Gran terrore diede alle città guelfe di Lombardia la caduta de' Torriani guelfi. Lodi, Cremona e Brescia per questo alzarono le bandiere contra d'Arrigo. Per confessione di Giovanni Villani, i Fiorentini e Bolognesi con loro maneggi e danari soffiarono in questo fuoco. Antonio da Fissiraga signore di Lodi corse colà; ma, ritrovata quivi dell'impotenza a sostenersi per la poca provvision di vettovaglia, tornò a Milano ad implorar la misericordia del re, e, per mezzo della regina e di Amedeo conte di Savoia, l'ottenne. Mandò Arrigo a prendere il possesso di quella città, e v'introdusse tutti i fuorusciti; poscia nel dì 17 d'aprile coll'armata s'inviò alla volta della ribellata Cremona. S'era imbarcato quel popolo senza biscotto; e ciò per la prepotenza di Guglielmo Cavalcabò capo della fazione guelfa, il quale avea fatto sconsigliatamente un trattato col fallito Guido dalla Torre. Sicchè, all'udire che il re veniva in persona con tutte le sue forze e con quelle de' Milanesi contra di Cremona, se ne fuggì. Sopramonte degli Amati, altro capo de' Ghibellini, uomo savio e amante della patria, allora consigliò di gittarsi alla misericordia del re. Venne egli coi principali della nobiltà e del popolo sino a Paderno, dieci miglia lungi da Cremona; e tutti colle corde al collo, inginocchiati sulla strada, allorchè arrivò Arrigo, con pietose voci e lagrime implorarono il perdono. Era la clemenza una delle virtù di questo re; ma se ne dimenticò egli questa volta, ed ebbe bene a pentirsene col tempo. Comandò che ognun di loro fosse imprigionato e mandato in varii luoghi, dove quasi tutti nelle carceri miseramente terminarono dipoi i lor giorni. Fu questo un nulla. Arrivato a Cremona, non volle entrarvi sotto il baldacchino preparato da' cittadini, fece smantellar le mura, spianar le fosse, abbassar le torri della città. Da lì ancora a qualche giorno impose una gravissima contribuzione di cento mila fiorini d'oro, e fu dato il sacco all'infelice città [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.], che restò anche priva di tutti i suoi privilegii e diritti. Da qualsivoglia saggio fu creduto che questi atti di crudeltà, sconvenevoli ad un re fornito di tante virtù, pel terrore che diedero a tutti, rompessero affatto il corso alla pace d'Italia ed alla fortuna d'Arrigo, addosso a cui vennero poi le dure traversie che andremo accennando. Dacchè per benignità e favore d'esso re rientrò in Brescia Tebaldo Brusato cogli altri fuorusciti guelfi, andò costui pensando come esaltar la sua fazione [Ferretus Vicentinus, lib. 4, tom. 9 Rer. Italic.]. Nel dì 24 di febbraio, levato rumore, prese Matteo Maggi, capo de' Ghibellini, con altri grandi di quella città, e si fece proclamar signore, o almen capo della fazion guelfa, che restò sola al dominio. Albertino Mussato [Albertinus Mussat., Hist. Aug., tom. 8 Rer. Ital.] scrive che i Maggi furono i primi a rompere la concordia, e che poi rimasero al disotto. Jacopo Malvezzo [Malvecius, Chronic. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.] ed altri scrittori bresciani non la finiscono di esaltar con lodi la persona di Tebaldo Brusato. Ma gli autori contemporanei ed il fatto stesso ci vengono dicendo che egli fu un ingrato ai benefizii ricevuti dal re Arrigo, e un traditore, avendo egli scacciato il di lui vicario, e fatta ribellare contra di lui quella città, in cui la real clemenza, di bandito e ramingo ch'egli era, l'avea rimesso. Dopo avere il re tentato, col mandare innanzi Valerano suo fratello, se i Bresciani si voleano umiliare, e trovato che no [Dino Compagni. Chron., tom. 9 Rer. Ital.], tutto sdegno nel mese di maggio mosse l'armata contra di quella città, e n'intraprese l'assedio. Fu parere del Villani, che s'egli, dopo la presa di Cremona, continuava il viaggio, Bologna, Firenze e la Toscana tutta veniva facilmente all'ubbidienza sua. A quell'assedio furono chiamate le milizie delle città lombarde. Spezialmente vi comparve la cavalleria e fanteria milanese. Giberto da Correggio, oltre all'aver condotto colà la milizia di Parma, donò ad Arrigo la corona di Federigo II Augusto, presa allorchè quell'imperadore fu rotto sotto Parma. Per questo egli, se crediamo al Corio [Corio, Istor. di Milano.], ottenne il vicariato di quella città. Albertino Mussato scrive che quivi fu messo per vicario un Malaspina. Nulla mi fermerò io a descrivere gli avvenimenti del famoso assedio di Brescia. Basterammi di dire che la città era forte per mura e per torri, ma più per la bravura de' cittadini, i quali per più di quattro mesi renderono inutili tutti gli assalti e le macchine dell'esercito nemico. Circa la metà di giugno, in una sortita restò prigion de' Tedeschi l'indefesso Tebaldo Brusato, e coll'essere strascinato e squartato pagò la pena dei suoi misfatti. Infierirono perciò i Bresciani contra dei prigioni tedeschi, e si accesero maggiormente ad un'ostinata difesa. In un incontro anche Valerano fratello del re, mortalmente ferito, cessò di vivere.
Per tali successi era forte scontento il re Arrigo. L'onor suo non gli permettea di ritirarsi; ed intanto maniera non si vedea di vincere la nemica città. Mancava il danaro per la sussistenza dell'armata; e il peggio fu, che in essa entrò una fiera epidemia, ossia la peste vera, che facea grande strage [Johannes de Cermenat., tom. 9 Rer. Italic.]. Dio portò al campo tre cardinali legati spediti dal papa per coronare in Roma, e sollecitar per questo il re Arrigo, cioè i vescovi d'Ostia e d'Albano, e Luca dal Fiesco. Questi mossero parola di perdono e di pace. Entrò il Fiesco col patriarca d'Aquileia in Brescia, e trovò delle durezze. Vi ritornò, e finalmente conchiuse l'accordo. Fu in salvo la vita e la roba dei cittadini, e si scaricò sopra le mura della città il gastigo della ribellione, le quali furono smantellate, e per esse entrò Arrigo nella città nel dì 24 di settembre, seco menando i fuorusciti. Oltre a ciò, settanta mila fiorini d'oro volle da quel popolo, con altri aggravii, per quanto scrive il Malvezzi, e lo conferma Ferreto Vicentino, contro le promesse fatte al cardinale dal Fiesco. Da Brescia passò a Cremona, indi a Piacenza, dove lasciò un vicario [Albertinus Mussat., lib. 4, tom. 8 Rer. Ital.], rimanendo deluso Alberto Scotto, il quale poco dopo ricominciò le ostilità contro la patria. Trasferitosi a Pavia, quivi si trovarono per la peste calata a tal segno le sue soldatesche, che Filippone da Langusco, non più signore di quella città, avrebbe potuto assassinarlo, se il mal talento gliene fosse venuto. E ne corse anche il sospetto; perlochè portossi colà Matteo Visconte con possente corpo di Milanesi; ma Filippone gli chiuse le porte in faccia. Matteo, dico, il quale, stando Arrigo sotto Brescia, non tralasciò ossequio e diligenza veruna per assisterlo con gente, danari e vettovaglie; laonde meritò d'essere creato vicario di Milano, e di poter accudire da lì innanzi all'esaltazione della propria casa. In Pavia mancò di vita, per le malattie contratte all'assedio di Brescia, il valoroso Guido conte di Fiandra. E quivi, a persuasione di Amedeo conte di Savoia, Arrigo dichiarò vicario di Pavia, Vercelli, Novara e Piemonte Filippo di Savoia, principe allora solamente di titolo della Morea. Scrive Giovanni da Cermenate [Johannes de Cermen., tom. 9 Rer. Ital.], e con lui va d'accordo Galvano Fiamma [Gualv. Flamma, Manipul. Flor.] col Malvezzi [Malvec., Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.], che questo principe, unitosi dipoi con Filippone di Langusco e cogli altri Guelfi, fece ribellar quelle città, ed altre ancora al re suo benefattore. Nel dì 21 d'ottobre arrivò Arrigo a Genova, accolto da quel popolo con sommo onore; ed avuta che ebbe la signoria della città, si studiò di metter pace fra que' di lor natura alteri, ed allora troppo discordanti, cittadini, e rimise in città Obizzino Spinola con tutti i fuorusciti [Georg. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Giovanni Villani. Albertinus Mussatus, et alii.]. Ma quivi nel dì 13 di dicembre da immatura morte fu rapita la regal sua moglie Margherita di Brabante, principessa per le sue rare virtù degna di più lunga vita. Intanto si scoprirono suoi palesi nemici i Fiorentini, Lucchesi, Perugini, Sanesi ed altri popoli di Toscana, i quali, sommossi ed assistiti dal re Roberto, fatto grande armamento, presero i passi della Lunigiana, per impedirgli il viaggio per terra. Erano all'incontro per lui gli Aretini e Pisani; i quali ultimi mandarono a Genova una solenne ambasceria ad invitarlo, con fargli il dono di una sì magnifica tenda militare, che sotto vi poteano stare dieci mila persone. Lo scrive Albertino Mussato; e chi non vuol credere sì smisurata cosa dazio non pagherà. Per più di due mesi si fermò in Genova il re Arrigo, nè si può negare che tendeva il suo buon volere a ricuperare bensì i diritti molto scaduti del romano imperio; ma insieme, se avesse potuto, a rimettere la quiete in ogni città, e ad abolir le matte e sanguinarie fazioni de' Guelfi e Ghibellini. Tutto il contrario avvenne. La venuta sua mise in maggior moto gli animi alterati e divisi de' popoli.
Giberto da Correggio, guadagnato e soccorso da' Fiorentini e Bolognesi, mosse a ribellione Parma e Reggio. In Cremona fu una sedizione non picciola, e ne fu cacciato il ministro del re. Filippone da Langusco insorse in Pavia contra dei Beccheria ed altri Ghibellini, e, col favore di Filippo di Savoia, li scacciò. Lo stesso accadde ai Ghibellini d'Asti, Novara e Vercelli. Anche in Brescia ed in altre città furono tumulti e sedizioni. In Romagna altresì il vicario del re Roberto mise le mani addosso ai capi dei Ghibellini di Imola, Faenza, Forlì e d'altri luoghi, e sbandì la loro fazione [Giovanni Villani, lib. 9, cap. 18.]. Pesaro e Fano, città ribellate al papa, furono ricuperate dal marchese d'Ancona [Ferretus Vicentinus, tom. 9 Rer. Ital.]. In Mantova volle il re Arrigo che tornassero gli sbanditi guelfi, e quivi pose per vicario Lappo Farinata degli liberti. Ma Passerino e Butirone de' Bonacossi, dianzi padroni della città, presero un giorno l'armi col popolo, e costrinsero que' miseri a tornarsene in esilio, senza rispetto alcuno al vicario regio. Era l'Augusto Arrigo in gran bisogno di moneta. Una buona offerta gli fu fatta da essi Bonacossi, ed ottennero con ciò il privilegio di vicarii imperiali di Mantova. Di questo potente strumento seppe ben valersi anche Ricciardo da Camino per impetrare il vicariato di Trivigi. E per la stessa via parimente giunsero Alboino e Cane dalla Scala fratelli ad ottener quello di Verona. Nè qui si fermò l'industria loro. In questi tempi la città di Padova per la goduta lunga pace [Albertinus Mussatus, lib. 2 et 3, rub. 3, tom. 8 Rer. Ital.], e perchè dominava anche in Vicenza, si trovava in un invidiabile stato per le ricchezze e per la cresciuta popolazione. Questa grassezza, secondo il solito, serviva di eccitamento e fomento all'alterigia de' cittadini, in guisa che, avendo il re Arrigo fatto lor sapere di voler inviare colà un vicario, e richiesti sessanta mila fiorini d'oro per la sua coronazione, quel popolo se ne irritò forte; e, a suggestione ancora de' Bolognesi e Fiorentini, negò di ubbidire, e proruppe inoltre in parole di ribellione. Cane dalla Scala, siccome quegli che già aspirava a gran cose, conosciuta anche la disposizion de' Vicentini, che pretendeano d'essere maltrattati dagli uffiziali padovani, e s'erano invogliati di mettersi in libertà, prese il tempo, e consigliò ad Arrigo di gastigar l'arroganza di Padova con levarle Vicenza. Ebbe effetto la mina. Cane accompagnato da Aimone vescovo di Genevra, e colle milizie di Verona e Mantova [Cortus, Histor., lib. 1, tom. 12 Rer. Ital.], nel dì 15 d'aprile (e non già di marzo, come ha lo scorretto testo di Ferreto Vicentino) entrò in quella città, e ne cacciò il presidio padovano. I Vicentini, che si credeano di ricoverar la libertà, non solamente caddero sotto un più pesante giogo, ma piansero il saccheggio della loro città per iniquità di Cane, che non attenne i patti. Calò allora l'albagia del popolo padovano; cercò poi accordo, e l'ottenne, ma con suo notabile svantaggio; perchè, oltre all'avere ricevuto per vicario imperiale Gherardo da Enzola da Parma, in vece di sessanta, dovette pagare cento mila fiorini d'oro alla cassa del re.
Morì in quest'anno Alboino dalla Scala, e restò solo Can Grande suo fratello nella signoria di Verona, con tener anche il piede in Vicenza. Tale era allora lo stato, ma fluttuante, della Lombardia e dell'Italia. I soli Veneziani si stavano in pace, osservando senza muoversi le commozioni altrui. Aveano spediti ad Arrigo, subito ch'egli fu giunto in Italia, i loro ambasciatori con regali, a titolo non già di suggezione, ma d'amicizia, e con ordine di non baciargli il piede [Albertinus Mussat., lib. 3, rub. 8, tom. 8 Rer. Ital.]. Venne poscia in quest'anno a Venezia il vescovo di Genevra ambasciatore d'Arrigo; ma non dimandò a quel popolo nè fedeltà nè ubbidienza. Terminò i suoi giorni in quest'anno appunto [Continuator Danduli, tom. 12 Rer. Ital.] Pietro Gradenigo doge di Venezia, e nel dì 22 d'agosto (il Sanuto [Marino Sanuto, tom. 21 Rer. Ital.] scrive nel dì 13) fu surrogato in suo luogo Marino Giorgi, assai vecchio, che poco più di dieci mesi tenne quel governo. Sotto Brescia, siccome accennammo, cominciò ad infierir la peste nell'armata regale, e si diffuse poi per varie città. Ne restò spopolala Piacenza, Brescia, Pavia, ed altri popoli empierono i lor cimiterii. Portò il re Arrigo colle sue genti a Genova questo malore, e però quivi fu gran mortalità. Diede principio papa Clemente V [Raynaldus, Annal. Eccles. Baluzius, in Vita Pontific.] nell'ottobre di quest'anno al concilio generale in Vienna del Delfinato, al quale intervennero circa trecento vescovi. Era riuscito alla saggia destrezza d'esso pontefice e de' cardinali il far desistere Filippo il Bello re di Francia dal proseguir le calunniose accuse contro la memoria di papa Bonifazio VIII. Nel concilio si avea da trattare, ma poco si trattò de' tanti abusi che allora si osservavano nel clero e nella stessa corte pontificia, massimamente in riguardo alla collazion de' benefizii e alla simonia: intorno a che restano varie memorie e scritture di quei tempi, che io tralascio, rimettendo i lettori alla storia ecclesiastica, dove se ne parla ex professo.
MCCCXII
| Anno di | Cristo mcccxii. Indizione X. |
| Clemente V papa 8. | |
| Arrigo VII re 5, imperad. 1. |
I lamenti de' Genovesi, e il non poter più l'Augusto Arrigo ricavar da essi alcun sussidio di moneta, di cui troppo egli scarseggiava, gli fecero prendere la risoluzion di passare durante il verno a Pisa. Per terra non si potea, essendo serrati i passi dalla lega di Toscana. Trenta galee adunque de' Genovesi e Pisani furono allestite affine di condurre per mare lui, e la corte e gente sua [Giovanni Villani, lib. 9, cap. 36.]. Nel dì 16 di febbraio imbarcatosi fu forzato dal mare grosso a fermarsi parecchi dì in Porto Venere. Finalmente nel dì 6 di marzo sbarcò a Porto Pisano, accolto con indicibil festa ed onore dal popolo di Pisa. Colà concorsero a furia i Ghibellini fuorusciti di Toscana e di Romagna, ed egli nella stessa città aspettò il rinforzo di gente che gli dovea venir di Germania. Intanto recò qualche molestia ai Lucchesi ribelli, con tor loro alcune castella. Ma quel che dava a lui più da pensare, era che il re Roberto, fingendo prima di volere amicizia con lui, gli avea anche spediti ambasciatori a Genova per intavolar seco un trattato di concordia e di matrimonio; ma furono sì alte ed ingorde le pretensioni di Roberto, che Arrigo non potè consentirvi. Dipoi mandò esso re Roberto a Roma Giovanni suo fratello con più di mille cavalli, il quale prese possesso della Basilica Vaticana e di altre fortezze di quella insigne non sua città. Volle intendere Arrigo le di lui intenzioni. Gli fu risposto (credo io per beffarsi di lui) esser egli venuto per onorar la coronazione d'Arrigo, e non per fine cattivo. Ma intanto s'andò esso Giovanni sempre più ingrossando di gente, e, fatto venire a Roma un rinforzo di soldati fiorentini, si unì cogli Orsini ed altri Guelfi di Roma, e cominciò la guerra contra de' Colonnesi ghibellini e fautori del futuro novello imperadore. Allora si accertò Arrigo che l'invidia ed ambizione del re Roberto, non offeso finora, nè minacciato da Arrigo, aveano mosse quelle armi contra di lui per impedirgli il conseguimento della imperial corona. Tuttavia, preso consiglio dal suo valore, ed, animato dai Colonnesi e da altri Romani suoi fedeli che teneano il Laterano, il Coliseo ed altre fortezze di Roma, nel dì 23 d'aprile s'inviò con due mila cavalieri e grosse brigate di fanteria a quella volta. Arrivò a Viterbo, e per più giorni quivi si fermò, perchè le genti del re Roberto aveano preso e fortificato Ponte Molle. Nel qual tempo avendo tentato i Ghibellini d'Orvieto di cacciare i Monaldeschi e gli altri Guelfi di quella città, senza voler aspettare il soccorso di Arrigo, ebbero essi la peggio, e furono spinti fuori di quella città. Finalmente rimessosi in viaggio e superati gli oppositori a Ponte Molle, nel dì 7 di maggio entrò in Roma con sue genti [Ferretus Vicentinus, lib. 5, tom. 9 Rer. Ital.], e cominciò la guerra contro le milizie del re Roberto con varii incontri ora prosperosi ed ora funesti de' suoi. In uno d'essi lasciarono la vita Teobaldo vescovo di Liegi e Pietro di Savoia fratello di Lodovico senatore di Roma. Conoscendo poi l'impossibilità di snidare dalla città leonina e dal Vaticano gli armati spediti colà dal re Roberto, quasi per violenza a lui fatta dal popolo romano, determinò di farsi coronare imperadore nella basilica lateranense: funzione che fu solennemente eseguita nella festa de' santi Apostoli Pietro e Paolo [Albertus Mussatus. Ptolom. Lucens., in Vita Clementis V.], cioè nel dì 29 di giugno, e non già nella festa di san Pietro in Vincola al primo giorno d'agosto, come ha Giovanni Villani [Giovanni Villani, lib. 9, cap. 42.]. Nel qual giorno ancora si contrassero gli sponsali fra una figliuola del novello imperadore e Pietro figliuolo di Federigo re di Sicilia, con cui Arrigo, dacchè vide il mal animo del re Roberto, avea stabilita lega. Seguitò poi la guerra in Roma. E qui può chiedere taluno: come mai si attribuì il re Roberto tanta autorità di spedir le sue armi a Roma, con fare il padrone dove niun diritto egli avea, e con chiara offesa ed obbrobrio del papa, signore d'essa città? Non v'erano eglino più scomuniche per reprimere una si fatta violenza? In altri tempi che strepito non si sarebbe udito? Eppure niun risentimento non ne fu fatto, in maniera che avrebbe potuto talun credere delle segrete intelligenze fra il pontefice e il re Roberto. Ma il papa troppo s'era legate le mani, dappoichè antepose il soggiorno della Provenza e di stare fra i ceppi, per così dire, del re Roberto e del re di Francia, piuttosto che di portarsi alla sedia di Roma, destinata dalla provvidenza di Dio alla libertà dei papi. Non potea egli ciò che volea, nè ciò che esigeva il debito suo. Ce ne avvedremo all'anno seguente.
Intanto cominciava a rincrescere di troppo questa musica al popolo romano. Era sminuita non poco l'armata cesarea; quella di Giovanni fratello di Roberto ogni di più s'andava rinforzando [Albertinus Mussatus, lib. 8, cap. 8.]. Però l'Augusto Arrigo nel dì 20 di luglio si ritirò a Tivoli; poscia perchè i fuorusciti toscani continue istanze gli faceano di volgere le sue armi contro la Toscana, si inviò a quella volta nel seguente agosto. Diede dei gravi danni ai Perugini, in passando pel loro distretto, ed arrivò ad Arezzo, dove si vide ben accolto. Straordinarii preparamenti fecero di armati e di viveri i Fiorentini [Giovanni Villani, lib. 9, cap. 44.], nè poco fu il loro terrore, dacchè, entrato l'imperadore nel territorio loro, prese Monte Varchi, San Giovanni, e Feghine, e fece fuggire dall'Ancisa l'esercito di essi Fiorentini, con dar loro una spelazzata, e poi si accampò intorno alla medesima città di Firenze nel dì 19 di settembre. Mandarono le città collegate gagliardi soccorsi di gente armata ai Fiorentini, i quali certo ne aveano almeno il doppio più che l'esercito imperiale; pure non osarono mai di uscire a battaglia. A sacco e fuoco era messo intanto il loro contado. Immenso fu il bottino che fecero i Tedeschi e i fuorusciti di Toscana. Veggendo poscia l'imperadore che perdeva il tempo intorno a Firenze, si ritirò a San Casciano, ed ivi celebrò la festa del santo Natale. Ma se la Toscana si trovava in gran moto, minor non era quello della Lombardia. I Padovani, siccome quelli che non poteano digerire la perdita di Vicenza, loro tolta da Cane dalla Scala, ribellatisi espressamente all'imperadore, diedero principio alla guerra contra di quella città, che divenne, e per lungo tempo fu, il teatro delle miserie. Saccheggiarono le ville del Veronese sino a Legnago e Tiene, Marostica ed altri luoghi del Vicentino. Ma non istette colle mani alla cintola lo Scaligero. Anch'egli entrò nel Padovano, distrusse colle fiamme varie terre, e fra l'altre quella di Montagnana, senza potere impadronirsi del castello. Avea l'imperadore Arrigo, all'udire gli sconcerti della Lombardia, inviato per suo vicario generale il conte Guarnieri di Oemburg [Bonincontrus Morigia, Chronic., tom. 12 Rer. Ital.], da altri appellato di Ottomburg, cavaliere tedesco. In una sua lettera al comune di Monza è scritto de Humbergh. Questi fu chiamato in suo aiuto da Cane dalla Scala; ma per poco tempo stette ai danni de' Padovani. Essi, rinforzati da Francesco marchese d'Este e dai Trivisani, fecero dipoi nuove scorrerie sul Vicentino e Veronese. In quest'anno Ricciardo da Camino, signore di Trivigi, Feltre e Belluno, fu ucciso con una ronca da un contadino [Cortus, Hist., lib. 1, tom. 12 Rer. Ital.], il quale fu subito messo in pezzi dalle guardie, senza sapersi chi fosse, nè da chi mandato. In quella signoria succedette Guecelo suo fratello. Anche il suddetto Francesco marchese d'Este [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] venuto a Ferrara, mentre tornava dalla caccia del falcone in città, alla porta del Lione fu assalito dai soldati catalani, e per ordine di Dalmasio, governatore di quella città pel re Roberto, fu barbaramente ucciso: cosa che fece orrore a tutta la Lombardia. Guglielmo Cavalcabò, gran fazionario della parte guelfa (e che avea poc'anzi nel mese di marzo fatto ribellare Cremona [Albertinus Mussatus, lib. 6, rubr. 2. Johannes de Cermenat., cap. 46, tom. 9 Rer. Ital.], con farne fuggire Galeazzo Visconte, che era ivi vicario imperiale), mentre, unito con Passerino dalla Torre, dopo essersi impadronito della ricca terra di Soncino, era intento ad espugnar quel castello, trovò anch'egli ciò che non s'aspettava. Veniva il conte Guarnieri vicario generale da Brescia per dar soccorso al castello suddetto; ed accoppiatesi con lui le soldatesche milanesi, inviategli da Matteo Visconte, prima sconfisse lo sforzo de' Cremonesi che andava in aiuto del Cavalcabò, poscia, entrato in Soncino, mise in fuga quegli assedianti. Condotto a lui preso Guglielmo Cavalcabò, gli disse: Io non vo' che da qui innanzi tu abbi a cavalcare nè bue nè cavallo; e con un colpo di mazza lo stese morto a terra. Per questa perdita saltò un gran terrore addosso ai Cremonesi, presso i quali in questi giorni diede fine alla sua vita Guido dalla Torre, già signor di Milano.
In Lodi la fazion guelfa de' Vistarini, coll'aiuto di Giberto da Correggio e degli altri Guelfi, cacciò fuori della città il vicario imperiale; ed, oppressa e dispersa la fazione de' Sommariva, si fece padrona di quella città. In Pavia Filippone conte di Langusco, e gran caporale de' Guelfi, pose in prigione Manfredi da Beccaria, e cacciò dalla città i grandi della fazion ghibellina: al che parve che consentisse Filippo di Savoia principe della Morea, vicario allora di quella città, e di Vercelli e Novara. La pendenza di questo principe verso i Guelfi rendè dubbiosa la sua fede all'imperadore. Ma l'astuto Matteo Visconte seppe indurlo ad inimicarsi con esso Filippone e con Simone da Colobiano, capo de' Guelfi in Vercelli. E in effetto quel principe con frode ritenne prigioniere Ricciardino primogenito di Filippone e il suddetto Simone con molti altri de' maggiori di Pavia: per la quale azione si screditò non poco in Lombardia. Allora il Visconte, chiamati a sè i marchesi di Monferrato e di Saluzzo, spinse Galeazzo suo figliuolo nella Lomellina a' danni de' Pavesi, con rovinare i raccolti, saccheggiar le castella, e prendere Mortara e Garlasco. Prima di questo fatto si suscitò anche in Vercelli una fiera ed impetuosa guerra tra le fazioni degli Avvocati e de' Tizzoni [Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.]: guerra che dicono durata entro quella città circa quarantanove giorni. Fu essa cagione di aperta rottura fra il suddetto Filippo di Savoia e il conte Guarnieri vicario generale dell'imperadore. Accorsero amendue a Vercelli colle lor milizie, e si venne ad una zuffa fra loro, in cui restarono tutti e due feriti. Il principe dipoi, sentendo che veniva lo sforzo de' Milanesi, se ne tornò a Torino. Abbiamo da Giovanni da Cermenate [Johannes de Cermenat., cap. 50, tom. 9 Rer. Italic.], che essendo restato questo Filippo, appellato principe della Morea, in età pupillare sotto la tutela di Amedeo di Savoia suo zio, gli fu da lui usurpata la contea di Savoia, e che il conte Amedeo, per compensazione, gli cedette infine, oltre ad alcune castella del Piemonte, la città di Torino, ch'egli probabilmente avea conseguito dall'Augusto Arrigo in ricompensa del suo fedele attaccamento. Il bello fu che, essendo restata indecisa la question di Vercelli, perchè n'era stato fatto compromesso nella contessa di Savoia e nel marchese di Monferrato: Filippone da Langusco coi Pavesi ed altri amici guelfi corse colà nel mese di luglio [Albertinus Mussatus, lib. 7, rubr. 9, tom. 8 Rer. Ital.], ben ricevuto da Oberto da Colobiano vescovo della città, chiamato con errore Simone dal Mussato; ed abbattuta affatto la parte dei Tizzoni ghibellini, ridusse in poter suo e degli Avvocati guelfi quella città. Nella Cronica di Piacenza [Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.] è distintamente narrato questo fatto; e come Filippone, dopo avere sconfitto un corpo di Milanesi inviato da Matteo Visconte a Vercelli, si portò colà col pennone d'esso Matteo, fingendosi Marco di lui figliuolo; e con questo avendo ingannato Teodoro marchese di Monferrato, ch'era rimasto alla guardia della città, con facilità se ne impadronì. Di molte novità furono ancora in Piacenza. Nel dì 18 di febbraio fu in armi quel popolo, e i Guelfi ne scacciarono il vicario imperiale e i Ghibellini. Unitisi questi fuorusciti con Alberto Scotto, ebbero maniera nel dì 18 di marzo di rientrare in Piacenza, e di dar la fuga ai Guelfi: con che tornò ivi a signoreggiar l'imperadore, che vi pose per vicario Lodrisio Visconte. Poscia nel dì 20 di settembre lo stesso Alberto Scotto, levato rumore, spinse fuori della città Ubertino Lando co' suoi seguaci ghibellini, e per la terza volta si fece proclamar signor di Piacenza.