Anno diCristo mcclxv. Indizione VIII.
Clemente IV papa 1.
Imperio vacante.

Finalmente nel dì nove (come vuole il Rinaldi [Raynaldus. Annal. Ecclesiast.]), oppur nel dì cinque (come ha Tolomeo da Lucca [Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., lib. 22, cap. 50.]) di febbraio del presente anno fu eletto da' cardinali per successore di san Pietro Guido vescovo sabinense, nato nella terra di Santo Egidio della Provenza, ossia della Linguadoca, personaggio di rara bontà di vita e di singolare umiltà. Avea avuta moglie e figliuoli. Rimasto vedovo, si arrolò nella milizia clericale; fu creato vescovo d'Anicy, oppure di Aux, poscia arcivescovo di Narbona e cardinale, e finalmente assunto al pontificato romano. Perchè egli si trovava allora in Francia, impedito dal passare in Inghilterra, tennero i cardinali segreto lo scrutinio, e a lui spedirono con egual segretezza l'avviso dell'elezione caduta nella di lui persona. Sen venne egli perciò incognito a Perugia, dove, dopo molta resistenza, prestò il suo consenso, e dopo essere stato consecrato ed aver preso il nome di Clemente IV, andò a mettere la sua residenza in Viterbo. Furono da lui approvate tutte le determinazioni del suo predecessore intorno alla concessione del regno di Sicilia e Puglia a Carlo conte di Provenza, e alla sua venuta in Italia. Mossesi infatti questo principe nella primavera dell'anno presente da Marsilia con venti galee, accompagnato da Luigi di Savoia, e venne alla volta di Roma. Non avea tralasciato Manfredi di prendere le possibili precauzioni per frastornare l'arrivo del competitore. Una considerabil flotta di galee e di navi [Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 17.], tanto sue che de' Pisani, fu inviata alla sboccatura del Tevere. Quivi con travi, pali, sassi si cercò d'impedire il passaggio di qualunque grosso legno che volesse salire su per quel fiume. Tale era anche la copia e forza del suo armamento navale, che si figurava l'ammiraglio di Manfredi di potere a man salva far prigione lo stesso conte Carlo, se osava di portarsi colà. Ma eccoti una fiera tempesta che obbligò quella flotta a staccarsi da que' lidi, e a tenersi alto in mare, con prendere la via di Ponente, per incontrare, se le veniva fatto, la flotta nemica. Questo fu la fortuna del conte, il quale, tuttochè anche egli fosse forte sbattuto da quell'orrido temporale, e si trovasse in manifesto pericolo della vita, pure sen venne spinto dai rabbiosi venti sino alla spiaggia romana, dove, salito in un picciolo legno, quasi miracolosamente approdò a terra, e giunse al monistero di San Paolo fuori di Roma. Quetata poi la furia del mare, pervennero anche le sue galee alla foce del Tevere, e, levati gli ostacoli, liberamente entrò nel fiume, e sbarcò a Roma mille uomini d'armi, tutta gente valorosa e avvezza al mestier della guerra. Nel mercordì prima della Pentecoste, cioè nei dì 24 di maggio [Bernard. Guidon., in Vita Clementis IV.], fece il conte Carlo la sua entrata in Roma con così magnifico incontro, plauso e giubilo di tutto il popolo romano, che non v'era memoria di solennità sì festosa per onorar l'arrivo d'altri principi venuti a quella gran città. Sbalordito rimase il re Manfredi all'udire come con tanta felicità fosse giunto l'emulo suo, ed avesse schivata l'opposizion della sua armata navale, tanto superiore di forze. Senza nondimeno perdersi d'animo, attese a fortificarsi e premunirsi a' confini: al qual fine richiamò dalla Toscana, dalla marca d'Ancona e dagli altri luoghi tutte le schiere de' suoi Tedeschi e d'altri soldati sparsi per quelle contrade. Tenuto poscia un parlamento di tutti i baroni e vassalli del regno, espose loro i motivi e la necessità della difesa e dell'aiuto di cadauno, mostrando una viva speranza nella lor fedeltà e bravura. Delle belle parole e promesse n'ebbe quante ne volle; ma negli animi loro già bollivano altri desiderii, e ognuno pensava a' propri interessi e vantaggi, senza mettersi cura de' pubblici. Niuna impresa tentò in quest'anno il conte Carlo, perchè aspettava per terra il grosso della sua cavalleria e fanteria [Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital. Raynald., in Annal. Eccles.]. S'inoltrò bensì nel distretto di Roma l'esercito di Manfredi, sulla speranza che egli uscisse di Roma e venisse a battaglia; ma il conte, mosso ancora dalle saggie esortazioni del papa, nulla volle azzardare, trovandosi scarso di gente sua, e poco fidandosi de' Romani, fra' quali non pochi erano guadagnati dai danari di Manfredi. Venuto il mese di settembre arrivò per mare a Roma la sua consorte Beatrice, che fu accolta con sommo onore ed allegrezza dal popolo romano.

Vegniamo ora alla Lombardia, che nell'anno presente fu quasi tutta in armi per la calata dell'esercito franzese, raccolto per ordine del conte suddetto. Prima nondimeno ch'esso valicasse l'Alpi, la città di Reggio [Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Annales Veter. Mutinens., tom. 11 Rer. Italic. Ricordano Malaspina, cap. 174.], fin qui di parte ghibellina, cangiò mantello. Nel dì 6 di febbraio arrivarono colà i Modenesi cogli usciti di Reggio, e coi guelfi fiorentini e di Toscana. Fu dismurata e loro aperta la porta del castello dai nobili Fogliani e Roberti, e sulla piazza si venne ad un aspro combattimento coi Sessi e colla parte ghibellina, fra i quali si distinse e passò poi in proverbio il Caca ossia Cacca da Reggio, uomo di statura gigantesca e di mirabil forza, che con una mazza alla mano si facea far piazza dovunque giugnea. Se gli serrarono addosso uniti dodici gentiluomini fiorentini colle coltella, e lo stesero a terra. Dopo di che i Sessi e i lor seguaci presero la fuga, e si ritirarono a Reggiuolo. Così i Reggiani cominciarono a governarsi a parte guelfa, e da lì a qualche tempo fecero tregua cogli usciti, e cessò ogni ostilità. Secondo la Cronica di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], seguì nell'anno presente una battaglia tra Guglielmo marchese di Monferrato e Oberto da Scipione, nipote del marchese Oberto Pelavicino, nell'Alessandrino presso Nizza della Paglia. Rimasero prigionieri cinquecento cavalieri d'esso Oberto da Scipione. Intorno a che è da avvertire che, per attestato di Benvenuto da San Giorgio [Benvenuto da San Giorgio, Storia del Monferrato, tom. 28 Rer. Ital.], nel precedente anno 1264, nel dì 14 di maggio, Carlo conte di Provenza avea fatta lega col suddetto marchese di Monferrato contra di Manfredi e di Oberto marchese Pelavicino. In virtù d'essa alleanza fece esso marchese di Monferrato guerra nell'anno presente al nipote d'esso Pelavicino. Calò per la Savoia sul fine della state di quest'anno l'armata oltramontana de' crocesignati (giacchè si guadagnava indulgenza plenaria a prendere le armi contra di Manfredi), inviandosi verso Roma per trovar Carlo conte d'Angiò e di Provenza, e passar dipoi contra d'esso Manfredi. La Cronica di Parma la fa ascendere a sessanta mila combattenti; quella di Bologna [Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.] a quaranta mila. Meglio è stare agli Annali vecchi di Modena [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.], che la dicono composta di cinque mila cavalli, quindici mila fanti e dieci mila balestrieri. Ne era capitan generale Roberto figliuolo del conte di Fiandra, accompagnato da copiosa nobiltà oltramontana. Trovò il marchese di Monferrato collegato, e i Torriani col popolo di Milano favorevoli, dai quali ricevè abbondante provvisione di vettovaglia. Ma nemici ed opposti a questa gente erano il marchese Oberto Pelavicino e Buoso da Doara coi Cremonesi, Pavesi, Piacentini ed altri Ghibellini di Lombardia, i quali, condotti dall'interesse della lor fazione, e insieme dai danari del re Manfredi, coi lor carrocci e con grande sforzo d'armati andarono a postarsi a Soncino, per contrastarle il passo. V'andò anche il conte Giordano [Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.], spedito colà da Manfredi con quattrocento lancie, e una bella compagnia di Napoletani a cavallo. Pertanto fu d'uopo che l'esercito franzese prendesse la volta del territorio di Brescia, nella qual città il marchese Pelavicino avea posto un buon presidio. Passarono essi l'Oglio a Palazzuolo, e giunti fin sotto le mura di Brescia, vi gettarono dentro molte saette nel dì 9 di dicembre. Se non veniva loro meno la vettovaglia, forse prendevano quella città molto sbigottita. Arrivati a Monte Chiaro, quivi trovarono giunti in aiuto loro Obizzo marchese d'Este signor di Ferrara coi Ferraresi, e Lodovico conte di San Bonifazio coi Mantovani. Uniti poi con essi, diedero varii assalti a Monte Chiaro, e se ne impadronirono, siccome ancora di altre terre, che quasi tutte distrussero, con farvi prigioni quattrocento cavalli e mille fanti del marchese Pelavicino [Ricordano Malaspina, cap. 178.]. Commisero dappertutto l'enormità che si possono immaginare, senza ricordarsi d'essere cristiani e crociati. Non si allentò mai esso marchese con tutti i suoi di far fronte a questa armata nemica, deludendo con ciò le speranze di Manfredi, Ricordano Malaspina [Matteo Spinelli, Diario, tom. 8 Rer. Ital.], Dante ed altri incolpano di tradimento Buoso da Doara, che, corrotto dal danaro del Francesi, talmente dispose le cose, che i nemici senza contrasto passarono. Più verisimile è ch'eglino tali forze non avessero da poter avventurare una battaglia con sì poderoso esercito nemico.

Comunque sia, pervenuti i Franzesi sul Ferrarese, vi trovarono preparato dal suddetto marchese Obizzo un ponte sul Po, per cui valicarono il fiume. Scrive il Sigonio [Sigon., de Regno Ital., lib. 20.] che dieci mila Bolognesi marciarono a Mantova in soccorso dell'armata franzese. Io non ne truovo parola negli scrittori d'allora, e neppur nelle Croniche di Bologna. Certo non sussiste il dirsi da Ricordano che l'esercito franzese passò per Parma. Con esso bensì andarono ad unirsi i Guelfi fuorusciti di Toscana in numero di più di quattrocento cavalieri, tutti riccamente guerniti d'armi e di cavalli, de' quali era condottiere il conte Guido Guerra. Passando poi per la Romagna, marca d'Ancona e Spoleti, se crediamo a Ricordano e ad altri autori, arrivarono finalmente a Roma circa le feste del Natale. Ma sapendosi che quell'esercito era tuttavia sul Bresciano verso la metà di dicembre, non può stare un sì frettoloso arrivo d'esso a Roma. Saba Malaspina [Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 1.], dopo aver narrata la coronazione del conte Carlo fatta nel dì dell'Epifania dell'anno seguente, scrive: Jam Gallicorum post haec superveniens multitudo circumfluit; jam totus regis Karoli exspectatus exercitus Romam venit. Però verso la metà del gennaio susseguente dovette l'armata suddetta comparire alla presenza del suo signore in Roma. Avea fatto in questo anno, prima del fin qui mentovato successo, la città di Brescia [Malvecius, Chron. Brixian.] dei movimenti per sottrarsi alla signoria del marchese Oberto Pelavicino. Per questo presi alcuni di que' nobili, furono condotti nelle carceri di Cremona. Un segreto concerto fu fatto dipoi che Filippo dalla Torre, signor di Milano, di Bergamo e d'altre città, venisse con assai brigate a Brescia in un determinato giorno del mese d'agosto, per sostenere la sollevazione del popolo. Accadde che il Torriano, allorchè si disponeva per cavalcare a quella volta, sorpreso da subitaneo malore, cessò di vivere. Non per anche s'era data sepoltura al di lui cadavero nel monistero di Chiaravalle, che Napo ossia Napoleone dalla Torre suo parente si fece proclamare signor di Milano. Rimasero per questo accidente in grave sconcerto i Bresciani. Fecero bensì due tentativi per liberarsi dall'oppressione del Pelavicino, ma questi ridondarono solamente in loro danno. Moltissimi de' nobili furono presi e mandati a penar nelle prigioni di Cremona; ad altri non pochi fu, dopo i tormenti, levata la vita: il che sempre più accrebbe l'odio di quel popolo verso chi allora li signoreggiava.


MCCLXVI

Anno diCristo mcclxvi. Indizione IX.
Clemente IV papa 2.
Imperio vacante.

Prima di procedere coll'armi contro al nemico Manfredi, volle Carlo conte di Angiò e di Provenza essere solennemente coronato re di Sicilia e di Puglia. La funzione fu fatta per ordine di papa Clemente IV nella Basilica Vaticana [Raynald., Annal. Eccles. Ricord. Malaspina, Monach. Patavinus et alii.], correndo le festa dell'Epifania, ossia nel dì 6 di gennaio. Essendo stati spediti colà dal papa cinque cardinali apposta, ricevè il conte con Beatrice sua moglie la corona; e vi intervenne un'immensa folla di Romani, che compierono la festa con varie allegrezze e giuochi. Prestò il re Carlo allora il giuramento, e il ligio omaggio alla Chiesa romana pel regno di Sicilia di là e di qua dal Faro, di cui fu investito dal papa. Avrebbe avuto bisogno l'armata sua, che giunse nei giorni seguenti, di un lungo riposo, perchè arrivò a Roma sfiatata e malconcia pel lungo viaggio e per molti affanni patiti. Ma troppo era smunta la borsa del re Carlo, nè maniera aveva egli di sostentar tanta gente, avendo già consunte le grosse somme prese dai prestatori. Fece ben egli al pontefice istanza di soccorso d'oro, ma con ritrovare anche il di lui erario netto e spazzato al pari del suo. Però, ancorchè il verno non sia stagion propria per guerreggiare, massimamente per chi guida migliaia di cavalli; pure per necessità, e sulla speranza di provvedere al proprio bisogno colle spoglie de' nemici, durante ancora il mese di gennaio, intrepidamente col suo fiorito esercito marciò alla volta di Ceperano per entrare nel regno. Era con lui Riccardo cardinale di Sant'Angelo, legato del papa, per muovere i popoli a prendere la croce per la Chiesa. Non avea intanto Manfredi lasciato di far quanti preparamenti potea per ben riceverlo. Un grossissimo presidio ancora avea messo in San Germano, sperando che quel luogo facesse lunga resistenza al nimico, per aver tempo di ricever varii corpi di gente che si aspettavano dalla Sicilia, Calabria, Toscana ed altri luoghi. Fra le altre provvisioni avea situato al fiume Garigliano il conte di Caserta con grosse squadre per difendere quel passo. Ma agli animosi ed arditi Franzesi nulla era che potesse resistere; innanzi a loro camminava il terrore, perchè creduti non diversi dai paladini favolosi di Francia; e il verno stesso si vestì d'un'insolita placidezza per favorirli. Passarono i Franzesi il Garigliano per la proditoria ritirata del conte di Caserta. Fu preso a forza d'armi San Germano, e andò a fil di spada quasi tutta quella numerosa guarnigione, con incoraggirsi maggiormente i vincitori pel saccheggio, frutto sempre gustoso della vittoria. Aquino e la rocca d'Arci non fecero resistenza. Da così sinistri avvenimenti allora più che mai Manfredi venne a conoscere non poter egli far capitale alcuno sulla volubilità e poca fede de' regnicoli. V'erano fra questi non pochi che, ricordevoli delle crudeltà ed avanie di Federigo II e di suo figliuolo Corrado, odiavano la casa di Suevia; altri guadagnati dall'oro, e dalle promesse della corte di Roma e del re Carlo; altri infine amanti delle novità per la facile speranza di star meglio, oppur di crescere in fortuna. Contuttociò Manfredi senza avvilirsi attese a far le disposizioni opportune, e colle sue forze passato a Benevento, quivi si accampò. Non aveva egli tralasciato di mandar persona a parlare di accordo al re Carlo. La risposta di Carlo fu questa in franzese: Dite [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 5.] al sultano di Nocera (così appellava Manfredi, perchè si serviva de' Saraceni) ch'io con lui non voglio nè pace nè tregua; e che in breve io manderò lui all'inferno, o egli me in paradiso.

Non perdè tempo il re Carlo a muoversi verso Benevento, per trovare l'armata nemica, ardendo di voglia di decidere con un fatto d'armi la contesa del regno. Fu messo in disputa nel consiglio di Manfredi, se meglio fosse il tenersi solamente in difesa, tanto che arrivassero gli aspettati rinforzi, oppure il dar tosto battaglia, per cogliere i Franzesi stanchi e spossati per le marcie sforzate. Ossia che prevalesse l'ultimo partito, o che l'impaziente Carlo uscisse ad attaccare il nemico, ovvero che i Saraceni in numero di dieci mila, senza aspettarne il comandamento, movessero contra dei Franzesi [Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Veronense, tom. 9 Rer. Ital.], a poco a poco nel dì 26 di febbraio dell'anno presente (chiamato 1265 da alcuni scrittori che cominciano alla fiorentina l'anno nuovo solamente nel dì 25 di marzo) s'impegnarono le schiere in un'orrida battaglia, descritta minutamente da Saba Malaspina [Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 10.], da Ricordano [Ricordano Malaspina, cap. 179.] e da altri scrittori. A me basterà di accennarla. Combatterono con gran vigore i Saraceni e Tedeschi dello esercito di Manfredi. Si trovarono essi infine malmenati e sopraffatti dai Franzesi; laonde volle allora Manfredi muovere la terza schiera composta di Pugliesi, ma senza trovare ubbidienza nei baroni di cuore già guasto. Allora lo sfortunato, ma coraggioso, principe determinò di voler piuttosto morire re, che di ridursi privato colla fuga a mendicare il pane. E spronato il cavallo, andò a cacciarsi nella mischia, dove, senza essere conosciuto, da più colpi fu privato di vita. Racconta Ricobaldo [Richobaldus, in Pomario, tom. 9 Rer. Ital.], e dopo lui Francesco Pipino [Franciscus Pipin., Chron., lib. 3, cap. 43, tom. 9 Rer. Ital.], che in questi tempi andarono in disuso per l'Italia le spade da taglio, ossia le sciable, e si cominciò ad usar quelle da punta, ossia gli stocchi, de' quali si servivano i Franzesi. Per essere gli uomini d'armi tutti vestiti di ferro, poco profitto faceano addosso a loro i colpi delle sciable. Ma allorchè essi alzavano il braccio per ferire, i Franzesi colle punte degli stocchi li foravano sotto le ascelle, e in questa maniera lì rendevano inutili a più combattere. Strage fu fatta, massimamente de' Saraceni; grande fu la copia dei prigioni, fra' quali si contarono i conti Giordano, Galvano, Federigo e Bartolommeo, parenti di Manfredi, ad alcuni de' quali, cioè Galvano e Federigo, fu data dipoi la libertà ad istanza di Bartolommeo Pignatelli arcivescovo di Messina; ed altri furono fatti morire dall'inesorabil re Carlo. Il bottino fu inestimabile, e ne arricchirono tutti i vincitori, e alle mani del re Carlo pervennero i tesori di Manfredi e di molti de' baroni di lui. Nè contenti i vincitori di tante spoglie, rivolsero l'insaziabil loro avidità addosso ai miseri Beneventani, senza che loro giovasse punto l'essere sudditi del papa. Dato fu un terribil sacco alla città, fatto macello d'uomini e fanciulli, sfogata la libidine, e senza che le chiese stesse godessero esenzione alcuna dall'infame sfrenatezza di quella gente. Se costoro si fossero mossi per divozione a prendere la croce, e se fossero ben impiegate le indulgenze plenarie, ognuno può ben figurarselo. Ma quello che maggiormente rallegrò il re Carlo, e diede compimento alla sua vittoria, fu la morte di Manfredi. Se ne sparse tosto la voce, ma si stette tre dì a scoprirne il cadavero [Ricordano Malaspina, cap. 180. Memoriale Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]. Trovollo un ribaldo, e, postolo a traverso sopra un asino, l'andava mostrando pel campo. Fece il re Carlo I riconoscerlo per desso dal conte Giordano, e dagli altri nobili prigionieri; e perciocchè era morto scomunicato, ordinò che fosse seppellito presso il ponte di Benevento in una vil fossa, sopra cui ogni soldato per compassione e memoria gittò una pietra. E tal fine ebbe Manfredi già re di Sicilia, principe degno di miglior fortuna, perchè, a riserva dell'aver egli violate le leggi per voglia esorbitante di regnare, e di qualche altro reato dell'umana condizione, tali doti si unirono in lui, che alcuni giunsero a dirlo non inferiore a Tito imperadore, figliuolo di Vespasiano [Franciscus Pipin., Chron., lib. 3, cap. 6.]. Restò memoria di lui nella città di Manfredonia, fatta da lui fabbricare di pianta col trasportarvi il popolo di Siponto, mal situato dianzi, perchè in luogo d'aria cattiva.

La rotta e morte di Manfredi divolgatasi per tutta Puglia e Sicilia, cagion fu che non vi restò città e luogo che non inalberasse le bandiere del re Carlo, e con feste e giubili incredibili. La sola città di Nocera, nido de' Saraceni, dove, secondo gli scrittori napoletani, s'era ricoverata la regina Sibilia moglie di Manfredi con Manfredino suo picciolo figliuolo e una figliuola, si tenne forte. Colà si portò con buona parte dell'esercito Filippo conte di Monforte, e l'assediò; ma ritrovato troppo duro quell'osso, se ne partì, con lasciare nondimeno strettamente bloccata essa città. Certo è, secondo le lettere di papa Clemente, e per attestato della Cronica di Reggio, che in quest'anno essa regina co' figliuoli e col tesoro del marito fu presa nella città di Manfredonia; il che vien confermato dal Monaco Padovano. Altre storie ancora affermano che i Saraceni di Nocera si sottomisero in quest'anno al re Carlo, nè aspettarono a farlo dopo la rotta di Corradino, di cui parleremo a suo luogo. Entrò poscia il vittorioso re Carlo in Napoli, che prima gli avea spedite le chiavi; e andò quel popolo quasi in estasi al veder comparire le regina Beatrice con carrozze magnifiche e dorate, e copia di damigelle, tutte riccamente addobbate, siccome gente non avvezza a somiglianti spettacoli. Osserva Riccobaldo [Richobaldus in Pomario, tom. 9 Rer. Ital.] che i costumi degli Italiani erano stati in addietro assai rozzi, dati alla parsimonia, voti di ogni fasto e vanità; e ne dice anche, a mio credere, più di quel che era, come ho dimostrato altrove [Antiquit. Ital., Dissert. XXIII et XXV.]. Per altro la venuta de' Franzesi quella fu che cominciò ad introdurre il lusso e qualche cosa di peggio, e fece mutar i costumi degl'italiani. Trovò il re Carlo nel castello di Capoa il tesoro di Manfredi quasi tutto in oro [Ricordano Malaspina, cap. 181.]. Fatti votare quei sacchetti in una sala alla presenza sua e della regina Beatrice, e comandato che venissero le bilance, disse ad Ugo del Balzo cavalier provenzale di partirlo. Che bisogno c'è di bilance? rispose allora il prode cavaliere. E co' piedi fattene tre parti, questa, disse, sia di monsignore il re; questa della regina; e quest'altra dei vostri cavalieri. Piacque cotanto al re un atto di tale magnanimità, che incontanente gli donò la contea d'Avellino, e il creò conte. Diedesi poi il re Carlo ad ordinare il regno. S'erano figurati i popoli di quelle contrade che colla venuta de' Franzesi, e sotto il nuovo governo tornerebbe il secolo d'oro, si leverebbono le gabelle, le angherie e le contribuzioni passate, ed ognun godrebbe una invidiabil tranquillità e pace. Si trovarono ben tosto delusi e ingannati a partito. Le soldatesche franzesi ne' lor passaggi e quartieri a guisa del fuoco portavano la desolazion dappertutto [Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 16.]. Ebbe il re Carlo in mano da un Gezolino da Marra tutti i libri e registri delle rendite e degli uffizii del regno, e di tutte le giurisdizioni, dazii, collette, taglie ed altri aggravii dei popoli. Non solamente volle il re intatti tutti questi usi od abusi; ma siccome in addietro si camminava assai alla buona in riscuotere cotali carichi, istituì egli dei nuovi giustizieri, doganieri, notai, ed altri uffiziali del fisco, che rigorosamente spremevano il sangue dai popoli, e cominciarono ad accrescere in profitto del re, o proprio, i pubblici pesi e le avanie, di modo che altro non s'udiva che segreti gemiti e lamenti della misera gente, con augurarsi ognuno, quando non era più tempo, l'abbandonato e perduto re Manfredi. È un autor guelfo, uno storico pontificio che l'attesta, cioè Saba Malaspina. Secondo lui, ravveduti que' popoli andavano dicendo: O re Manfredi, noi non ti abbiam conosciuto vivo; ora ti piangiamo estinto. Tu ci sembravi un lupo rapace fra le pecorelle di questo regno; ma da che per la nostra volubilità ed incostanza siam caduti sotto il presente dominio, tanto da noi desiderato, ci accorgiamo in fine, che tu eri un agnello mansueto. Ora sì che conosciamo quanto fosse dolce il governo tuo posto in confronto dell'amarezza presente. Riusciva a noi grave in addietro che una parte delle nostre sostanze pervenisse alle tue mani; troviamo adesso che tutti i nostri beni, e, quel che è peggio, anche le persone vanno in preda a gente straniera. Tali erano di que' popoli le querele: querele osservate prima e dipoi anche in altri popoli sempre malcontenti dello stato presente, e che ripongono la speranza di star meglio, o men male, colla mutazion de' governi, ma con disingannarsi poi delle lor mal fondate idee.