Anno diCristo mcccxxii. Indizione V.
Giovanni XXII papa 7.
Imperio vacante.

Benchè sul principio di quest'anno un bell'aspetto prendesse la fortuna dei Visconti, pure, andando innanzi, cominciò forte a vacillare, e parve vicino alla rovina. Avendo Galeazzo Visconte continuato l'assedio alla città di Cremona [Corio, Istor. di Milano.], nel dì 17 di gennaio dell'anno presente n'entrò in possesso; e, fattosi eleggere signore di quella città, v'introdusse tutti i fuorusciti, eccettochè i Cavalcabò: dopo di che se ne tornò a Piacenza, dove si dichiarò nemico suo Verzusio Lando, per aver egli, secondochè allora fu detto, mostrate voglie impure verso Bianchina, bellissima ed insieme onesta moglie d'esso Verzusio [Bonincontrus Morigia, lib. 3, cap. 2, tom. 12 Rer. Ital.]. Galeazzo tolse al Lando il castello di Rivalta; ma costogli ben caro l'aver perduta l'amicizia di questo nobile, siccome fra poco vedremo. Nel febbraio il legato pontificio, cioè il cardinale Beltrando dal Poggetto, nel luogo di Burgolio dell'Alessandrino, con gran solennità fulminò tutte le maledizioni di Dio, e pubblicò e confermò tutte le scomuniche e gl'interdetti contro la persona di Matteo Visconte, de' suoi figliuoli e fautori, e delle di lui città, col confisco de' beni, schiavitù delle persone, come se si trattasse di Saraceni. Furono ancora aperti tutti i tesori delle indulgenze e del perdono de' peccati a chi prendeva la croce e l'armi contra di questi pretesi eretici. Nello stesso mese in Genova [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom, 17 Rer. Ital.] con grande allegria di quel popolo si fece la pubblicazione di quelle scomuniche e della medesima crociata. Dopo aver fatto Raimondo da Cardona, generale del papa e del re Roberto, molti danni all'Alessandrino [Chronic. Astense, tom. 11 Rer. Ital.] e Tortonese, andò colle macchine militari per espugnare il castello di Bassignana. Nel dì 6 di luglio Marco Visconte con due mila cavalli e dieci mila fanti andò a trovarlo [Bonincontr. Morigia, lib. 3, cap. 27, tom. 12 Rer. Ital.]. Tuttochè Raimondo fosse inferior di gente, pure temerariamente andò ad assalirlo, e gran sangue si sparse. Ma egli ne rimase sconfitto, e più di cinquecento cavalieri e circa ducento balestrieri e pedoni de' suoi furono menati prigioni. Poco nondimeno servì ai Visconti questo vantaggio, perchè di tanto in tanto venivano spediti nuovi rinforzi al Cardona da papa Giovanni e dal re Roberto, ed erano in aria altri nuvoli. E qui convien prima accennare un altro spediente preso da esso papa e re, per mettere a terra i Ghibellini. Fecero essi maneggio, acciocchè Federigo d'Austria eletto re de' Romani venisse colle sue forze in Italia alla distruzion de' Visconti, dandogli a credere di voler decidere la lite dell'imperio in suo favore, e mettere a lui in capo la corona [Corio, Istor. di Milano.]. Non si attentò già Federigo di venire in persona per timore del Bavaro, ma bensì, dopo aver ricevuto dal papa un aiuto di cento mila fiorini d'oro, fece calare in Italia Arrigo suo fratello, il quale con due mila cavalli arrivò a Brescia [Malvec., Chronic. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.], accolto con sommo onore da quel popolo. Quivi era ancora Pagano dalla Torre patriarca d'Aquileia, che, pubblicata contra de' Visconti e degli altri Ghibellini, chiamati ribelli della Chiesa, la terribil bolla delle scomuniche, predicò la crociata, e mise in armi quattro o cinque mila persone pronte a' suoi cenni. L'arrivo di Arrigo d'Austria sbalordì i principi de' Ghibellini, che non si sentivano voglia di cedere a' suoi comandamenti, e resistendo parea loro d'alzar bandiera contro all'imperio, per essere il di lui fratello eletto re de' Romani. Fatto un parlamento, spedirono a lui ambasciatori, rappresentandogli che solenne pazzia sarebbe quella di procedere contra dei Ghibellini, unici fedeli dell'imperio in Italia; essere quella una trama del re Roberto per annientare la fazion ghibellina ed innalzar la guelfa: il che se gli veniva fatto, restava egli padron dell'Italia, e metteva un buon catenaccio alle porte di essa, di modo che nè il re Federigo, nè altro principe di Germania avrebbe più potuto goderne la signoria. Trovò Arrigo co' suoi consiglieri fondate queste ragioni; e comunicatele al fratello, gli fece mutar parere; laonde, allorchè era in viaggio per andare a rimettere in Bergamo i fuorusciti guelfi, che gli aveano promesso venti mila fiorini, non volle passar oltre, schiettamente dicendo: Son io venuto qua per abbattere i fedeli dell'imperio? Signor no. Piuttosto ad innalzarli. E fattagli istanza da' Bresciani, perchè li liberasse dalla molestia de' fuorusciti, disse di farlo, purchè gli dessero le porte della città in guardia e due mila fiorini. Il danaro, ma non le porte, vollero dargli i Bresciani, ed egli sdegnato passò con sue genti a Verona, dove magnificamente ricevuto da Cane Scaligero, gli furono contati a nome della lega ghibellina sessanta mila fiorini, coi quali se ne ritornò assai contento in Germania.

Ancorchè passasse questo minaccioso turbine, pure avea esso dianzi recato gran pregiudizio agli affari di Matteo Visconte. Imperciocchè molti nobili milanesi fin dal mese di febbraio si diedero a macchinare la di lui depressione; parte per vedere che si preparavano in Italia, in Francia e fino in Germania tante armi contra di lui e della loro città; parte per terror delle scomuniche; e parte perchè segretamente guadagnati dal disinvolto legato del papa, che prometteva i secoli d'oro ai Milanesi, e particolari ricompense a certe persone, se si davano al papa e al re Roberto. Secondo alcuni scrittori [Bonincontrus Morigia, Chron. Mod., lib. 3, cap. 2, tom. 12 Rer. Ital. Chron. Astense, cap. 105, tom. 11 Rer. Ital.], pare che lo stesso Matteo si mostrasse inclinato a cedere; ma, secondo altri [Corio, Istoria di Milano. Gualvan. Flamma, cap. 361, tom. 11 Rer. Ital.], fra il suo cuore e le sue parole passava poca armonia, ed egli si trovò in grandi affanni allo scorgere che titubavano nella fede i primati milanesi. Ne scrisse ai collegati ghibellini; fece venir di Piacenza Galeazzo suo primogenito, in cui mano rassegnò il governo; e poi si diede alla visita de' sacri templi, con professar dappertutto la fede cattolica. Probabilmente questi fieri sconcerti d'animo, aggiunti all'età d'anni settantadue, quei furono che il fecero cader malato nel monistero di Crescenzago, dove finì di vivere circa il dì 27 di giugno dell'anno presente. Dagli scrittori milanesi egli vien chiamato Matteo il Magno per cagion del suo gran senno che il condusse a sì alto grado di principato; ma non si sa che alcuno il piagnesse morto, perchè vivo avea forte aggravati i popoli, nè era esente da vizii. Lasciò dopo di sè cinque figliuoli, Galeazzo, Marco, Luchino, Stefano, tutti e quattro ammogliati, e Giovanni cherico, già eletto arcivescovo di Milano, ma rifiutato dal papa. Tennero questi celata la morte del padre per lo spazio di quattordici dì; e fecero seppellire il di lui corpo in luogo ignoto per cagion delle scomuniche e dell'interdetto: dopo il qual tempo Galeazzo ebbe maniera di farsi proclamare signor di Milano. Ma non gli mancarono de' nemici in casa. Fra gli altri si contò Francesco da Garbagnate, quel medesimo che avea sotto Arrigo VII aiutato con tanta attenzione Matteo Visconte a salire, e che poi riempiuto di benefizii e di roba da lui, era divenuto uno de' più benestanti ed autorevoli di Milano. Del pari Lodrisio Visconte figliuolo d'un fratello d'esso Matteo, per tacere degli altri, palesò il suo mal talento contra di Galeazzo. Accadde in questi tempi la vittoria, che già abbiam detto, riportata da Marco Visconte in Bassignana, il cui borgo venne ancora alle sue mani; ma ciò non trattenne punto il pendio della fortuna avversa ad esso Galeazzo. Aveva egli lasciata in Piacenza Beatrice Estense sua moglie col giovinetto Azzo suo figliuolo alla custodia della città [Johann. de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Italic. Chron. Astense, tom. 11 Rer. Italic.]. Intanto Verzusio Lando, che era presso il legato pontificio, manipulò una congiura con alcuni cittadini di Piacenza; ed ottenuto da esso legato un buon corpo di cavalleria, nella notte precedente al dì 9 di ottobre arrivò a quella città. Per un'apertura fatta dai traditori (fra' quali Buonincontro [Boninc. Morigia, lib. 3, cap. 4, tom. 12 Rer. Italic.] mette anche Manfredi Lando, benchè la Cronica di Piacenza [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.] dica il contrario) entrò Verzusio nella città. Ebbe il giovane Azzo Visconte la sorte di potersi salvare per senno della marchesa Beatrice sua madre e donna virile, la quale, gittando dalle finestre gran copia di moneta, fermò i soldati papalini, e fece attaccar lite fra loro, e in questo mentre diede tempo al figliuolo di scappare a Fiorenzuola con dodici cavalli. Patì ella dipoi delle gravi molestie; pure fu onorevolmente accompagnata fuori di Piacenza. Nel dì 27 di novembre fece la sua entrata in quella città il legato pontificio, e i Piacentini si diedero al papa, eleggendolo per loro signor temporale, secondo la Cronica di Piacenza, toto tempore vitae suae. Intorno a questo punto, cioè del dominio allora acquistato da papa Giovanni nella città di Piacenza, s'è disputato negli anni addietro fra gli avvocati della Chiesa romana e quei dell'imperadore, pretendendo i primi che il popolo di Piacenza, dopo alcuni anni, con pubblico atto riconoscessero che Piacenza col suo distretto immediate subjecta sit et fuerit ab antiquo sanctae romanae Ecclesiae; e pretendendo gli altri, con addurre pubblico documento, che quella sia un'impostura, e che la signoria di Piacenza, data a quel pontefice, fosse chiaramente ristretta al tempo della vacanza dell'imperio, come fu fatto circa questi tempi da Parma, Modena ed altri simili città non mai suggette in addietro al temporal dominio de' romani pontefici.

Anche i Rossi co' figliuoli di Giberto da Correggio [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] nel dì 19 del mese di settembre occuparono la città di Parma, e ne scacciarono Giamquillico di San-Vitale con tutti i suoi aderenti ghibellini. Scrivono altri [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.] che fecero prigione il San-Vitale, e il misero in una gabbia di ferro. Abbiamo negli Annali Ecclesiastici [Raynald., in Annal. Eccles. ad hunc annum, num. 13.] l'atto in cui quel popolo si mise anch'esso sotto il dominio del papa, ma vacante imperio, sicut nunc vacare dignoscitur. Certamente può quest'atto far dubitare d'interpolazione nel troppo diverso spettante a Piacenza. I Reggiani anch'essi dimandarono ed ebbero dal legato pontificio un vicario del papa al loro governo. Ma eccoti un'altra peripezia. Andarono tanto innanzi le mine interne ed esterne in Milano, che quei primati, avendo guadagnato il presidio tedesco di quella città [Bonincontrus, Chron. Mod., lib. 3, cap. 7, tom. 12 Rer. Ital. Chron. Astense, cap. 109, tom. 11 Rer. Ital.], nel dì 8 di novembre mossero a rumore la terra contro a Galeazzo Visconte, il quale, dopo aver sostenuto con gran vigore più battaglie, finalmente fu costretto a prendere la fuga. Si ritirò egli a Lodi, dove amorevolmente venne accollo dai Vestarini, caporali della fazion ghibellina di quella città. Qualche accordo, ma non so ben dir quale, pare che succedesse, o almen si trattasse, fra il legato del papa e i reggenti allora di Milano, che tuttavia si tenevano a parte ghibellina, e fecero lor capitano un tal Giovanni dalla Torre Borgognone. Ma che? Nella Martesana cominciarono i Guelfi a muovere delle sedizioni, e s'impadronirono della città di Monza coll'espulsion de' Ghibellini. Corsero allora a Monza assaissimi ribaldi di Bergamo e di Crema; ma vi accorsero ancora Lodrisio Visconte e Francesco da Garbagnate coll'esercito milanese, per gastigar questa ribellione, benchè fatta da pochi malviventi, e per forza v'entrarono. Quivi le crudeltà e la lussuria si sfogarono per tre dì, e andò ogni cosa a sacco, senza distinguere Guelfi da Ghibellini. Poco andò che, trovandosi in confusione il governo di Milano, nè mantenendosi dal legato ai Milanesi, nè da' Milanesi alla guarnigion tedesca le promesse, i Tedeschi, pentiti di aver cacciato Galeazzo Visconte, che li teneva dianzi nella bambagia, spedirono a Lodi ad invitarlo. Fece egli segretamente trattar con Lodrisio Visconte, e si convenne con lui [Boninc. Morigia, lib. 3, cap. 14. Corio, Istoria di Milano. Gualvaneus Flamma, cap. 361, tom. 11 Rer. Ital.]; laonde nel dì 9 di dicembre rientrò, e fu confermato capitano e signore della città. Se n'andò a spasso il Borgognone, e per paura di Galeazzo, Francesco da Garbagnate, Simon Crivello ed altri nobili, già congiurati contra di lui, si ridussero a Piacenza, dove si diedero a muovere cielo e terra contra de' Visconti. Nel dì 3 di settembre di quest'anno Cane dalla Scala e Passerino signor di Mantova e Modena [Moranus, Chronic., tom. 11 Rer. Ital. Johannes de Bazano, tom. 15 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], con grosso esercito, a cui intervennero anche i Modenesi, andarono sotto Reggio in favore de' Sessi e degli altri fuorusciti ghibellini. Cinque bei borghi avea quella città; tutti furono dati alle fiamme, parte da' cittadini e parte dagli assedianti. La nuova della mutazion seguita in Parma li fece tornare in fretta alle lor case. Nel dì 9 di maggio [Chron. Bononiens., tom. eodem.] Romeo de' Pepoli con Testa de' Gozzadini e cogli altri usciti di Bologna, rinforzato da assaissimi Ferraresi e Romagnuoli, avendo intelligenza con alcuni de' suoi parziali in Bologna, andò colà una notte, sperando di rientrare nella città. E già aveano rotti i catenacci e le serrature d'una porta; ma andò loro fallito il colpo, perchè dal popolo mosso all'armi fu impedito loro l'ingresso. Furono perciò mandati a' confini i Gozzadini e molti altri nobili di quella città; alcuni ancora finirono la vita col capestro, e la città restò tutta sossopra. Morì poscia Romeo de' Pepoli nel dì primo di ottobre in Avignone, dove si era portato per ottenere il favor del papa.

Tenevano la signoria di Ravenna in questi tempi Guido e Rinaldo fratelli da Polenta [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 6.]. Dimorava il primo in Bologna, capitano di quel popolo; l'altro se ne stava in Ravenna, arcidiacono di quella chiesa, e d'essa già eletto arcivescovo dopo la morte accaduta in quest'anno di un altro Rinaldo arcivescovo di santa vita. Ostasio da Polenta signore di Cervia, in cui la smoderata voglia di dominare avea estinto ogni riflesso di parentela e sentimento d'umanità, ito a Ravenna come amico, barbaramente tolse di vita esso Rinaldo arcivescovo eletto, ed occupò il dominio di quella città. Dopo un lunghissimo assedio i Perugini [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9, cap. 137.] riacquistarono nel dì 2 d'aprile la città d'Assisi, ma con loro infamia, perchè contro i patti corsero la terra, ed uccisero a furore più di cento di que' cittadini, e smantellarono dipoi tutte le mura e fortezze di quella città, con altri aggravii. Pareva in questi tempi Federigo conte di Montefeltro in un bell'ascendente di fortuna, perchè padrone d'Urbino e d'altre città ghibelline, che il riguardavano come lor capo in quelle contrade, bench'egli fosse scomunicato dal papa, e dichiarato, secondo l'uso d'allora, eretico ed idolatra. Per gl'impegni della guerra aveva egli caricato di taglie ed imposte gli Urbinati. Quel popolo in furia nel dì 22 d'aprile (il Villani dice 26) si mosse contra di lui. Rifugiossi egli nella sua fortezza della Torre. Ma ritrovandosi ivi sprovveduto di gente e di viveri, col capestro al collo chiedendo misericordia, si diede nelle mani dell'inferocito popolo. La misericordia che usarono a lui e ad un suo figliuolo, fu di metterli in pezzi, e di seppellirli come scomunicati a guisa di cavalli morti. Nel dì primo di gennaio dell'anno presente i Fiorentini [Giovanni Villani, lib. 9, cap. 139.] si liberarono dalla signoria del re Roberto. V'ha chi scrive, averla spontaneamente rinunziata esso re. Si può crede un'immaginazione. Le città allora avvezze alla libertà trovavano pesanti i padroni, ancorchè buoni; nè Roberto era principe da disprezzar così nobil boccone. Tornarono in quest'anno alle mani degli uffiziali pontificii le città di Recanati, di Fano e d'Urbino. Anche Osimo loro si diede nel mese di maggio; ma nell'agosto si tornò a ribellare; ed unito il popolo d'essa città con quei di Fermo e Fabriano, e coi Ghibellini di quelle parti, fece guerra al marchese della marca d'Ancona. Castruccio signor di Lucca cotanto molestò i Pistoiesi, che quel popolo fece, contro la volontà dei Fiorentini, tregua con lui, obbligandosi di pagargli ogni anno quattro mila fiorini d'oro. Continuò in quest'anno ancora l'aspra guerra fra i Genovesi [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 18 Rer. Ital. Giovanni Villani.] i e loro usciti ghibellini; e quantunque il re Roberto mandasse in aiuto dei primi una buona flotta, pure non potè impedire che i fuorusciti non ripigliassero per forza la città d'Albenga. Di gran sangue fu sparso in quest'anno in Germania; imperocchè i due eletti re de' Romani, cioè Federigo duca d'Austria e Lodovico duca di Baviera, vennero con due possenti eserciti alle mani, per decidere le lor contese col ferro nel dì 28 o 29 di settembre [Rebdorf. Cortus. Histor, tom. 12 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9. Continuat. Albert. Argentin., et alii.]. In quella terribil giornata, che costò la vita a molte migliaia di persone, rimase sconfitto e prigioniere del Bavaro il re Federigo con Arrigo suo fratello. Scrittore c'è che sembra attribuire la disavventura di questi principi a gastigo di Dio, perchè, chiamati dal papa in Italia contro ai tiranni ed eretici di Lombardia, aveano tradita la causa pontificia con ritirarsi. Idea strana che vuole far Dio sì interessato ne' politici disegni e nell'ingrandimento temporale dei papi, come certamente egli è nella conservazione della sua vera religione e Chiesa; e quasi fosse peccato grave l'essere desistito un re de' Romani, futuro imperadore, dall'assassinar sè stesso col procurar la rovina de' Ghibellini amanti dell'imperio, e l'esaltazione de' Guelfi nemici d'esso imperio.


MCCCXXIII

Anno diCristo mcccxxiii. Indiz. VI.
Giovanni XXII papa 8.
Imperio vacante.

Piena di guai fu in quest'anno la Lombardia per l'ostinata guerra continuata da papa Giovanni e dal re Roberto ai Visconti [Bonincontrus Morigia, Chron. Mod., lib. 3, cap. 19, tom. 12 Rer. Ital. Johannes de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano, et alii.]. Fece il legato pontificio Beltrando massa grande di gente. N'ebbe da' Bolognesi, Fiorentini, Reggiani, Parmigiani, Piacentini ed altri Lombardi. Venne Arrigo di Fiandra con un corpo d'armati a trovarlo per desiderio di riaver Lodi, di cui il fu imperadore Arrigo VII lo avea investito. Accorse Pagano dalla Torre patriarca con Francesco, Simone, Moschino ed altri Torriani, conducendo seco molte schiere di combattenti furlani. In somma si contarono alla mostra del suo esercito otto mila cavalli e trenta mila pedoni. Galeazzo coi fratelli Visconti procurò anch'egli quanti aiuti potè da Como, Novara, Vercelli, Pavia, Lodi, Bergamo, e da altri amici suoi; e, benchè di troppo gli fossero superiori di forze i nemici, pure si preparò ad una gagliarda difesa. Già era succeduto un conflitto nel dì 25 di febbraio al fiume Adda [Giovanni Villani, lib. 9, cap. 189.]. Avea Galeazzo inviati i suoi due fratelli Marco e Luchino con sei mila fanti e mille cavalli a guardare il passo di quel fiume. Nel dì suddetto in vicinanza di Trezzo lo passarono Simone Crivello e Francesco da Garbagnate nemici fieri de' Visconti, con assaissime squadre d'armati. Marco Visconte, che si trovava a quel passo con cinquecento soli cavalli, gli assalì, e fece strage di molti, fra' quali essendo stati presi i suddetti due capi de' fuorusciti milanesi, non potè contenersi dall'ucciderli di sua mano. Crescendo poi la piena de' nemici, perchè ne passò un altro gran corpo, Marco con perdita di pochi de' suoi si ritirò a Milano. Entrò poi il formidabil esercito del legato nel territorio di Milano sotto il comando di Raimondo da Cardona, di Arrigo di Fiandra, di Castrone nipote del legato, e d'altri tenenti generali [Gualvan. Flamma, cap. 362, tom. 11 Rer. Italic.]. Dopo l'acquisto di Monza, di Caravaggio e di Vimercato, un altro fatto d'armi succedette nel dì 19 d'aprile al luogo della Trezella (Garazzuola vien chiamato dal Villani) fra i suddetti due fratelli Visconti e parte dell'esercito pontificio, in cui restò indecisa la vittoria. Maggiore nondimeno, secondo alcuni, fu la perdita dal canto di quei della Chiesa. Secondo il Villani, n'ebbero la peggio i Visconti. Passò dipoi nel dì 13 di giugno tutta la armata papale sotto Milano, ed accampossi ne' borghi di Porta Comasina, di Porta Tosa, Ticinese e Vercellina. Quasi due mesi durò quell'assedio, ma con poco frutto. Molti erano i Tedeschi che militavano in questi tempi in Italia, al soldo specialmente de' principi ghibellini: gente di gran valore, ma di niuna fede e venale. Si lasciarono corrompere dal danaro quei ch'erano in Milano al servigio di Galeazzo Visconte; e un dì presero l'armi contra di lui per ucciderlo od imprigionarlo. Si salvò egli nel suo palazzo, dove l'assediarono; ma Giovanni Visconte suo fratello, allora cherico, mosse all'armi tutte le soldatesche italiane, obbligò quei ribaldi a chiedere pace e misericordia, che loro fu conceduta, perchè il tempo così esigeva [Giovanni Villani, lib. 9, cap. 211.]. Anzi i medesimi fecero che dieci bandiere d'altri Tedeschi, che erano al soldo della Chiesa nel campo, si partirono di là ed entrarono in Milano. L'essere andato fallito questo colpo agli uffiziali del papa, e il venire ogni dì scemando la loro gente per le sortite de' nemici e per le grandi malattie che condussero al sepolcro anche lo stesso Castrone generale dell'armata, e l'essere giunti ottocento uomini d'armi spediti da Lodovico il Bavaro in aiuto di Galeazzo Visconte: questi motivi, congiunti colla mancanza delle vettovaglie, furono cagione che una notte tutte quelle gran brigate levarono precipitosamente il campo, e si ritirarono a Monza sul fine di luglio, con separarsi dipoi la loro armata. Nel mese susseguente i Milanesi andarono all'assedio di Monza, e vi stettero sotto quasi due mesi; ma, avendo il legato inviata gran quantità di cavalli e fanti in aiuto di quella terra, se ne tornarono gli assedianti a guisa di sconfitti a Milano. Molti altri fatti di guerra succederono, prima che terminasse l'anno che io per brevità tralascio [Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital. Georgius Stella, Annales Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Ma non si dee tacere che in quest'anno Raimondo da Cardona nel dì 19 di febbraio ebbe a buoni patti la città di Tortona, e da lì a pochi giorni dalla guarnigione a forza di oro ebbe anche il castello. E nel dì 2 di aprile parimente la città d'Alessandria, per paura di assedio, venne in suo potere.

Nel dì 17 di febbraio dell'anno presente, riuscì ai Genovesi [Giovanni Villani, lib. 9, cap. 186.], dopo tanti affanni e dopo un sì lungo e sanguinoso assedio, di cacciar dai borghi della loro città i fuorusciti, con farne prigioni molti, e guadagnare un grosso bottino. Castruccio signor di Lucca, sempre indefesso, riacquistò molte terre nella Garfagnana, e mise l'assedio a Prato, perchè quel popolo non gli volea pagar tributo, come faceano i Pistoiesi. Ma, accorsi con grande oste i Fiorentini, il fecero ritirare in fretta, senza operare di più, perchè la discordia, febbre ordinaria di quella città, scompigliò il parere di chi avea più senno. Era signore di Città di Castello in questi tempi Branca Guelfucci, che tiranneggiava forte quel popolo. Fecero trattato segreto alcuni di que' cittadini con Guido de' Tarlati da Pietramala, vescovo d'Arezzo, il quale spedì loro Tarlatino suo nipote con trecento cavalli. Entrati nel dì 2 d'ottobre costoro in tempo di notte, e corsa la terra, per forza ne cacciarono Branca e tutti i Guelfi, riducendo quella città a parte ghibellina: avvenimento sì sensibile alle città guelfe, che Firenze, Siena, Perugia, Orvieto, Gubbio e Bologna fecero dipoi grossa taglia insieme per far mutare stato a quella città. Fu poscia scomunicato per questo dal papa il vescovo d'Arezzo. Anche il popolo d'Urbino nel mese di aprile, a cagion de' soverchi aggravii, si ribellò ai ministri della Chiesa [Raynaldus, Annal. Eccl.]. Cominciò in quest'anno la rottura grande fra papa Giovanni XXII e Lodovico il Bavaro. Era Lodovico rimasto senza chi gli contrastasse la corona dell'imperio, perchè teneva nelle sue prigioni l'emulo Federigo duca d'Austria, con aggiugnere alcuno scrittore ch'esso Federigo infin l'anno presente rinunziò in favore di lui le sue ragioni: il che non so se sia vero. Il papa e il re Roberto, a' quali premeva che durasse in quelle parti la discordia, nè l'Italia avesse imperadore, o alcuno imperador tedesco, per arrivar intanto al fine de' lor disegni, non solo animarono Leopoldo, valoroso fratello di Federigo, a sostener la guerra contra del Bavaro, ma indussero anche il re di Francia a somministrargli de' gagliardi aiuti. Intanto Galeazzo Visconte e gli altri principi ghibellini, al vedersi venire addosso un sì fiero temporale dell'armi del papa, caldamente si raccomandarono con lettere e messi a Lodovico per ottener soccorso, rappresentandogli, che se riusciva al pontefice e a Roberto di aggiugnere a tante altre conquiste quella di Milano, era sbrigata pel regno d'Italia; perciocchè da che fosse giunta a trionfare la fazion guelfa nemica dell'imperio, poco o nulla sarebbe mancato a Roberto per mutare il titolo di vicario in quello di re d'Italia e d'imperadore; giacchè il papa mostrava abbastanza di non voler più Tedeschi a comandar le feste in queste contrade, e ognun sapeva ch'egli era lo zimbello delle voglie d'esso Roberto. Perciò Lodovico nell'aprile di questo anno inviò i suoi ambasciatori al legato cardinale, dimorante in Piacenza, con pregarlo di astenersi dal molestar Milano, ch'era dello imperio [Giovanni Villani, lib. 9, cap. 194.]. Rispose l'accorto cardinale, non pretendere il papa di levare allo imperio alcuno de' suoi diritti, ma bensì di conservarli tutti; e ch'egli si maravigliava come il loro signore volesse prender la protezione degli eretici. Fece anche istanza d'una copia del loro mandato, ch'essi cautamente negarono di avere su questo. Lodovico, informato che a nulla avea servito l'ambasciata, e che Milano era stretto d'assedio, mandò colà, come abbiam detto, ottocento (se pur furono tanti) uomini d'armi, che furono l'opportuno preservativo della caduta di quella città, inevitabile senza di questo soccorso. Dio vi dica l'ira di papa Giovanni, attizzata specialmente dal re Roberto [Chron. Astens., tom. 11 Rer. Ital.]. Nel dì 9 d'ottobre pubblicò egli un monitorio contra del Bavaro, accusandolo d'aver preso il titolo di re de' Romani senza venir prima approvato dal papa; e d'essersi mischiato nel governo degli Stati dell'imperio, spettante ai romani pontefici, durante la vacanza di esso; e di aver dato aiuto ai Visconti, benchè condannati come nemici della Chiesa romana ed eretici. Poscia nel luglio del seguente anno lo scomunicò [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Lodovico di Baviera, intesa questa sinfonia, in un parlamento tenuto nell'anno seguente in Norimberga, fece un'autentica protesta, allegando che il papa faceva delle novità, ed era dietro ad usurpare i diritti dell'imperio, con toccar altre corde ch'io tralascio; ed appellò al concilio generale. Ecco dunque aperto il teatro della guerra fra esso Lodovico e il papa: guerra che si tirò dietro de' gravissimi scandali, per quanto vedremo.