La venuta in Italia di Giovanni re di Boemia diede allora e dà tuttavia da astrologare ai politici ed agli storici. Pretende il Rinaldi [Raynaldus, in Annal. Eccles. ad ann. 1330, num. 39.] ch'egli, siccome attaccato forte agli interessi di Lodovico il Bavaro, per consiglio e col consenso di lui venisse a sostenere il partito de' Ghibellini: cosa da lui meditata molto prima dell'acquisto di Brescia. V'ha ancora chi il pretende venuto come vicario d'Italia per esso Bavaro: il che nondimeno è falso, non apparendo ch'egli usasse giammai questo titolo. Altri poi pretendono [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 173.], che quantunque papa Giovanni con sue lettere pubblicasse che quel re di suo assenso non fosse entrato in Italia, e mostrasse di disapprovarlo, pure segretamente se l'intendesse con lui, e gradisse i suoi progressi. Questi misteri non è facile il dicifrarli. Sembra che sulle prime il Bavaro solamente si tenesse indifferente al veder Giovanni divenuto signor di Brescia, ma che poi gl'increscesse non poco il maggior innalzamento suo, e ne procurasse la rovina. All'incontro, può essere che sul principio il papa niuna mano avesse a farlo calare in Italia; ma, andando innanzi, si compiacesse della di lui grandezza, perchè sempre più veniva a tener lontano dall'Italia l'odiato Bavaro, benchè egli mostrasse il contrario, per non disgustare il re Roberto, aspirante anch'esso all'italico regno. Sia come essere si voglia, piantato che fu in Brescia il re Giovanni, senza badare alle promesse fatte a que' cittadini, richiamò colà tutti i Ghibellini fuorusciti, e volle che nella città fosse pace ed unione fra tutti, per quanto fu in sua mano: del che gli venne gran lode per tutta Lombardia. Azzo signor di Milano corse tosto a visitarlo per rinnovar la buona amicizia stata fra l'imperadore Arrigo VII di lui padre e la città de' Visconti, e gli portò anche di molti regali [Bonincontr. Morigia, Chron. Modoet., tom. 12 Rer. Ital.]. Era la città di Bergamo in gran confusione e guerra civile per le fazioni. S'avvisò ancora quel popolo che questo principe, il quale niuna parzialità mostrava per le pazze sette degl'Italiani, sarebbe efficace medico alla grave sua malattia, e gli spedì ambasciatori, con sottomettersi al suo dominio, nel dì 12 di gennaio. Giovanni anche in quella città rimise la buona armonia e pace. Con questa paterna cura e fama di esatta giustizia tal credito s'acquistò egli, che Crema e Cremona da lì a poco il vollero per loro signore. Anche Ravizza Rusca signore di Como gli aveva promesso il dominio di Como, ma poscia il burlò [Gazata, Chronic. Regiens., tom. 18 Rerum Ital. Bonincontrus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Se crediamo a Galvano Fiamma [Gualvaneus Flamma, de Gest. Azon, tom. eod. Idem., in Manipul. Flor., cap. 369.], lo stesso Azzo Visconte nel dì 8 di febbraio per decreto del popolo milanese a lui sottopose Milano, e prese il titolo di suo vicario. Così nel mese di febbraio Pavia, Vercelli e Novara, senza ch'egli lo cercasse, inviarono ambasciatori a dargli la signoria delle loro città. Da' Reggiani [Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.], Parmigiani, Modenesi, Mantovani e Veronesi gli vennero ambascerie, desiderando tutti di aver buona amicizia con lui. Nel dì 2 di marzo si portò egli a Parma, e da lì a tre dì nel pubblico consiglio fu proclamato signore di quella città: dopo di che fece rientrare in casa i Correggieschi e gli altri fuorusciti guelfi. Medesimamente essendo venuto nel dì 15 d'aprile a Reggio, quel popolo fece delle pazzie d'allegrezza, e gli conferì il dominio della città, sperando, anzi chiedendo ad alte voci, che deponesse i Manfredi e Fogliani, signoreggianti in essa. Giunto a Modena, qui ancora nel consiglio generale fu accettato per signore. Un incanto sembrò questa mutazione. Strana cosa tuttavia non dee parere, come per tutta Italia, senza altro esame, ognun prendesse inclinazione a questo principe e re straniero, imperocchè tutti si figuravano sotto il di lui governo di vedere estinte le fazioni, e di godere una dolce soavità di pace.
Crebbe poi la maraviglia, perchè avendo i Fiorentini [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 170.] continuato e maggiormente stretto l'assedio di Lucca mercè degli aiuti di gente loro inviata dal re Roberto, dai Sanesi e Perugini, quando erano sul più bello di conquistar quella città, ed aveano anche trattato segreto coi maggiori di Lucca; Gherardino Spinola signore di quella città, accortosi della mena, mandò tosto suoi ambasciatori al suddetto re di Boemia, pregandolo di accettar la signoria di Lucca con certi patti, fra' quali verisimilmente non mancò quello di restare vicario di lui in essa città. Non perdè tempo il re Giovanni ad inviare ambasciatori al campo de' Fiorentini, pregandoli di levarsi di là, perchè Lucca era sua città. Fu risposto che quell'impresa si faceva a petizione del re Roberto; e che perciò non poteano distorsene. Ma poscia, udito che Giovanni facea marciare ottocento cavalieri per dar soccorso a Lucca, e trovandosi discordia nell'esercito loro, si ritirarono nel dì 25 di febbraio da quell'assedio. Arrivarono poi nel dì primo di marzo gli ottocento cavalieri del re di Boemia a Lucca; e il primo a provare quanto fossero mal fondate le sue speranze nel Boemo, fu lo stesso Gherardino Spinola, perchè niun patto fu a lui mantenuto, e gli convenne uscir di quella città, piagnendo la perdita di essa e del tanto danaro impiegato per comperarsi un crepacuore. Anche i Modenesi e Reggiani tardarono poco a disingannarsi [Gazata, Chron. Regiens, tom. 18 Rer. Ital.]. Nè quelli voleano per padroni i Pii, nè questi i Fogliani e Manfredi; da tale speranza mossi s'erano dati al re di Boemia; ma il re per danari li confermò per suoi vicarii in queste città, e il più bello fu che il danaro pagato da essi per continuar nel dominio fu cavato con una colta messa alle borse del medesimo popolo, il quale li volea deposti. Accadde inoltre, che venuto esso re Giovanni a Modena [Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.], si portò, accompagnato dal marchese di Monferrato e dal conte di Savoia, nel dì 16 d'aprile a Castelfranco ad un abboccamento col cardinale legato Beltrando dal Poggetto. Ebbero fra loro un lungo secreto colloquio; e perchè non bastò quel giorno a smaltire tutti i loro interessi, nel dì seguente tornarono a vedersi in Piumazzo, e non fu men lungo dell'altro il ragionamento loro. Non traspirò di che trattassero; ma seguirono tra loro molte finezze e un buon concerto; e furono osservati partirsi l'uno dall'altro molto allegri e contenti. Bastò questo, perchè allora i principi d'Italia aprissero gli occhi e prendessero in diffidenza non solo il Boemo, ma il papa stesso, deducendo da questi andamenti che fossero ben d'accordo e collegati insieme esso pontefice e il re; e che le lor mire fossero di assorbire, sotto lo specioso titolo di metter pace, l'Italia tutta. I primi dunque a far argine a questi occulti disegni, furono i marchesi estensi signori di Ferrara, Mastino dalla Scala signor di Verona e d'altre città, i Gonzaghi signori di Mantova, ed Azzo Visconte signor di Milano, tutti molto adombrati all'osservare quasi in un momento cresciuta cotanto la potenza del re Giovanni in Italia, e la sua unione col legato pontificio. A questo fine nel dì 8 d'agosto stabilirono fra loro in Castelbaldo una lega difensiva ed offensiva. Anche i Fiorentini adirati non solo per questo contra del Boemo, ma anche perchè era figliuolo d'Arrigo VII già lor fiero nemico, e perchè avea lor tolto, per così dire, di bocca il tanto sospirato acquisto di Lucca, s'accostarono nell'anno seguente a questa lega; anzi mossero tanti sospetti in cuore del re Roberto, che il trassero nella medesima alleanza. Sicchè, con istupore d'ognuno, si vide questa gran mutazione in Italia, cioè Guelfi e Ghibellini divenuti ad un tratto tutti uniti per abbassare il re di Boemia ed il frodolento legato. Diedero parimente nell'occhio a Lodovico il Bavaro questi rigiri ed ingrandimenti d'esso re in Italia; e però cominciò ad attizzar contra di lui i re di Polonia e d'Ungheria, e il duca d'Austria, i quali poi nel novembre dell'anno presente gli mossero guerra, e recarono immensi danni ai di lui Stati della Germania.
Fece intanto il re Giovanni venire in Italia Carlo suo figliuolo primogenito, che con un grosso corpo di combattenti arrivò a Parma, ed egli appresso nel mese di giugno, oppure sul principio di luglio, lasciato in Parma il giovinetto figliuolo sotto la cura di Lodovico di Savoia [Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 181. Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Italic.], marciò ad Avignone per tessere col papa e col re di Francia grandi tele, cioè, secondo le apparenze, per soggiogar la Italia ed innalzar la sua casa, oppur quella di Francia, sulle rovine del Bavaro. Questi suoi passi maggiormente convinsero i principi d'avere un pericoloso nemico in casa; ed accertossene anche il re Roberto, perchè nel mese di settembre Teodoro marchese di Monferrato, collegato del re Giovanni, gli tolse la città di Tortona colle rocche, e ne cacciò la di lui guarnigione con suo danno e vergogna. La ricuperò poi Roberto nell'anno seguente. Prosperarono in quest'anno gli affari del cardinale legato in Romagna. Nel dì 3 di maggio, secondo la Cronica di Cesena [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.], Malatesta figliuolo di Pandolfo, anteponendo all'amore della sua casa i proprii vantaggi, si accordò con esso cardinale a' danni di Ferrantino Malatesta, signore di Rimini, e degli altri suoi parenti [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 179. Cronica Riminese, tom. 15 Rer. Ital.], e l'aiutò a scacciarli da quella città. Egli in ricompensa fu creato capitan generale della armata pontificia, ed assediò le castella dove si erano ritirati i medesimi suoi parenti, trattandoli da nemici capitali. Si meritò per questo il soprannome di Guastafamiglia. Poscia il cardinale, giacchè, a riserva di Forlì, tutte le altre città della Romagna erano alla loro ubbidienza, raunò una possente oste della sua gente e di tutti i Romagnuoli, e mise l'assedio ad essa città di Forlì, devastando il territorio all'intorno. Erane signore Francesco degli Ordelaffi dopo la morte di Cecchino, accaduta in quest'anno. Quivi fabbricate alcune bastie, acciocchè tenessero bloccata quella città, tornò poscia l'armata a' suoi quartieri. Abbiamo dalle Croniche di Bologna [Chronic. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.] che nel mese di novembre gli Ordelaffi fecero pace col legato; e, cedutogli Forlì, egli vi pose un governatore. Ma secondo le stesse ed altre Croniche [Chron. Caesenat., tom. 14 Rer. Ital.], pare che questa cessione si compiesse nel dì 26 di marzo dell'anno seguente, e che, in ricompensa di essa, il legato investisse Francesco degli Ordelaffi della città di Forlimpopoli. Cotante belle parole seppe poi dire il medesimo cardinale legato al popolo di Bologna, che l'indusse nel mese di novembre a dargli più ampio dominio nella loro città, e ad inviare ambasciatori a papa Giovanni, per dichiarare che Bologna perpetuamente sarebbe della Chiesa romana. Altrettanto fecero dal canto loro, se pure è vero, i Piacentini [Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.]. Nel dì 26 di luglio del presente anno, trovandosi molto sconciata dalle discordie civili la città di Pistoia [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 186.], i Fiorentini, mossi da spirito di carità, ma non cristiana, spedirono colà cinquecento lancie e mille e cinquecento pedoni, che corsero la città, gridando: Vivano i Fiorentini. Si fecero dare la signoria d'essa città per un anno, e poi nell'anno seguente vi cominciarono un forte castello per più sicurtà della terra, diceano essi; e voleano dire, per seguitar sempre ad esserne padroni. Nuova guerra insorse quest'anno fra i Catalani e i Genovesi [Georg. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 188.]. Lamentavansi i primi che i Genovesi, i quali erano da gran tempo in credito di fare i corsari, quando se la vedeano bella, avessero recato di gravi danni ai loro legni. Il perchè con una flotta di quarantadue galee e di trenta navi armate, venuti alle due riviere di Genova, vi guastarono e bruciarono molti luoghi. Cagione fu questo loro insulto che i Guelfi dominanti in quella città, e i Ghibellini fuorusciti, padroni di Savona e d'altre terre, che già avevano fatta tregua fra loro, trattassero d'accordo e pace. A questo fine amendue le parti spedirono ambasciatori al re Roberto signore della città, che vi acconsentì nel dì 2, oppure 8 di settembre, ma di poco buona voglia; perchè fra le condizioni v'era che tutti i suddetti Ghibellini rientrassero in Genova e si accomunassero gli uffizii; e il re dubitava della lor forza, e più dell'animo loro.
MCCCXXXII
| Anno di | Cristo mcccxxxii. Indiz. XV. |
| Giovanni XXII papa 17. | |
| Imperio vacante. |
Benchè i marchesi d'Este Rinaldo, Obizzo e Niccolò, signori di Ferrara, si fossero molto prima d'ora concordati con papa Giovanni, pure solamente in quest'anno fu dato compimento ad essa concordia. Nel mese di giugno vennero le bolle del vicariato di Ferrara, loro conceduto da esso pontefice [Matth. de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.], con obbligo non di meno di rimettere in mano del cardinale legato la terra ossia la città d'Argenta. Diede esecuzione esso legato alle lettere papali, riebbe Argenta, e nel febbraio seguente fu levato l'interdetto dalla città di Ferrara [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Che frutto ricavassero da questo accordo i marchesi, lo vedremo all'anno seguente; intanto abbiamo, che essi si spogliarono della suddetta Argenta; il legato promise loro gran cose, e nulla poi attenne. Parlano gli Annali Bolognesi delle feste e falò fatti in Bologna, perchè nello stesso mese di febbraio vennero lettere pontificie che assicuravano quel molto credulo popolo, come era risoluta la venuta del pontefice in Italia, e fissata la sua residenza in quella città [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 199.]: tutte cabale del cardinale Beltrando dal Poggetto, il quale creato conte della Romagna e marchese della marca d'Ancona, ad altro non attendeva che a stabilir bene in suo pro que' principati, anzi ad accrescerli, e macchinava tutto dì la rovina de' marchesi estensi e degli stessi Fiorentini, e di chiunque si mostrava contrario a Giovanni re di Boemia, seco collegato. Tenne poscia nel dì 18 di marzo un general parlamento in Faenza [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.], e nel dì 26 andò a prendere il possesso di Forlì, sicchè in Romagna non vi restò città o signore che non fosse ubbidiente a' suoi cenni. Ma perciocchè in Bologna i saggi si vedevano alla vigilia di perdere affatto l'antica libertà, e di divenire schiavi perpetui del legato, tra pel giogo imposto loro col fortissimo castello quivi fabbricato, e per la lega contratta da lui col re di Boemia, probabilmente loro scappò detta qualche parola non ben misurata, per cui, insospettitosi il cardinale, finse di voler parlare con Taddeo de' Pepoli, Bornio de' Samaritani, Andalò de' Griffoni e Brandalisio de' Gozzadini, cittadini potenti di quella città, e li trattenne prigioni. Se non li rilasciava presto, già il popolo avea cominciato a tumultuare, ed era imminente una gran sedizione. Abbiamo dal Villani [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 211.] che nel novembre il re Giovanni di Boemia andò ad Avignone per abboccarsi col papa: del che ebbe gran gelosia il re Roberto, e voleva impedire la di lui andata. Ma piacque il contrario al pontefice, il quale fece due diverse figure, mostrando di esser in collera col Boemo, e sgridandolo per gli acquisti fatti in Italia, quando nello stesso tempo per quindici dì era ciascun giorno a segreto consiglio con lui, e fece varie ordinazioni, che col tempo vennero alla luce. Tutto era allora simulazione e dissimulazione in quella corte; e di questa arte poi poteva leggere in cattedra il cardinale Beltrando legato di Bologna, Romagna e marca d'Ancona. Intanto i principi di Lombardia collegati contra del re di Boemia non istavano oziosi. Secondo i patti della lega, che la Cronica di Verona [Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.] dice fatta, o confermata nel dì 22 di novembre di quest'anno, ad Azzo Visconte, pel partaggio fatto tra loro [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], dovea toccare Bergamo e Cremona; ad Alberto e Mastino dalla Scala, Parma; ai Gonzaghi, Reggio; e Modena ai marchesi estensi. Mastino dalla Scala avea già ricevute segrete lettere dai primati guelfi di Brescia [Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital. Johannes de Bazano, tom. 9 Rer. Italic. Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Ital.], che l'invitavano all'acquisto di quella città, disgustati dal re di Boemia, per aver egli contra i patti fabbricata quivi una fortezza, ed impegnata la riviera di Garda ai nobili da Castelbarco; avea anche donate varie castella di quel distretto a' suoi uffiziali, e staccata la giurisdizione di Val Camonica dalla città. Ora Mastino, messi in campagna due mila scelti cavalli e gran corpo di fanteria, parte de' quali era di Obizzo marchese d'Este [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], che accorse in persona ad aiutar Mastino, e fingendo che venissero da Asola, terra allora posseduta dal legato sui confini del Bresciano, sotto il comando di Marsilio da Carrara li fece la mattina del dì 15 di giugno arrivare alle porte di Brescia [Bonincontr. Morigia, Chron. Mod., tom. 9 Rer. Ital.]. Portavano finte bandiere della Chiesa, e gridavano: Viva la Chiesa. Furono tosto in armi i Guelfi della città, e corsero ad aprire per forza la porta di San Giovanni, per cui entrata la gente di Mastino, cominciò a gridare: Viva la Chiesa, e muoia il re. Allora si rifugiarono nel castello i soldati del re Giovanni; ma perchè non era esso ben provveduto, e si diede un feroce assalto a quegli uffiziali, non già coll'armi, ma coll'esibizion di danaro [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 203.], nel dì 4 di luglio lo renderono, e se n'andarono pei fatti loro. I Ghibellini di quella città, fuorchè pochi scappati nel castello, se ne stavano quieti; ed ancorchè sentissero gridare: Viva Mastino dalla Scala, si credevano assai sicuri al sapere che lo Scaligero era gran caporale della lor fazione, ma restarono ingannati. Mastino, che non ascoltava se non i consigli della propria ambizione, li sagrificò all'odio de' Guelfi (così d'accordo ne' patti); cioè permise che per tre giorni i Guelfi infierissero contra d'essi Ghibellini [Chronic. Veronense, tom. 8 Rer. Ital.], molti de' quali rimasero uccisi, e gli altri forzati a fuggire fuori della città. Una gran percossa ebbe in tal congiuntura la già sì potente famiglia de' Maggi. Così la nobil città di Brescia venne in potere dei signori dalla Scala.
Sconvolta era eziandio la città di Bergamo per le fazioni civili [Gualvaneus Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.]. Azzo Visconte signor di Milano nel mese di settembre si portò coll'esercito suo colà, e nel dì 27 di quel mese (non so se per assedio o per amichevol trattato) ne acquistò la signoria, togliendola alle genti del re di Boemia. Nella Cronica Estense [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] è scritto che vi perirono molti dell'armata sua. Egli poi v'introdusse i Rivoli ed altri fuorusciti, e volle che fosse pace fra tutti: dal che gli venne gran lode. Erasi mosso da Parma Carlo figliuolo del re boemo, por dar soccorso a Bergamo; ma, per paura d'azzardar troppo, se ne tornò indietro. Nello stesso settembre [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 203.] il Visconte, gli Scaligeri, i marchesi estensi e i Gonzaghi strinsero la lega col comune di Firenze e col re Roberto: tutti contro al Bavaro e al re di Boemia, e a chi desse loro aiuto e favore, facendosi gl'Italiani segni di croce al mirare in lega potenze dianzi sì nemiche e di mire affatto opposte. Pensavano anche i marchesi estensi alla conquista di Modena, destinata ad essi in lor parte. Nè mancava la pazza discordia di malmenare ancora questa città. Già ne erano esclusi e fuorusciti i nobili Rangoni, Grassoni, Boschetti e signori da Sassuolo. Nel gennaio di questo anno erano stati mandati a' confini altri nobili [Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.], ed altri verso il dì 22 di giugno malcontenti se ne fuggirono. Ritirossi Nicolò da Fredo a Spilamberto, e quei dalla Mirandola e da Magreta alle lor terre, che si ribellarono contra della città. Sul fine di settembre Rinaldo marchese d'Este con Alberto dalla Scala e Guido da Gonzaga entrò sul Modenese, guarnito d'un copioso esercito; mise l'assedio al castello di San Felice con sette mangani che continuamente flagellavano quella terra. Nello stesso tempo il grosso della loro armata venne sino ai borghi di Modena, prendendo varii luoghi fra la Secchia e il Panaro. Aggiugne il Villani che, dopo aver Azzo Visconte tentato di prendere Cremona [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 207.], ma con restarne cacciate le sue genti che in parte vi erano entrate, cavalcò anch'egli dipoi sotto Modena con mille e cinquecento cavalieri, e vi stette intorno per venti dì, guastando tutti i contorni: per la qual cosa il legato, che era in Romagna, corse tosto a Bologna per paura di perdere quella città. Manfredi de' Pii sì bravamente difese Modena [Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.], che veggendo i collegati di buttare il tempo, se ne tornarono indietro [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Si ridusse il marchese Rinaldo sotto San Felice, il cui assedio continuava. Erano i Ferraresi vicini ad impadronirsene, quando Alberto dalla Scala, per segrete preghiere di Manfredi de' Pii, se n'andò con sua gente. Ma, udita che ebbe Mastino la vergognosa ritirata del fratello, spedì altra fanteria e cavalleria in sussidio dell'Estense. Seguitò l'assedio sino al dì 25 di novembre, in cui ebbe un funesto fine per li Ferraresi. Imperciocchè Manfredi de' Pii, raccomandatosi al legato, e ad Orlando Rosso di Parma e ai Manfredi di Reggio, ebbe un possente soccorso di cavalleria da tutte le parti, e in persona venne in aiuto suo Carlo figliuolo del re Giovanni, e Pietro e Marsilio de' Rossi [Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital. Cortus. Hist. tom. 12 Rer. Ital.]. Con questi rinforzi tutto il popolo di Modena atto all'armi marciò a San Felice. Andò il guanto della battaglia, che da Giovanni da Campo San Piero generale de' marchesi fu accettato; e nel dì suddetto, festa di santa Caterina, si azzuffarono le armate. Durò il fiero ed ostinato combattimento da terza fino alla sera, ora rinculando gli uni ed ora gli altri; in fine perchè le fanteria modenese attese a scannare i cavalli nemici, restò sconfitta l'oste de' marchesi, fatto prigione il Campo San Piero lor generale con assaissimi altri, e tutto il loro equipaggio co' militari attrezzi venne alle mani de' vincitori. Circa ottocento cavalieri fra l'una parte e l'altra rimasero estinti sul campo; e fu creduto che da gran tempo sì crudel battaglia non fosse succeduta [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. In così felice giornata il principe Carlo fu fatto cavaliere da un Tedesco, ed egli compartì lo stesso onore a Manfredi de' Pii, a Giberto da Fogliano, e a Nicolò e Pietro de' Rossi. S'impadronì in quest'anno Azzo Visconte dell'importante castello di Pizzighettone sull'Adda nel dì 22 di settembre, e verso il fine di novembre [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 210.] cavalcò colle sue milizie a Pavia, ed, assistito dai nobili da Beccheria, v'entrò e corse la città. Non potendo resistere alla di lui forza le masnade del re Giovanni, si ridussero nel castello già fabbricato da Matteo Visconte, e vi si sostennero sino al venturo marzo, siccome diremo. Parimente in quest'anno a' dì 22 di maggio Giovanni Visconte, zio di esso Azzo, già creato vescovo di Novara [Corio, Istoria di Milano. Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 370.], ebbe maniera di cacciar da quella città i Tornielli, che ne erano padroni, e si fece anche proclamar signore in temporale della città suddetta, dove richiamò tutti gli usciti, e rimise la pace da gran tempo perduta. Ma esser potrebbe che questo fatto appartenesse agli anni seguenti, siccome si ha dagli Annali Milanesi [Annal. Mediol., tom. 15 Rer. Ital.]. Lo stesso Galvano Fiamma, che nel Manipolo dei Fiori racconta ciò all'anno presente, in altra sua opera [Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.] ne favella al seguente. Aveano i Pisani tolta a' Sanesi la città di Massa in Maremma; ma essendo essi all'assedio di un castello [Chron. Sanense, tom. 15 Rer. Ital.], i Sanesi coll'esercito loro nel giorno 16 di dicembre diedero loro una sconfitta con grave loro danno, e con far prigione Dino dalla Rocca lor capitano.