Anche i Pisani, dacchè videro il Bavaro, impegnato in Lombardia, pensarono a scuotere il di lui giogo; e fatto venir da Lucca Marco Visconte con alcune masnade di Tedeschi ribellati al Bavaro, nel mese di giugno levarono la terra a rumore, e ne cacciarono Tarlatino da Pietramala, che vi era vicario per esso Bavaro, co' suoi soldati, e si tornarono a reggere a repubblica. Altrettanto fece anche Pistoia. Ossia che Marco Visconte trattasse occultamente co' Fiorentini per farli padroni di Lucca, e forse anche di Pisa, e che perciò i Pisani cominciassero a mostrar diffidenza di lui; oppure che egli, uso agl'imbrogli, spontaneamente volesse andare a trattar co' Fiorentini: certo è ch'egli si partì di Lucca, e venne a Firenze, dove, ben ricevuto dai priori [Bonincon. Morigia, Chron. Mod., tom. 12 Rer. Ital.], dopo molti ragionamenti con loro, e da loro regalato, ma riconosciuto per uomo instabile, sen venne alla volta di Bologna, dove dicono che segretamente si abboccò col cardinal Beltrando, con voce che gli promettesse di fargli avere Milano. Portatosi poscia a Milano, nel dì 14 d'agosto, fu amorevolmente accolto dal nipote Azzo, signore della città, e dai suoi fratelli Luchino e Giovanni, ai quali fece di gravi rimproveri, perchè lo avessero lasciato tanto tempo per ostaggio, senza pagare il convenuto danaro. Quindi si diede a grandeggiare in Milano; avea più seguito che lo stesso nipote Azzo; e fu creduto che gli volesse anche torre la signoria. Scrivono alcuni, che essendo ben uniti Azzo, Luchino e Giovanni, tra che gli andamenti di Marco erano loro sospetti, e il non potersi eglino dimenticare della rovina e prigionia lor procurata da esso Marco due anni prima, determinarono di sbrigarsene. Pietro Azario pretende [Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.] che Luchino non solamente niuna mano ebbe al fatto, ma ne restò fortemente irritato. Invitaronlo dunque ad un convito [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 133.], dopo il quale, chiamatolo in camera, fecero strangolar lui, e gittar giù dalle finestre il suo corpo nel dì 8 di settembre, oppure in altro giorno. Questo atto di gettarlo dalle finestre non par vero, stante l'onorevol sepoltura che i nipoti e i fratelli gli fecero dare. Altri dicono [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] che egli da sè stesso, credendo di salvarsi, si gittò giù, e morì di quel salto. Almeno fu sparsa questa voce. Passò anche male all'antipapa Niccolò, bene nondimeno, secondo il suo merito [Bernardus Guid., in Vit. Johann. XXII.]. Partito che fu il Bavaro da Pisa, quel popolo, non vedendo volentieri in lor casa un sì abbominevol mostro, gli fecero intendere che se n'andasse. Raccomandossi costui al conte Fazio di Donoratico, che il tenne occulto per alquanti mesi in un suo castello; ma, per paura che i Fiorentini l'avessero scoperto, e gliel togliessero, segretamente il ridusse di nuovo a Pisa nell'anno seguente, e tennelo appiattato in sua casa fino al dì quarto d'agosto. In fine, essendo traspirato dove egli era, si cominciò a trattare di darlo in mano di papa Giovanni, che fu lietissimo di questo regalo, e fece perciò molte grazie a' Pisani [Raynaldus, in Annal. Eccles. ad ann. 1330.]. Abiurati i suoi errori in Pisa, e ricevutane l'assoluzione, fu condotto in una galea a Marsilia, e di là ad Avignone, con una salva di villanie e maledizioni dovunque egli passava. Quivi pubblicamente davanti al papa in pubblico concistoro rinnovò la sua abiura; poscia posto in carcere, trattato come familiare, ma custodito qual nemico, da lì a tre anni diede fine a' suoi giorni. Ed ecco dove andò a terminare la detestabil tragedia di Lodovico il Bavaro contro della Chiesa romana. S'erano già tolte di sotto il dominio pontificio le città di Parma e Reggio [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Il cardinal Beltrando legato nel dì 19 di marzo fece oste contra queste città con ottocento cavalli e più di sedici mila fanti, dando il guasto a tutto il paese. I Correggieschi erano con lui. Orlando e Pietro de' Rossi teneano Parma, i Manfredi Reggio. Dovette seguire qualche accordo fra loro; imperciocchè nel dì 17 d'agosto chiamati a Bologna [Matth. de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 8 Rer. Ital.] il suddetto Orlando ed Azzo de' Manfredi, il legato, che non manteneva patti, se non quando gli tornava il conto, perchè non gli vollero dare l'intero dominio di Parma e Reggio, li fece imprigionare. Nel settembre rinnovò la guerra contro di quelle città, e bruciò i borghi di Reggio e quante ville potè. Nel novembre Marsilio e Pietro de' Rossi, irritati contro al legato per la prigionia d'esso Orlando, condussero il Bavaro a Parma, e da lui ottennero il vicariato di quella città. Nel dì 27 d'esso mese mise il Bavaro un suo vicario in Reggio.
Fecero pruova anche i Modenesi dell'infedeltà del legato [Johannes de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Italic.], il quale non volendo stare a' patti precedenti, in occasion delle guerre suddette, nel dì ultimo di giugno fece assediar Modena per quattro giorni. Accordo poi seguì nel dì 4 di luglio, essendo stati obbligati i Modenesi a ricevere di presidio cinquanta uomini d'armi del legato, e di concedergli la quarta parte del dazio delle porte [Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.]. Ma dacchè il popolo di Modena seppe che il Bavaro era venuto a Parma, ed avea posto presidio in Reggio, saltarono su molti amatori della parte dell'imperio, che cominciarono a consigliare che, giacchè Dio avea lor mandata la buona fortuna di potersi dare all'imperadore, non bisognava lasciarsi scappar dalle mani sì bella occasione. A piè pari vi saltò dentro il forsennato popolo; supplicò per aver presidio tedesco, ed ebbe la sospirata grazia, con inviar anche in dono al Bavaro tre mila fiorini d'oro: picciolo refrigerio alla sua sete. Il conte palatino di Turge, maresciallo del Bavaro, con ottocento cavalli la sera del dì 28 di novembre entrò in Modena, giorno felice, giorno beato. Non capivano in sè stessi i mal accorti Modenesi per l'allegrezza; corsero tutti a baciar l'armi e le vesti de' ben venuti Tedeschi; buona cena preparata per loro, e facevano ai pugni per averli cadauno in lor casa. Nel giorno seguente cominciarono questi onorati forestieri a visitar granai, cantine e fenili dei cittadini: tutto era roba loro, a sentirli parlare; e chi neppur intendeva il loro ferloccare, si accorgeva ai fatti che parlavano daddovero. Diedersi poi a spogliare il territorio, a mettere colte e taglie: ogni dì ce n'era una nuova; i poveri osti e bottegai perderono tutti la scherma: tante erano le avanie e maniere di rubare e di prendere tutto senza pagare, che adoperavano questi sottili ed inumani insidiatori delle sostanze altrui. Curiosa cosa e insieme compassionevole si è il racconto minuto che delle loro invenzioni e ribalderie fa Bonifazio Morano autore di veduta. Oh allora sì che proruppero i Modenesi in mirabili atti di pentimento; ma il fallo era fatto, e conveniva farne la penitenza. Anche lo spirituale di questa città andò tutto sossopra, perchè il Bavaro mandò a star qui nel dì undici di dicembre un certo Orlando vescovo tedesco, il quale, intitolandosi vicario dell'antipapa, afflisse in varie maniere il clero, e metteva all'incanto tutti i benefizii. Intanto nel dì 15 d'esso mese Guido e Manfredi de' Pii ottennero dal Bavaro il vicariato di Modena, e diedero principio alla lor signoria, ma senza poter mettere alcun freno all'indicibil ingordigia e disordine degli scapestrati Tedeschi. La Cronica Estense [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] mette sotto l'anno precedente che Ricciardo de' Manfredi occupò Faenza, e poi la diede al cardinale legato. Ma, secondo il Villani [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 140.] avendola esso legato assediata nel dì 6 di luglio, l'ebbe a patti, dopo venticinque giorni, nell'anno presente da Alberghettino de' Manfredi, al quale fece di grandi promesse, e intanto il volle confinato in Bologna. Ma perchè si scoprì nell'ottobre di quest'anno [Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.] in essa città di Bologna una congiura contra del legato per dar quella città al Bavaro, il medesimo Alberghettino con altri nobili primarii di Bologna ebbe tagliata la testa. Quando allora per semplici sospetti o per vendetta si volea torre taluno dal mondo, sempre era in pronto la voce e il processo d'una congiura. Può nondimeno essere che questa fosse vera; ma il legato era in poco buon concetto presso di tutti. Ucciso fu nel settembre di quest'anno Silvestro de' Gatti tiranno di Viterbo, e quella città coll'altre del Patrimonio e della Marca venne all'ubbidienza del cardinale Orsino legato del papa [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 143. Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.]. Esibirono più volte i Tedeschi del Ceruglio, dominanti in Lucca, ai Fiorentini quella città per danari; e questi, o per diffidenza della fede di quell'aspra gente, o perchè sperassero miglior mercato, non vi vollero giammai acconsentire. Udendo poi che i Pisani erano in trattato di comperarla per sessanta mila fiorini d'oro, ne sturbarono il contratto col fare gran guerra a Pisa, ed obbligar quel popolo a chiedere pace. Fecesi innanzi in questo mezzo Gherardino Spinola Genovese, e collo sborso di trenta mila fiorini (Giorgio Stella scrive [Georgius Stella, in Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.] settantaquattro mila), comperata da' Tedeschi la signoria di quella città, v'entrò nel dì 2 settembre: il che rincrebbe forte ai Fiorentini, nè vollero perciò dare ascolto alcuno alle proposizioni di pace loro fatte da esso Spinola. La suberbia e avarizia di quel popolo la vedremo ben gastigata, andando innanzi.
MCCCXXX
| Anno di | Cristo mcccxxx. Indizione XIII. |
| Giovanni XXII papa 15. | |
| Imperio vacante. |
Maggiormente risorse in quest'anno in Italia l'autorità di papa Giovanni, dacchè, tornato Lodovico il Bavaro in Germania, non v'era apparenza che gli tornasse voglia di rivedere l'Italia, dacchè colle passate azioni e colle sue infedeltà ed estorsioni avea troppo alienato da sè gli animi degl'Italiani. L'antipapa, siccome abbiam detto, andò a far penitenza de' suoi reati nella prigione avignonese. I marchesi estensi signori di Ferrara già s'erano riconciliati col pontefice. I Romani anch'essi ravveduti, con avergli spediti ambasciatori, gli prestarono la dovuta ubbidienza. I Pisani, pel servigio a lui prestato di dargli nelle mani il desiderato antipapa, ottennero quel che vollero da lui. Azzo Visconte signor di Milano, e Luchino e Giovanni suoi zii nell'anno addietro aveano fatto negozio con esso papa per guadagnar la sua grazia, con aver inviati ambasciatori e chiesto perdono, ed aver Giovanni deposta la porpora cardinalizia ricevuta dall'antipapa, ed abiurata la sua amicizia [Gualvaneus Flamma, Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.]. Ma pare che solamente nel febbraio di quest'anno, oppure più tardi, si desse compimento al loro trattato, giacchè gran merito s'era fatto esso Azzo col rivoltarsi contra del Bavaro. Fu perciò pienamente tolto l'interdetto a Milano, e Giovanni fu da lì a qualche tempo creato vescovo di Novara. Perciò la Dio mercè in Italia cessò lo scisma, e dappertutto Giovanni XXII era riconosciuto per vero e legittimo papa. Lo stesso Bavaro anch'egli si studiò di placarlo, con avere interposti alla corte pontificia i buoni ufizii di Giovanni re di Boemia, di Baldovino arcivescovo di Treveri e di Ottone duca d'Austria [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Esibiva egli di abolire tutti gli atti passati, di confessarsi reo, di riceverne la penitenza, purchè se gli conservasse l'imperio. Oh quest'ultimo non piaceva al papa, e perciò tutto il resto fu sprezzato, e continuossi a tenerlo per iscomunicato ed eretico. Ma con tutta questa depressione del Bavaro, ed esaltazione di papa Giovanni, non cessavano già in Italia le pestilenti dissensioni de' Guelfi e Ghibellini; e chiunque avea forza, cercava di stendere le fimbrie del suo dominio. Continuò dunque la guerra anche nell'anno presente, ma con pochi considerabili avvenimenti. Il cardinal legato Beltrando dal Poggetto inviò le sue genti a' danni dei Reggiani [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], le quali bruciarono molto di quel paese, con ridursi poi a Rubbiera. Ebbero i capitani d'essa armata un trattato, per cui a tradimento dovea essere loro data la terra di Formigine. Vennero essi perciò a quella volta nel dì 24 d'aprile con secento cavalli e quattrocento fanti [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 154.]; ma avutone sentor Guido e Manfredi de' Pii signori di Modena, arrivarono a tempo colle milizie per disturbar le faccende degli avversarii. Rimasero chiusi i papalini in un prato, circondato da fossi e paludi, di modo che, senza poter fare buona battaglia, nè fuggire, vi rimasero quasi tutti morti o prigionieri. Fra gli ultimi si contarono Beltramone e Raimondo del Balzo, e un fratello bastardo del re Roberto. Il primo era maresciallo dell'armata pontificia. Furono essi condotti prigioni a Modena [Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.], poi comperati per sei mila fiorini d'oro dai Rossi signori di Parma; e, per attestato di Matteo Griffone [Matth. de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.], servirono poi a liberar col cambio dalle carceri di Bologna Orlando Rosso ed Azzo Manfredi, iniquamente detenuti. Per questa perdita sbigottì molto il cardinal legato.
Ma giacchè abbiam parlato di Modena, convien ora aggiugnere, che continuando le innumerabili ruberie dei Tedeschi posti di guarnigione in questa città, con essere ridotti i cittadini a nulla avere che fosse suo, perchè quella bestial gente adoperava la mannaia (chiamata da essi la chiave dell'imperadore) per entrare dappertutto e prendere tutto, era ridotto il popolo alla disperazione, e gli pareva d'essere nel profondo dell'inferno. Trovò Manfredi de' Pii riparo a tanti guai, con fare che Marsilio de' Rossi vicario generale del Bavaro venisse in persona a Modena, e seco menasse via secento di questi manigoldi. Ce ne restarono trecento, i quali dipoi, il meglio che potè, tenne in freno la prudenza di Manfredi. Fece il legato capitan generale della sua armata Malatesta signore di Rimini, e nel dì 18 di giugno l'inviò a dare il guasto a Spilamberto. Dopo avere ricevuto soccorso di gente da Reggio e da Parma, andò la milizia di Modena [Johannes de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.] nel dì 24 a Piumazzo con pensiero di dar battaglia; ma i nemici si ritirarono, e recarono poi altri danni al Modenese, con venir anche alle lor mani la terra di Formigine. Compiè in questo anno il suddetto cardinal Beltrando l'inespugnabil castello, da lui fabbricato in Bologna, con molte torri, alte mura ed immense fortificazioni [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], e andò per la prima volta ad abitarvi. Dava egli ad intendere ai buoni Bolognesi che non avea quella fabbrica da servire per lui, ma bensì al papa, che era risoluto di venire in Italia, e di mettere la sua residenza in quella città: cosa che produrrebbe inesplicabil vantaggio ai cittadini, e farebbe correre fiumi d'oro e d'argento per le loro strade. La verità era, ch'egli solamente intendeva di assicurar sè stesso, e di mettere i ceppi a quella potente città. Si prevalsero di queste congiunture i marchesi estensi, divenuti amici del pontefice e del legato, per occupare ai Modenesi la terra del Finale nel dì 27 di luglio. Nel mese d'ottobre cavalcò il maresciallo della Chiesa colle sue genti sul Modenese, e prese le mercatanzie che venivano da Mantova a Modena. Ciò riferito a Modena, uscì armato il popolo, e mise il nemico in rotta, con ricuperar tutto, e condurlo trionfalmente in città. Sul principio di giugno riuscì ai Parmigiani di togliere al legato Borgo S. Donnino [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 158 e 166.]. Impadronironsi anche i Fiorentini di Monte Catino, castello de' Lucchesi, e corsero fino alle porte di Lucca, colla presa d'alcune altre castella di quei contorni. Videsi una scena nuova in Italia nell'anno presente. Dei due fratelli Alberto e Mastino dalla Scala signori di Verona, Padova e d'altre città, il primo, tenendo sua stanza in Padova, attendeva, siccome uomo pacifico, a darsi bel tempo. Mastino, persona bellicosa e feroce, tutto era applicato alla guerra. Ricorsero a lui per aiuto i Ghibellini usciti di Brescia [Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.]; ed egli, presa la lor protezione, per isperanza di ridurre alla sua ubbidienza quella città, entrò nel mese di settembre sul Bresciano, e dopo aver occupata a poco a poco una gran quantità di castella, finalmente imprese l'assedio della città stessa [Cortus., tom. 12 Rer. Ital.]. Accadde che in questi tempi venne a Trento Giovanni conte di Lucemburgo e re di Boemia, figliuolo del già imperadore Arrigo VII, per alcuni suoi importanti affari, dicono del matrimonio di Giovanni suo picciolo figliuolo con una figlia del duca di Carintia [Bonincontr. Morigia, Chron. Mod., tom. 12 Rer. Italic.]. Trovandosi alle strette il popolo guelfo di Brescia, gli spedì ambasciatori, offerendogli il dominio della loro città, sua vita natural durante, e con patto di non introdurre in città i Ghibellini senza il consenso del loro consiglio generale, ch'egli non penò molto ad accettare. Rimandò intanto quegli ambasciatori a Brescia con trecento de' suoi cavalli, e fece intimare a Mastino di non molestar quella città, perchè era cosa sua. Mastino si ritirò, e Giovanni dipoi nell'ultimo dì di dicembre arrivò con più di quattrocento cavalli a Brescia, dove con eccessi di gioia e sommo onore fu ricevuto. Mastino non si fece poi pregar molto a rendergli le terre tolte ai Bresciani, ma con riceverne la promessa di rimettere in città gli usciti ghibellini. Quali conseguenze avesse un così inaspettato avvenimento, lo vedremo all'anno seguente. Secondo la Cronica di Giovanni da Bazzano [Johann. de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.], nel dì primo di novembre fu dato il dominio della città di Cremona a Marsilio de' Rossi signore di Parma.
MCCCXXXI
| Anno di | Cristo mcccxxxi. Indiz. XIV. |
| Giovanni XXII papa 16. | |
| Imperio vacante. |