Peggiori e più strepitosi furono in quest'anno gli avvenimenti di Modena [Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Mussatus, lib. 7, rubr. 7.]. Qui era per vicario dell'imperadore Francesco Pico della Mirandola. I Rangoni, Boschetti, Guidoni e da Rodeglia, cogli altri di fazione guelfa, segretamente tessevano un trattato coi Bolognesi. Non fu esso sì occulto che non traspirasse; e però queste famiglie, conosciuto il periglio, fuggendo dalla città, e ridottesi alle loro castella, cominciarono la guerra contro la patria, assistite da un buon nerbo di cavalleria e fanteria bolognese, e da quei di Sassuolo. Essendo essi Guelfi venuti a dare il sacco e il fuoco alla villa di Bazovara, Francesco dalla Mirandola coi Modenesi arditamente diede loro battaglia nel dì 9 di luglio, ma ne andò sconfitto. Restarono sul campo uccisi de' principali Prendiparte suo figliuolo, Tommasino da Gorzano, Uberto da Fredo, Niccolò degli Adelardi, con circa cento cinquanta altri de' migliori cittadini, e presi circa cento. Per questa rotta fu in somma costernazione Modena, e il popolo ricorse tosto per aiuto a Can Grande dalla Scala signor di Verona, a Rinaldo, appellato Passerino de' Bonacossi, signor di Mantova, e a Matteo Visconte signor di Milano; ben prevedendo che i Bolognesi nel caldo di questa vittoria sarebbono corsi con grande sforzo per impossessarsi della loro città, siccome infatti fu da essi tentato. Ma accorsi in persona Cane e Passerino con gente assai, frastornarono tutti i disegni dell'armata di Bologna, la quale, frettolosamente venuta, era fin giunta alle fosse della città, ed avea già dato principio all'assedio e agli assalti. Allora fu che Passerino seppe profittare del tempo propizio; perchè, trovandosi i Modenesi in tanto bisogno, si fece nel quarto, oppur quinto giorno d'ottobre, eleggere signor di Mantova, e governolla dipoi per anni parecchi da tiranno. Fiera eziandio continuò in questo anno la guerra fra i Padovani e Can Grande dalla Scala. Distrussero i primi una gran quantità di ville del Vicentino ne' mesi d'agosto e di settembre, e pervennero saccheggiando fin quasi alle porte di Vicenza, mancando allo Scaligero forze da poter loro resistere. Non finì quest'anno, che Guecelo da Camino, partendosi dalla lega de' Padovani, trattò di unirsi con Cane dalla Scala, col conte di Gorizia e coi Ghibellini. Essendosi ciò scoperto, e venendo riprovato dal popolo di Trivigi [Cortus, Hist., lib. 1, tom. 12 Rer. Ital.], congiurarono contra di lui Castellano vescovo della città, Rambaldo conte di Collalto, Biachino da Camino ed altri Guelfi; e poscia nel dì 15 di dicembre, gridato all'armi, per forza il privarono del dominio. Cacciato egli dalla città, si ritirò al suo castello di Serravalle; e Trivigi tornò all'essere di repubblica. Nella città d'Asti [Chron. Astense, cap. 69, tom. 11 Rer. Ital.] regnava il partito de' Gottuari, ossia di quei da Castello ghibellini, e v'era per vicario dell'imperadore Tommasino da Enzola. I Solari cogli altri Guelfi fuorusciti si raccomandarono ad Ugo del Balzo Provenzale siniscalco del re Roberto, che diede loro assistenza colle sue genti. Nel dì 4 di aprile fu aspra battaglia fra loro e gli Astigiani, ed, essendo rimasti perditori gli ultimi, e fatti ben mille prigioni d'essi, i fuorusciti entrarono in Asti, e giurarono poi fedeltà al re Roberto nella maniera che aveano praticato gli Alessandrini. Il medesimo Ugo del Balzo, nel mentre che Teodoro marchese di Monferrato era nel mese di giugno al guasto delle ville del Pavese, entrò per forza in Casale di Monferrato, bandì molti di quei cittadini, ed obbligò gli altri a riconoscere per lor signore il suddetto re Roberto. Aggiugne il Ventura, da cui abbiam tali notizie, autore contemporaneo, che anche la città di Pavia prestò al medesimo re un simile giuramento, con iscusarsi Filippone conte di Langusco di essere stato tradito da Filippo di Savoia, principe della Morea, che avea sotto la buona fede fatto prigione, e tuttavia ritenea nelle carceri, Riccardino, ossia Ricciardino suo figliuolo, e dieci de' primarii cittadini di Pavia; con allegar eziandio d'essere stato troppo maltrattato dal conte Guarnieri, da Matteo Visconte e dai Milanesi, che aveano distrutte e prese tante ville e castella del Pavese. Dopo aver Marino Giorgi per poco più di dieci mesi tenuto il governo di Venezia, sbrigossi da questa vita, e in suo luogo fu eletto doge di quella repubblica Giovanni Soranzo nel dì 13 di giugno, secondo il Continuator del Dandolo [Contin. Danduli, tom. 12 Rer. Ital.]; ma, secondo il Sanuto [Marino Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.] (e forse più fondatamente), nel dì 15 di luglio. Diede fine in quest'anno papa Clemente V al concilio generale di Vienna, in cui fu abolito l'ordine de' Templari, e posto fine alle ingiuriose procedure contro la memoria di papa Bonifazio VIII, la cui credenza fu dichiarata cattolica ed incorrotta [Giovanni Villani, lib. 9, cap. 22.]. Due cavalieri catalani si esibirono pronti a provarla in duello: il che confuse chiunque gli volea male. Fece anche il papa una promozione di nove cardinali tutti franzesi in grave danno della Sedia di san Pietro, che sempre più veniva a restare in mano degli oltramontani [Raynald., in Annal. Ecclesiast.]. Allorchè l'Augusto Arrigo si partì dalla vinta città di Brescia, seco menò per ostaggi settanta de' migliori cittadini d'essa città sino a Genova [Malvec., Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.]. Siccome erano tenuti senza guardia, di là se ne fuggirono tutti, e, tornati alla patria, fecero commozione nel popolo, e fu battaglia civile fra i Guelfi e Ghibellini. Gli ultimi ne furono cacciati, e contra l'imperadore si ribellò la città. Aiutarono parimente essi Bresciani guelfi i Guelfi di Cremona a rientrar nella loro città. Ma perciocchè i fuorusciti ghibellini bresciani occupavano di molte castella, e faceano gran guerra alla patria, fu mossa parola di concordia fra loro; e andò sì innanzi il trattato, che, per mezzo di Federigo vescovo di quella città, nel dì 13 di ottobre si conchiuse pace fra loro, ed ognuno potè ritornare alle proprie case: pace maggiormente poi fortificata da molti maritaggi che seguirono fra quelle fazioni. E tale fu l'anno presente, fecondo di tanti avvenimenti, funesto per tante rivoluzioni, e per uno quasi universale sconcerto di tutta quanta l'Italia, di modo che a voler minutamente riferire i fatti d'allora, moltissimi fogli non basterebbono. L'assunto mio, inclinato alla brevità, non mi permette di più. Il che dico ancora per quello che resta della presente storia, in cui piuttosto accennerò le avventure dell'Italia, lasciando, a chi più ne desidera, il ricorrere ai fonti, cioè agli scrittori che cominciano ad abbondare in questo secolo, e diffusamente trattano di questi affari.
MCCCXIII
| Anno di | Cristo mcccxiii. Indizione XI. |
| Clemente V papa 9. | |
| Arrigo VII re 6, imperad. 2. |
Da San Casciano nel dì 6 di gennaio si ritirò l'Augusto Arrigo a Poggibonzi, dove fece fare un castello sul Poggio, dandogli il nome di castello imperiale [Giovanni Villani, lib. 9, cap. 47.]. Stette ivi sino al dì 6 di marzo; e perciocchè cominciò a patir difetto di vettovaglia, e per le infermità si assottigliò forte la sua armata, se ne tornò a Pisa. A Poggibonzi furono a trovarlo gli ambasciatori di Federigo re di Sicilia, che, oltre all'avergli portato un sussidio di venti mila doble d'oro (regalo opportuno al suo estremo bisogno), concertarono seco di portar la guerra contra del re Roberto nel regno di Napoli. Quantunque l'imperadore si vedesse in mal arnese per l'esercito tanto sminuito, e che maggiormente calò per la partenza di Roberto conte di Fiandra colle sue genti; pure, siccome principe di rara virtù, che per niuna avversità si turbava, per niuna prosperità si gonfiava, attese a rimettersi in buono stato, già risoluto di far pentire Roberto re di Napoli delle offese indebitamente a lui fatte finora. E, dimorando egli in Pisa, Arrigo di Fiandra suo maliscalco, ossia maresciallo, con ottocento cavalieri ed otto mila pedoni passò in Versiglia e Lunigiana a' danni de' Lucchesi. Fra le altre terre, prese per forza la ricca di Pietrasanta. Degna è di memoria la fondazione d'essa, fatta dopo la metà del secolo precedente da Guiscardo nobile milanese della famiglia Pietrasanta, allora podestà di Lucca, il quale dal suo cognome la nominò. Odasi Giovanni da Cermenate, autore di questi tempi, che così ne parla [Johann. de Cermenate, cap. 62, tom. 6 Rer. Ital.]: Henricum de Flandria expugnare Petram-Sanctam mittit oppidum, licet dives, novum. Ipsum namque construxerat quondam. Guiscardus de Petra-Sancta, nobilis civis Mediolani, urbe sua exulans, prima Turrianorum regnante tyrannide, in districtu aut prope confinia lucanae urbis, cujus rector erat, oppido sui cognominis imponens nomen. Aggiungasi Tolomeo da Lucca, istorico anche esso di questi tempi, che mette all'anno 1255 [Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.] Guiscardo da Pietra Santa per podestà di Lucca, qui de Versilia duos burgos, unum ex suo nomine nominavit, alterum vero Campum majorem. Non ho voluto tacer questa notizia, affinchè si tocchi con mano la falsità del decantato editto di Desiderio re de' Longobardi, inciso in marmo in Viterbo, creduto vero dal Sigonio e da tanti eruditi, anche ultimamente spacciato per tale da un avvocato de' Viterbiesi. Quivi il re Desiderio dice d'aver fabbricato la terra di Pietra-santa. Ci vuol egli di più a conoscere l'impostura? Anche i marchesi Malaspina tolsero in tal occasione Sarzana, ch'era allora de' Lucchesi. In Pisa Arrigo Augusto, valendosi de' consigli e della penna de' suoi legati, fece i più strani ed orridi processi contra del re Roberto, dichiarandolo nemico pubblico, traditore ed usurpator delle terre del romano imperio, privandolo di tutti gli Stati, e d'ogni onore e privilegio, e proferendo la sentenza di morte contra di lui [Albertinus Mussatus, lib. 13. rubr. 5, tom. 8 Rer. Ital.]. Altri processi e terribili condanne fece contra di Giberto da Correggio signor di Parma, e di Filippone da Langusco signor di Pavia, e contro le città di Firenze, Brescia, Cremona, Padova ed altre, che s'erano ribellate all'imperio [Giovanni Villani, lib. 9, cap. 48.]. Ma, siccome osserva il Cermenate, questi fulmini, benchè solo di carte, produssero piuttosto contrario effetto, perchè più s'indurò nella nemicizia chi già era nemico.
Fece inoltre delle vive istanze a papa Clemente, acciocchè, secondo l'uso d'altri suoi predecessori, scomunicasse i ribelli dell'imperio in Italia, e procedesse ancora contra del re Roberto per gli attentati da lui fatti in Roma in disprezzo della giurisdizione e degli ordini del papa, e insieme dell'imperador de' Romani. E il pontefice dovea aver preparato delle bolle in favor d'Arrigo, quando avvenne un fatto, la cui memoria ci è stata conservata dal suddetto Giovanni da Cermenate [Johann. de Cermen., cap. 62, tom. 9 Rer. Ital.], ed è importante per la storia. Albertino Mussato differentemente ne parla. Filippo il Bello re di Francia, informato di questi affari dal re Roberto suo parente, e pregato d'aiuto, mandò alla corte pontificia que' medesimi sgherri che aveano fatta in Anagni la detestabile insolenza a papa Bonifazio VIII. Al vederseli comparire davanti con volto burbero, Clemente si tenne perduto. Interrogati che cercassero, risposero di voler vedere la cancelleria; e, senz'altre cerimonie andati colà, vi trovarono un converso dell'ordine cisterciense, che non sapea leggere, tenuto apposta per mettere il sigillo di piombo alle bolle papali, ed incapace per la sua ignoranza di lasciarsi corrompere coll'anteporre l'ultime alle prime. Presero costoro tutti que' brevi e bolle, e le portarono sotto gli occhi del papa, e senza rispetto alcuno il capo loro gli disse con orrida voce: Se conveniva ad un papa il provveder d'armi i nemici della casa di Francia, che tanto avea fatto e speso in servigio della Chiesa romana; e perchè non avesse egli per anche profittato di ciò che era accaduto a papa Bonifazio VIII. Che se egli non avea imparato dall'esempio altrui, insegnerebbe agli altri col propio. Poi se ne andarono. Oh da lì innanzi non si parlò più di prestar favore all'Augusto Arrigo; anzi contra di lui si fece quanto volle dipoi la corte di Francia. Ed ecco i deplorabili effetti della schiavitù, in cui si era messo il pontefice, col preferire il soggiorno della Provenza a quello d'Italia. Intanto i Fiorentini [Giovanni Villani, lib. 9, cap. 35.], parendo loro d'essere in cattivo stano, diedero la signoria della lor città al re Roberto per cinque anni. Ma l'imperadore Arrigo non la voleva più contra di loro. Tutti i suoi pensieri erano volti contra d'esso re Roberto per iscacciarlo, se gli veniva fatto, dal regno di Napoli. A questo fine chiamò dalla Germania quanta gente potè; molta ne raccolse dall'Italia; e collegatosi con Federigo re di Sicilia, ed assistito dai Genovesi, preparò anche una possente armata marittima per passare colà. Settanta galee si armarono in Genova e Pisa; il Mussato dice molto meno. Il re di Sicilia ne mise cinquanta in mare, e, trasportata in Calabria la sua cavalleria, diede principio alla guerra colla presa di Reggio. Comune credenza fu, che se andava innanzi questa impresa, era spedito il re Roberto; anzi fu detto ch'egli avea preparato delle navi per fuggirsene in Provenza. Ma l'uomo propone, e Dio dispone. Tutto in un momento andò per terra questo sì strepitoso apparato di guerra.
Nel dì quinto d'agosto si mosse l'imperadore da Pisa con più di quattro mila cavalieri, i più tedeschi, e con un fiorito esercito di fanteria; il concorso era stato grande, perchè grande era la speranza di far buon bottino. Passò nel territorio di Siena fino alle porte di quella città, la quale ben fornita dagli aiuti della lega, non tremò punto alla di lui comparsa. Vi era nondimeno trattato con alcuni di que' cittadini di rendersi; ma questo, per l'avvedutezza di quel governo, andò in fumo. Accampatosi a Monte Aperto, quivi fu sorpreso da alcune terzane, delle quali non fece conto sulle prime. S'inoltrò dodici miglia di là da Siena, ed, aggravatosi il male, si fece portare a Buonconvento, dove nel dì festivo di san Bartolommeo 24 d'agosto [Albertinus Mussat. Johannes de Cermenat. Giovanni Villani. Ptolom. Lucens. et alii.] con esemplare rassegnazione ai voleri di Dio spirò l'anima sua: principe, in cui anche i nemici guelfi riconobbero un complesso di tante virtù e di sì belle doti, che potè paragonarsi ai più gloriosi che abbiano retto il romano imperio. Io non mi fermerò punto ne' suoi elogi, e solamente dirò, che se i mali straordinarii dell'Italia erano allora capaci di rimedio, non si potea scegliere medico più a proposito di questo. Ma l'improvvisa sua morte guastò tutte le misure, e peggiorò sempre più da lì innanzi la malattia degl'Italiani. Sparsesi voce ch'egli fosse morto di veleno, e che un frate dell'ordine dei Predicatori, suo confessore, l'avesse attossicato nel dargli alcuni dì prima la sacra comunione; e tal voce, secondo il solito, si dilatò per tutta Europa, credendola chiunque è più disposto a persuadersi del male che del bene. Molti sono gli autori che ne parlano. Ma non ha essa punto del verisimile. Albertino Mussato, Guglielmo Ventura [Ventur., Chron. Astense, cap. 64, tom. 11 Rer. Ital.], Ferreto Vicentino [Ferretus Vicentinus, lib. 5, tom. 9 Rer. Italic.], Giovanni da Cermenate e Tolomeo da Lucca, autori tutti contemporanei, scrissero che egli era mancato di morte naturale e di febbre, oppure di peste: segno che non si trovò allora vestigio alcuno di veleno, e che tal ciarla non avea fondamento, oltre all'essere narrata con gran diversità ancora nelle circostanze. Ferreto scrive, essere stato un Tedesco che la disseminò; e che infuriati molti suoi nazionali corsero al convento de' Predicatori di Pisa, ed alcuni ne uccisero. Nulladimeno perchè questa calunniosa accusa tornava in grave pregiudizio dell'ordine de' Predicatori, la fecero essi dopo alcuni anni, per quanto poterono, distruggere con una bolla del successore di papa Clemente [Raynaldus, Annal. Eccl. Baluzius, Miscellan., tom. 1. Leibnitius, Cod. Jur. Gent., tom. 1, num. 87.], e con un autentico attestato di Giovanni re di Boemia, figliuolo del medesimo imperadore Arrigo. Alcuni scrittori protestanti, che di questo han parlato, danno bensì a conoscere il loro livore, ma non recano già buone pruove del preteso veleno. Ora è incomprensibile lo stordimento, la confusione, il dolore che così inaspettato funestissimo caso recò all'armata cesarea e a tutto il partito dei Ghibellini in Italia. In Pisa specialmente, città che avea speso immensi tesori per sostener gl'impegni di questo imperadore, e si figurava col braccio di lui di alzare in breve la testa sopra le altre città della Toscana, all'avviso di sua morte, più e allorchè fu portato colà il suo corpo per dargli sepoltura, i gemiti, gli urli, le lagrime furono un compassionevole spettacolo della miseria umana. Federigo re di Sicilia, che s'era già unito colla sua flotta ai Genovesi, udita nel viaggio la morte d'Arrigo, veleggiò fino a Pisa per intendere meglio in che stato rimanevano le cose. Trovò disperati i Pisani, e tutta sbandata l'armata cesarea. Dicono [Giovanni Villani, lib. 9, cap. 53.] che il popolo di Pisa esibisse a lui, e poscia ad Amedeo conte di Savoia e ad Arrigo di Fiandra, la signoria della città; ma niun d'essi si sentì voglia di entrare in una sì sdruscita nave. Tornossene perciò Federigo [Nicolaus Specialis, lib. 7, cap. 2, tom. 10 Rer. Ital.], dopo avere sofferta una lunga tempesta di mare, in Sicilia, per accudire alla propria difesa, ben prevedendo che non avrebbe mancato il re Roberto di cercar vendetta di quanto esso Federigo avea tramato alla rovina di lui. Nè trovando i Pisani altro compenso alla lor vacillante fortuna, elessero per loro signore Uguccion dalla Faggiuola, allora podestà di Genova, uomo di credito negli affari della guerra, e di rara attività ed accortezza. Assoldarono ancora da mille cavalieri tra tedeschi, brabanzoni e fiamminghi, ed altra gente per mettersi alla difesa.
Vegniamo ora ai fatti della Lombardia. Nel dì 18 di maggio, Galeazzo, figliuolo di Matteo Visconte vicario imperiale di Milano, fu dal vivente allora Arrigo creato vicario di Piacenza [Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.]. Questi nel dì 29 di luglio, per consiglio del padre, mostrando di farlo ad oggetto della pubblica quiete, fece prendere sette de' principali Guelfi, ed altrettanti de' Ghibellini, e li mandò a Milano. Matteo rilasciò i Ghibellini, e ritenne i Guelfi, uno de' quali era Alberto Scotto già signor di Piacenza. Narra Ferreto Vicentino [Ferretus Vicentinus, lib. 4, tom. 9 Rer. Ital.] che Galeazzo fece guerra ad Arquato, castello ricco e fiorente d'esso Alberto. Ne scrisse questi a Matteo, il quale con sue lettere mandò ordine al figliuolo di non molestarlo, e segretamente con altre gli ordinò di seguitare innanzi. Mostrò Galeazzo d'essere in collera col padre, ed, abboccatosi con Alberto, gli fece le maggiori esibizioni del mondo, se gli rendeva la terra. Gliela rendè, e poi si portò a Milano, dove Matteo gli fece quante carezze desiderò, nutrendolo sempre di speranze di ristabilirlo in Piacenza nel possesso de' suoi beni. Ma non venne mai quel dì. Accortosi finalmente Alberto che non era uscita di mente a Matteo la frode fattagli allorchè gli fu levata la signoria di Milano, se ne fuggì a Cremona, dove, mal veduto da que' cittadini, poco si fermò. Albertino Mussato [Albertinus Mussatus., lib. 15, tom. 6 Rer. Ital.] scrive che Fiorenzuola e Castello Arquato si diedero ai Cremonesi. Comunque sia, mentre Alberto soggiornava in Milano, commosse i vecchi suoi amici, cioè Filippone conte di Langusco signor di Pavia, e Giberto da Correggio, contra di Piacenza. Vennero questi una notte con tutte le loro forze, e coi Torriani e coi banditi piacentini, l'uno dal ponente, e l'altro dal levante verso quella città, dove con intelligenza d'alcuni di que' cittadini speravano di furtivamente entrare [Johann. de Cermen., cap. 64, tom. 9 Rer. Ital.]. Uscì valorosamente di Piacenza Galeazzo Visconte, e diede all'improvviso addosso alle milizie di Filippone, le sconfisse colla morte e prigionia di molti. Lo stesso Filippone, in fuggendo, fu preso e mandato a Milano. Quivi, serrato nelle carceri, trovò compagno delle sue sciagure Antonio da Fissiraga, già signor di Lodi, e durò la sua vita, finchè, giuntogli l'avviso che Ricciardino suo figliuolo era stato ucciso, per la doglia si accorò, e finì infelicemente i suoi giorni. Questo colpo sconcertò non poco i disegni de' Guelfi, e liberò Matteo Visconte da' gravi insulti che gli minacciavano le nemiche circonvicine città. Dopo la prigionia di Filippone, i Pavesi diedero la signoria al suddetto Ricciardino suo figliuolo, che scorrettamente nel testo di Albertino Mussato vien chiamato Gherardino. Non si sottrassero per questo i Pavesi dalla sovranità del re Roberto. Galeazzo Visconte, dappoichè si divulgò la morte dell'imperadore, nel dì 10 di settembre fu eletto signore perpetuo di Piacenza dalla fazion ghibellina quivi dominante [Corio, Istor. di Milano. Albertinus Mussatus. Ferretus Vicentinus.].
Fecero in quest'anno nel dì quinto di novembre i Torriani e fuorusciti guelfi di Milano un accordo col re Roberto, dandogli, per quanto poterono, il dominio di Milano. Prima di ciò Tommaso Marzano conte di Squillaci, e marescalco d'esso re, coi suddetti e co' Pavesi ed altre amistà formato un potente esercito nel contado di Milano, diedero una rotta alle genti di Matteo Visconte, e giunsero sino ai borghi di Milano, credendosi di sentir quivi una sollevazione promessa [Bonincontrus Morigia, Chron., cap. 17.]. Ma andò fallita la loro speranza, e confusi e pelati se ne tornarono a Pavia con gran perdita di gente, dove il popolo insorse contra il suddetto marescalco, e vergognosamente il discacciò, con voce sparsa nel volgo che l'oro del Visconte l'avesse accecato e corrotto. Corse certamente un gran pericolo Matteo; ma la sua industria, oppur la buona fortuna il salvò. Fu nel mese di marzo nella villa di Quatorda dell'Astigiano [Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.] un incontro e conflitto fra il conte Guarnieri vicario generale dell'imperio e Teodoro marchese di Monferrato dall'un canto, ed Ugo dal Balzo marescalco del re Roberto, assistito dagli Astigiani ed Alessandrini, dall'altro. Restò superiore il regio comandante. In quest'anno ancora continuò la guerra fra i Padovani e Cane dalla Scala [Albertinus Mussat., lib. 14, rubr. 9, tom. 8 Rer. Ital.]. Andarono i primi sul fine di giugno con tutte le lor forze saccheggiando e bruciando sino alle porte di Verona, e diedero anche un assalto, ma inutile, al borgo San Michele. Indicibile fu il danno che patì, in tal congiuntura, il territorio di Verona. I Cremonesi s'impadronirono di Soncino, e Galeazzo Visconte colle sue genti venne fino alle porte di Parma, facendo gran guasto, e diede da temere a Giberto da Correggio, signore di quella città. Più e più volte aveano i Veneziani spediti ambasciatori o preghiere a papa Clemente V, per ottener l'assoluzione dalle terribili censure fulminate contra di loro per l'occupazion di Ferrara [Ptolomaeus Lucensis, in Vita Clementis V.]. L'ottennero solamente nel dì 14 di gennaio dell'anno presente [Raynald,, in Annal. Eccles.], ma a caro prezzo, perchè dovettero pagare al papa cento mila fiorini d'oro. Nel medesimo mese il re Roberto, che era dietro ad assorbir tutta l'Italia, se non era impedito, ottenne da esso pontefice il dominio di Ferrara coll'annuo pagamento di un censo. Leggesi presso Albertino Mussato [Albertinus Mussatus, lib. 11, rubr. 6.] la lettera con cui egli diede avviso di questo suo acquisto al comune di Padova. Inoltre operò egli tanto, coll'assistenza ancora degli uffizii del re di Francia Filippo, che esso Clemente procedesse contro la memoria del defunto Arrigo imperadore: del che favelleremo all'anno seguente. Succedette nel presente a' dì 12, oppure 13 di febbraio, un fatto empio e scandaloso nel territorio di Modena [Bonif. Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.], Raimondo d'Aspello, marchese della marca d'Ancona, guascone di patria, e nipote del pontefice, venne con Francesco dalla Torre a Bologna, per condurre dall'Italia in Provenza il tesoro del papa, con grandi fatiche raunato da lui. Gran gola fece ai nobili malviventi di allora la vista di sì ricca salmeria. Paganino conte da Panico Bolognese se l'intese con alcuni Modenesi ghibellini, cioè con Guidinello da Montecuccolo e con Arriverio da Magreta, nobili amendue; e contuttochè il marchese suddetto avesse ottenuto un passaporto, allorchè egli giunse a Sant'Eusebio sul Modenese, l'assalirono costoro con una forte mano di sgherri. Nel conflitto restò ucciso esso marchese con quaranta dei cavalieri di sua scorta, e fu rubato l'intero tesoro, presi i cavalli, e tutti i ricchi arnesi di lui e de' suoi. Matteo Griffone [Matthaeus de Griffonibus, Memor. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.] fa ascendere il valore di quel tesoro a più di settanta mila fiorini d'oro; Albertino Mussato a novanta mila [Albertinus Mussat., lib. 11, rub. 6, tom. 8 Rer Ital.]. Ma Bonifazio Morano, storico modenese di questi tempi, parla fino di dugento mila ducati, cioè fiorini d'oro. Per questo sacrilego eccesso, benchè commesso da' particolari, il papa sottomise Modena all'interdetto [Ptolom. Lucens., in Vita Clementis V.], con altre gravi pene e censure contro gli autori del misfatto, ed anche contra chi non vi avea avuta parte alcuna.