Continuò ancora in quest'anno lo ostinato assedio di Genova, e l'aspra guerra fra i Genovesi sostenuti dal re Roberto, e gli usciti loro, collegati coi Ghibellini lombardi, sì per terra che per mare. S'empierebbono molte carte, se si volesse riferir tutte le varie prodezze ed azioni militari sì dell'una che dell'altra parte. Scrive Giovanni Villani [Giovanni Villani, lib. 9, cap. 115.], aver creduto i savii che, in comparazione dell'assedio di Troia, non fosse da meno quello di Genova, per le tante battaglie che ivi succederono. Presero i Genovesi guelfi dominanti molte galee degli usciti Ghibellini, che s'erano ritirate in Lerice [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Andarono ad Albenga, e tolsero quella città ai nemici nel dì 22 di giugno, con darle un orrido saccheggio senza rispetto alcuno ai sacri templi, e con altre simili iniquità. Al grosso borgo di Chiavari toccò la medesima sventura più d'una volta, ora dai Guelfi ed ora dai Ghibellini. In questi tempi collegatosi coi suddetti usciti ghibellini, e con Matteo Visconte, Federigo re di Sicilia [Nicolaus Specialis, lib. 7, cap. 15, tom. 10 Rer. Ital.], mandò in loro aiuto quarantadue tra galee e legni grossi da trasporto. Allora fu così stretta per mare la città di Genova, che, non potendo ricevere più vettovaglia da quella parte, cominciò quasi a disperare. Ma il papa e il re Roberto, fatto un armamento di cinquantacinque galee in Napoli e Provenza, spedirono a tempo quella flotta, alla cui vista i Siciliani veleggiarono alla volta di Napoli, e diedero il sacco all'isola d'Ischia. Inseguiti indarno dalla flotta provenzale e napoletana, di cui era ammiraglio Raimondo da Cardona, che poco o nulla fece in quest'anno, tornarono dipoi ai danni di Genova.
Mosse guerra Castruccio signor di Lucca in quest'anno nel mese d'aprile a' Fiorentini, e tolse loro Cappiano, Monte Falcone e Santa Maria al Monte. Tornato poscia a Lucca senza vedere movimento dei Fiorentini, che non si aspettavano questo insulto, con cinquecento cavalli e dodici mila fanti [Giovanni Villani, lib. 9, cap. 107.] cavalcò contra de' Genovesi guelfi nel mese d'agosto. Entrato nella Riviera di Levante, se gli arrenderono varie castella; e già si preparava egli a fare di più, quando gli fu recata la nuova che i Fiorentini con grande sforzo erano entrati nel territorio di Lucca nelle contrade di Valdinievole, mettendo tutto a ferro e fuoco. Più che di fretta se ne tornò Castruccio indietro, e vigorosamente venne a Cappiano in sulla Gusciana a fronte de' Fiorentini. Quivi stettero le due armate solamente badaluccando sino al verno, che tutti li fece tornare a casa. Essendo morto in quest'anno nel dì primo di maggio Gherardo della Gherardesca, chiamato Gaddo, conte di Donoratico e signore di Pisa, dal popolo pisano in luogo suo fu eletto signore il conte Rinieri suo zio paterno, appellato Neri, il quale amò e favorì forte i Ghibellini e chi era stato parziale di Uguccione; e, per meglio sostenersi, fece lega con Castruccio signore di Lucca, dandogli occultamente favore contro de' Fiorentini. S'ebbe tanto a male Cane dalla Scala signor di Verona che Federigo duca d'Austria avesse preso il dominio di Padova, che, come se punto non curasse di lui, continuò la guerra con quella città [Cortus. Chron., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Ital.]. Tentò furtivamente di entrarvi nel dì 3 di giugno, e ne fu rispinto. Diede il guasto al raccolto dei Padovani, e talmente li ristrinse, che niuno ardiva d'uscire fuor delle porte. Male stava quel popolo; tutte le sue castella, fuorchè Bassano e Pendisio, erano in poter di Cane, che neppure lasciava venir l'acque alla città per macinare, ed avea fabbricata una forte bastia al ponte del Bassanello. Perciò i Padovani con lettere e messi tempestavano il conte Arrigo di Gorizia, vicario del duca d'Austria, che portasse loro soccorso, altrimenti erano spediti. Giunse infatti esso conte con ottocento elmi, cioè cavalieri, la notte del dì 25 d'agosto, ed entrò, senza essere sentito dall'oste nemica, in Padova. Nel dì seguente uscirono i Padovani e Tedeschi per visitar la fossa tirata da Cane intorno alla città. Cane anch'egli usci della bastia con pochi per osservar quella novità, cioè come i Padovani fossero divenuti sì arditi. Venne una freccia a ferirlo in una coscia. Tornossene dunque indietro e mise in armi la sua gente. Ma essendosi inoltrata la cavalleria tedesca, l'esercito di Cane prese tosto la fuga, lasciando indietro armi e bagaglio, e abbandonando la lor forte bastia. Cane stesso, inseguito da' Tedeschi, spronò forte alla volta di Monselice. Per buona fortuna trovò un contadino, il quale con una cavalla andando al mulino, e veggendo Cane col suo cavallo sì stanco, gli esibì la sua giumenta. Con questa egli giunse a Monselice; e di là poi per Este si ridusse a Verona. Questa fu la prima volta che Cane, imparò a conoscere cosa è la paura. Andarono poscia i Tedeschi e Padovani, ma lentamente, a Monselice, e l'assediarono, battendo quella terra coi mangani; e intanto i bravi Tedeschi davano il guasto alla campagna, come quel non fosse paese dei Padovani amici. In questo tempo spedì Cane il marchese Malaspina ed Aldrighetto conte di Castelbarco al conte di Gorizia, che era passato ad Este. Quel che trattassero, non si sa. Solamente è noto che il conte, lasciato l'esercito, se ne tornò a Padova: il che inteso da' Padovani, che erano sotto Monselice, come se avessero veduto coi lor occhi dati da Cane al conte di Gorizia dei sacchetti d'oro, tutti in collera e furia se ne tornarono anch'essi a Padova, lasciando indietro le macchine da guerra, nel dì 24 di settembre. Cominciossi da lì innanzi a trattar di pace, e fu data di nuovo alle fiamme in queste turbolenze la bella terra d'Este. Erasi trattato aggiustamento fra i marchesi Estensi signori di Ferrara e papa Giovanni XXII. Volevano essi riconoscere Ferrara dalla Chiesa romana; esibivano censo e di sposare gl'interessi del papa nelle congiunture presenti [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Ma il papa persisteva in voler libero quel dominio, e che gli Estensi sloggiassero. Questa dura pretensione mandò a monte ogni trattato; la città fu sottoposta all'interdetto [Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.], scomunicati i marchesi Rinaldo ed Obizzo, e contra di loro si diede principio ad un processo d'inquisizione, per cui que' principi, benchè zelanti cattolici, e per antica inclinazione Guelfi, si videro con lor maraviglia cangiati in eretici e nemici del papa. L'assedio di Spoleti, fatto da' Perugini [Giovanni Villani, lib. 9, cap. 102.], durava ancora nell'anno presente; ma cessò, perchè Federigo conte di Montefeltro fece ribellare ad essi Perugini la città d'Assisi, ad assediar la quale, lasciato Spoleti, volarono gli adirati Perugini. Restati liberi gli Spoletini, commisero poco appresso una troppo nera scelleraggine, col correre a far vendetta dei danni ricevuti da quei di Perugia contra ducento buoni lor concittadini di parte guelfa, che erano carcerati, con attaccar fuoco alla prigione, dove tutti perirono. Circa questi tempi, se pur non fu prima, la città d'Urbino passò sotto il dominio del suddetto Federigo conte di Montefeltro [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Recanati, Osimo e Fano si ribellarono al papa [Giovanni Villani, lib. 9, cap. 122.]. Nel mese d'agosto i Guelfi di Rieti, coll'aiuto delle genti del re Roberto, presero l'armi contra de' Ghibellini, e ne uccisero più di mille. Ma da lì a quattro mesi i Ghibellini usciti, assistiti dalle forze di Sciarra dalla Colonna, mentre i Guelfi erano all'assedio di un castello, rientrarono in quella città, da cui rimasero esclusi i loro avversarii. Ripetiamolo pure: maledette fazioni, quanti mali recarono mai alle lor patrie e all'Italia tutta, la quale oggidì, trovandosi così quieta e guarita da quelle pazzie, dovrebbe ben rallegrarsi e restarne tenuta a Dio.
MCCCXXI
| Anno di | Cristo mcccxxi. Indizione IV. |
| Giovanni XXII papa 6. | |
| Imperio vacante. |
Dacchè Filippo conte di Valois si fu ritornato in Francia co' suoi guerrieri, Matteo Visconte continuò l'assedio a quella parte di Vercelli che era occupata dalla famiglia degli Avvocati [Chron. Astense, cap. 102, tom. 11 Rer. Ital.], con istar ivi la sua gente dalla metà di settembre fino alla metà d'aprile dell'anno presente. Giacchè gli assediati non poteano più tenersi per la mancanza dei viveri, gli Astigiani allestirono una gran quantità di carra di vettovaglie per inviarle all'affamata città. Più di trecento cavalieri catalani, uniti con assaissimi fuorusciti guelfi lombardi, andarono per iscorta a questo convoglio; ma, venute all'incontro d'essi le soldatesche del Visconte, gli sbaragliarono colla morte e prigionia di più di ducento, e colla presa di tutto il convoglio. Veggendosi allora privi d'ogni speranza gli Avvocati, capitolarono, come poterono, la resa in numero di mille e cinquecento persone. Simone degli Avvocati da Colobiano, nei tempi addietro signor di Vercelli e gran nimico di Matteo Visconte, con dodici de' principali della sua fazione fu condotto alle carceri di Milano; le sue case e fortezze spianate dagli emuli Tizzoni. Uberto, vescovo di quella città e fratello del suddetto Simone, sotto buona guardia fu ritenuto in Vercelli, ma seppe trovar la via di deludere le guardie, e di salvarsi. Così tutto Vercelli rimase in potere del Visconte. Avea già inviato il legato apostolico Beltrando dal Poggetto [Annal. Mediol., cap. 92 et seq., tom. 16 Rer. Ital.] alcuni suoi ufficiali a Matteo Visconte, domandando ch'egli rinunziasse il dominio di Milano, che i cittadini riconoscessero per loro signore Roberto re di Napoli, e che fossero messi in libertà i Torriani ed altri carcerati, a' quali fosse lecito di rientrare in Milano e di godere i lor beni; perchè in tal maniera tutti vivrebbono in pace sotto il dominio dei re suddetto. Per varie ragioni risposero i Milanesi e il Visconte di non volerne far altro. Rimandò il legato un suo cappellano per trattare. Matteo il fece prendere e metterlo in prigione. Però v'ha chi crede che solamente nell'anno presente egli co' figliuoli e fautori fosse scomunicato, dichiarato eretico e negromante, e sottoposta all'interdetto la città di Milano con tutte le altre dipendenti dai Visconti. Certo è che tutte le suddette censure nell'anno seguente furono scagliate contra di lui. Non cessava la ostinata guerra fra i Genovesi e i lor fuorusciti uniti coi Lombardi [Georg. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], e tuttavia si faceano di grandi battaglie sotto quella città. In mare ancora gli uni agli altri andavano prendendo le navi e guastando quelle riviere. In aiuto de' Genovesi mandò il re Roberto più di venti galee provenzali e dieci altre de' Calabresi, le quali, unite con quattordici di Genova, veleggiarono tutte ai danni di Savona posseduta da' Ghibellini. Discesero in terra ad Andoria, ed eccoti lo esercito copioso de' Ghibellini che venne ad attaccar battaglia. V'era alla testa Manuello Spinola vescovo d'Albenga, che, dimentico del suo carattere, in vece del pastorale, volle tutto armato maneggiar la spada. Ne fu gastigato da Dio, perchè sulle prime, cadutogli il cavallo, e restatovi egli sotto, venne ucciso. Il fine di quel conflitto favorevole fu ai Ghibellini. Di altre zuffe accadute in quelle contrade io non fo menzione, per non dilungarmi di troppo. Giacchè l'armi spirituali si trovarono di poco nerbo per ismuovere Matteo Visconte, i suoi figliuoli e i Milanesi, e per renderli sottomessi alle politiche pretensioni di papa Giovanni XXII e del re Roberto, si pensò a provare se avessero più efficacia l'armi temporali. Però esso pontefice ed il re suddetto [Chron. Astense, cap. 104, tom. 11 Rer. Ital.] nella primavera di quest'anno inviarono in Lombardia, con titolo di vicario d'esso re Roberto, Raimondo da Cardona Aragonese, ossia Catalano, uomo di gran vaglia e credito nel mestier della guerra. Un grosso corpo di cavalleria venne con lui, ed arrivò nel dì 11 di maggio ad Asti. Due giorni dopo Marco Visconte entrò di concordia nella villa di Quargnento, e diede il guasto ad altre ville dell'Astigiano. Il Cardona anch'egli prese e bruciò quelle di Moncastello, Quargnento ed Occimiano. Mise ancora per cinque giorni a sacco i contorni d'Alessandria, e poi marciò alla volta di Tortona, credendosi di mettervi il piede; ma a fronte suo comparve Marco Visconte con più copioso esercito, che fermò i di lui passi, senza nondimeno azzardarsi a combattimento alcuno. Ognuno si ritirò, e il Cardona guadagnò il borgo, ma non il castello di Bassignana e di Pezzeto.
Venne in quest'anno, nel dì 25 di novembre a Modena Passerino de' Bonacossi signor di Mantova [Johan. de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Ital. Bonifacius Moranus, Chron., tom. 11 Rer. Ital.], e mise qui per capitani Francesco suo figliuolo, e Guido e Pinamonte figliuoli di Butirone suo fratello, e tornossene a Mantova. Stavasene quieto in essa città di Modena Francesco dalla Mirandola, già signore della medesima città, con Prendiparte e Tommasino suoi figliuoli, senza aver per anche imparato quanto poco s'abbia a fidar de' tiranni. Scoppiò finalmente contra d'essi l'odio de' Bonacossi. Francesco figliuolo di Passerino li fece prendere, e carichi di catene li mandò al Castellaro, fortezza del Modenese, dove, chiusi nel fondo di una torre, li fece morir di fame: crudeltà che fa e farà sempre orrore a chiunque legge i fatti barbarici di quei tempi sciagurati. Nello stesso tempo si portò Francesco all'assedio della Mirandola, e tanto la strinse e battagliò, che i difensori nell'ultimo di dicembre con buoni patti ne capitolarono la resa. Ma il Bonacossa, calpestando poi quei patti, mise a sacco quella terra, e tutta la distrusse. Guidinello da Montecuccolo in questi tempi fece ribellare ai Bonacossi la rocca di Medolla ed altre castella della montagna; ed essendosi fatta una spedizione di gran gente contra di lui, capitani d'essa Sassuolo signor di Sassuolo, e Manfredino da Gorzano, Guidinello coi conti di Gomola diede loro una rotta, in cui restò prigioniere lo stesso Manfredino. Avea il legato apostolico Bertrando fatto venire da Aquileia il patriarca Pagano dalla Torre [Corio, Istoria di Milano.] con quanta forza potesse, giacchè il mestier dell'armi, cotanto da' sacri canoni abborrito nelle persone di Chiesa, non dovea credersi in quei corrotti secoli cosa spiacente a Dio. Venne Pagano a Crema, e cominciò a molestar le vicine contrade, e massimamente Lodi. Galeazzo Visconte signor di Piacenza passò a Crema coll'esercito suo, diede il guasto ai contorni, assediò anche per lo spazio d'un mese quella terra; ma, nulla profittando, se ne tornò a Piacenza, e nel viaggio s'impadronì di Soresina. Venuta la state, si portò all'assedio di Cremona, nel qual tempo i suoi riportarono due vittorie, l'una contra de' Cremaschi, e l'altra contra del conte di Sartirana. Jacopo Cavalcabò, trovandosi così stretto in Cremona, andossene per cercar aiuto a Bologna e Firenze. Con secento uomini d'armi se ne tornò; e non potendo passare il Po [Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.], si ridusse alla terra di Bardi sul Piacentino, e, v'entrò, ma non già nella rocca. Nell'ultimo dì di novembre eccoti Galeazzo Visconte; si viene al combattimento; resta disfatto con molta strage dei suoi il Cavalcabò, e vi lascia anche la vita. Leone degli Arcelli, gran nimico di Galeazzo, fu allora condotto prigione nelle carceri di Piacenza. Ciò fatto se ne ritornò Galeazzo a maggiormente angustiare l'afflitta città di Cremona, sperandone ora più facile la conquista, dacchè era rimasta senza signore. Nel dì 25 di luglio di morte naturale passò al paese dei più Giberto da Correggio [Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital.], già signore di Parma, ed allora bandito di Parma, nel suo castello di Castelnuovo. Da quanto abbiam detto si può argomentare ch'egli non ebbe il dominio di Cremona, o se l'ebbe, dovette abbandonarlo, e ridursi alle sue castella. Ai suoi figliuoli dipoi fu permesso di rientrare ed abitare in Parma.
Nel mese di luglio di quest'anno in Bologna s'alzò una fiera sedizione [Chron. Bononiense, tom. 18 Rerum Italic. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] contra di Romeo de' Pepoli. Per testimonianza del Villani [Giovanni Villani, lib. 9, cap. 129.], egli era riputato il più ricco cittadino privato d'Italia, facendosi conto che avesse centoventimila fiorini d'oro più di rendita ogni anno. La fama probabilmente ingrandì di troppo il di lui avere. Quel che è certo, queste sue immense ricchezze, e l'esser egli come signore di quella terra, gli fecero guerra, siccome persona di troppo esposta all'invidia de' suoi concittadini. Però nel dì 17 del suddetto, mese i Beccadelli ed altri nobili mossero il popolo a rumore contra di lui. Si rifugiò egli occultamente in casa di Alberto de' Sabbatini, tuttochè contrario alla sua parte; e questi per tre mesi onoratamente il tenne nascoso, tanto che trafugato se ne scappò a Ferrara a trovare i marchesi d'Este suoi parenti. Per la sua partita molto si turbò in Bologna la parte guelfa. Collegaronsi in questo anno i Fiorentini col marchese Spinetta Malaspina, ancorchè ghibellino [Giovanni Villani, lib. 9, cap. 128.]; ed egli dall'un canto ripigliò molte delle terre toltegli in Lunigiana da Castruccio, e i Fiorentini dall'altro posero l'assedio a Monte Vettolino. Castruccio, rinforzato da molta gente venuta in suo aiuto dalla Lombardia, andò contro l'oste de' Fiorentini, e li fece ritirar ben presto. Per quindici dì ancora senza alcun contrasto diede il sacco a molte ville d'essi Fiorentini, con lor grande vergogna. Ricavalcò poi in Lunigiana, dove riacquistò tutte le terre rioccupate dal marchese Spinetta, e prese anche Pontremoli, con obbligare il marchese a tornar di nuovo come in camicia a Verona ai servigi di Cane dalla Scala. Perchè Federigo re di Sicilia si teneva per ingannato da papa Giovanni XXII e da Roberto re di Napoli, che, con dargli belle parole di pace, gli aveano cavato di mano Reggio di Calabria ed altre terre, senza più voler intendere parola di pace; neppur egli volle stare alla tregua di tre anni già fissata dal papa. Sfidò dunque il re Roberto. Papa Giovanni per questo lo scomunicò [Nicolaus Specialis, lib. 7, cap. 16, tom. 10 Rer. Ital.]. Fece anche Federigo (non so se prima o dappoi) coronare re di Sicilia don Pietro suo figliuolo, senza voler attendere i capitoli della pace degli anni addietro, per cui dopo sua morte avea da restituirsi al re Roberto il regno di Sicilia. Da lì a due anni diede a questo suo figliuolo per moglie Isabella figliuola del duca di Carintia. Nel gennaio di questo anno [Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Ital.] Cane dalla Scala conchiuse pace coi Padovani, e con suo vantaggio; perchè, a riserva di Cittadella, ritenne quanto egli avea occupato nel loro territorio. Restituì Asolo e Monte di Belluna sul Trivisano al conte di Gorizia; e le altre pendenze furono compromesse in Federigo d'Austria eletto re de' Romani. Guecelo da Camino, essendo morto il vescovo di Feltro, occupò quella città, ma non il castello, che si difese. Noi vedemmo all'anno 1316 ch'egli s'era impadronito di quella città, ma dovette poi perderla. Gli avvenne anche ora lo stesso perchè da lì a tre dì arrivato Cane dalla Scala, con iscacciarne esso Guecelo, ne divenne padrone. Morì in quest'anno nel dì 13 di settembre, oppur nel mese di luglio, Dante Alighieri Fiorentino, celebratissimo poeta, nella città di Ravenna [Giovanni Villani, lib. 9, cap. 133.], in età d'anni cinquantasei. Bandito dalla patria, si ricoverò in quella città, sommamente caro a Guido Novello da Polenta signor di Ravenna. Nel suo poema, ossia nella Commedia sua, dà continuamente a conoscere il suo ghibellinismo, ma specialmente lo scoprì in un libro intitolato Monarchia, dove, per quanto seppe, dimostrò non essere gli imperadori dipendenti nel temporale dal papa, non che suoi vassalli. Questo libro, pubblicato da Simone Scardio eretico nell'anno 1556, fu poi proibito in Roma.