Dimorava tuttavia in Viterbo papa Alessandro IV, quando Iddio il chiamò a miglior vita nel dì 25 di maggio dell'anno presente [Henric. Stero. Theodoric. Vallicolor., in Vita Urbani IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Nangius, et alii.], per premiare la sua placida pietà e rara umiltà, per le quali virtù egli si astenne sempre dall'imbrogliare il mondo con guerre: sebbene riportò per questo il titolo di semplice e di troppo buono da chi o non assai conosce lo spirito della Chiesa, od è pieno solamente dello spirito del mondo. Raunaronsi i cardinali per l'elezione del successore. Erano solamente otto, e neppur queste otto teste seppero per più di tre mesi accordarsi ad elegger alcun di loro: tanto avea saputo penetrare in quel piccolo drappello la discordia e l'invidia. Per accidente capitò alla sacra corte Jacopo patriarca di Gerusalemme, nato bensì in Troia di Francia, di padre plebeo [S. Antonin., P. III, tit. 19.], ma di elevato ingegno, di molta prudenza, di gran sapere e d'altre belle doti ornato, per le quali era già salito in alto, e meritò ancora di giugnere al non più oltre. Giacchè apparenza non si vedeva che i cardinali dal lor grembo cavassero un nuovo papa, s'avvisarono essi di sollevare alla cattedra di san Pietro il suddetto patriarca. Nel dì dunque 29 d'agosto l'elessero, ed egli assunse il nome di Urbano IV. Siccome uomo di petto e di massime diverse dal suo predecessore, non tardò a far conoscere il suo sdegno contra di Manfredi, occupatore del regno di Sicilia, e a preparare i mezzi per abbatterlo. Il Rinaldi, seguitando il Summonte autore moderno, e gli slogati racconti di Matteo Spinelli, crede [Raynald., in Annal. Eccles.] che in quest'anno Roberto conte di Fiandra venisse in Italia con buon esercito, e spedito dal pontefice minacciasse d'entrare in Puglia, a cui si opponesse colle sue forze Manfredi. Se questo accadesse veramente nell'anno presente, io non ardirei di asserirlo. Abbiamo bensì di certo che, trovando esso papa Urbano sì sminuito il collegio dei cardinali, nel dicembre di quest'anno fece una promozione al cardinalato di nove personaggi, insigni non meno per la bontà della vita che per la letteratura. Quanto a Manfredi, circa questi tempi egli cominciò un trattato d'alleanza con Jacopo re d'Aragona, esibendo al di lui figliuolo Pietro per moglie Costanza, a lui nata da Beatrice figliuola di Amedeo conte di Savoia, e sua prima moglie. Gli offeriva anche dote grossa. Il non aver Manfredi figliuoli maschi fece in fine credere assai vantaggioso questo partito agli Aragonesi. E quantunque il papa facesse di grandi maneggi per disturbar tali nozze, pure si conclusero, e Costanza nobilmente accompagnata passò a Barcellona nell'anno seguente. Uno strano accidente occorse pure circa questi tempi in Sicilia. All'osservare alcuni che un certo pitocco, per nome Giovanni da Cocchiera, ossia da Calcara, uomo assai attampato [Sabas Malaspina. Continuator Nicolai de Jamsilla. Barthol. de Neocastro.], rassomigliava forte nelle fattezze al defunto imperador Federigo II, cominciò una voce, che s'andò sempre più ingrossando, che Federigo era vivo. Negava il pezzente d'essere tale; ma non mancarono persone che per loro fini particolari l'indussero in fine a spacciarsi per desso: cosa che cagionò dei gravi tumulti per tutta l'isola. Si ritirò costui nella città di Agosta, e quivi cominciò a trattarsi da principe, e a sostener bene il suo personaggio nella commedia con folla di gente bassa che gli prestava fede. Ma Riccardo conte di Marsico prese così ben le sue misure, che trucidati alcuni dei suoi partigiani, e sbandati gli altri, diede all'impostore quel guiderdone che conveniva al suo merito. Si trasferì poscia in Sicilia il re Manfredi, per quetare i moti di quei popoli, e specialmente di chi mirava di mal occhio la casa di Suevia. Tenne un general parlamento in Palermo, ricevette de' considerabili donativi, ne fece egli degli altri secondo il suo costume, e con ciò risorse dappertutto la pace.
Passò quest'anno per Milano il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, che veniva di Francia [Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 297.]. Ne partì mal soddisfatto de' Torriani, e seco condusse alla corte pontificia Ottone della nobil casa de' Visconti di Milano, che era allora solamente canonico nella terra di Desio; Ottone, dissi, che vedremo in breve arcivescovo di Milano. Giunto in Bologna esso cardinale [Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.], per commissione avutane dal papa, trattò della liberazion degli ostaggi romani; ed ottenutala, levò l'interdetto alla città, e restituì tutti i privilegii a quei cittadini. Fecero in quest'anno lega i nobili usciti di Milano col comune di Bergamo; nè solamente furono ammessi in quella città, ma insieme con essi, passato il fiume Adda, presero ed incendiarono Licurti castello de' Milanesi. Allora il popolo di Milano tutto in armi uscì in campagna, pieno di mal talento contra de' Bergamaschi, i quali, senza voler aspettare la lor visita, spedirono tosto per aver pace. L'ottennero, ma a condizione di rifar tutti i danni al popolo di Licurti, e di licenziare i nobili milanesi: il che ebbe effetto. Si ridussero molti di que' nobili a Brianza, ed occuparono il castello di Tabiago; ma corso colà Martino dalla Torre con buono sforzo di gente, obbligò i difensori alla resa, e tutti li condusse incatenati nelle carceri di Milano. In quest'anno Giacomazzo dei Trotti e parecchi altri, già stati della fazione di Salinguerra, fecero in Ferrara [Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.] una congiura contra di Azzo VII marchese d'Este loro signore. Scoperta la trama, e presi, lasciarono il capo sopra il patibolo. Nella Cronica di Bologna ciò viene riferito all'anno seguente. Nella città d'Asti ebbe principio una fiera nimicizia tra i Solari e i Gruttuarii [Guillelmus Ventur., tom. 16 Rer. Ital.], due principali famiglie d'essa città, per cui seguirono molti omicidii, ed altri gravi sconcerti, che durarono anni parecchi. Essendosi il popolo di Piacenza [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.] di già accordato col marchese Oberto Pelavicino, in quest'anno gli diede la signoria della città per quattro anni avvenire, ed egli ne venne a prendere il possesso con grandioso accompagnamento, e poi se ne tornò a Cremona. Visconte Pelavicino suo nipote, lasciato da lui suo vicario in Piacenza, da lì a non molto ito con ischiere armate a Tortona, indusse quel popolo a mettersi nella stessa maniera sotto la signoria del marchese Oberto suo zio. Tolta fu in quest'anno ai Latini la città di Costantinopoli dai Greci [Raynald., Annal. Eccles.]. Vi entrò Michele Paleologo, il quale s'era fatto proclamare imperador d'Oriente. Baldovino imperadore latino sulle navi de' Veneziani fuggito, si ritirò a Negroponte. Nè si dee tacere una vergognosa azione dei Genovesi d'allora [Caffari, Annal. Genuens, lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.]. L'implacabile odio che essi aveano conceputo contra dei Veneziani per la rotta lor data ad Accon, congiunto coll'avidità del guadagno, li spinse a far lega con esso Paleologo, il qual diede loro in premio la città di Smirna con varie esenzioni e privilegii [Monach. Patavinus, in Chron.]. Un forte aiuto per questo di galee, navi e gente contribuirono essi Genovesi al Greco per debellare i Latini. Furono perciò scomunicati da papa Urbano; ma essi più che mai continuarono a far quanto di male poterono ai Veneziani. In Toscana [Ricord. Malaspina, cap. 171.] il conte Guido Novello, vicario del re Manfredi, nel mese di settembre coi ghibellini toscani fece oste contra di Lucca, rifugio de' Guelfi sbanditi. Tolse a quel comune Castelfranco, Santa Maria a Monte e Calvoli; ma non potè aver per assedio Fucecchio. Non veggendo i suddetti fuorusciti fiorentini rimedio alcuno alle loro calamità, si avvisarono di spedire in Germania a chiamar Corradino, figliuolo del già re Corrado, acciocchè venisse in Italia, per opporlo al re Manfredi; ma non vi acconsentì la regina sua madre, tra per l'età troppo giovanile del figliuolo, e per la conoscenza della difficoltà dell'impresa. Benchè Dio avesse liberata la marca di Trivigi ossia di Verona, dalle barbariche mani della casa da Romano, pure i Veronesi [Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.] seguitavano la lor persecuzione contra di Lodovico conte di San Bonifazio. Ora questi nell'anno presente con altri fuorusciti di Verona, e il marchese Azzo Estense coi Ferraresi ostilmente si mossero, ed arrivarono fin cinque miglia presso a Verona, con credenza di poter entrare in quella città, dove probabilmente aveano delle intelligenze. Andò loro fallito il colpo. Nel tornarsene indietro s'impadronirono di Cologna, Sabbione, Legnago e Porto. Queste ultime due terre da lì a nove mesi tornarono sotto la signoria di Verona. Fu istituito in quest'anno in Bologna [Memor. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Ghirardacci, Istor. di Bologna nell'indice.] l'ordine militare della B. Vergine Maria da Loteringo di Andalò e Gruamonte de' Caccianemici nobili bolognesi, da Schianca de' Liazari e Bernardino da Sesso, nobili reggiani, e da Rinieri degli Adelardi, nobile modenese, co' quali s'unirono molti altri nobili di esse città. Furono appellati dal popolo frati gaudenti, ossia godenti, perchè teneano le lor mogli e possedevano i lor beni senza fatica o pericolo alcuno, dandosi bel tempo, con godere intanto varii privilegii, diversamente da quel che praticavano i tre insigni ordini militari, istituiti in Terra santa. Col tempo venne meno quest'ordine, ma servì d'esempio ad istituirne degli altri, che tuttavia fioriscono ai nostri giorni.
MCCLXII
| Anno di | Cristo mcclxii. Indizione V. |
| Urbano IV papa 2. | |
| Imperio vacante. |
Durava tuttavia la contesa dell'imperio fra Riccardo conte di Cornovaglia ed Alfonso re di Castiglia, eletti amendue re in discordia, senza che il papa sopra ciò prendesse risoluzione alcuna, per timore di disgustar l'uno, se favoriva l'altro [Raynaldus, in Annal. Eccl.]. Impazientatisi per così lunga e perniziosa vacanza alcuni principi di Germania, inclinavano già ad eleggere Corradino di Suevia, figliuolo del re Corrado. Giuntane la notizia al pontefice Urbano IV, scrisse agli elettori delle forti lettere, affinchè non facessero questo passo, tanto abborrito dalla corte romana, con intimar la scomunica a chiunque contravvenisse. Altre misure prese nello stesso tempo per abbattere in Italia il re Manfredi. Leggesi una sua lettera a Jacopo re d'Aragona, il quale avea scritto al papa per rimettere in grazia di lui esso Manfredi, giacchè questi, sì bramoso di pace, non trovava se non durezze nella corte pontificia. Urbano rigetta sopra di Manfredi tutta la colpa del non essersi fatta la pace, e si diffonde in iscreditarlo per quanto può, cominciandolo dagl'indecenti suoi natali, ad esagerando varie sue colpevoli azioni, vere o credute vere, con esortare infine il re ad astenersi dalle nozze della figliuola di Manfredi con suo figliuolo don Pietro, e a non proteggere un palese nemico della Chiesa romana. La lettera è scritta in Viterbo nel dì 26 di aprile; e da essa apparendo che non era per anche effettuato il matrimonio di Costanza coll'infante don Pietro, è fallace chi lo riferisce all'anno 1260. Fece di più il pontefice. Cercò ancora di mandare a terra co' suoi maneggi la lega fatta da Lodovico IX, poi santo re di Francia, col suddetto re d'Aragona, e il progettato matrimonio d'Isabella figliuola dell'Aragonese con Filippo primogenito d'esso re Lodovico, quantunque con gran pompa ne fossero stati solennizzati gli sponsali. Il matrimonio nondimeno si fece, dappoichè furono date sicurezze al papa di non dar assistenza alcuna nè agli Aragonesi, nè a Manfredi in pregiudizio della santa Sede. Ma il maggior colpo di politica adoperato dalla corte romana fu di esibire a quella di Francia il regno della Sicilia. Pose il papa di nazion franzese gli occhi sopra Carlo conte d'Angiò e Provenza, parendogli il più atto a questa impresa; e perocchè egli era fratello del re Lodovico, ne trattò a dirittura col re medesimo, con fargli gustare la bellezza e la facilità dell'acquisto. Da una lettera del papa si scorge che il re, siccome principe di delicata coscienza, non sapeva accomodarsi alla proposizione, per timor di pregiudicare ai diritti dell'innocente Corradino, discendente da chi avea con tanti sudori ricuperato quel regno dalle mani degl'infedeli, e agli altri diritti che avea acquistato Edmondo figliuolo del re d'Inghilterra per l'investitura della Sicilia a lui data dal defunto papa Alessandro IV. Ma il pontefice gli levò questi scrupoli di testa, e andò disponendo anche l'animo di Carlo conte d'Angiò a così bella impresa.
Teneva Martino dalla Torre [Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 298. Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.] nelle carceri una gran copia di nobili milanesi, fatti prigioni nell'anno precedente. Fu messo in consiglio che si avesse a far di loro. Erano di parere alcuni de' popolari che, con levarli di vita, si togliesse lor l'occasione di far più guerra alla lor dominante fazione. Martino rispose: Quanto a me, non ho mai saputo far un uomo, nè generar un figliuolo. Però neppur voglio ammazzare un uomo. Seguendo questa onorata massima, li mandò tutti ai confini, chi a Parma, chi a Mantova e Reggio. Il popolo di Alessandria in questo anno si riconciliò coi suoi fuorusciti, e li rimise in città, con prendere per podestà il conte Ubertino Landi Piacentino [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]. Ma nel novembre la famiglia del Pozzo fu forzata ad uscire di quella città. I Sanesi [Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital.], che nell'anno addietro si erano impadroniti di Montepulciano, e vi aveano fabbricato un cassero, cioè una fortezza, nel presente scacciarono dalla lor città la parte guelfa. Intanto il conte Guido Novello, vicario del re Manfredi in Toscana [Ricordano Malaspina, cap. 173.], a petizione de' Pisani, e colle lor forze ancora, tornò a far oste sopra le terre de' Lucchesi. Prese Castigliano, sconfisse l'esercito lucchese e gli usciti di Firenze, e fece molti prigioni. Ebbe dipoi il castello di Nozzano, il ponte a Serchio, Rotaia e Sarzana. Negli Annali Pisani [Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.] si veggono diffusamente narrati i fatti de' Pisani contra de' Lucchesi, e non già sotto l'anno presente, ma bensì sotto il susseguente, per cagione probabilmente della differente era: il che vien anche attestato da Tolomeo da Lucca [Ptolomeus Lucens. Annal. Brev., tom. 11 Rer. Ital.]. Perciò nell'anno, a mio credere, seguente, il comune di Lucca, al vedersi così spelato, e col timore anche di peggio, e inoltre per desiderio di riavere i suoi prigioni, molti de' quali, presi nella rotta di Monte Aperto, penavano tuttavia nelle carceri di Siena, segretamente cominciò a trattare col conte Guido di fare i suoi comandamenti. Si convenne dunque che Lucca riavesse i suo prigioni e le sue castella; che entrasse nella lega dei Ghibellini di Toscana; e che prendesse vicario, coll'obbligo di cacciar dalla città gli usciti di Firenze, ma non già alcuno de' suoi cittadini. Ciò accordato ed eseguito, non rimase, in Toscana città nè luogo che non si reggesse a parte ghibellina; e nulla giovò che il papa vi mandasse per suo legato il cardinal Guglielmo, con ordine di predicar la croce contra degli uffiziali del re Manfredi. Per questa cagione gli usciti Fiorentini colle lor famiglie dopo molti stenti si ridussero a Bologna, città che gli accolse con molto amore. Tolomeo da Lucca mette questi fatti all'anno seguente. L'esempio del marchese Oberto Pelavicino, divenuto signore di Cremona, Brescia, Piacenza ed altre città, e quello di Martino dalla Torre, dominante in Milano, servì ai Veronesi per creare in quest'anno [Paris de Cereta, Annal. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.] capitano della loro città Mastino della Scala: dignità che portava seco la signoria. Così la famiglia della Scala diede principio al suo dominio in quell'illustre città. Deposero i Genovesi [Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.] nell'anno presente il loro capitano Guglielmo Boccanegra, venuto già in odio del popolo, perchè a guisa di tiranno s'era dato a governar la città; e presero per podestà Martino da Fano dottore di leggi. Essendo mancata in Guglielmo figliuolo di Paolo la potente e nobil casa da Traversara in Ravenna, e rimastavi una sola figliuola, per nome Traversana [Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital. Gualvaneus Flamma, in Manip. Flor.], Stefano, figliuolo di Andrea re d'Ungheria e di Beatrice Estense, la prese per moglie, e n'ebbe in dote quell'ampia eredità. Stava questo povero principe [Richobaldus, in Pomar., tom. 9 Rer. Ital. Matth. de Griffonibus, Memor. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.] nella corte del marchese Azzo VII d'Este, suo zio materno, che il trattava da par suo, giacchè il re Bela suo fratello barbaramente gli negava fino il vitto e il vestito. Si truova egli negli strumenti d'allora [Antiquit. Italic., Dissert. XIV.] intitolato dux Sclavoniae, e presso Girolamo Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.] dominus domus Traversariorum. Toltagli poi questa moglie dalla morte, passò alle nozze con Tommasina della nobil casa Morosina di Venezia, che gli partorì Andrea; e questi poi fu re d'Ungheria.
MCCLXIII
| Anno di | Cristo mcclxiii. Indizione VI. |
| Urbano IV papa 3. | |
| Imperio vacante. |