A molte altre avventure e mutazioni in Italia diedero moto i passi prosperosi di Carlo re di Sicilia, con atterrire i Ghibellini, ed influire coraggio alla parte guelfa pel rimanente d'Italia. Abbiamo dalla Cronica di Cesena [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.], che avendo Manfredi ritirate le sue armi dalla marca d'Ancona per valersene in propria difesa, fu spedito colà Simone cardinale di San Martino e legato apostolico, il quale nel dì ultimo di gennaio s'impadronì della città di Jesi, e poscia d'altre città e castella d'essa marca. Non dissimili cambiamenti di cose avvennero in Lombardia. Nel dì 20 di gennaio dell'anno presente si levò a rumore il popolo di Brescia [Malvecius, Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.], e messa a fil di spada, oppure in fuga, la guarnigione che ivi teneva il marchese Oberto Pelavicino, si rimise in libertà. Giunta questa dispiacevole nuova al suddetto marchese, furibondo passò co' Cremonesi di là dall'Ogiio, mettendo a sacco il territorio bresciano, uccidendo e facendo prigioni quanti incontrava. Distrusse da' fondamenti le terre di Quinzano. Orci, Pontevico, Volengo, Ustiano e Canedolo. Ricorsero i cittadini bresciani per soccorso ai Milanesi, e richiamarono in città i lor fuorusciti guelfi. Vennero perciò a Brescia Raimondo dalla Torre vescovo di Como, Napoleone ossia Napo e Francesco fratelli parimente dalla Torre con molte squadre e coi suddetti usciti, i quali furono incontrati fuor dal clero e popolo con rami d'ulivo: dopo di che fu fatta una solenne concordia e pace fra loro, e data la signoria di quella città ai Torriani suddetti. Restò quivi per governatore Francesco dalla Torre, il quale, ito poscia con bella comitiva a trovare il re Carlo, fu da lui fatto cavaliere e conte di non so qual luogo. In Vercelli era governatore di quella città Paganino fratello parimente del suddetto Napo [Stephanardus, tom. 9 Rer. Ital.]. Entrati in essa città occultamente i nobili milanesi ghibellini fuorusciti, il presero, e, nel condurlo a Pavia, barbaramente lo uccisero. Trovavasi allora in Milano podestà, messovi dal re Carlo, Emberra del Balzo Provenzale [Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital. Gualvan. Flamma, in Manip. Flor., cap. 302.]. Costui con alcuni de' Torriani fatto consiglio per vendicar la morte di Paganino, avendo in prigione i figliuoli, fratelli o parenti degli uccisori suddetti, ne fece condurre cinquantadue sopra le carra, e scannarli con crudeltà esecrabile, riprovata dai baroni e dallo stesso Napo Torriano, il quale poi disse: Ah che il sangue di questi innocenti tornerà sopra de' miei figliuoli! Per tale iniquità fu poi scacciato da Milano il suddetto Emberra. Fu anche la città di Piacenza [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.] a rumore per liberarsi dalle mani del marchese Oberto Pelavicino, ma non riuscì in bene lo sforzo de' Guelfi. Furono poi spediti due legati pontificii in Lombardia per ridurre a concordia le divisioni dei popoli. Iti a Cremona, trovarono nata o fecero nascere discordia fra il marchese Oberto e Buoso da Doara, per tanti anni addietro sì uniti ed amici. Con questo mezzo ottennero che il marchese Oberto dimettesse la signoria di Cremona e si ritirasse. Ma che questa mutazion di Cremona accadesse nell'anno seguente, s'ha da altro storico [Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], siccome vedremo. Anche i Piacentini l'indussero, con usar le buone e le brusche, a rinunziare al dominio della loro città. Il perchè egli si ricoverò a Borgo San Donnino, dove attese a fortificarsi. Fece parimente sollevazione sul fine di febbraio la fazione guelfa in Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], e a forza d'armi obbligò la contraria ghibellina a sloggiare. E perciochè questa occupò Colorno nel dì primo d'agosto, i Parmigiani fecero oste, presero quella terra e menarono assai prigioni nelle carceri della loro città. Neppur la Toscana esente fu da mutazioni. Si mossero a rumore i Guelfi popolari di Firenze nel dì 11 di novembre [Ricordano Malaspina, cap. 184.], con fare gran ragunata e serragli; e perciocchè il conte Guido, novello vicario del fu re Manfredi, prese la piazza, e fece vista di voler combattere, cominciarono a fioccar sassi dalle torri e case, e a volar frecce da tutte le bande contra di lui e di sua gente. Secondo Ricordano, aveva egli ben mille cinquecento cavalieri all'ordine suo. Tolomeo da Lucca [Ptolomeus Lucens., Annal. Brev., tom. 11 Rer. Ital.] ne mette solamente secento. Contuttociò, figurandosi egli che maggior fosse la congiura e possanza del popolo, sbigottito si fece recar le chiavi della città e sconsigliatamente ne uscì con tutti i suoi armati, e andossene a Prato. Conosciuto poscia lo sproposito suo, volle tornar la mattina vegnente per tentare di rientrarvi, o amichevolmente o colla forza; ma vi trovò de' buoni catenacci, e la gente sulle mura ben disposta alla difesa. Mandarono poscia i Fiorentini ad Orvieto per soccorso, e n'ebbero cento cavalieri, che bastarono a sostenersi in quel frangente. Tornati poscia in città i fuorusciti guelfi, conchiusero pace co' cittadini di fazion ghibellina; e, per maggiormente assodarla, contrassero varii matrimonii fra loro.

Cercarono anche i Pisani [Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.] di ricuperar la grazia del sommo pontefice, e di liberar la città dall'interdetto e dalle censure incorse per la loro aderenza al re Manfredi. Con rimettersi a quanto avesse ordinato il papa, e con depositare in Roma trenta mila lire, furono riconciliati nel dì 15 d'aprile dell'anno presente. Durando tuttavia la guerra fra i Genovesi [Caffari, Annal. Genuens., lib. 7, tom. 6 Rer. Ital.] e i Veneziani, misero i primi in corso ventisette galee, delle quali fu ammiraglio Lanfranco Borborino. Arrivato costui a Trapani in Sicilia, ebbe nuova che lo stuolo delle galee veneziane si trovava in Messina; e benchè si dicesse che quello era inferiore di forze, e i consiglieri più saggi volessero battaglia, aderì al parere de' vili, e ritirossi a terra, con far legare ed incatenare le sue galee. Giunsero i Veneziani, ed, accortisi dello sbigottimento de' nemici, a dirittura dirizzarono le prore addosso alle galee, e tutte nel dì 23 di giugno a man salva le presero, essendosi gittati in mare e fuggiti a terra i Genovesi. Tre d'esse diedero i vincitori al fuoco, le altre ventiquattro ritennero, con far prigione chiunque non s'era sottratto colla fuga. Portata la dolorosa nuova a Genova, armò tosto quel comune altre venticinque galee sotto il comando d'Obertino Doria, il quale passò fino nell'Adriatico in traccia de' nemici, ma senza incontrarsi in loro. Prese egli la Canea, e tutta la consegnò alle fiamme; nè avendo potuto far di più, ritornò alla patria. Di altri danni vicendevolmente dati e ricevuti da questi due emuli popoli parla il Continuatore di Caffaro, siccome ancora il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], il quale non ebbe notizia del fatto di Trapani testè accennato. Eransi ridotti i nobili ghibellini fuorusciti di Modena [Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.], appellati i Grasolfi, nel castello di Monte Vallaro, fra' quali furono i principali Egidio figliuolo di Manfredi de' Pii, quei di Gorzano e i conti di Gomola, in numero di circa mille persone. La fazion guelfa di Modena, soprannominata degli Aigoni, avendo presi al soldo molti Tedeschi, e ottenuti dei rinforzi da Parma, Reggio, Bologna, e dai Guelfi di Toscana, si portò all'assedio di quel castello. Vi seguirono di molte prodezze dall'una parte e dall'altra; ed ancorchè Manfredi dei Pii, accorso da Montecuccolo con altri Grasolfi e molti soldati tedeschi e cavalieri di Toscana, e ducento cavalieri di Bologna della fazion lambertaccia, si fossero raunati per dar soccorso all'assediato castello, non si attentarono poscia a passar più oltre. Il perchè, pressati dalla mancanza de' viveri e dalla forza, gli assediati, dopo essersi difesi per più di cinque settimane, capitolarono la resa, salve le loro persone.


MCCLXVII

Anno diCristo mcclxvii. Indizione X.
Clemente IV papa 3.
Imperio vacante.

Dappoichè fu il re Carlo in pacifico possesso della Sicilia e Puglia, siccome principe infaticabile e di grandiosi pensieri, rivolse il suo studio ad abbassare e sradicare, se gli veniva fatto, il partito dei Ghibellini in Italia. Spedì a questo fine in Toscana, ad istanza specialmente de' Fiorentini e Lucchesi, il conte Guido di Monforte con ottocento cavalieri franceschi [Raynaldus, in Annal. Ecclesiast.]. Arrivò questi a Firenze nella Pasqua di Risurrezione; ma non aspettarono già l'arrivo di questa troppo sospetta gente i Ghibellini fiorentini, e ritiraronsi volontariamente chi a Siena e chi a Pisa. Allora fu che il popolo di Firenze diede la signoria della lor città per dieci anni avvenire al re Carlo, il qual fece alquanto lo schivo, ma infine accettò la proferta, e cominciò a mandar colà i suoi vicarii. Occuparono ancora i guelfi fiorentini tutti i beni dei fuorusciti Ghibellini, con dividerseli fra loro. In questi tempi fu esso re Carlo dichiarato dal papa vicario della Toscana, vacante l'imperio. Dai documenti recati dal Rinaldi [Ricordan. Malaspina, cap. 185.] apparisce che il pontefice non gli diede, nè egli prese questo grado, se non per pacificare ed unire i popoli della Toscana, con obbligo di deporlo, subito che fosse creato un re de' Romani, o un imperadore con approvazione della Sede apostolica. Ma i Ghibellini chiedevano chi avesse dato diritto al papa per far da padrone del regno d'Italia. Inoltre spacciavano tutte quelle belle parole e tutti quei movimenti per furberie, tenendo per fermo che sotto le apparenze di paciere si nascondesse il vero disegno di atterrare affatto la parte ghibellina ed imperiale, e di occupare il dominio di tutta l'Italia; il che se riusciva, ben si sa di che capace sia l'umana ambizione. Ad abbandonar gli acquisti essa ha troppo abborrimento; e al riccio bastò il poter solamente entrar nella tana. Infatti nel luglio del presente anno le genti d'esso re Carlo coi fiorentini guelfi cominciarono la guerra contro ai Sanesi, che tenevano a parte ghibellina. In questo mentre le masnade tedesche di Siena e di Pisa, con intelligenza de' Ghibellini di Poggibonzi, entrarono in quella terra: perlochè il maliscalco del re Carlo, lasciati stare i Sanesi, imprese l'assedio di Poggibonzi. Arrivò a Firenze lo stesso re Carlo nel mese d'agosto, ricevuto con sommo onore da quel popolo, e quivi fece di molti cavalieri. Passò dipoi in persona colla sua cavalleria sotto a Poggibonzi, per dar calore a quell'assedio, ed impedire il soccorso che minacciavano di dargli i Sanesi e i Pisani. Nel dicembre, per difetto di vettovaglia, si arrendè quella terra con buoni patti. Di là passò il re Carlo sul Pisano, prese molte castella, ed ebbe Porto Pisano, dove fece diroccare quelle torri. L'unica speranza del partito ghibellino d'Italia era riposta in Corradino figliuolo del fu re Corrado. A lui perciò quei di Toscana e di Lombardia, e i malcontenti ancora del regno di Puglia inviarono messi e lettere segrete, sollecitandolo con ingorde promesse a calare oramai in Italia, per ricuperar la Sicilia e Puglia, come signoria a lui legittimamente spettante [Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 17.]. Fra gli altri andarono in Germania per muoverlo ed incoraggirlo Galvano e Federigo marchesi Lancia, e Corrado e Marino fratelli Capece da Napoli, ingrati al re Carlo, che avea loro donata la vita e libertà. Non durarono gran fatica questi mantici ad accendere il fuoco. Corradino era giovane di quindici in sedici anni, ben provveduto di spiriti guerrieri, e voglioso di gloria e d'imperio; e però, non ostante l'opposizione della madre, determinò di venire al conquisto della Sicilia. A questo fine con quattro mila cavalli ed alcune migliaia di fanti discese in Italia [Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.], e si fermò in Verona, per dar tempo ai maneggi che in suo favore si andavano facendo dai suoi aderenti. Ma venutogli meno il danaro, a poco a poco vendute l'armi e i cavalli, la maggior parte di quelle sue truppe se ne tornò in Germania. Aveva egli assunto il titolo di re di Sicilia, e creato suo capitan generale vicario di quel regno Corrado Capece, che, venuto a Pisa, si diede a muovere cielo e terra contra del re Carlo. Per questo fu esso Corradino citato dal papa, e poi scomunicato con tutti i suoi fautori, siccome usurpatore di un titolo che solamente si dovea conferire dai sommi pontefici, sovrani della Sicilia e Puglia. Ora avvenne, che trovandosi in Tunisi ai servigi di quel re, Arrigo e Federigo fratelli di Alfonso re di Castiglia, perchè scacciati dal regno paterno, Corrado Capece con una galea de' Pisani, per guadagnarli in aiuto del re Corradino, si portò colà. E gli riuscì il colpo, perchè già nata diffidenza di loro nel re di Tunisi, non si vedeano più sicuri fra i Saraceni. Pertanto Federigo con una mano di soldati spagnuoli e saraceni fece vela alla volta della Sicilia, e, dopo aver preso quivi alquante terre, alzò le bandiere di Corradino, spargendo e magnificando per tutta l'isola la venuta di questo principe: il che suscitò negli affezionati alla casa di Suevia il desiderio di scuotere il troppo pesante giogo franzese. Corrado d'Antiochia, figliuolo di Federigo, cioè di un bastardo di Federigo II Augusto, prese allora il titolo di vicerè della Sicilia, e non andò molto che la maggior parte dell'isola acclamò il nome di Corradino; e benchè i Francesi facessero varii sforzi per dissipar questo nuvolo, tuttavia ne restò sconvolta la Sicilia, e più di una volta rimasero essi sconfitti. Di questi movimenti parla Bartolomeo da Neocastro [Barthol. de Neocastro, tom. 13 Rer. Ital.], e il testo da me dato alla luce li mette sotto l'indizione Xi, cioè sotto L'anno seguente; ma in buona parte appartengono al presente. Venne Arrigo di Castiglia fratello del suddetto Federigo, anch'egli da Tunisi, e sbarcò verso Roma con trecento cavalieri spagnuoli. Andò alla corte pontificia, e cominciò a far broglio per essere investito del regno della Sardegna, e per altri onori: al che non gli mancava astuzia ed eloquenza. Intanto, nata sedizione nel popolo di Roma, fu data balìa ad Angelo Capoccia di nominare un nuovo senatore [Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 19.]; ed egli proclamò il suddetto Arrigo, credendolo, per sua nobiltà e perizia nell'armi, atto al buon governo e freno di quella sempre inquieta città; e quantunque vi si opponessero molti cardinali e baroni, che già aveano subodorato di che piè egli zoppicasse, pure fu alzato al grado di senatore di Roma. Ch'egli ad istanza del re Carlo suo cugino, come vogliono alcuni, fosse promosso a questa dignità, nol veggio assistito da autentiche pruove. Delle sue iniquità parleremo all'anno seguente.

Rincresceva forte a Napo Torriano, signor di Milano, e a quel popolo l'interdetto posto a quella città (già erano quattro anni) per non voler essi ammettere Ottone Visconte arcivescovo, e per avere inoltre usurpati i beni tutti di quell'arcivescovato [Stephanardus, Poem., tom. 9 Rer. Italic. Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 303.]. Spedirono essi al papa i loro ambasciatori per liberarsi da quel gastigo. Perchè non furono ammessi dalla corte pontificia, ricorsero al re Carlo, il quale, desideroso di tirar nel suo partito i Milanesi, spedì con loro a Viterbo, dove soggiornava papa Clemente, i suoi ambasciatori con lettere di buon inchiostro in loro favore. Fu data loro udienza; esposero tutte le ragioni del popolo di Milano, rigettando in Ottone e nei nobili fuorusciti la colpa di tutti i passati disordini. Ma alzatosi l'arcivescovo Ottone, con tale energia perorò la sua causa, e seppe così vivamente dipignere la tirannia de' Torriani e della plebe, e degli atroci aggravii da lor fatti alla nobiltà milanese, che mosse tutti a compassione. Laonde non altro poterono ricavarne gli ambasciatori milanesi, se non che, se loro premeva la restituzion de' divini uffizii, accettassero e lasciassero entrare in città il loro pastore. Dissero essi di ubbidire, e si prese la risoluzion di spedire apposta un legato apostolico a Milano, per veder L'esecuzione di queste promesse. Se crediamo al Corio [Corio, Istor. di Milano.], nel maggio di quest'anno il podestà di Milano coll'esercito milanese e bergamasco, e i lor carrocci, passato il Ticino, ostilmente procederono contra de' Pavesi; e messo l'assedio alla terra di Vigevano, talmente la flagellarono colle pietre dei mangani, che l'obbligarono alla resa. Nè i Pavesi, benchè lontani solamente quattro miglia colla loro armata, ardirono di tentarne il soccorso. Galvano Fiamma riferisce questo fatto all'anno seguente. Secondo le Croniche di Reggio [Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.] e di Modena [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.], solamente in quest'anno il marchese Oberto Pelavicino perdè il dominio di Cremona, e ritirossi alle sue castella, meravigliandosi d'essere stato sì poco accorto che un prete (cioè il legato) fosse giunto colle sue belle parole a beffarlo e a torgli quella città. Il Continuatore di Caffaro [Caffari, Annal. Genuens., lib. 8, tom. 6 Rer. Italic.] racconta un tal fatto all'anno presente. Di lì a qualche tempo avvenne una pari disgrazia a Buoso da Doara. Di lui s'era servito il legato per dar la fuga al Pelavicino; e quando costui si lusingava di rimaner signore di Cremona, la destrezza del legato gliela suonò, e fecero balzar anch'esso fuori della città [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. Pieno di rabbia Buoso, unita quanta gente potè, venne verso Cremona per rientrarvi colla forza, non mancandogli fra' cittadini una gran copia di aderenti. Trovavansi allora i Parmigiani insieme coi Modenesi e con alquanti Reggiani all'assedio di borgo San Donnino. Avvertiti del pericolo in cui era Cremona e il legato pontificio, frettolosamente marciarono in loro aiuto. Con questo rinforzo i Cremonesi scacciarono tutti i partigiani di Buoso, demolirono le lor case, e quindi coll'esercito suo e de' Milanesi, Bresciani ed altri Guelfi, si portarono ad assediar la Rocchetta, luogo fortissimo sull'Oglio, dove s'era rifugiato il suddetto Buoso. Ma per paura di Corradino giunto a Verona, se ne ritirarono fra qualche tempo. Continuarono i Parmigiani in quest'anno la guerra contro al marchese Pelavino, e gli tolsero alcune castella, che furono appresso distrutte. Giunto a Piacenza [Chron Placent., tom. 16 Rer. Ital.], il legato pontificio non solamente disturbò la lega intavolata da quel popolo co' Pavesi, ma eziandio fece uscire da quella città il conte Ubertino Landi, seguace della parte ghibellina, e diroccar le case di molti suoi aderenti. Oltre a ciò, indusse i Piacentini a ricevere un podestà a nome di Carlo re di Sicilia. Comperarono in quest'anno i Modenesi [Annales Veteres Mutinens.] per tre mila lire il castello della Mirandola colla Motta de' Papazzoni, e smantellarono tutte le fortificazioni di quei luoghi. Mancò di vita in quest'anno la regina Beatrice, moglie del re Carlo [Matteo Spinelli, Diario, tom. 9 Rer. Ital. Monach. Patavinus, in Chron.], poco avendo goduto della nuova sua grandezza. Saba Malaspina differisce la di lei morte all'anno seguente. Fu levato nell'anno presente l'interdetto della città di Genova [Caffari, Annal. Genuens., lib. 8.], e colà si portarono gli ambasciatori dei re di Francia e di Sicilia col legato del papa, per maneggiar o pace o tregua fra quel popolo e i Veneziani, affinchè amendue potessero accudire alla ricupera di Terra santa, dove il santo re Lodovico IX disegnava di ritornare. Niuna conchiusione si dovette prendere al vedere che essi Genovesi armarono venticinque galee, e le spedirono contra de' nemici. Queste nel corso presero due galee veneziane, ed, arrivate ad Accon, s'impadronirono della torre delle Mosche, ed assediarono quel porto. Essendo poi l'ammiraglio Luchetto Grimaldi passato con dieci galee a Tiro per trattar lega con Filippo da Monforte signore di quella città, arrivarono ventisei galee dei Veneziani ad Accon, e ne presero cinque de' Genovesi, essendosi salvate le altre colla fuga. I Tortonesi in quest'anno scacciarono anch'essi la parte ghibellina, e seguitarono quella della Chiesa, con prendere per loro signore Guglielmo marchese di Monferrato, al quale si era anche data nell'anno precedente la città d'Ivrea.


MCCLXVIII

Anno diCristo mcclxviii. Indizione XI.
Clemente IV papa 4.
Imperio vacante.