| Anno di | Cristo mcccxxvii. Indizione X. |
| Giovanni XXII papa 12. | |
| Imperio vacante. |
Fece negozio in questi tempi il cardinale legato di Lombardia Beltrando dal Poggetto per aver la signoria di Bologna [Matthaeus de Griffonibus. Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital. Chron. Bononiense, tom. eodem. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]; e quel popolo, avendo consentito ai di lui voleri sotto certi patti, spedì ambasciatori a Parma, invitandolo a venire a prenderne il possesso. Nel dì 5 di febbraio arrivò egli colà, incontrato con gran solennità e col carroccio dal popolo, che fece incredibil festa e bagordi per più giorni, come se fosse calato un angelo dal cielo. Trovavasi la città di Modena in gravi angustie, perchè circondata all'intorno da città che s'erano date ai capitani del papa; la maggior parte ancora delle sue castella ubbidivano ai nemici; nè Passerino si sentiva forze per darle sufficiente soccorso. Però cominciarono alcuni nobili a meditar la maniera di scuotere il giogo [Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Johannes de Bazano, tom. 15 Rer. Ital.]. Il legato anch'egli coi fuorusciti con segrete ambasciate loro aggiugneva sproni. Nel dì 2 d'aprile si scoprì una congiura fatta da Tommasino da Gorzano, unito con altri nobili e plebei. Furono presi, e la pagarono colla testa. Intanto il legato co' Bolognesi mise a sacco e fuoco il basso Modenese, ebbe il castello di Solara, e a maggiori angustie ridusse il popolo di Modena. Veggendo il vicario di Passerino di non essere sicuro in mezzo a tanta turbazione de' cittadini, si ritirò fuori della città. Allora i Pii, i Gorzani e i Fredi commossero all'armi il popolo, e nel dì cinque di giugno con amichevol forza e senza spargimento di sangue ne fecero uscire la guarnigion di Passerino, che per tanti anni avea smunta e tiranneggiata questa città col suo territorio. Trattarono poscia accordo col cardinale legato, e si sottomisero al di lui governo, vacante imperio, con varii patti e riserve, registrate nella Cronica del Morano. Così questa afflitta città cominciò a respirare, ma senza che la fazion dominante permettesse l'entrarci a molti nobili fuorusciti, con lasciar nondimeno ad essi goder le rendite loro. Per questi ed altri progressi del legato pontificio, e, molto più, per la venuta in Toscana di Carlo duca di Calabria con tante forze, i caporali ghibellini si vedeano in poco buono stato, e temevano di lor rovina. Avvisaronsi adunque di chiamare in Italia Lodovico il Bavaro, per opporre forza a forza [Cortus. Chron., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 15.]. Venne egli a Trento nel mese di febbraio, e quivi tenuto fu un gran parlamento, a cui intervennero Marco Visconte, Passerino de' Bonacossi, Obizzo marchese d'Este, Guido Tarlati vescovo d'Arezzo, gli ambasciatori di Castruccio, de' Pisani e di Federigo re di Sicilia. Vi andò ancora Cane dalla Scala, ma accompagnato da settecento cavalli, perchè non si fidava del duca di Carintia, a cagion della guerra ch'egli avea co' Padovani, de' quali era allora signore quel duca. Richiese Cane il dominio di Padova con esibire al Bavaro gran somma di danaro; e perchè non ebbe l'intento, se ne partì disgustato, minacciando d'accordarsi tosto col legato del papa. Tanto fecero gli amici, che tornò indietro, e seguì poi una tregua fra lui e i Padovani. In quel parlamento fu conchiuso che il Bavaro calasse in Italia, e venisse a prendere la corona del regno, promettendogli i capi de' Ghibellini cento cinquanta mila fiorini d'oro. Se vero è ciò che scrive il Villani, in quel parlamento Lodovico pubblicò che papa Giovani XXII era eretico, e non degno papa, opponendogli varii articoli, secondochè a lui era stato suggerito da due dotti ribaldi, cioè da Marsilio da Padova e da Giovanni Giandone, ossia di Gant, che coi loro velenosi scritti condussero il Bavaro a varie empietà e pazzie. Era egli veramente irritato forte contra del papa, parendogli una fiera ingiustizia quel non volerlo riconoscere per re dei Romani, e ciò per fini politici; ma egli tenne una via obbrobriosa ed indegna per vendicarsene.
Nel dì 13 di marzo si partì da Trento esso Lodovico Bavaro, e poscia sul principio di maggio venne per le montagne, arrivò a Como, menando seco appena seicento cavalli, ed era bene scarso di moneta. Venne poi di Germania molta cavalleria, allorchè fu giunto a Milano [Bonincontr. Morigia, Chron. Mod., tom. 12 Rer. Ital.], dove nel dì 16 di maggio con grande onore il ricevette Galeazzo Visconte. Quantunque Marco fratello e Lodrisio zio d'esso Galeazzo con altri nobili avessero declamato forte contra del medesimo Galeazzo, pure il Bavaro gli confermò il vicariato, ossia la signoria di Milano, Pavia, Lodi e Vercelli. Quindi fu intimato il dì della Pentecoste per la sua coronazione [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 18. Chron. Veronense, tom. 18 Rer. Ital.]. Concorse ad onorare questa funzione Cane dalla Scala con mille e cinquecento cavalli ed altrettanti fanti (scrivono solamente cinquecento altri storici); e venne anche, per quanto fu creduto, con qualche speranza di procacciarsi la signoria di Milano, ben sapendo il mal animo che nudriva contra di Galeazzo la nobiltà milanese; ma gli andò fallito il colpo. Già gli avea esso Galeazzo preparato l'ospizio nel monistero di Santo Ambrosio, fuor di Milano. Fece Cane fabbricare in una notte un ponte sulla fossa della Posterla, per entrare a suo piacimento nella città. Galeazzo l'altra notte gliel fece disfare; tal contesa fu poi rimessa nel Bavaro. Seguì la coronazione d'esso Lodovico colla corona ferrea [Annal. Mediol., cap. 16 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 18. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital. Gualvaneus Flamma, cap. 366.], e di Margherita sua consorte con corona d'oro, nel dì 31 di maggio (v'ha chi dice nel dì primo di giugno) nella basilica di Santo Ambrosio; e giacchè era bandito da Milano frate Aicardo arcivescovo, fecero quella funzione tre vescovi scomunicati e interdetti dal papa, cioè Federigo de' Maggi di Brescia, Guido Tarlati di Arezzo ed Arrigo di Trento. Vi intervennero ancora Rinaldo marchese di Este e signor di Ferrara con trecento cavalieri, e Francesco figliuolo di Passerino signor di Mantova con trecento, ed altri popoli ghibellini. Non passò gran tempo che s'imbrogliarono gli affari di Galeazzo Visconte col Bavaro. Ossia, come vuole il Villani, che richiedendo il Bavaro una contribuzion di danari, Galeazzo superbamente gli rispondesse; oppure, come altri vogliono, che Marco e Lodrisio Visconti coll'altra nobiltà di Milano pontassero tanto appresso il Bavaro per far deporre Galeazzo, e ritornare a repubblica la loro città: certo è che nel dì 20 di luglio il Bavaro fece mettere le mani addosso ad esso Galeazzo, a Luchino e Giovanni cherico suoi fratelli (Stefano lor fratello morì all'improvviso in quel giorno stesso, e fu creduto di veleno) e ad Azzo suo figliuolo. Poscia intimò a Galeazzo la pena della testa, se fra il termine di tre dì non gli consegnava il forte castello da lui fabbricato nella terra di Monza. Mandò l'ordine Galeazzo, ma indarno, perchè quel castellano un altro ordine innanzi avea avuto di non darlo ad alcuno, se personalmente non gliel comandava lo stesso Galeazzo. Corsero colà la marchesana Beatrice Estense sua consorte e Ricciarda sua figliuola, tutte affannate, e colle man giunte scongiurarono il castellano a cedere la fortezza; e trovatolo più duro che mai, se ne tornarono piene di doglia a Milano. Finalmente, ben certificato quel castellano che v'andava la testa del suo signore [Bonincontrus Morigia, Chron. Modoet., tom. 12 Rer. Ital.], consegnò quel castello alle genti del vescovo d'Arezzo, e nelle prigioni del medesimo castello, fabbricate dallo stesso Galeazzo, fu egli ristretto co' due suoi fratelli e col figliuolo, verificandosi quanto per accidente era stato predetto, se pur sussiste quella predizione. Non gli mancavano peccati da farne penitenza. Di questo fatto gran piacere ebbero i nobili di Milano e le città guelfe, ma il Bavaro si tirò addosso una grande infamia per tanta ingratitudine verso i Visconti; e di qui si può dire ch'ebbe principio la meritata sua rovina. Furono poi eletti ventiquattro nobili, che reggessero a comune la città di Milano; sopra lor nondimeno istituì il Bavaro un suo vicario, che fu Guglielmo da Monteforte.
Cavò esso Bavaro, in questi tempi, ben ducento mila fiorini d'oro dalle borse dei Ghibellini, e specialmente de' Milanesi; poscia nel dì quinto, oppure nel dodicesimo giorno d'agosto quasi alla sordina uscì di Milano, e agli Orci del Bresciano tenne un parlamento con Cane dalla Scala, Rinaldo Estense, Passerino ed altri capi ghibellini. Vuole il Villani [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 31.] che il Bavaro conducesse colà Marco, Luchino ed Azzo Visconti, i quali poscia fuggirono, e cominciarono guerra a Milano. Anche il Fiamma [Gualv. Flamma, cap. 365.] scrive che Giovanni, Luchino ed Azzo fra poco tempo furono rilasciati, e ritenuto il solo Galeazzo. Ma più fede merita Buonincontro Morigia, vivente allora in Monza, che ci assicura essere stati i suddetti Visconti rimessi in libertà solamente nell'anno seguente; ed è certissimo che Marco seguitò il Bavaro in Toscana. Venne esso Bavaro colle sue genti a Cremona, e pel contado di Parma e per la via di Pontremoli passò alla volta di Lucca, senza che il legato del papa, che avea forze non poco grandi, gli facesse contrasto alcuno per le montagne, siccome avrebbe potuto. Fu accolto con sommo onore da Castruccio, che si fece, o allora, o nel dì 4 di novembre, dichiarare ed investire da lui duca di Lucca e Pistoia, ed anche di Prato, San Gemignano, Colle e Volterra [Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 36.], tuttochè non ne fosse padrone, per isperanza di acquistar que' luoghi, i quali aveano già preso per lor signore Carlo duca di Calabria. Credevasi Lodovico di entrar quetamente in Pisa, città sempre stata camera dell'imperio, e perciò, senza entrare in Lucca, cavalcò tosto colà. Ma quei che governavano la città, per timore di perdere il loro stato, e per odio a Castruccio, gli serrarono le porte in faccia, e si accinsero alla difesa. Castruccio colle sue forze fu chiamato colà; v'andarono anche assai balestrieri della riviera di Genova, e si diede principio all'assedio di quella città nel dì 6 di settembre. Durò questo un mese; e, nata poi discordia fra quei cittadini, capitolata la resa, gli aprirono le porte. Pose il Bavaro ai Pisani una colta di sessanta mila fiorini d'oro, e dietro a questa un'altra di cento altri mila; e bisognò pagarli. A tante estorsioni si vide come morto quel popolo. Altri cinquanta mila si crede che raccogliesse da Castruccio per li suddetti privilegii, e per averlo parimente creato suo vicario in Pisa [Istorie Pistolesi. Cortus. Chron., tom. 12 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 34.]. Succedette in questi tempi davanti allo stesso Bavaro una villana contesa di parole fra Guido vescovo d'Arezzo ed esso Castruccio, in cui l'un l'altro chiamò traditore. Il vescovo arrabbiato si partì per tornarsene alla sua signoria di Arezzo; ma, caduto infermo al castello di Monte Nero in Maremma, quivi scomunicato, pentito nondimeno, secondo alcuni, terminò i suoi giorni. Pier Saccone da Pietramala divenne poi signore d'Arezzo e di Città di Castello. Lodovico nel dì 21 di dicembre con tre mila cavalieri e grossa fanteria s'inviò per Maremma alla volta di Roma; il che udito dal duca di Calabria, anch'egli si mosse da Firenze colla moglie, con tutti i suoi baroni e con mille e cinquecento cavalli nel dì 28 del mese suddetto, per accorrere alla difesa del regno di Napoli.
In quest'anno [Nicolaus Specialis, lib. 7, cap. 20, tom. 10 Rer. Ital.] nel mese di luglio il re Roberto tornò a spedire in Sicilia Rogieri da Sanguineto conte di Catanzaro con settanta galee, fra le quali diecisette de' Genovesi, a dare il solito guasto a quell'isola; ma poco profitto ne ricavò. Nel tempo stesso, affin di prevenire i disegni del Bavaro calato in Lombardia, mandò Giovanni principe della Morea suo fratello con mille cavalli ad afforzar le terre del ducato di Spoleti e di Campagna. Questi volle entrare in Roma; non gliel permisero i Romani. Andò a Viterbo; e, trovato quel popolo contrario a' suoi voleri, guastò il paese. Intanto cinque galee di Genovesi al servigio d'esso re Roberto presero la città d'Ostia, e la diedero alle fiamme; del che i Romani concepirono grande odio contra d'esso re, nè vollero ammettere il cardinale Orsino legato, che da Firenze passò colà per mettere pace. Nel dì 28 di settembre esso legato col principe suddetto della Morea s'impadronì di San Pietro e della città Leonina, con tagliar a pezzi que' Romani che v'erano in guardia, ma nel dì seguente tutto in armi l'infuriato popolo di Roma ripigliò quel luogo. Nella notte del dì quinto di luglio, vegnente il dì sesto [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.]. Alberghettino figliuolo di Francesco dei Manfredi signor di Faenza, ad istigazione, per quanto fu creduto, di Ostasio da Polenta, scacciò da Faenza la guarnigione del padre, che era allora fuori della città, e se ne fece signore. Ecco se mancava in secoli sì sconvolti ogni specie d'iniquità. Cecco de' Manfredi, che l'aveva aiutato a questo tradimento, proditoriamente ne fu anch'egli dipoi scacciato con altri della casa de' Manfredi. Era in questi tempi signore d'Imola Ricciardo de' Manfredi: perchè quel popolo scoprì ch'egli voleva dar la città al cardinal Beltrando dal Poggetto legato pontificio, nel primo dì, oppure nell'ottavo di settembre, si mosse a rumore, e sulla piazza venne alle mani con lui e colla gente della Chiesa. Rimasero soperchiati que' cittadini; ve ne furono morti più di quattrocento, e la città andò a sacco; laonde rimase tutta desolata. Fece poi guerra il legato a Faenza, unito col suddetto Ricciardo; ma Alberghettino de' Manfredi valorosamente si difese. Borgo San Donnino in Lombardia nel dicembre di quest'anno, per trattato fatto con que' terrazzani, si arrendè al figliuolo di Giberto da Correggio. V'entrò egli a nome del legato pontificio, che per averlo spese buona somma di danaro. Gli Spinoli ghibellini tolsero alla città di Genova [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.] l'importante castello di Monaco. E nel dì 30 di maggio i Piacentini con grosso naviglio per Po andarono a Cremona [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], sperando di conquistar quella città; ma i Cremonesi virilmente si difesero, e infine diedero una sconfitta ai mal venuti. Leggonsi nella Storia Ecclesiastica sotto questo anno [Raynaldus, in Annal. Eccles.] le lettere del popolo romano a papa Giovanni XXII, pregandolo istantemente di venire a Roma alla sua sedia. Con belle parole e varii pretesti si scusò il pontefice di non poter per ora esaudirli, e raccomandò forte ai Romani di andar d'accordo col re Roberto, e di non ammettere il Bavaro. Ma Sciarra Colonna, capo de' Ghibellini, avea già preso delle contrarie misure. Nel dì 23 d'ottobre il suddetto pontefice fulminò contra del Bavaro, come eretico, tutte le censure, ed ogni altra pena spirituale e temporale che si possa mai immaginare. Poscia nelle tempora dell'Avvento fece la promozion di dieci cardinali, tre de' quali italiani, sei franzesi ed uno spagnuolo.
MCCCXXVIII
| Anno di | Cristo mcccxxviii. Indiz. XI. |
| Giovanni XXII papa 13. | |
| Imperio vacante. |
Strepitosi avvenimenti e grandi mutazioni furono in quest'anno in Italia [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 47 e 53.]. Nel dì due di gennaio pervenne Lodovico il Bavaro a Viterbo, dove da Silvestro dei Gatti, che dominava in quella città, fu accolto a grande onore. Costui, per ricompensa, sotto varii pretesti fu poi da lì a qualche tempo fatto prendere dal Bavaro, e martoriato per sapere dov'era il suo tesoro; sicchè perdè trentamila fiorini e la signoria di Viterbo. A quella città nello stesso tempo arrivò Castruccio con trecento cavalieri de' suoi migliori, e mille balestrieri. Non erano ben d'accordo i Romani intorno all'accettare il Bavaro, e gli spedirono ambasciatori a Viterbo per patteggiar seco. Ma segretamente animato egli da Sciarra dalla Colonna, e da altri di parte ghibellina, trattenendo in ciance gli ambasciatori, diede la marcia all'esercito, e nel dì 7 del medesimo mese giunse alla città Leonina, e smontò al palagio di San Pietro, e vi dimorò quattro giorni. Entrò poscia in Roma, e, salito in Campidoglio, fece fare un'aringa al popolo romano con una sparata di ringraziamenti, di lodi e di promesse di esaltar Roma alle stelle. Piacquero tanto queste melate parole ai Romani, che il dichiararono senatore e capitano di Roma per un anno. Poscia nel dì 17 d'esso mese, giorno di domenica (e non già in altro dì), si fece con somma solennità e magnificenza la coronazion di Lodovico in San Pietro, non già per le mani del romano pontefice, o de' suoi delegati, come conveniva, ma per quello di Jacopo Alberti vescovo di Venezia, e di Gherardo vescovo d'Aleria, anch'esso scomunicato. Perchè alla funzione mancava il conte del sacro palazzo, secondo il vecchio rituale, Lodovico, dopo aver fatto cavaliere di sua mano Castruccio duca di Lucca, conferì a lui questa dignità. Fu coronata eziandio Margherita sua moglie; e in tal congiuntura il novello preteso imperadore pubblicò tre decreti, uno per la conservazione della fede cattolica, uno per la riverenza dovuta agli ecclesiastici, ed uno per la difesa delle vedove e dei pupili: con che si fece non poco onore presso i Romani. Creò ancora senatore e suo vicario in Roma Castruccio, il quale portò in quelle funzioni una veste di seta cremesi con queste parole ricamate d'oro dinanzi al petto: È quello che Dio vuole. E nel di dietro quest'altre: Sarà quello che Dio vorrà. Continuò il Bavaro la sua dimora in Roma, e nel dì 14 d'aprile pubblicò varie leggi contra chi fosse trovato in eresia, o in reato di lesa maestà contra dell'imperadore. Poscia nel dì 18 d'esso mese nella piazza di San Pietro tenne un gran parlamento [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 71. Raynald., Annal. Eccl. Baluz., Vit. Pap.], dove fece citare, se alcuno v'era che prendesse a difendere prete Jacopo da Caorsa, il quale si faceva chiamare papa Giovanni XXII. Niuno rispose. Saltò su bensì il sindaco di quella parte del clero di Roma, che antepose lo amore dell'oro a quello della religione, e pregò Lodovico di procedere contra il detto Jacopo di Caorsa. Si sfoderarono dunque varii articoli di pretesa eresia e di lesa maestà d'esso pontefice, pretendendo ch'esso avesse anche bandita la croce contro ai Romani: per le quali cagioni il Bavaro dichiarò decaduto papa Giovanni dal pontificato, e reo di eresia e lesa maestà, con varie pene ch'io tralascio. Nel dì 23 d'aprile col consenso del popolo romano fu pubblicata una legge, che ogni papa in avvenire dovesse tener la sua sedia in Roma, e non istarne absente che tre mesi l'anno: altrimenti s'intendesse casso dal papato. Finalmente nel dì 12 di maggio, nella piazza di San Pietro, Lodovico colla corona in capo propose al numeroso popolo di Roma di fare un nuovo papa. Fu proposto fra Pietro da Corvara, nativo d'Abbruzzo, dell'ordine de' Minori, grande ipocrita; e il popolo, perchè la maggior parte odiava papa Giovanni per la sua permanenza di là dai monti, l'accettò. Costui prese il nome di Niccolò quinto; fece anche prima della consecrazione la promozion di sette falsi cardinali, e nel dì 22 di maggio fu consecrato vescovo da uno di essi, con prendere dipoi la corona dalle mani del medesimo Lodovico, il quale di nuovo si fece coronar imperadore da questo suo idolo.
Tante bestialità di Lodovico il Bavaro in arrogarsi l'autorità di deporre un papa, legittimo papa, nè giammai caduto in eresia, come egli pretese, e di eleggerne un altro contro i riti e canoni della Chiesa cattolica [Albert. Mussatus, in Lud. Bavar. Bernard. Guid. Cont. Ptolom. Lucens.], stomacarono forte allora chiunque portava buona coscienza e lume di ragione; e solamente piacquero a molti eretici e scismatici tanto religiosi che secolari, de' quali era piena la corte d'esso Bavaro, e coi consigli de' quali soli egli si regolava. Mostruosità ed empietà enorme non ha bisogno di essere maggiormente dichiarata e detestata. Questa poi fu quella che finì di dare il tracollo agl'interessi di lui in Italia. Ma qui convien interrompere il corso delle azioni di Lodovico per venire in Toscana. Mentre Castruccio se ne stava in Roma, facendola da grande in quella corte e città, e molto prima dell'empia tragedia che abbiamo riferito [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 57. Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.], Filippo da Sanguineto, vicario del duca di Calabria in Firenze, cominciò a tessere certo trattato per torgli la città di Pistoia. Fatti i preparamenti, la mattina innanzi giorno del dì 28 di gennaio si presentò egli alle fosse di quella città, con ponti, scale ed altri edifizii, due mila fanti e settecento cavalli. Data alle mura la scalata, v'entrò, e dopo lunga battaglia colla guarnigion di Castruccio, s'impadronì della terra, con fuggirsene Arrigo e Valerano, figliuoli del medesimo Castruccio, e i lor soldati a Serravalle. La misera città andò tutta a sacco, e durò ben dieci giorni la crudel ruberia: il che trattenne que' soldati dal far altre conquiste nel territorio. Per mare e per terra fu spedito a Castruccio il funesto avviso di questa perdita. Egli, dopo tre dì, avutolo, si congedò ben tosto dal Bavaro, ed immediatamente nel primo giorno di febbraio s'avviò alla volta di Pisa colla sua gente. Lasciata poi questa in cammino, marciò egli innanzi colla maggior sollecitudine possibile, ed arrivò a Pisa con soli dodici cavalli nel dì 9 del mese suddetto. Da lì a qualche giorno vi giunse anche la sua milizia. Prese egli nel mese d'aprile al tutto la signoria di essa città di Pisa, ed impose colte e gabelle per fornirsi di danaro, risoluto di riacquistare Pistoia, e ciò senza riguardo alcuno al Bavaro, che ne era padrone, e al conte d'Ottinghe inviato colà per governar la città. Si volle egli rifare, perchè dava la colpa al Bavaro della perdita di Pistoia, per averlo forzato ad andar seco a Roma. Poscia nel dì 15 di maggio col popolo di Lucca e di Pisa cinse d'assedio essa città di Pistoia [Chron. Sanense, tom. 15 Rer. Ital.]. Per sua buona ventura era innanzi nata gara tra i Fiorentini e Filippo da Sanguineto, a chi dovesse toccar la spesa di provvedere Pistoia, città fornita di viveri appena per due mesi. Nè l'un nè gli altri volendo cedere, ed informato Castruccio di questo litigio e dello stato di Pistoia, tanto più s'animò ad assediarla. Di grandi battifolli, steccati e fosse fece egli fare all'intorno, acciocchè niuno potesse recarle soccorso, e cominciò a tormentar la città colle macchine e con frequenti assalti. In questo mentre anche i Fiorentini fecero un gagliardo apparecchio di gente, colla giunta d'altra che lor venne dal cardinal Beltrando legato, da Bologna, Siena, Volterra ed altre terre. Con queste forze, superiori di molto a quelle di Castruccio, almeno nella cavalleria, l'esercito fiorentino nel dì 20 di luglio andò a postarsi in faccia dei trinceramenti di Castruccio sotto Pistoia. Mostrò ben egli di voler battaglia; ma siccome cauto capitano si tenne forte nel suo campo; e maggiormente afforzandolo con forti ripari, lasciò che i Fiorentini, non veggendo maniera di snidarlo di là colla forza, marciassero verso Pisa, credendosi eglino che Castruccio si moverebbe per timore di perdere quella città. Nulla si mosse egli; un terribil sacco fu dato al territorio pisano sino alle porte; e intanto Simone dalla Tosa capitano di Pistoia, perduta la speranza del soccorso per l'allontanamento de' suoi, e perchè gli era oramai fallita la vettovaglia, nel dì 3 d'agosto (salve le persone col loro equipaggio) rendè a Castruccio quella città con grande vergogna e rabbia de' Fiorentini, i quali, udita la perdita di Pistoia, si ritirarono tosto a casa. V'ha chi scrive, aver Castruccio, dappoichè esso ottenne Pistoia, preso Prato, e dato verso Fucecchio una rotta all'armata fiorentina; ma di ciò non parlando le più vecchie storie, passerò a dire che egli, per paura del Bavaro, cominciò una tela co' Fiorentini e col papa; ma per tante fatiche ed affanni cadde da lì a non molti giorni infermo in Lucca; e, chiamati i suoi tre figliuoli Arrigo, Giovanni e Valerano, lasciò gli Stati al maggior di età, ordinando loro e ai consiglieri di ben fornire le città di Pisa, Lucca e Pistoia, e di stare uniti insieme. Poscia nel dì 3 di settembre nel colmo di sua grandezza e fortuna, in età di soli quarantasette anni, diede fine alla sua vita colla temporal gloria d'essere stato il più accorto, prode e belicoso principe de' suoi tempi e tale, che, se la morte non gli troncava il volo, pericolo v'era che Firenze e la Toscana tutta soccombessero alla di lui somma sagacità e bravura. Leggesi la di lui vita scritta da Niccolò Tegrimi nobile lucchese [Tegrim., Vita Castruccii, tom. 11 Rer. Ital.], dove i suoi costumi e le sue massime si trovano pienamente descritte. I suoi figliuoli corsero Lucca, Pistoia e Pisa, e se n'impossessarono, con aver tenuta celata sette giorni la di lui morte: per la quale non si può esprimer quanta festa e tripudio si facesse in Firenze. Pareva a quel popolo di essere rinato.