Non avea cessato Castruccio, dacchè il Bavaro giunse a Lucca e Pisa [Bonincontr. Morigia, Chronic. Mod., cap. 37, tom. 12 Rer. Ital.], di far tutti i più premurosi uffizii appresso di lui per ottenere la libertà a Galeazzo Visconte, e ai di lui fratelli e figliuoli. Lo stesso Marco Visconte, autor principale della lor rovina, che avea seguitato il Bavaro in Toscana, conoscendo l'eccessivo error commesso in danno della propria casa, e pentito del fallo, tuttodì si raccomandava per questo a Castruccio. Stette duro il Bavaro. Appresso in Roma tanto esso Castruccio, quanto altri principi ghibellini interposero la loro intercessione per la liberazion loro, e alle preghiere succederono le minaccie di abbandonarlo, se non concedeva loro tal grazia. Finalmente si lasciò vincere il Bavaro, e l'ordine andò che fossero rimessi in libertà. Scrive il Villani [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 31.] che Lodovico condannò Luchino ed Azzo a pagare venticinque mila fiorini d'oro, e che ne pagarono sedici mila. Comunque sia, ci assicura Buonincontro che li rimise in sua grazia, comandando che venissero in Toscana. Nel dì 25 di marzo furono liberati dalle carceri di Monza; quel popolo segretamente diede loro molti regali; ed essi andarono a Lucca a trovar Castruccio, il quale teneramente abbracciò Galeazzo, ed il creò suo generale all'assedio di Pistoia. Quivi per li crepacuori passati e per le fatiche presenti, gravemente s'infermò Galeazzo; e portato per ordine di Castruccio a Pescia, nel mese d'agosto, prima della resa di Pistoia, in età di cinquantun anni meschinamente morì, lasciando un grande esempio della volubilità delle grandezze terrene. Torniamo ora al Bavaro, i cui disegni in Roma erano di assalire il regno di Napoli; ma l'essersi partito da lui Castruccio con sue genti, e il non comparir mai, secondo il concerto, la flotta di Federigo re di Sicilia, che s'era collegato con lui ai danni del re Roberto, arenò tutta l'impresa. Fece bensì unito coi Romani a lui qualche guerra, ma di poco momento, perchè troppo penuriava di moneta, e vi era discordia nell'esercito suo. All'incontro, il re Roberto [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 96.] prese Ostia, Anagni ed altri luoghi. Per questi ed altri motivi il Bavaro, non veggendosi più sicuro in Roma, se ne partì col suo antipapa nel dì 4 d'agosto, con fargli le fischiate dietro quel popolo romano che dianzi tanta festa avea mostrato per lui, e venne a Viterbo. Nel dì seguente entrarono in Roma Bertoldo Orsino e Stefano dalla Colonna, prendendone possesso a nome di papa Giovanni, e colà ancora successivamente arrivarono il cardinal legato ed ottocento cavalieri del re Roberto, con esserne fuggiti Sciarra dalla Colonna, che da lì a non molto mancò di vita, Jacopo Savello e gli altri Ghibellini. Venuto il Bavaro a Todi, dalla qual città cavò quattordici mila fiorini, pensava di passare a dirittura ad Arezzo, istigato dai Ghibellini di marciare addosso a Firenze, quando gli giunse nuova che don Pietro, figliuolo di Federigo re di Sicilia, con una potente flotta andava in traccia di lui, e desiderava di seco abboccarsi a Corneto. Andò colà, e dopo molti contrasti e rimproveri, per essere egli tardato tanto a venire, si trattò di nuovo di far guerra al re Roberto. Ma troppo era in collera Lodovico, perchè Castruccio gli avea tolta Pisa, e però volle prima portarsi colà. Nel viaggio colla sua gente e co' Siciliani prese Grosseto; e, giuntagli colà la nuova della morte di Castruccio, affrettò i passi, e nel dì 21 di settembre arrivò a Pisa, ricevuto con somma allegrezza da quel popolo. Se ne fuggirono a Lucca i figliuoli di Castruccio, conoscendo d'essere troppo in odio ai Pisani. L'armata siciliana in tornando a casa, assalita da una fiera tempesta, colla perdita di quindici galee e con altri danni, arrivò molto sconciata e scemata in Sicilia. Andò poscia il Bavaro a Lucca ad istanza di quei cittadini, e tolse la signoria di quella città ai suddetti figliuoli di Castruccio con giubilo di quel popolo. Ma finì presto la lor festa, perchè il Bavaro impose loro una colta di cento cinquanta mila fiorini d'oro; stoccata che arrivò loro al cuore. Parimente per danari riconfermò il dominio di quella città agli stessi figliuoli di Castruccio. Anche l'allegrezza dei Pisani si convertì ben tosto in lutto, avendo essi dovuto pagare altri cento mila fiorini d'oro. Questi erano i benefizii, co' quali Lodovico il Bavaro si rendeva amabile ai popoli di Italia. Pure, con tutti questi fieri salassi alle borse altrui, non correano le paghe ai suoi soldati, e, per tal motivo, fatta congiura, ottocento dei suoi migliori cavalieri tedeschi nel dì 29 d'ottobre disertarono da Pisa, e corsero a Lucca per impadronirsene; ma, trovate le porte chiuse per avviso precorso della lor venuta, diedero il sacco ai borghi di quella città, e poi ridottisi sul Ceruglio nella montagna di Vivinaia, quivi si fortificarono, con vivere da lì innanzi di rapine e di tributi di tutti i contorni. E perciocchè il Bavaro, non avendo attenuta la promessa di pagar loro sessanta mila fiorini, inviò ad essi Marco Visconte per trattar di concordia, il ritennero prigione: dal che poi nacquero altre novità che andremo vedendo.
Già di sopra accennammo che Cane dalla Scala, tuttochè ghibellino, andò poco d'accordo coi Visconti. Era anche disgustato di Passerino de' Bonacossi signor di Mantova. Perciò diede mano e braccio ad una congiura formata contra di lui [Johannes de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.] dai figliuoli di Luigi da Gonzaga, cioè Guido, Filippino e Feltrino, nobili antichi di Mantova, che si truovano registrati vassalli della contessa Matilda. Ebbero essi dallo Scaligero e da Guglielmo di Castelbarco ottocento fanti e trecento cavalli, co' quali inaspettatamente entrati in Mantova la mattina del dì 16 d'agosto, correndo quivi la festa di san Leonardo, s'impadronirono della piazza. Il Platina scrive [Platina, Hist. Mantuan., lib. 2, tom. 20 Rer. Italic.] ciò succeduto nel dì 17 di luglio. Accorso Passerino, vi restò trucidato [Moran., Chron. Mutin., tom. 11 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Furono presi Francesco e l'abbate di Sant'Andrea suoi figliuoli, e Guido e Pinamonte figliuoli di Botirone già suo fratello, e consegnati a Niccolò Pico ed agli altri nobili della Mirandola, i quali li condussero al castello del Castellaro della diocesi di Modena, e, in vendetta della morte di Francesco lor padre, quivi nelle prigioni barbaricamente li lasciarono morir di fame. In tal congiuntura si sfogò lo sdegno de' congiurati anche contro molti de' parziali e soldati di Passerino, che non poterono fuggire, e massimamente contra de' suoi crudeli uffiziali. Inestimabili ruberie furono fatte in quella rivoluzion di Stato, e la maggior parte del bottino toccata a Cane dalla Scala fu creduta da alcuni ascendere alla somma di cento mila fiorini d'oro. Questo miserabil fine ebbe Passerino, che pel suo aspro governo di tant'anni si guadagnò da' Mantovani e Modenesi il titolo di tiranno. Venne appresso dal popolo di Mantova proclamato lor signore di nome Luigi da Gonzaga; ma l'esercizio del dominio restò nei suoi valorosi figliuoli, i quali coi lor discendenti renderono poi gloriosa in Italia la famiglia Gonzaga, e continuarono la signoria in Mantova sino al principio del presente secolo decimo ottavo di Cristo, in cui io scrivo. In quest'anno ancora Carlo duca di Calabria, unico figliuolo di Roberto re di Napoli [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 109.], infermatosi, giunse al fine di sua vita nel dì 9 ovvero 10 di novembre, con dolore inesplicabile del padre e di que' popoli, perchè era buon principe, amatore della giustizia, pio ed amorevole verso tutti. Non lasciò dopo di sè alcun maschio, ma bensì due femmine, Giovanna già nata, e Maria, che nacque dopo la morte del padre da Maria di Valois, sorella di Filippo di Valois, il quale in questo anno, venuta meno la figliuolanza di Filippo il Bello, diventò re di Francia. Col tempo il regno di Napoli ebbe da piagnere maggiormente la perdita di questo principe senza eredi maschi, siccome andremo vedendo. In Firenze fu gran duolo per la sua morte; ma molti ancora internamente se ne rallegrarono, perchè finì il suo dominio in quella città, ed ivi si tornò alla libertà primiera. Erano in questi tempi signori della città di Lodi Sozzo e Jacopo de' Vestarini, ed aveano esaltato di molto un lor famiglio, già mugnaio, uomo fiero, nominato Pietro Tremacoldo, per soprannome il Vecchio, con farlo capo delle lor guardie, e lasciargli in mano le chiavi di una porta della città [Bonincontrus Morigia, Chron. Modoet., cap. 38, tom. 12 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.]. Molte scelleraggini e crudeltà commise costui in servigio de' padroni, ma seppe anche guadagnarsi l'amicizia di molti. Perchè Sozzino giovine della casa dei Vestarini gli stuprò una nipote, e, fattane doglianza, ebbe in risposta solamente delle minaccie, talmente s'inviperì, che ne volle far alta vendetta. Però, introdotta una notte in Lodi una gran masnada di fanti, mise la terra a rumore, e presi i suddetti due signori, con quattro altri di quella casa (se ne fuggì Sozzino con altri), rinserrolli in uno scrigno, e quivi di fame li lasciò perire. Agl'indagatori de' gabinetti celesti dovette allora sembrar questo un giusto giudizio di Dio; perchè i Vestarini, dacchè aveano imprigionato alcuni, li dimenticavano nelle carceri, e permisero che molti d'essi morissero di fame, ridendo allorchè udivano che i miseri urlavano per non aver che mangiare. Fecesi per forza questo ribaldo vecchio proclamare signor di Lodi, e spedì subito a Guglielmo di Monteforte vicario di Milano, assicurandolo che terrebbe la città a parte ghibellina, e di aver tolto di vita i Vestarini, perchè voleano dar Lodi al legato del papa.
Sempre più andava peggiorando lo stato di Padova [Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital. Albertinus Mussatus, de Gest. Ital., lib. 12, tom. 8 Rer. Italic.]. Niccolò da Carrara, con gli altri fuorusciti, nell'anno precedente avea fatta gran guerra a quella città, maggiore la fece nell'anno presente con venir sino alle porte, e togliere ai Padovani buona parte de' loro raccolti. Entro di Padova Ubertino da Carrara con Tartaro da Lendenara teneva in continua inquietudine i miseri cittadini; nè giustizia si facea, nè modo si trovava da frenar le di lui insolenze. Corrado da Ovestagno, vicario del duca di Carintia in essa città, ad altro non attendeva co' suoi Tedeschi che ad ammassar danaro con ispogliar case e chiese, biasciando intanto de' Pater nostri, e facendo colle spoglie de' Padovani fabbricar chiese e monisteri nel suo paese. Mostrava bensì, secondo la sua politica, Cane dalla Scala di voler conservare le tregue con Padova, ma sotto mano porgeva aiuto ai fuorusciti, acciocchè facessero quanto di male potessero alla lor patria. Nè per quanti ricorsi fossero fatti al duca di Carintia, al legato del papa e a' marchesi estensi, per ottener aiuto, alcuno volea muovere un dito in lor favore. Marsilio da Carrara, uno de' più accorti uomini del suo tempo, veggendo andar così in malora la città, finalmente si appigliò al partito di fare il proprio negozio, con dar Padova a Cane dalla Scala, ed averne egli solo il merito tutto [Gatari, Ist. Pad., tom. 17 Rer. Ital. Chron. Patav., tom. 8 Rer. Ital.]. Segretamente adunque spedì Filippo da Peraga a Cane, offerendogli il dominio della città, purchè Mastino dalla Scala di lui nipote sposasse Taddea da Carrara (che Alda è chiamata dal Mussato) figliuola di Jacopo già signore di Padova, e Marsilio conseguisse i beni di alcune ricche famiglie fuoruscite e il vicariato della città, ma solamente di nome, dovendovi Cane mettere tutti gli uffiziali, con altri patti vantaggiosi per lui. Altro non cercava che questo Cane, il quale da tanti anni ansava dietro a sì nobile acquisto, e tante guerre avea fatto e tanto danaro speso, senza mai poter ottenere il suo intento. Andò Mastino a Venezia, ed occultamente sposò Taddea da Carrara, che ivi si allevava, e compiè il matrimonio. Ciò fatto, Marsilio, dopo avere introdotto con varii pretesti molte centinaia di contadini armati in Padova, nel dì 3 di settembre, per avere più sciolte le mani e più balia ad eseguire il trattato, fece destramente insinuare al popolo di dare a lui la signoria della città; e ciò fu fatto. Poscia licenziò i Tedeschi, che erano ivi di presidio, soddisfatti delle lor paghe. Finalmente nel maggior consiglio della città spiegò la risoluzione da lui presa di cedere a Cane dalla Scala il dominio di Padova, giacchè altra maniera non v'era di salvarsi in mezzo a tante tempeste [Albertinus Mussatus, tom. 8 Rer. Ital.]. Niuno osò di contraddire; e però, eletto il sindaco, nel dì 7 di settembre lo stesso Marsilio da Carrara con esso e con molti de' principali cittadini cavalcò a Vicenza, e presentò le chiavi della città a Cane, il quale appena si trattenne dal baciare un dono sì caro. Fece la sua magnifica entrata Cane in Padova nel dì 10 del suddetto mese, ricevuto con plauso e benedizioni da quel popolo, oramai convinto che altro rimedio non v'era a' suoi mali, fuorchè questo. La liberalità del novello principe si diffuse sopra i suoi più cari, e massimamente sopra Marsilio da Carrara, alle spese nondimeno de' fuorusciti, appellati ribelli; di modo che Marsilio divenne, di ricco che era, sommamente ricchissimo. Toccò ad essi fuorusciti lo starsene in esilio; e perchè Albertino Mussato, celebre storico, il quale ampiamente racconta questi fatti, osò di rientrare in Padova senza licenza, fu mandato a' confini a Chioggia, dove nell'anno seguente finì di vivere e scrivere. Solennemente ancora fu di nuovo sposata Taddea Carrarese da Mastino dalla Scala.
Tornato Cane a Verona, volle solennizzar questa importante conquista con una magnifica festa. Tenne dunque corte bandita in quella città nel dì ultimo di novembre. La Cronica di Verona [Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.] dice nell'ultimo d'ottobre. Forse cominciò allora la festa, ed essendo durata un mese, terminò nel fine di novembre. Concordano gli autori in dire [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Albertinus Mussatus, lib. 12, tom. 18 Rer. Ital.] che incredibil ne fu la magnificenza per la varietà dei tornei, delle giostre, delle illuminazioni e d'altri pubblici suntuosi solazzi; pel concorso smisurato de' nobili di tutte le circonvicine città, essendovi stati cinque mila cavalli forestieri, ed intervenuti anche Obizzo marchese d'Este signor di Ferrara [Gazata, Chron. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], e Luigi da Gonzaga signore di Mantova; e finalmente per li gran regali fatti dallo Scaligero, che tenne sempre tavola aperta a tutta la nobiltà sì del paese che forestiera. La maggior solennità fu nel giorno in cui egli di sua mano creò cavalieri trentotto nobili delle prime case di Verona, Vicenza, Padova, Venezia, Mantova, Bergamo, Como, Reggio di Lombardia e Vercelli. Simili funzioni in Italia si faceano in que' secoli pieni di guerre, e chiamati da noi barbari, ma che più non si mirano in Italia, tanto ingentilita, per essersi perduta la voglia delle corti bandite, e del giostrare e torneare, dacchè tante armate straniere fan qui dei torneamenti d'altra fatta. Aggiungasi la descrizione che il padre del Gazata, storico reggiano di questi tempi [Gazata, in Praefat. ad ejus Histor., tom. 18 Rer. Ital.], a noi lasciò del nobilissimo genio d'esso Scaligero. Gran copia teneva egli di cortigiani; ed, oltre a ciò, non v'era uomo di qualche grido o per le lettere, o pel mestiere dell'armi, o per singolarità in qualche arte, il quale, sbattuto dalla fortuna o dalle rivoluzioni della patria, sì frequenti in questi tempi, ricorresse a lui, che non fosse ben veduto e provveduto di abitazione e tavola nella sua corte. Venivano essi con tutta proprietà e lautezza serviti, e, secondo le lor professioni, erano distribuiti. Quivi i poeti, lì i filosofi, in altre camere gli artefici, i predicatori e simili. Sopra la porta di quelle camere si mirava qualche pittura che alludeva alla lor professione. Eranvi musici di canto e suono, e buffoni per rallegrar di tanto in tanto le cene ed i pranzi: ben addobbato il palazzo di arazzi e pitture. Talvolta ancora Cane voleva alla sua tavola or questo or quello di que' valenti uomini; ed uno fra gli altri fu Dante Alighieri, celebre poeta, che, bandito da Firenze, provò quanta fosse la generosità di questo principe, degno perciò di maggior vita e di comandare a più popoli. Funesto riuscì quest'anno a Venezia, perchè la morte rapì il loro doge, cioè Giovanni Soranzo [Contin. Danduli, tom. 12 Rer. Ital.], a cui nel dì 8 di gennaio succedette in quella dignità Francesco Dandolo. Nè si dee tacere che, all'entrare di luglio [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 90. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], venendo da Avignone la paga per li soldati del legato di Italia, consistente in sessanta mila fiorini d'oro, e scortata da cento cinquanta cavalieri, usciti fuor d'un agguato i Pavesi, ne presero almeno la metà con assai arnesi, somieri e prigioni. Ed ecco dove andavano le decime raccolte pel papa dall'aggravato clero. Anche negli anni addietro Jacopo re d'Aragona occupò da ducento mila fiorini d'oro, che gli uffiziali di papa Giovanni XXII aveano ricavato dagli ecclesiastici del suo regno, e se ne servì per torre la Sardegna ai Genovesi. Furono in quest'anno ancora novità in Reggio di Lombardia e in Parma. Nel mese di giugno Guiduccio e Giovanni de' Manfredi, e Giovanni Riccio da Fogliano, nobili reggiani [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], uccisero Angelo da San Lupidio governatore di quella città per la Chiesa, ed uomo di molta pietà ornato, e poi se ne andarono alle lor castella. Era anche in Parma [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 95.] governatore pontificio Passerino dalla Torre; ma perchè con imposte ed altri aggravii opprimeva quel popolo, Marsilio de' Rossi ed Azzo da Correggio, nobili di quella città, nel dì primo di agosto scacciarono lui e il presidio papalino, e si fecero padroni di Parma. Nel dì seguente unitisi coi Fogliani e Manfredi suddetti, entrarono parimente in Reggio, e posero in fuga Arnaldo Vachera nuovo governatore inviatovi dal legato: con che amendue queste città tornarono a parte ghibellina, e que' nobili fecero lega con Cane dalla Scala, e con gli altri di sua fazione: avvenimento che atterrì forte il partito de' Guelfi. Ma il cardinal Beltrando legato tanto fece in Romagna [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 94. Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.], che Alberghettino de' Manfredi signor di Faenza s'accordò con lui, parendo nondimeno che esso Alberghettino non gli lasciasse mettere il piede in quella città. In quest'anno un orribil tremuoto, oltre ad altri luoghi, sì fieramente conquassò la città di Norcia, che vi perirono da quattro mila persone.
MCCCXXIX
| Anno di | Cristo mcccxxix. Indizione XII. |
| Giovanni XXII papa 14. | |
| Imperio vacante. |
Stando in Pisa Lodovico il Bavaro, si trovava più che mai fallito di moneta. Erano alla corte di lui Azzo figliuolo e Giovanni fratello del fu Galeazzo Visconte [Bonincontr. Morigia, Chron. Mod., tom. 12 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 117.], e forse erano forzati a starvi. Unitisi questi con Marco Visconte, stato sempre in grazia d'esso Bavaro, seppero così ben trattare i fatti loro, che coll'esibizione di settanta mila fiorini d'oro (il Villani dice cento venticinque mila), da pagarsegli parte in Milano e parte dappoi, ottennero quanto vollero: cioè Azzo impetrò il vicariato di Milano, e Giovanni dall'antipapa, che era venuto a Pisa, fu creato cardinale, e suo legato generale per tutta la Lombardia nel dì 18 di gennaio. Di questo danaro assegnò il Bavaro trenta mila fiorini d'oro ai Tedeschi ribellati che stavano nel Ceruglio, sperando di riavergli al suo servigio; ma, perchè non corse la moneta, Marco Visconte, siccome già accennai, fu ritenuto come ostaggio e mallevadore da essi. Andossene il valoroso giovane Azzo Visconte, accompagnato dal Porcaro (così è nominato dal Villani: io il credo Burgravio) uffiziale del Bavaro, per entrare in possesso di Milano, e giunse in Monza con giubilo di quel popolo. Quivi si fermò tredici dì, perchè Guglielmo conte di Monteforte governatore di Milano non volea cedere, se non era prima soddisfatto delle sue paghe. Azzo il soddisfece, e prese il dominio di Milano. Scrive il Villani che il Porcaro suddetto, a nome del Bavaro, ebbe da Azzo venticinque mila fiorini d'oro, coi quali marciò alla volta di Lamagna, senza mandare un soldo ad esso Bavaro, nè a' cavalieri del Ceruglio: del che il sitibondo Bavaro provò grande affanno. Anche Giovanni zio d'Azzo, e falso cardinale, dovette tornare in tal congiuntura a Milano; ed allora avvenne ciò che narra Galvano Fiamma [Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Italic.]: cioè che in quella città insorsero molti falsi religiosi, pubblicamente predicanti che papa Giovanni XXII era eretico scomunicato, deposto ed omicida, esaltando poi alle stelle l'antipapa Niccolò. Una gran fazione di frati minori col loro generale fra Michele da Cesena era allora troppo inviperita contra del papa per alcune ridicole questioni della lor povertà. Accadde ancora che nel dì 2 di febbraio il capitano pontificio del Patrimonio cogli Orvietani [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 118 e 122.] credendosi d'occupare la città di Viterbo, vi entrò ostilmente; ma vi rimase sconfitto. Oltre a ciò, il conte di Chiaramonte, creato marchese della marca d'Ancona dall'antipapa, con gente del Bavaro e cogli altri Ghibellini entrò nella città di Jesi; e presovi Tano, che la signoreggiava, o piuttosto la tiranneggiava, col credito d'essere uno de' primi caporali de' Guelfi, gli fece tagliare la testa. Albertino Mussato attesta [Albertinus Mussatus, in Ludov. Bavar.] che esso conte s'impadronì della maggior parte della marca. I Romani anche essi, perchè pativano gran carestia, nè Guglielmo da Ebole vicario del re Roberto, e senatore allora di Roma, provvedeva al loro bisogno, alzato rumore, il cacciarono vituperosamente dalla lor città, e crearono senatori Stefano dalla Colonna e Ponciello degli Orsini, che seppero provvedere di grano quella città. Finalmente i Tarlati di Pietramala, signori di Arezzo e di Città di Castello, possenti ghibellini, s'impadronirono di Borgo San Sepolcro, togliendolo alla Chiesa.
In tale stato di confusione si trovava l'Italia, quando a tutto un tempo si vide andare in depressione il Bavaro col suo antipapa, e risorgere gli affari di papa Giovanni [Raynaldus, Annal. Eccles. ad ann. 1328, num. 54.]. I primi ad abiurare l'uno e l'altro furono Rinaldo, Obizzo e Niccolò fratelli, marchesi estensi, signori di Ferrara, Rovigo, Comacchio ed altri luoghi. Non potendo essi accomodarsi più alle stravaganti ed empie azioni di Lodovico il Bavaro, massimamente dopo la detestabil creazione dell'antipapa, cercarono fin dall'anno precedente di mettersi in grazia del pontefice, e gli spedirono ambasciatori ad Avignone con espressioni di tutta umiltà, offerendosi a' suoi servigi [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Il papa, duro finora con essi, al considerare il proprio pericoloso stato per le tante novità d'Italia, si ammollì facilmente verso di loro. Fecesi conoscere (e ci volea ben poco) che non erano quei miscredenti ed eretici che venivano spacciati ne' falsi processi fabbricati contra di loro. Però il papa, dopo ricevuta la confessione, che essi riconoscevano Ferrara per istato indubitato della Chiesa romana, annullò le scomuniche, e levò l'interdetto a Ferrara, nè più inquietò gli Estensi per conto del possesso e della signoria di quella città; anzi loro la confermò coll'obbligo del censo annuo di dieci mila fiorini d'oro. Fecero di più i marchesi [Raynaldus, Annal. Eccl. ad hunc annum, num. 20.]. Servironsi della parentela che passava fra loro ed Azzo Visconte, e di Beatrice Estense madre di esso Azzo, e zia de' marchesi, per istaccare il medesimo Azzo dal Bavaro. Troppo era chiaro che niun potea fidarsi di questo principe, il quale, chiamato in Italia contra de' Guelfi, nulla finora avea operato di rilevante contra d'essi; con attendere solamente a rovinar gl'interessi de' principi e delle città ghibelline sue seguaci, avendole smunte tutte di danaro, e sì obbrobriosamente maltrattati i Visconti. Ultimamente ancora avea di nuovo nel dì 16 di marzo [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 124.] tolta la signoria di Lucca ai figliuoli di Castruccio, e datala a Francesco Castracane degli Interminelli per ventidue mila fiorini d'oro. Questi ed altri motivi, congiunti col riguardo della religione, sì malmenata dal Bavaro, fecero buona breccia nel cuore d'Azzo Visconte; e tanto più perchè gli stava tuttavia davanti agli occhi l'orrida prigionia patita in Monza, e gli altri indegni strapazzi fatti al padre e alla sua famiglia dallo sconoscente Bavaro. Cominciò pertanto a trattare segretamente ad Avignone per acconciarsi col papa, e si rimise in sua grazia, siccome dirò all'anno seguente; nè più mandò un soldo al Bavaro, che pure al sommo penuriava di moneta. Giudicò bene il Bavaro di calar egli in persona in Lombardia, giacchè assai chiaramente scorgeva che non più per lui, ma contra di lui era Azzo Visconte [Bonincontrus Morigia, Chron. Mod., cap. 40, tom. 12 Rer. Ital.]. Giunto al Po, secento suoi fanti balestrieri disertarono, e andarono a prendere soldo dal signor di Milano: colpo che sconcertò non poco l'animo del Bavaro. Tenne un parlamento a Marcheria sino al dì 21 d'aprile [Albertinus Mussatus, in Ludov. Bavar.], al quale si trovò Cane dalla Scala, accompagnato da più armati che non avea lo stesso Bavaro, perchè neppur egli si fidava molto di chi parea rivolto ad assassinar gli amici, e non a distruggere i nemici. Quivi si trattò di far oste contra di Milano. I fatti danno assai a conoscere che lo Scaligero non se ne volle impacciare. Aveva egli altre idee in capo. In questo mentre Azzo Visconte nel dì 17 d'aprile spinse a Monza cinquecento cavalli, che, entrati in quella città, se ne impadronirono. Lodovico duca di Tech, ivi governatore pel Bavaro, si ritirò co' suoi Tedeschi nel castello, dove con grandi fossi e steccati fu rinserrato. Arrivò sul principio di maggio il Bavaro a Lodi, e gli furono serrate le porte in faccia; poscia fu sotto Monza, ed entrò nel castello; ma ritrovò il presidio del Visconte ben preparato nella terra alla difesa [Gualvaneus Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.]. Nel dì 11 di giugno si portò colla sua gente sotto Milano, e ne cominciò l'assedio, alloggiando nel monistero di San Vittore. Azzo avea prese tutte le precauzioni necessarie, ed era per lui tutto il popolo, il quale andava facendo di tanto in tanto dei badalucchi con gli assedianti, villaneggiando i Tedeschi. Ma Azzo, da uomo prudente, non lasciava passar giorno che non mandasse mattina e sera qualche rinfresco e regalo di vini preziosi e di altri viveri al Bavaro. Si trattò d'accordo; ed Azzo, per ricuperar dalle mani di lui il forte castello di Monza, e per mandarlo via il meno malcontento che si potesse, gli pagò una somma di danaro: non si sa quanto.
Nel dì 19 di maggio andò il Bavaro a Pavia [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 146.], e quivi stette sino al principio d'ottobre; nel dì 25 settembre diede ad Azzo Visconte l'investitura del vicariato di Milano, rapportata dal Corio [Corio, Istoria di Milano.]. Passò dipoi a Cremona, e di là a Parma, per certi trattati che avea di torre Bologna al cardinal Beltrando dal Poggetto. Ma, scoperta la trama, nel dì 9 di dicembre si portò a Trento per parlamentare con certi baroni di Germania, e affine di provveder gente, mostrandosi risoluto di tornare alla primavera contra di Bologna. Colà gli arrivò nuova della morte di Federigo duca d'Austria emulo suo, e che gran moto si faceva per eleggere un nuovo re de' Romani: però passò in Germania per attendere a' fatti suoi, nè mai più gli venne voglia di comparire in Italia, dove lasciò un'abbominevol memoria di sè medesimo presso i Guelfi, e forse non minore presso degli stessi Ghibellini. Maneggiossi in questi tempi Cane dalla Scala per introdurre accordo fra il Bavaro ed Azzo Visconte, nè volle mai dar braccio ad esso Bavaro per le sue meditate imprese. Solamente mandò e lasciò andare Marsilio da Carrara con gente in aiuto de' Rossi, mentre il legato del papa facea guerra a Parma [Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.]. Marsilio fu quasi preso da Simone da Correggio in quella spedizione. Ora, dopo aver Cane tenute in esercizio le sue truppe senza far nulla per molto tempo [Chron. Patav., tom. 8 Rer. Ital.], finalmente nel dì 4 di luglio si mosse da Padova con potente esercito, e andò a mettere l'assedio a Trivigi. Guecelo Tempesta avvocato e signor di Trivigi si sostenne per quattordici giorni; ma veggendo che il duca di Carintia, in vece di inviare un gagliardo soccorso, animava solamente con delle grandiose promesse, nel dì 18 del detto mese capitolò con buoni patti la resa di quella città. Magnificamente v'entrò il vittorioso Scaligero; ma a sì bel giorno tenne dietro una bruttissima sera. Ecco sorpreso Cane da una mortal malattia, che nel dì 22 d'esso mese, in età solamente di quarantun anno, il fa sloggiare dal mondo, allora appunto ch'egli era giunto all'auge della grandezza: principe glorioso, amato e temuto non meno pel valore che pel senno, e per la sua magnificenza ed onoratezza. S'egli maggiormente campava, par bene che si sarebbe stesa la sua potenza molto più oltre. Era padrone di Verona, Vicenza, Padova, Trivigi, Feltre, Cividal di Friuli e d'altri luoghi, dei quali restarono eredi i due suoi nipoti Alberto e Mastino, legittimi figliuoli di Alboino, senza che v'abboccassero i suoi figliuoli bastardi. Marsilio da Carrara, che con Bailardo da Nogarola assistè alla morte d'esso Cane, corse tosto a portarne la nuova a Padova, ed onoratamente fece che quel popolo giurasse nelle sue mani fedeltà ai due fratelli Scaligeri. Alberto dalla Scala nel dì 27 di luglio [Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital.] prese il possesso di Padova, ed appresso vennero in potere di lui Conegliano, Asolo, e le restanti castella del Trevisano. Bartolomeo e Giliberto, figliuoli bastardi del predetto Cane, sul fine di quest'anno accusati d'aver macchinato contra la vita e lo stato de' due regnanti Scaligeri, furono presi e condannati ad una perpetua carcere. Francesco loro maestro fu strascinato a coda di cavallo, e poscia impiccato per la gola. Era in questi tempi Marco Visconte tuttavia per ostaggio coi Tedeschi nel Ceruglio, amato e riverito da loro, perchè il conoscevano personaggio di gran perizia nei fatti di guerra [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 129.]. Come fu partito di Toscana il Bavaro, s'intesero essi Tedeschi con altri che stavano di guarnigione nell'Agosto, cioè nel castello ossia nella fortezza di Lucca; e, fatto lor capitano il suddetto Marco Visconte, a dì 15 d'aprile cavalcarono di notte, e furono ricevuti nell'Agosta. Minacciando poi di correre la città, Francesco Castracane, signore ivi pel Bavaro e i Lucchesi, diedero loro d'accordo la signoria di Lucca; e, perciocchè tal fatto era succeduto con segreta intelligenza de' Fiorentini che aveano promessa buona somma di moneta, mandarono i Tedeschi a Firenze per l'adempimento della parola, offerendo anche di dar Lucca al comune stesso di Firenze per ottanta mila fiorini d'oro. Per le dissensioni che di leggeri intervenivano allora nei consigli delle repubbliche, non accettarono i Fiorentini il partito. Se n'ebbero ben a pentire andando innanzi.