MCCCX

Anno diCristo mcccx. Indizione VIII.
Clemente V papa 6.
Arrigo VII re de' Romani 3.

Nel dì 26 di luglio dell'anno presente que' fuorusciti che erano entrati in Ferrara dopo la caduta dei principi estensi [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital. Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Italic.], cioè Salingerra de' Torrelli, Ramberto de' Ramberti e Francesco Menabò colla fazion ghibellina, nemica degli Estensi guelfi, diede all'armi con disegno di levar quella città dalle mani della Chiesa. Vi furono ammazzamenti, massimamente di Catalani, e ruberie senza fine; e i palagi dei marchesi furono da que' ribaldi dati alle fiamme. Già tutta la città era in lor potere; ma, avvertito di ciò il cardinal Pelagrua, soggiornante allora in Bologna, cavalcò a quella volta con copiosa milizia di Bolognesi, ed entrò in Castello Tealdo, dove s'erano ritirati que' pochi de' suoi che poterono sottrarsi alle spade de' sollevati. In aiuto suo accorsero ancora da Rovigo con buon numero d'armati il marchese Francesco, Rinaldo ed Obizzo Estensi. Allora i Ferraresi, veggendosi come perduti, altro ripiego non ebbero che di ricorrere alla misericordia del legato; ma questi, dopo aver voluto prima in mano circa ottanta (altri dicono meno) de' migliori della città, non altra misericordia usò loro che di lasciar la briglia alle sue truppe, le quali, unite coi Guelfi, si spinsero contra de' Ghibellini, e li forzarono alla fuga. In tal occasione seguirono molte uccisioni e saccheggi di monisteri e chiese, certo non con lode di esso legato, il qual poscia affaticò per molti dì il boia in far impiccare i colpevoli di quella sedizione. Anche la città di Piacenza fu in gran moto [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Alberto Scotto ivi signore, tra perchè si trovava incalzato dalla forza de' fuorusciti, cioè di Leone degli Arcelli, Ubertino Lando ed altri Ghibellini, che erano spalleggiati da Guido dalla Torre signor di Milano; e perchè inoltre sentiva essere in procinto Arrigo VII di calare in Italia, prese il partito di far pace cogli usciti, e di cedere il dominio della città, con che i pubblici uffizii da lì innanzi fossero comuni fra le parti. Entrarono in Piacenza quasi in trionfo i fuorusciti; ma siccome non si davano mai posa gli animi troppo allora turbolenti degl'Italiani, appena entrati i fuorusciti, svegliarono delle contese, e nel dì seguente a forza d'armi ne scacciarono Alberto Scotto, il quale co' suoi aderenti si ridusse a Castello Arquato, ed, impadronitosi di Fiorenzuola e Bobbio, cominciò di nuovo a recar frequenti molestie al popolo dominante di Piacenza. Obizzino Spinola cogli altri suoi consorti, anche essi fuorusciti di Genova [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.] e padroni di Monaco, s'impadronì in quest'anno delle terre di Montaldo e Votaggio, e le distrusse da' fondamenti. La decantata venuta del re de' Romani è credibile che movesse tanto essi Spinoli e i lor partigiani, quanto il governo di Genova a far poco appresso pace. Quaranta mila lire furono pagate agli Spinoli, che restituirono al comune di Genova tutti i luoghi presi, ed ebbero accesso libero alla città, eccettochè Obizzino, obbligato per due anni a starsene nelle sue castella. Nell'Umbria i Perugini, rinforzati dal maliscalco del re Roberto abitante in Firenze, fecero guerra nel mese di luglio alla città di Todi [Giovanni Villani, lib. 9, cap. 5.]. Volle provarsi quel popolo ad una battaglia; ma non l'avesse fatto, perchè ne andò malamente sconfitto. Nello stesso mese furono cacciali i Guelfi da Spoleti, restando la signoria ai Ghibellini. Ma per più tempo i Perugini talmente guerreggiarono contra di quella città, che nell'anno seguente la forzarono a rimettere in casa i Guelfi; ed altrettanto fece la città di Todi.

Dava molto da pensare a Roberto re di Napoli la disposizione di Arrigo VII re de' Romani, di calar in Italia, ben prevedendo ch'egli sosterrebbe il partito dei Ghibellini amici dell'imperio con depressione de' Guelfi, de' quali egli era il capo. Gli parve dunque di non dovere maggiormente differire il suo ritorno dalla Provenza in Italia per dar sesto a' suoi affari. Coll'avere indotto il papa a fermare la sua residenza in Avignone, città della Provenza, e perciò di suo dominio, egli era divenuto come arbitro della corte pontificia. E fu in quest'anno [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.] ch'egli ottenne il vicariato della Romagna e di Ferrara, ed inviò colà i suoi ministri a comandar le feste. Il pontefice Clemente intanto barcheggiava. Mostravasi egli tutto favorevole ad Arrigo VII, con approvar la sua venuta a prendere la corona imperiale; avea anche destinati i cardinali, che gliela dessero in Roma, e scrisse per lui lettere ai vescovi, principi e città d'Italia. Tuttavia gran cura avea di non disgustare il re Roberto, e non gli doveano dispiacere gli avanzamenti della fazione guelfa. Ora esso re Roberto nel dì 10 di giugno arrivò a Cuneo in Piemonte [Chron. Astens., cap. 53, tom. 11 Rer. Ital.]. Visitò Montevico, Fossano, Savigliano, Cherasco ed Alba, terre di sua giurisdizione, Filippo di Savoia, che si trovava allora in Asti, fece un'imperiosa intimazione agli Astigiani di guardarsi dall'amicizia di quel re. Altrettanto fecero il vescovo di Basilea, Luigi di Savoia, ed altri ambasciatori del re Arrigo, ch'erano pervenuti in quella città, e passarono dipoi a Savona, Genova e Pisa, annunziando dappertutto, la venuta d'esso Arrigo alla corona. Di belle parole dissero gli Astigiani, ma poi, spediti ambasciatori ad Alba, fecero una specie di lega col suddetto re Roberto; e questi dipoi nel dì 9 di agosto venne ad Asti, ed ebbe ad un gran convito i grandi di quella città. Si fece allora le maraviglie Guglielmo Ventura, il quale vi si trovò presente, al vedere che tutti mangiarono e bebbero solamente in vasi d'argento, perchè un lusso tale era tuttavia incognito agl'Italiani. Passò Roberto nel dì 10 d'agosto ad Alessandria, e ne scacciò gl'Inviziati e i Lanzavecchi ghibellini, e si fece dar la signoria di quella città dai Guelfi. Ecco come il buon re andava stendendo l'ali alle spese del romano imperio. Ito poscia a Lucca e a Firenze, dove indarno si studiò di pacificare insieme i Guelfi disuniti, inviò al governo della Romagna Niccolò Caracciolo [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.], il quale, arrivato colà nel mese d'ottobre, ebbe ubbidienza da quasi tutte quelle città, e procurò di mettere pace dappertutto con ridurre nelle lor patrie i fuorusciti. Su due piedi egli ascoltava le liti, e senza strepito di giudizio le decideva. Di uno di questi abbisognerebbe ogni città. Dovette trovare ne' Forlivesi qualche durezza [Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], perchè ne fece spianar le fosse, e mise in prigione Scarpetta, Pino e Bartolommeo degli Ordelaffi, e alcuni dei Calboli e degli Argogliosi. Lasciò poi in libertà i Guelfi, e ritenne i Ghibellini. Ora, avendo Arrigo re de Romani stabilita la sua venuta in Italia, mandò varii ambasciatori a notificarlo alle città. Venne a Milano il vescovo di Costanza [Johannes de Cermenat., cap. 10, tom. 9 Rer. Ital.], e con bella orazione espose come il re era per prendere la corona del ferro dall'arcivescovo di Milano. Mostraronsi pronti i Milanesi a ricevere con tutto onore il sovrano; il solo Guido dalla Torre signor della città buffava, nè volea che si parlasse di questo grande affare. Chiamò poi ad un parlamento il conte Filippone da Langusco signor di Pavia, Antonio da Fissiraga signor di Lodi, Guglielmo Cavalcabò principal cittadino o signore di Cremona, e Simone degli Avvocati da Colobiano cittadin primario o signore di Vercelli, per udir il loro parere. Tutti erano di fazion guelfa. Schiettamente disse Filippone fra i primi ch'egli non voleva essere ribello al re suo signore. Gli altri dissero che bisognava prendere consiglio sul fatto, ma che allora non si potea. Guido dalla Torre era di parere che tutti si unissero contra di questo Tedesco; e smanioso girava per le camere, borbottando e parlando da sè solo. Finì il parlamento senza conchiusione alcuna.

Sul fine d'ottobre arrivò a Susa, e poscia a Torino, il re Arrigo colla regina Margherita sua moglie, mille arcieri e mille uomini d'arme, dopo avere, mercè di un matrimonio, fatto divenir Giovanni suo figliuolo re di Boemia. Amedeo conte di Savoia, Filippo e Luigi parimente di Savoia erano tutti per lui, e seppero ben fare il lor negozio con questo attaccamento. Nella corte d'esso re si contavano l'arcivescovo di Treviri Baldovino suo fratello, Teobaldo vescovo di Liegi, Ugo delfino di Vienna, il duca di Brabante ed altri principi e baroni. Andarono colà a fargli riverenza Filippone conte di Langusco, Teodoro marchese di Monferrato, i vescovi, i signori e gli ambasciatori di varie città, e nominatamente i romani, che comparvero con gran fasto. Tutti condussero gente armata per accompagnarlo. Per attestato di Albertino Mussato [Albertinus Mussatus, lib. 1, cap. 6.], mise un suo vicario in Torino: segno che quella era allora città libera. Nel dì 10 di novembre venne ad Asti [Chron. Astense, cap. 58, tom. 11 Rer. Ital.], e v'introdusse i fuorusciti ghibellini. Gli fu data (malvolentieri nondimeno) la signoria di quella città, ed egli pose quivi un vicario, che cominciò molto bene ad aggravar quel popolo. Usava in corte d'esso re, ed era ben veduto da lui Francesco da Garbagnate [Corio, Istor. di Milano. Bonincon. Morigia, Chron. tom. 12 Rer. Ital.], giovane milanese assai disinvolto, che gli avea più volte detto gran bene di Matteo Visconte esiliato da Milano, con dipignerglielo pel più savio, attivo ed onorato uomo di Lombardia, e perciò capace di ben servirlo ne' correnti affari. Mostrò Arrigo voglia di vederlo. Il Garbagnate, che tenea buon filo col Visconte, gliel fece tosto sapere; e Matteo travestito per solitarii cammini si portò ad Asti, dove, datosi a conoscere, non vi fu cortesia che non ricevesse da quella corte, ed anche dal re. I soli magnati guelfi il guardarono con occhio bieco, e villanamente ancora parlarono di lui, ma senza ch'egli mostrasse di alterarsene punto. Il favorevole accoglimento a lui fatto da Arrigo cagionò bensì che molti Milanesi e Lombardi abbracciarono il suo partito. Ed essendo giunto colà anche l'arcivescovo di Milano Gaston dalla Torre, già esiliato, stabilì pace e lega con esso Matteo, a nome ancora de' suoi fratelli, alcuni dei quali erano tuttavia detenuti prigioni da Guido dalla Torre. Non si fidava molto Arrigo d'andare a Milano, siccome abbastanza informato delle cattive disposizioni di Guido dalla Torre; anzi diffidava non poco di tutti gl'Italiani, perchè sessant'anni correano che non aveano veduto imperadori o re de' Romani; ed avvezzati a vivere a lor modo, non amavano al certo di riconoscere superiore alcuno. Matteo Visconte, per conto di Milano, gli levò le apprensioni del cuore, ben conoscendo egli quanto se ne potea promettere. Il distornò ancora dal differir la sua entrata in Milano, al che l'andavano sotto varii pretesti esortando i capi de' Guelfi [Dino Compagni, tom. 9 Rer. Ital.]. Passò dunque Arrigo a Casale, a Vercelli e a Novara, accolto con allegria da que' popoli. In Vercelli mise fine alla guerra civile fra i Tizzoni ed Avvocati, in Novara fra i Brusati e Tornielli. Ogni fuoruscito potè ritornare alla sua patria. Cavalcò poscia il re, ed, invece di andare a Pavia, dove il conte Filippone l'aspettava, per consiglio di Matteo Visconte, passato il Ticino, s'inviò alla volta di Milano, incontrato di mano in mano da varie schiere di nobili milanesi, tutti in festa e gala, che gli baciavano il piede: dal che s'avvide avergli il Visconte dato buon consiglio. L'ultimo a venirgli incontro fuori de' borghi di Milano fu Guido dalla Torre [Johan. de Cermenat., cap. 13, tom. 9 Rer. Ital.]. Lo sdegno e la superbia erano con lui. Laddove gli altri, all'appressarsi del re, abbassavano le loro insegne, Guido portava diritto la sua. Gl'insegnarono i Tedeschi le creanze ed il dovere, con buttargliela per terra. All'arrivo del re, smontò Guido da cavallo, e gli andò come incantato a baciare il piede. Arrigo, con volto umano riguardandolo, gli disse: Guido, riconosci il tuo re, perchè duro è il ricalcitrar contro lo stimolo. Entrò il re nel dì 23 di dicembre, e non già nel dì seguente, come scrivono alcuni [Gualvan. Flamma, cap. 349. Chron. Astense, cap. 39, tom. 11 Rer. Ital.], in Milano, e seco Gastone arcivescovo, Matteo Visconte ed ogni altro fuoruscito. Volle il dominio della città, che gli fu dato, e Guido dalla Torre andò a sedere: disgrazia per altro da lui preveduta, ma senza avere cercata, o, per meglio dire, trovata maniera di provvedervi. Fece poi far pace fra i Torriani e Visconti, e quetò le altre nemicizie, desiderando che tutti vivessero in pace e concordia. Attese dipoi a far le sue disposizioni per ricevere la corona del ferro, alla qual funzione fu destinato il dì dell'Epifania dell'anno seguente. Fece in quest'anno papa Clemente nelle quattro tempora del Natale una promozione di cinque cardinali, tutti Guasconi [Ptolom. Lucensis, in Vita Clementis V.]: se con piacere degl'Italiani, Dio vel dica. Nè voglio tacere che i Ghibellini di Modena nel mese di luglio cacciarono fuori di città quei da Sassuolo, da Ganaceto e i Grassoni, tutti di fazione guelfa [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.].


MCCCXI

Anno diCristo mcccxi. Indizione IX.
Clemente V papa 7.
Arrigo VII re de' Romani 4.

Per la corona del regno d'Italia, che dovea darsi al re Arrigo, tutte le città di Lombardia e della marca di Verona inviarono i loro ambasciatori a Milano [Albertinus Mussatus, lib. 1, tom. 8 Rer. Ital.], a riserva di Alessandria, d'Alba e d'altri luoghi in Piemonte, che riguardavano per loro signore Roberto re di Napoli. Intanto s'erano già cominciati a veder preparamenti di guerra contra dello stesso Arrigo. I Fiorentini, Lucchesi ed altri di Toscana [Giovanni Villani, lib. 9, cap. 7.] aveano nell'anno precedente eletti gli ambasciatori, per mandar a protestare l'ossequio loro al novello sovrano; ma all'improvviso restò la spedizione, e, per lo contrario, si diede quel popolo a far gente, e contrasse lega col medesimo re e colle città guelfe, per opporsi a lui. Altrettanto fecero i Bolognesi, attendendo specialmente in questo anno a fortificare e ben provvedere la loro città. Non si potrà fallare, attribuendo queste risoluzioni ai maneggi del re Roberto e de' suoi ministri, che non voleano lasciar crescere la potenza di Arrigo, credendola di troppo pregiudizio ai loro interessi. Si aggiunse, essere ben venuto in Italia il novello re con belle proteste di voler mettere la pace dappertutto, ridurre nelle loro patrie gli usciti, non avere parzialità nè per Guelfi, nè per Ghibellini, e di voler conservare tutti i diritti e privilegii di qualsisia città. E, di vero, opinione fu che sul principio fosse pura tal sua intenzione. Non parve poi così nell'andare innanzi. In un general parlamento volle che ogni città avesse un vicario imperiale [Gazata, Chronic. Regiense, tom. 18 Rer. Italic.]. Già gli avea messi in Torino, Asti e Milano; ed essi in luogo dei podestà eletti dai cittadini: il che fu uno sminuire di molto la libertà di quei popoli. Ora nel dì 6 di gennaio esso re fu colla regina Margherita coronato in santo Ambrosio di Milano per le mani dell'arcivescovo milanese Gastone dalla Torre. Pretesero il popolo e i canonici della nobil terra di Monza che nella lor basilica di san Giovanni Batista dovesse egli prendere la corona del ferro, che essi per antico privilegio conservano nel loro sacrario, e nella quale hanno da un secolo e mezzo in qua immaginato che si conservi uno dei sacri chiodi della croce del Signore [Murat., Anecdot. Latin., tom. 2.]: cosa ignorata ne' secoli precedenti. Ma dovettero tanto industriarsi i Milanesi, che nella suddetta basilica di santo Ambrosio seguì quella grandiosa funzione, siccome altre volte s'era fatto [Bonincontrus Morigia, Chron., tom. 12 Rer. Ital.], coll'aver nondimeno Arrigo, mercè d'un suo diploma, preservato il diritto che potesse competere a Monza. In tal congiuntura egli creò cavalieri circa dugento nobili di varie città. Attese di poi a pacificare le città di Lombardia, e in molte di esse mise i suoi vicarii, volendo che in ciascuna d'esse rientrassero gli sbanditi, fossero guelfi o ghibellini. Mise in Modena [Bonif. Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.] per vicario Guidaloste dei Vercellesi da Pistoia, che v'introdusse tutti i fuorusciti guelfi. L'ultimo a comparire alla corte fu Matteo Maggi signore di Brescia, di fazion ghibellina [Johann. de Cermenate, cap. 18, tom. 9 Rer. Italic.], non già per poco affetto al re, ma per timore di Tebaldo Brusato di fazion guelfa, bandito da Brescia negli anni addietro, che, venuto a Milano, avea già guadagnato nella corte di molti protettori. Il buon Arrigo, che mirava al sollievo e bene di tutti, propose al Maggi di ricevere in Brescia Tebaldo. Il Maggi allora disse quanto potè per far conoscere al re come Tebaldo era il maggior perfido e mancator di parola che fosse al mondo, e sfibbiò tutti i tradimenti da lui fatti, e le crudeltà da lui usate in varii tempi. A nulla servì; il re stette saldo in dire che bisognava perdonare, e convenne accomodarsi al di lui volere, con ricevere Tebaldo e i suoi seguaci in Brescia [Malvec., Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.]. Seguì pertanto uno strumento di pace fra i Guelfi e Ghibellini di quella città; ed, avendo Matteo Maggi rinunziata quella signoria, Arrigo mandò colà per suo vicario Alberto da Castelbarco. Non andrà molto che ne vedremo gli effetti.

Diede esso re Arrigo per suo vicario a Milano Giovanni dalla Calcia Franzese, uomo inetto, che neppure un mese durò in quel posto. Gli sustituì Niccolò Bonsignore, un pezzo di mala carne, già bandito per le sue ribalderie da Siena sua patria, che cominciò a maltrattare quel popolo. Richiese il re un dono gratuito dai Milanesi, perchè era corto di moneta. Fu proposto nel consiglio della città il quanto, e rimesso in Guglielmo Posterla il tassarlo. Disse cinquanta mila fiorini d'oro. Tutti consentivano, se non che Matteo Visconte soggiunse che gli parea conveniente donarne anche dieci mila alla regina. Allora Guido dalla Torre s'alzò in collera, riprovando il far così da liberale colla roba altrui; e, nell'uscire del consiglio, disse: E perchè non se ne danno cento mila? questo numero è più perfetto. Perciò i ministri del re scrissero cento mila, e bisognò poi darli. E fin qui era durato il bel sereno; ed Arrigo si figurava di aver data da padre la pace a tutte le città di Lombardia, senza far distinzione tra Guelfo e Ghibellino; ma non tardò ad intorbidarsi il cielo. Perchè Arrigo, sotto spezie di onore, ma veramente per aver degli ostaggi, dimandò che cento figliuoli de' nobili milanesi lo accompagnassero a Roma, si trovarono molte difficoltà, ed insorsero sospetti di sedizione. Furono anche veduti fuor d'una porta Franceschino figliuolo di Guido dalla Torre, e Galeazzo figliuolo di Matteo Visconte, parlar lungamente insieme, e toccarsi la mano nel congedarsi [Bonicontrus Morigia, tom. 12 Rer. Ital. Johannes de Cermen., tom. 9 Rer. Ital. Albertinus Mussatus, tom. 8 Rer. Ital. Ferretus Vicentinus, tom. 9 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Fu riferito ad Arrigo, e fatto credere che il Visconte ed il Torriano macchinassero contra la sua real persona, ed avessero già fatta massa di gente. Però nel dì 12 di febbraio egli mandò una squadra di cavalleria a visitar le case dei nobili. Matteo Visconte, avutone l'avviso, col mantello indosso avanti il suo palazzo li stette aspettando, ragionando intanto con alcuni amici. Arrivati i Tedeschi, come se nulla sapesse, invitolli a bere, e gl'introdusse in casa. Se n'andarono tutti contenti, e persuasi della sua fedeltà. Non così fu al palazzo di Guido dalla Torre. Quivi erano molti armati, quivi si cominciò un tumulto, e si venne alle mani coi tedeschi. Trassero colà i parziali de' Torriani, e dall'altro canto s'andarono ingrossando le truppe del re, il quale fu in gran pena per questo, massimamente dappoichè gli fu riferito che anche Matteo Visconte e Galeazzo suo figliuolo erano uniti coi Torriani. Ma eccoti comparir Matteo col mantello alla corte; ecco da lì un pezzo un messo, che assicurò Arrigo, come Galeazzo Visconte combatteva insieme coi Tedeschi contra de' Torriani: il che tranquillò l'animo di sua maestà. La conclusione fu, che i serragli e palagi dei Torriani furono superati, dato il sacco alle lor ricche suppellettili, spogliate anche tutte le case innocenti del vicinato. Guido dalla Torre e gli altri suoi parenti, chi qua chi là fuggendo, si sottrassero al furor dei Tedeschi, e se ne andarono in esilio, nè mai più ritornarono in Milano. Non si seppe mai bene la verità di questo fatto. Fu detto che i Torriani veramente aveano congiurato, e che nel dì seguente dovea scoppiar la mina [Johann. de Cermenate, cap. 22, tom. 9 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9, cap. 11. Ferretus Vicentinus, lib. 4, tom. 9 Rer. Ital.]. Ma i più credettero, e con fondamento, che questa fosse una sottile orditura dello scaltro Matteo Visconte per atterrare i Torriani, siccome gli venne fatto, con fingersi prima unito ad essi, e con poscia abbandonarli nel bisogno. Nulladimeno, con tutto che egli si facesse conoscer fedele in tal congiuntura ad Arrigo, da lì ad alquanti dì l'invidia di molti grandi milanesi, ed il timore che Matteo tornasse al principato, e si vendicasse di chi l'avea tradito nell'anno 1302, cotanto poterono presso Arrigo, che Matteo fu mandato a' confini ad Asti, e Galeazzo suo figliuolo a Trivigi. Poco nondimeno stette Matteo in esilio. Il suo fedele amico Francesco da Garbagnate, fatto conoscere al re che per fini torti aveano gl'invidiosi allontanato da lui un sì savio consigliere [Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.], cagion fu che Arrigo nel dì 7 d'aprile il richiamò e rimise in sua grazia.