Erano ben gravi in questi tempi gli sconcerti della cristianità [Raynaldus, in Annal. Eccl.]. In Soria andavano a precipizio gli affari di quei cristiani; i Tartari e i Saraceni desolavano quel poco che loro restava, e colle scorrerie giugnevano fino ad Accon. Era in pericolo anche Antiochia. Aggiungasi la rabbiosa guerra che durava fra i Veneziani e i Genovesi, per cui giù erano accaduti fra loro varii conflitti. I Greci, già tornati in possesso di Costantinopoli, minacciavano gli Stati, de' quali erano rimasti padroni i Latini, e specialmente l'Acaia. Per procurar dunque rimedio a tanti malanni, il pontefice Urbano scriveva caldissime lettere al santo re di Francia Lodovico, richiedeva, ed anche minacciando, danari dalle chiese di Francia e d'Inghilterra, ma con ritrovar que' prelati poco compiacenti a contribuire, per varie ragioni ch'essi adducevano. E si può ben credere disapprovato da molti, che il papa, col non volere dar pace al re Manfredi in Italia, nè permettere l'esaltazione di Corradino in Germania (mentre Alfonso re di Castiglia e Riccardo d'Inghilterra contendevano tuttavia fra di loro), lasciasse in un totale sconvolgimento, per l'avversione alla casa di Suevia, questi due regni, che avrebbono potuto aiutar la causa comune della cristianità. Ed appunto in quest'anno esso papa citò di nuovo Manfredi a comparire [Continuat. Nicolai de Jamsilla. Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 7.], per giustificarsi, se potea, di varii reati a lui apposti. Manfredi volea in persona venire alla corte pontificia, e giunse con tal disegno fino ai confini del regno; ma perchè gli parve di non aver sufficiente sicurezza da mettersi in mano di chi era sì fortemente alterato contra di lui, non andò più innanzi. In vece sua spedì ambasciatori, acciocchè umilmente allegassero le scuse e giustificazioni sue; ma queste non ebbero la fortuna di essere ascoltate [Theodoricus de Vallicol., in Vita Urbani IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Anzi furono interpretati per frodi ed inganni tutti i passi di Manfredi, perchè concordia non si voleva con lui; e intanto, secondo la Cronica di Reggio [Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], con cui va d'accordo Giovanni Villani [Giovanni Villani, lib. 6, cap. 90.], o era conchiuso, o certamente era vicino a conchiudersi il trattato di dare il regno della Sicilia e Puglia a Carlo conte d'Angiò e di Provenza. Gli sconvolgimenti che in questi tempi accaddero in Inghilterra, disobbligarono il papa da ogni impegno dianzi contratto con quel re per conto della Sicilia. Accomodossi anche a tal contratto il buon re di Francia Lodovico IX, perchè non poca suggezione gli recava esso conte Carlo suo fratello, dacchè sì spesso facea de' tornei, con tirare a sè i baroni di Francia. Molto più volentieri vi acconsentì lo stesso Carlo, pel desiderio di conquistare un sì bel regno: al che tuttodì l'istigava ancora Beatrice sua moglie, siccome quella che ardeva di voglia d'avere il titolo di regina, per non essere da meno delle sue sorelle regine di Francia e d'Inghilterra. Per altro non si può negare che non fosse il conte Carlo degno di qualsivoglia maggior fortuna, perchè principe di maestoso aspetto, e il più prode che fosse allora nelle armi, di raro intendimento e saviezza; nè si poteva eleggere dopo i re principe alcuno che fosse al pari di lui capace di condurre a fine sì rilevante impresa. Secondo gli Annali di Genova [Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.], la flotta genovese, composta di trentotto galee, siccome collegata con Michele Paleologo, nuovo imperador de' Greci, andò per impedire che i Veneziani non portassero soccorso a Negroponte, e venne con esso loro alle mani; ma si partì malcontenta da quel conflitto. Navigò poscia verso Costantinopoli; e non essendosi potuta accordare col Paleologo, se ne tornò dipoi a Genova, ricevuta dal popolo con assai richiami ed accuse. Abbiamo dal Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], che nella suddetta battaglia presero i Veneziani quattro galee de' Genovesi. Mancò di vita nell'anno presente, per attestato di Galvano Fiamma [Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 299.], Leone da Perego arcivescovo di Milano nella terra di Legnano, e quivi fu vilmente seppellito. Nell'elezione del successore s'intruse la discordia, di maniera che l'una parte elesse Raimondo dalla Torre, fratello di Martino signore di Milano, che era allora arciprete di Monza, e l'altra Uberto da Settala canonico ordinario del duomo. Si prevalse di tale scisma il papa per crearne uno a modo suo coll'esclusione di amendue gli eletti, giacchè in questi tempi cominciarono i papi a metter mano nell'elezion de' vescovi, con giugnere infine a tirarla tutta a sè, quando nel secolo undecimo tanto s'era fatto per levarla agli imperadori e re cristiani, e restituirla ai capitoli e popoli, secondo il prescritto degli antichi canoni. Contrario in questi tempi agli interessi temporali della corte pontificia era il governo e dominio dei Torriani e del marchese Oberto Pelavicino di Milano, perchè di fazion ghibellina, e però trovandosi col cardinale Ottaviano degli Ubaldini Ottone visconte, ad istanza di esso cardinale, fu questi creato arcivescovo di Milano: cosa notabile per la storia di Lombardia, perchè di qui ebbe i suoi principii la fortuna e potenza dei Visconti di Milano. Informato di ciò Martino dalla Torre, se l'ebbe forte a male, tra per veder tolta alla sua casa l'insigne mitra di Milano, e perchè Ottone, siccome di casata nobile, avrebbe tenuto il partito degli altri nobili fuorusciti suoi nemici, ed opposti al governo popolare dominante in Milano: nel che non s'ingannò. Gli Annali Milanesi [Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.] ed altri autori mettono prima di quest'anno la morte di Leone e l'elezion di Ottone. E veramente par difficile l'accordar ciò che segue colla cronologia di Galvano.

Per ordine dunque del pontefice venne il nuovo arcivescovo Ottone in Lombardia [Stephanardus de Vimercato, tom. 9 Rer. Italic.], e andò nel dì primo d'aprile a posarsi in Arona, terra della sua mensa sul lago Maggiore. A questo avviso i Torriani col marchese Oberto fecero oste sopra quella terra, e non men coll'armi che coll'oro saggiamente adoperato la ridussero ai lor voleri. Ottone secondo i patti uscito libero di là, se ne tornò a Roma; e i Torriani spianarono nel dì cinque di maggio la rocca d'Arona, ed appresso quelle eziandio d'Anghiera e di Brebia, spettanti all'arcivescovato [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]. Nè di ciò soddisfatti, occuparono l'altre terre e rendite degli arcivescovi: per le quali violenze fu messa la città di Milano sotto l'interdetto. Ma non andò molto che gravemente s'infermò Martino dalla Torre; ed allorchè vide in pericoloso stato la sua vita, il popolo milanese elesse in suo signore il di lui fratello Filippo. Morì poscia Martino, e gli fu data sepoltura nel monistero di Chiaravalle nel dì 18 di dicembre, presso Pagano dalla Torre suo padre. In questo medesimo anno la città di Como più che mai fu sconvolta da due fazioni, l'una dei Rusconi, e l'altra de' Vitani. La prima elesse per suo signore Corrado da Venosa; e l'altra il suddetto Filippo dalla Torre. Prevalse la possanza di Filippo, e perciò a lui restò l'intero dominio anche di quella città. Parimente in Verona [Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.] Mastino dalla Scala maggiormente assodò il suo dominio, con iscacciarne Lodovico conte di San Bonifazio e tutti i suoi aderenti, cioè la parte guelfa; nè da lì innanzi la casa de' nobili di San Bonifazio, che tante prerogative in addietro avea godute in quella città, vi potè rientrare, per ricuperar almeno in parte l'antico suo decoro. Non mancarono in quest'anno delle dissensioni civili nella città di Bologna [Matth. de Griffonibus, Memor. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic.], per le quali seguirono ammazzamenti, e furono banditi più di ducento tra nobili, dottori e popolari. Anche la città d'Imola venne lacerata dall'animosità delle fazioni; e perciocchè ne fu cacciata la parte de' Geremei, i Bolognesi andarono colà a campo, e riebbero quella città, con ispianarvi dipoi i serragli e le fosse. Nè perciò quivi la pace allignò. Per la seconda volta, se pure non fu una sola, Pietro Pagano, il più potente di quella città, non solamente ne scacciò la parte de' Britti, ma anche il podestà messovi da' Bolognesi, con distruggere le lor case e torri. Sdegnato per questo insulto il comune di Bologna, vi spedì l'esercito, che rimise in dovere quel popolo. Ciò forse appartiene all'anno seguente. Aggiugne il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 19.] che anche in Faenza si provò il medesimo pernicioso influsso delle fazioni, con averne quel popolo fatta uscire la famiglia degli Acarisi, ed essersi sottratta dal dominio de' Bolognesi. Ma non aspettò essa l'armi per tornare all'ubbidienza del comune di Bologna. Da una lettera di papa Urbano IV all'arcivescovo di Ravenna data in Orvieto nel dì quinto di gennaio dell'anno presente, e riferita da Girolamo Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.], vegniamo a conoscere che esso pontefice avea fatto de' processi contra Ubertum Pelavicinum, necnon et adversus quasdam communitates, et quosdam nobiles ac magnates provincia e Lombardiae, cioè contra le città e i principi che teneano la parte ghibellina, quasi che il ghibellinismo fosse diventato un gran delitto, e solamente fosse buon cristiano chi era della parte guelfa.

Ed era ben infelice in questi tempi la maggior parte dell'Italia. Niuna quasi delle città e terre da' confini del regno di Puglia sino a quei della Francia e Germania andava esente da queste maledette fazioni, cioè de' nobili contrarii al popolo, oppure de' Guelfi nemici dei Ghibellini. Riposo non v'era. Ora agli uni, ora agli altri toccava di sloggiare, o di andarsene in esilio. E ne avvenivano di tanto in tanto sedizioni, civili risse e combattimenti, colla rovina delle case e torri di chi andava di sotto. Da Roma stessa per tali divisioni era bandita la quiete, di modo che il pontefice Urbano, poco fidandosi di quella instabile cittadinanza, meglio amò di fissar la sua stanza in Orvieto. Le città ancora più forti, ansiose di stendere la lor signoria, per poco faceano guerra alle vicine di minor possanza. Con tutto poi lo studio de' sacri inquisitori, e non ostante il rigor delle pene, invece di sradicarsi l'eresia de' Paterini, ossia delle varie sette de' Manichei, questa andava piuttosto crescendo. Altro poi tuttodì non si udiva che scomuniche ed interdetti dalla parte di Roma. Bastava d'ordinario seguitare il partito ghibellino, e toccar alquanto le chiese, perchè si fulminassero le censure, e si levassero i sacri uffizii alle città. Per tacere degli altri luoghi, tutto il regno di Puglia e Sicilia si trovò sottoposto all'interdetto; ed uno dei gravi delitti dell'imperador Federigo II e del re Manfredi fu l'averne voluto impedir l'esecuzione. Se per tali interdetti, che portavano un grande sconcerto nelle cose sacre, ne patissero e se ne dolessero i popoli, e se crescesse perciò oppure calasse la religione e la divozion de' cristiani, e provassero piacere o dispiacere gli eretici d'allora, ognun per sè può figurarselo. Si aggiunsero le guerre, e talvolta le crociate, fatte dalla Chiesa, non più contro ai soli infedeli, ma contro agli stessi principi cristiani, e per cagion di beni temporali: il che produceva de' gravi incomodi al pubblico. Per sostenere i lor proprii impegni, se i principi dall'un canto aggravavano lo chiese e commettevano mille disordini, anche i papi dall'altro introdussero per tutta la Cristianità delle gravezze insolite alle chiese, delle quali diffusamente parla Matteo Paris [Matth. Paris, Hist. Angl.], con esprimere le cattive conseguenze che ne derivavano. In somma abbondavano in questi tempi i mali in Italia, e della maggior parte di essi si può attribuir l'origine alla discordia fra il sacerdozio e l'imperio, risvegliata sotto Federigo I Augusto, e continuata, anzi cresciuta dipoi sotto i suoi discendenti. Noi, che ora viviamo, dovremmo alzar le mani al cielo che ci tratta sì bene. Certamente neppur mancano guai ai nostri tempi; e quando mai mancheranno alla terra, paese de' vizii? Tuttavia brevi mali sono i nostri, anzi cose da nulla, in paragon di quelli che nel presente secolo terzodecimo, e nei due antecedenti e susseguenti patì la misera Italia. Finirò il racconto di questo anno, con dire che in Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.] fu gran discordia fra le parti della Chiesa e dello imperio, se si aveva da accettar per signore il marchese Oberto Pelavicino. Si venne finalmente ad un accordo, con cui promisero i Parmigiani di aiutare in qualsivoglia occasione esso marchese, e di pagargli ogni anno mille lire di salario, obbligandosi all'incontro anch'egli di non venir mai a Parma senza il consentimento di quel popolo. Questo accordo, benchè si discreto, fu motivo bastante al papa per mettere l'interdetto in Parma. E chi non si maraviglierà de' tempi di allora? Secondo la Cronica di Siena [Chron. Senense., tom. 9 Rer. Ital.], nell'anno presente i Guelfi fuorusciti di essa città furono sconfitti alla Badia di Spineta dai Ghibellini sanesi e tedeschi, e ne restarono molti prigioni, che poi con danaro si riscattarono.


MCCLXIV

Anno diCristo mcclxiv. Indizione VII.
Urbano IV papa 4.
Imperio vacante.

L'anno fu questo in cui il romano pontefice Urbano IV istituì la festa del Corpo di Cristo [Raynald., in Annal. Eccl.]. E perciocchè egli finalmente si avvide che il fulmine degli interdetti, sì allora frequenti, si volgeva in danno della santa religione, e raffreddava anche i buoni nel culto di Dio e negli esercizii della pietà, temperò il rigor di quel rito, incognito per tanti secoli alla Chiesa di Dio, e introdotto solamente per castigar popoli cattivi, e non già popoli innocenti, con permettere a porte chiuse ed esclusi gli scomunicati, l'uso delle messe e de' sacramenti. Se non nel precedente anno, certamente nel presente, fu stabilito l'accordo fra il pontefice e Carlo conte d'Angiò e di Provenza. Siccome fu accennato di sopra, avea prima esso papa esibito il regno di Sicilia e Puglia al santo re di Francia Lodovico IX per uno de' suoi figliuoli; ma questi non volle accudire a sì fatto acquisto, in cui conveniva adoprar l'armi per levarlo a Corradino, che vi avea sopra delle buone ragioni, e per dispossessarne Manfredi, amendue principi cristiani. Contentossi bensì che il suddetto Carlo suo fratello accettasse l'offerta fattagli dal pontefice con quelle condizioni che si leggono negli Annali Ecclesiastici del Rinaldi. Accadde che in questi tempi saltò in testa al popolo romano di volere per senatore e capo un principe potente. Una parte proponeva il re Manfredi; un'altra il conte d'Angiò e di Provenza; e fu ancora proposto Pietro primogenito di Jacopo re di Aragona. Al papa non piacque tal novità per giusta paura che un principe di molta possanza pregiudicasse di troppo all'autorità temporale pontificia in Roma, e massimamente se la dignità fosse conferita in vita al nuovo senatore. Il perchè egli stesso, per escludere gli altri due mal veduti concorrenti, aiutò l'esaltazione del conte Carlo sua creatura al grado senatorio, ma con certi patti ch'egli non ebbe difficoltà di accettare, perchè altrimenti protestava il papa di non volergli attener la promessa del regno di Sicilia [Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 10.]. Acconciati che furono questi affari, spedì Carlo a Roma un suo vicario a prendere il possesso della dignità senatoria. Non erano ignoti a Manfredi questi trattati del papa tendenti alla sua rovina; e però anch'egli cominciò a far de' preparamenti. Nè solamente si tenne sulla difesa, ma diede principio alle offese, con inviare un grosso corpo di Saraceni e Tedeschi sul territorio romano, e con tirare nel suo partito Pietro da Vico, signor potente nelle parti del Patrimonio di San Pietro [Continuator Nicolai de Jamsilla. Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 10. Theodoric. Vallicolor., in Vita Urbani IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Fu occupata dall'armi di Manfredi la città di Sutri, e ricuperata da Pandolfo conte dell'Anguillara colla rotta da' Saraceni. Per esso Manfredi in Roma stessa il partito de' Ghibellini andava macchinando delle sedizioni, e Riccardo degli Annibaldi s'impadronì d'Ostia. Mandarono a voto le trame e i tentativi del suddetto Pietro da Vico, che, avendo intelligenza in Roma, si pensava di potervi entrare. Restò costui sconfitto dai Romani. E quantunque l'esercito di Manfredi sotto il comando di Percivalle d'Oria avesse preso molte castella, pure in vicinanza di Rieti ebbe una grave percossa dall'esercito pontificio crocesignato: giacchè Urbano avea fatta predicar la croce contra di Manfredi, assolvendo chiunque l'avea presa per andar contro gl'infedeli, purchè militasse contra di questo più vicino nemico.

Succederono altri combattimenti, ora prosperi ed ora contrarii, secondo l'uso della guerra, ch'io tralascio, per dire che intanto, dopo essersi trattenuto papa Urbano circa due anni in Orvieto, ben trattato e ricevuto da quel popolo, gli convenne infine ritirarsene mal soddisfatto. Perchè gli Orvietani presero il castello di Bizunto e lo ritennero per sè contro la volontà del papa, egli se ne partì e andò a Perugia. Infermatosi per istrada, appena fu giunto in quella città, che diede fine a' suoi giorni, nel dì due d'ottobre; e fu creduto [Ricordano Malaspina, cap. 175.] che una gran cometa, la quale cominciò a vedersi d'agosto, e sparve allorchè egli mancò di vita, avesse predetta la sua morte. Le azioni illustri di questo pontefice si veggono descritte in versi da Teodorico di Valcolore [Theodericus Vallicolor., P. I, tom. 3 Rer. Ital.], dal Rinaldi [Raynaldus, Annal. Ecclesiast.] e da altri. Vacò dipoi la santa Sede quattro mesi e cinque giorni, non potendosi accordare i cardinali nell'elezione del successore, benchè tempi sì pericolosi e sconcertati esigessero un pronto rimedio. In quest'anno ancora Azzo VII marchese d'Este [Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.], mentre governava in istato pacifico la città di Ferrara, pagò il tributo della natura, correndo il dì 17 di febbraio, nell'anno cinquantesimo di sua età, e ventesimoquarto del suo principato in Ferrara: principe di gloriosa memoria per l'insigne sua pietà, per la sua clemenza e per altre virtù, costantissimo sempre nel partito della Chiesa, contro tutti gli sforzi di Federigo II Augusto, di Eccelino e d'altri suoi nemici. Leggonsi le sue lodi presso il Monaco Padovano. L'autore della Cronica picciola di Ferrara [Chron. Parvum Ferrariens., tom. 8 Rer. Ital.], tuttochè gran Ghibellino, confessa che chiunque ancora de' Ferraresi era della fazion ghibellina, con vere lagrime onorò la di lui sepoltura. Di due Beatrici Estensi monache, le quali per le loro virtù meritarono il titolo di beate, l'una fu sua sorella, l'altra figliuola. Lasciò egli erede dei suoi Stati Obizzo suo nipote, nato dal figliuolo Rinaldo, a lui premorto. Appena fu ritornato il popolo dal di lui funerale, che nella piazza si tenne un general parlamento, dove di comun consenso fu proclamato signor di Ferrara il suddetto marchese Obizzo [Antichità Estensi., P. II, cap. 2.], a cui fu conferito un'ampia balìa. Secondo gli Annali Vecchi di Modena [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.], e per attestato d'altri scrittori [Chronic. Parmens., tom. 9 Rer. Ital. Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], circa la metà di dicembre, la fazione degli Aigoni, cioè de' Guelfi di Modena, capi de' quali erano Jacopino Rangone e Manfredi dalla Rosa, cacciò fuori della città la parte ghibellina, appellata de' Grasolfi. Accorsero nel dì seguente in aiuto d'essi Guelfi il marchese d'Este, cioè Obizzo suddetto, con assai brigate di Ferraresi, e Lodovico conte di San Bonifazio co' Mantovani. Abbiamo da Ricordano Malaspina [Ricordano Malaspina, cap. 174.] che anche i fuorusciti guelfi di Toscana, abitanti allora in Bologna, intervennero a questa cacciata de' Ghibellini da Modena, e vi restarono morti alcuni d'essi. Ed affinchè gli usciti non si ritirassero a Gorzano, quel castello fu preso e smantellato. La mutazion di Modena si tirò dietro quella di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rerum Ital.]. Ivi ancora vennero alle mani i Guelfi coi Ghibellini. De' primi erano capi i Rossi. Finalmente, dopo varii combattimenti e bruciamenti di case, i Ghibellini si diedero per vinti nel dì 29 di dicembre, e furono eletti due podestà, cioè Giberto da Correggio e Jacopo Tavernieri, con licenziare Manfredi de' Pii da Modena, allora podestà, e Matteo da Gorzano parimente Modenese, eletto per l'anno venturo, che erano di fazion ghibellina. Ebbero origine i movimenti di queste due città dalla nuova già sparsa che Carlo d'Angiò conte di Provenza preparava un poderoso esercito per passare in Italia contra del re Manfredi, e in soccorso della parte guelfa. Di qui prese animo anche Filippo dalla Torre, signoreggiante in Milano [Gualvaneus Flamma, Manip. Flor., cap. 300. Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.], di abbracciare il partito de' Guelfi, con liberarsi del marchese Oberto Pelavicino, la cui condotta era già finita. Partissi da Milano con amarezza grande il Pelavicino, e giunto a Cremona, in odio dei Torriani fece prendere quanti mercanti milanesi passavano per Po. Unironsi ancora con lui i nobili fuorusciti di Milano, dacchè videro sempre più allontanarsi la speranza di rientrar nella patria. Seguì perciò guerra fra essi Torriani e il marchese Oberto, ma senza avvenimenti degni di memoria. Intanto si sottomisero volontariamente al dominio d'esso Filippo dalla Torre le città di Bergamo, Novara, Vercelli e Lodi, la qual ultima forse solamente ora, e non prima, come già Galvano dalla Fiamma ci avea fatto sapere, elesse per suo signore il suddetto Filippo.


MCCLXV