di Ravenna; e l'ebbe a patti di buona guerra nel dì 23 di settembre, nè vi lasciò pietra sopra pietra. Così venne liberamente Ferrara in potere del pontificio legato, il quale, d'ordine della corte, ne diede da lì a non molto il vicariato a Roberto re di Napoli, niuna considerazione avendo degli Estensi, che aveano suggettata quella città alla Chiesa, e massimamente del marchese Francesco, che tanto s'era affaticato per riacquistarla. Quivi esso re Roberto mise per governatore Dalmasio con un corpo di Catalani, la maggior parte capestri da forca, che fecero ben provare al popolo di Ferrara la differenza che passa fra l'avere il proprio principe e l'essere governati da gente straniera.

Giacchè abbiam fatta menzione del re Roberto, convien ora dire che in questo anno nel dì cinque di maggio arrivò al fine di sua vita Carlo II re di Napoli e conte di Provenza [Bernardus Guido, in Vit. Clementis V. Giovanni Villani, lib. 8, cap. 108.], principe che per la sua liberalità, dabbenaggine e clemenza non ebbe pari; e perciò amaramente pianto da' suoi sudditi, ma più dai Napoletani, a lui molto tenuti pei tanti benefizii ed ornamenti accresciuti alla loro città. Per la successione in quel regno nacque disputa fra Roberto duca di Calabria suo secondogenito e Carlo Uberto divenuto re d'Ungheria, che si pretendeva anteriore nel diritto a Roberto, perchè figliuolo di Carlo Martello, primogenito di esso re Carlo II. Fu acremente dibattuta fra i legisti la quistione; ma buon fu per Roberto l'esser egli passato in persona alla corte pontificia di Avignone, dove seppe ben far da avvocato a sè stesso, e muovere colle macchine più gagliarde gli animi de' giudici in suo favore. Fu creduto che più la ragion politica che la legale facesse sentenziare in favor di Roberto, principe riputato allora di gran saviezza e valore, ed atto e tener l'Italia in freno nella lontananza dei papi. Tuttavia, se è vero che Carlo II suo padre nell'ultimo suo testamento (il qual si dice fatto nel dì 16 di marzo dell'anno precedente, e fu dato alla luce dal Leibnizio [Leibnit., Cod. Jur. Gent., tom. 1, num. 31.]) lasciasse Roberto erede di tutti i suoi Stati, giacchè dovea considerare assai provveduta la linea del re d'Ungheria, par bene che fosse ben appoggiata la pretension del medesimo Roberto. Per attestato di Bernardo Guidone, fu egli coronato in Avignone re di Sicilia (benchè solamente comandasse al regno di Napoli) nella prima domenica d'agosto dell'anno presente, e non già nella festa della Natività della Vergine, come scrive Giovanni Villani. Ed il papa liberalmente gli condonò le somme immense d'oro, delle quali il re Carlo suo padre andava debitore alla santa Sede. Quel che è strano, secondo i documenti accennati dal Rinaldi [Raynald., Annal. Eccl., ad hunc ann., §. 24.], seguì una segreta convenzione fra papa Clemente e Giacomo re di Aragona, ch'esso re, oltre alla Sardegna e Corsica, delle quali era stato investito da papa Bonifazio VIII, conquistasse ancora Pisa coll'isola dell'Elba, e la riconoscesse poi in feudo dai romani pontefici: vergognosa concessione, trattandosi di spogliare senza ragione alcuna il romano imperio d'una sì cospicua città, e quel popolo della sua libertà. Se fossero ancora assai ragionevolmente concedute al medesimo re le decime del clero, per impiegarle in levar la Sardegna e Corsica ai Pisani e ad altri principi cristiani, io non mi metterò a ricercarlo. Fin qui l'innata saviezza dei nobili Veneziani avea saputo così ben regolare e tenere unita la lor città, che quando tante altre libere città d'Italia bollivano per le discordie cittadinesche, ed erano divise in Guelfi e Ghibellini, sola essa era felice e gloriosa per la sua mirabil unione, ancorchè non fosse esente da diversità di genii e fazioni: del che fu anche lodata dallo storico Rolandino nel precedente secolo. Ma in quest'anno patì anch'essa un'eclissi. Baiamonte Tiepolo, capo della fazione guelfa, fece una congiura con altri di casa Querina e Badoera contra di Pietro Gradenigo doge [Marino Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Italic.], e nel dì 15 di giugno scoppiò questo incendio. Vi fu gran combattimento, ma infine dopo la morte di molti restò sconfitto Baiamonte, il quale scampò colla fuga. Simili sedizioni le abbiamo vedute familiari in altre città; fu questa considerata come stravagante cosa in Venezia, e ne dura quivi anche oggidì con orrore la memoria. A cagion d'essa furono mandati ai confini assaissimi nobili e popolari di quella insigne città. Era in questi tempi Guido dalla Torre in auge di fortuna, siccome signore perpetuo di Milano e di Piacenza, con assai amici e collegati d'intorno. Scrivono [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 61. Corio, Istoria di Milano.], che, volendo saper nuove di Matteo Visconte, il quale privatamente vivea nella villa di Nogaruola, diede incumbenza ad un accorto uomo di andarlo a trovare per ispiare i fatti suoi, promettendogli un palafreno e una veste di vaio, se gli portava la risposta a due quesiti da fargli. Andò costui, e trovò il Visconte in abito dimesso, che passeggiava; e, dopo varii discorsi, quando fu per andarsene, il pregò di fargli guadagnare un palafreno e una veste col rispondere a due sue interrogazioni. La prima: Come gli parea di stare, e qual vita era la sua; la seconda: Quando egli si credea di poter tornare a Milano. Molto ben s'avvide l'accorto Matteo onde procedevano queste dimande, e che erano fatte per ischernire il suo povero stato. Adunque rispose alla prima: Egli mi par di star bene, perchè so vivere secondo il tempo. Alla seconda: Dirai al tuo signor Guidotto, che quando i suoi peccati soperchieranno i miei, allora io tornerò a Milano. Portate queste risposte a Guido, le lodò come d'uomo savio, e regalò quel messo.

In quest'anno appunto cominciò a declinar la fortuna del Torriano. Nel principio di maggio si alzò a poco a poco una nebbia di vicina sollevazione in Piacenza [Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.], veggendosi il vescovo Leone da Fontana colla fazion guelfa macchinar delle novità contra dei Landi, Fulgosi ed altri di parte ghibellina. Mandò ben Guido dalla Torre un corpo di gente da Milano per vegliare alla quiete di quella città; ma nel dì cinque d'esso mese Alberto Scotto, avendo con belle parole addormentato lo sciocco podestà, nella notte raunata tutta la sua fazione, e impadronitosi della piazza, diede addosso agli avversarii sprovveduti, e li fece fuggir fuori di città. Racconta il Corio, che, tolta in questa forma la signoria di Piacenza al Torriano, Alberto Scotto ne fu egli proclamato di nuovo signore. La Cronica di Piacenza ha, che la signoria fu data allora al vescovo Fontana suddetto; ma si contraddice poi all'anno seguente, dove confessa che lo Scotto era stato signor di Piacenza un anno e quattro mesi. Anche dalla Cronica Estense apparisce [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] che esso Scotto tornò in signoria, e fece lega coi Parmigiani, Mantovani, Veronesi, Reggiani, Modenesi e Bresciani, tutti di parte ghibellina. Inimicatosi per questo contra de' Piacentini Guido dalla Torre, con tutto lo sforzo de' suoi Milanesi, de' Pavesi, Novaresi, Vercellesi e fuorusciti piacentini, venne, sul principio di giugno, e di nuovo nel settembre, ai danni del distretto di Piacenza, con prendere alcune castella, e dare il guasto fino alle porte di quella città. Presero anche il ponte de' Piacentini sul Po; ma, uscito Alberto co' suoi, così virilmente assalì i nemici, che li ruppe, colla morte di circa secento d'essi. Peggio nondimeno avvenne allo stesso Guido Torriano per altro fatto che servì di principio alla total sua rovina. Nel primo dì di ottobre egli fece prendere Gaston dalla Torre ossia Cassone, arcivescovo di Milano, parente suo, ed il mandò nella rocca d'Anghiera con altri suoi tre fratelli, figliuoli del fu Mosca, pretendendo che avessero formata una congiura contra di lui, per torgli non solamente lo Stato, ma anche la vita. Fu egli scomunicato per questa violenza dal cardinale Pelagrua legato, dimorante allora in Bologna, e sottoposta la città all'interdetto. Venne apposta a Milano Pagano dalla Torre vescovo di Padova, per rimediare a così scandalosa scissura fra i suoi consorti. Vi concorsero ancora Filippone da Langusco signor di Pavia, Antonio da Fissiraga signor di Lodi, Guglielmo Brusato signor di Novara, Simone da Colobiano signor di Crema, cogli ambasciatori di Bergamo e di Como. Costoro, in un gran parlamento tenuto nel dì 28 d'ottobre nella metropolitana di Milano, conchiusero un accordo, per cui Gastone arcivescovo ed altri Torriani riebbero la libertà, ma con obbligo di andare ai confini; e questi poi si ridussero a Padova. L'arcivescovo non ebbe più buon cuore per Guido, e sollecitò la venuta di Arrigo VII in Italia: il che, se fosse utile a Guido, lo scorgeremo fra poco. Nel dì 16 di settembre i Parmigiani, rinforzati da gran quantità di cavalleria e fanteria di Verona, Mantova, Brescia, Modena e Reggio, fecero oste a Borgo San Donnino [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], dove s'erano fortificati i Rossi, Lupi ed altri usciti della loro città, e vi stettero sotto ben tre mesi con dei trabucchi che incessantemente gittavano pietre, e con una forte circonvallazione intorno alla terra. Mandò Guido dalla Torre secento uomini d'armi e trecento fanti a Cremona con ordine di soccorrere gli assediati; ma questa gente non osò mai d'inoltrarsi, perchè i Parmigiani gli aspettavano a piè fermo per dar loro battaglia. S'interpose dipoi il vescovo di Parma per l'accordo, e fu fatto compromesso con ostaggi in Guglielmino da Canossa e Matteo da Fogliano, nobili reggiani, che fecero cessar quell'assedio; ed eletti amendue podestà di Parma, proferirono sul principio dell'anno seguente il loro laudo, al quale niuna delle parti volle ubbidire. Nel dì 28 di maggio dell'anno presente il popolo d'Asti [Chron. Astense, tom. 9 Rer. Ital.] coll'aiuto di quei di Chieri, uscito in campagna contra de' suoi fuorusciti, ebbe una rotta nella villa di Quatordo. Restarono gli Astigiani sì intimiditi per questa disgrazia, che diedero balia ad Amedeo conte di Savoia e a Filippo di Savoia, principe della Morea suo nipote, per trattar di pace fra i cittadini e fuorusciti. Fu poi proferita da questi principi la sentenza della pace, per cui i Gottuari cogli altri usciti nella festa di santa Caterina di novembre rientrarono in Asti. Fra gli altri capitoli vi fu, che il suddetto principe dovesse restar governatore della pace in Asti col salario di diciassette mila lire l'anno: del che si dolsero non poco gli Astigiani.

Abbiamo in quest'anno da Guglielmo Ventura, dal Villani e dalle Croniche Estense e Parmigiana [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 114. Chronic. Estense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.] che seguirono delle novità in Genova. Scopertasi molta amicizia fra Bernabò Doria, uno de' due capitani di Genova, e i Grimaldi fuorusciti, Obizzino Spinola, cioè l'altro capitano, fece imprigionare il Doria. Questi ebbe la fortuna di fuggirsene dalla carcere, e con tutti quei di sua casa si ritirò al castello della Stella, che fu preso da Obizzino. Venuti poscia i fuorusciti, cioè i suddetti Grimaldi, Doria, Fieschi ed altri in Genova con assai forze, andò ad assalirli lo Spinola; e benchè fosse superiore di gente armata, pure ne rimase sconfitto, e vi morì il podestà di Genova. Allora i fuorusciti entrarono pacificamente in Genova, e tolsero ad Obizzino Ventimiglia, Porto Venere e Lerice, con passar anche al guasto di Gavi, dove s'era ritirato il suddetto Obizzino, le cui case in Genova furono date alle fiamme. Giorgio Stella riferisce [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.] questo fatto all'anno seguente; ma dee prevalere l'autorità degli storici sovraccitati, e spezialmente dell'autore contemporaneo della Cronica di Parma, che finì di scrivere in quest'anno. Confessa il medesimo Stella d'aver vedute storie che ne parlano all'anno presente. Mette egli la battaglia nel dì 10 di giugno. La Cronica di Parma ha, ch'essa accadde nella festa di san Gervasio, cioè nel dì 19 d'esso mese. Il Villani la riferisce al dì 11. Io sto colla Cronica Parmigiana. In Toscana a' dì 10 di febbraio i Fiorentini si mossero con sei mila pedoni e quattrocento cinquanta cavalieri, per dare il guasto ad Arezzo. Quei cavalieri la maggior parte erano Catalani, mandati in loro aiuto dal re Roberto [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 105.], giacchè più fede avea questo re in quella gente, e ne teneva anche in Ferrara, siccome abbiam detto. Arditamente vennero loro incontro gli Aretini con Uguccion dalla Faggiuola lor capitano, ma andarono in isconfitta, e più che di galoppo se ne fuggirono ad Arezzo. Con più possente esercito nel dì 8 di giugno tornarono i Fiorentini fin sotto quella città, devastando tutti i contorni; ed ancorchè venissero ordini di Arrigo VII re dei Romani di non molestare Arezzo, se ne rise il popolo allora superbo di Firenze. Anzi, essendo giunto Luigi di Savoia con altri ambasciatori per parte di esso Arrigo a Firenze a notificar la di lui venuta per la corona, ne riportarono risposte villane, che assai diedero a conoscere ciò che poscia avvenne. Aspro governo intanto faceano essi Fiorentini e Lucchesi di Pistoia [Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.], ma gli ultimi specialmente, attendendo i loro uffiziali più a rubare che a governare, e non era sicuro l'onor delle donne [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 111. Ptolom. Lucens., in Vita Clementis V.]. Condotto dalla disperazione quel popolo, levò rumore nel dì primo di giugno, e tutti a furia uomini e donne, fanciulli, preti e frati, con tavole, legnami e pietre si diedero a fare uno steccato posticcio alla lor città, e a cavar le fosse, giacchè ogni sua fortificazione era negli anni addietro stata spianata. A questo avviso, s'inviò a quella volta tutto sdegno il popolo di Lucca. Risoluti i poveri Pistoiesi di lasciar la vita l'un presso all'altro, piuttostochè di sofferir più lungamente sì duro giogo, si animarono alla difesa; ma non avrebbono potuto reggere alla superiorità dei Lucchesi. Per buona ventura certi Fiorentini fecero fermar l'esercito di Lucca a Pontelungo: con che lasciarono tempo a' Pistoiesi di maggiormente afforzarsi, e di spedire a Siena, pregando quel comune che s'interponesse per la pace. Vennero infatti gli ambasciatori di Siena, ed ottennero buoni patti. Pistoia si fortificò, e si governò da lì innanzi a comune, con solamente prendere i podestà e capitani da Firenze e da Lucca. Nello stesso giorno primo di giugno fu anche in Cesena [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.] una sollevazione della fazion guelfa, alla quale venne fatto di abbattere e mettere in fuga i Ghibellini; ma questo movimento costò a quella città delle grandi ruberie ed altri malanni. In questi tempi, secondo la Cronica di Cesena, era capitano per la Chiesa romana in Jesi ed in altre terre della marca d'Ancona Federigo conte di Montefeltro, figliuolo del fu conte Guido. Fecero oste gli Anconitani sopra il contado di Jesi [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 113.]; ma esso conte Federigo per attestato del Villani, colla gente di Jesi, Osimo e d'altri marchigiani ghibellini andò ad assalirli, e diede loro una gran rotta, di modo che più di cinque mila Anconitani vi restarono tra morti e presi.