Anno diCristo mcccxxxiii. Indiz. I.
Giovanni XXII papa 18.
Imperio vacante.

Per la vittoria riportata nel precedente novembre dal principe Carlo a San Felice colla sconfitta dell'esercito estense [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], Beltrando cardinale legato, siccome persona di niuna fede, dimenticando l'investitura di Ferrara data agli Estensi, si figurò venuto il beato giorno di aggiugnere ancor quella città alle sue conquiste. Però fece muover guerra dagli Argentani a' Ferraresi nel mese di gennaio, e poco appresso, senza disfida alcuna, anche egli spedì le sue genti a dare il guasto al territorio di Ferrara. Avvenne che nel dì 6 di febbraio stando il marchese Niccolò a Consandolo [Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.], facendo la guardia a quella Stellata, arrivarono colà le milizie del legato, e diedero battaglia. Accorse armato il marchese; ma, cadutogli il cavallo in un fosso, fu preso e condotto con altri nelle carceri di Bologna, e la Stellata venne in poter de' nemici. Questo felice colpo facilitò all'armata pontificia il passaggio del Po; e però senza contrasto giunse fin sotto Ferrara, e postatasi nel borgo di sotto e sul Polesine di Santo Antonio, cinse quella città d'assedio. Tutti i primati della Romagna colle genti di quella provincia e di Bologna, per ordine del legato, vennero a quell'impresa. Un grosso naviglio ancora fu spedito per Po a' danni di quella città, che venne bersagliata dalle macchine militari, e tentata con varii assalti per più di nove settimane. Implorarono in tante angustie i marchesi il soccorso de' principi confederati, i quali, perchè troppo premeva loro che non cadesse nelle mani dell'ambizioso legato così importante città, vi spedirono cadauno un corpo di cavalleria e fanteria. Ne mandò Azzo Visconte lor cugino, ne mandarono i Gonzaghi, i Fiorentini, ma più Mastino dalla Scala. Appena furono entrati in Ferrara questi rinforzi, che, tenuto consiglio di guerra, fu risoluto di dare nel dì seguente addosso a' nemici. Però nel felicissimo giorno 14 d'aprile il marchese Rinaldo, lasciato alla guardia della città il marchese Obizzo suo fratello, fu il primo ad uscire coi coraggiosi Ferraresi, e percosse nei nemici [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital, Chron. Bononiense, tom. eodem. Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.]. Gli tennero dietro tutti gli altri campioni, e sì vigoroso fu l'assalto, che in breve andò in rotta tutto il potente campo pontificio con vittoria sì segnalata, che fu comparabile colle migliori di quel secolo. Alcune migliaia di persone vi restarono uccise od annegate, prese più di due mila, guadagnati duemila cavalli, con immenso bottino di bagaglio, armi ed arnesi da guerra, e gran quantità di navi. Fra i prigioni si contarono il conte d'Armignacca venuto di Francia per maresciallo dello esercito papale, due nipoti del legato, l'uno dei quali suo camerlengo, Malatesta e Galeotto da Rimini, Ricciardo e Cecchino de Manfredi da Faenza, Ostasio da Polenta da Ravenna, Francesco degli Ordelaffi da Forlì, i conti di Cunio e Bagnacavallo, Lippo degli Alidosi da Imola, tutti gran signori sotto l'ubbidienza del legato, ed altri nobili di Bologna e Romagna. L'avvocato di Trivigi conferì in sì felice giornata l'ordine della cavalleria al marchese Rinaldo, ed egli poi fece cavalieri il marchese Obizzo suo fratello ed altri suoi parenti. Paga doppia fu sborsata ai soldati, e nel dì 18 di giugno le genti dei marchesi diedero una rotta anche agli Argentani e ad altra gente del legato: del che fu gran rumore ed urli in Argenta.

Considerabil perdita fece nella sconfitta di Ferrara il cardinal legato; e pure peggiori ancora ne furono le conseguenze [Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.]. De' prigioni fatti, e tutti ben trattati, ritennero i marchesi estensi il solo conte di Armignacca, che dopo trentatrè mesi di prigionia col pagamento di cinquanta mila fiorini d'oro si riscattò. I nipoti del legato con altri nobili guasconi furono cambiati col marchese Niccolò, che era prigione in Bologna. Tutti gli altri gran signori della Romagna ebbero da lì a non molto la libertà senza riscatto veruno, ma con segreti patti e promesse fatte ai marchesi, che vennero presto alla luce, benchè fingessero di essere liberati collo sborso di molta moneta, mostrandosi poi corrucciati contro al legato, che un soldo non volle spendere per la loro liberazione. Ora Malatesta e Galeotto dei Malatesti [Chron. Caesen., tom. 14, Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], dacchè furono liberi, segretamente fecero pace e lega con Ferrantino e cogli altri della lor casa; e nel mese d'agosto diedero principio alla ribellione contra del cardinale legato, assistiti da varii rinforzi venuti loro da Arezzo, dalla Marca e da Ferrara. Presero tutto il contado di Rimini, e nel dì 17 di agosto assediarono la stessa città, dove entrarono vittoriosi nel dì 22 di settembre, con ispogliare e cacciarne il presidio del legato. Nello stesso tempo Francesco degli Ordelaffi [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 226.] penetrato occultamente entro un carro di fieno in Forlì, e, mossa a rumore la terra, se ne impadronì nel dì 12, oppure 19 dello stesso settembre, e pienamente ancora ebbe il dominio di Forlimpopoli. Parimente Ghello da Calisidio nel dì 25 del medesimo mese fece rivoltar Cesena. La guarnigion pontificia si rifuggì nel forte castello, e lo difese sino al giorno 4 del seguente gennaio, in cui a buoni patti lo rendè agli assedianti. E tuttochè, il legato con un esercito di due mila cavalli e sei mila pedoni entrasse nel territorio di Cesena, e vi prendesse molte castella, pure niun tentativo fece per ricuperar quella città. Poscia nel mese di ottobre Ostasio e Ramberto da Polenta occuparono Ravenna, Cervia e Bertinoro, ed apertamente si ribellarono al cardinale legato. Ecco i frutti della guerra da lui mossa contro la buona fede ai marchesi di Ferrara [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]; i quali nel novembre di quest'anno mandarono un grosso esercito per terra e per Po addosso alla città d'Argenta. Perchè il ponte fabbricato da quel popolo non si potè rompere con tutte le pruove dell'armi, il marchese Rinaldo, fatta tagliare gran copia di salici, la lasciò andar giù per la corrente del fiume; e questa affollata al ponte, tenendo in collo l'acqua, lo ruppe in fine. Dopo di che si formò l'assedio di quella città, che durò sino all'anno seguente.

Si vide sconvolta Roma in questi tempi per le nemiche fazioni de' Colonnesi ed Orsini. Furono uccisi a tradimento Bernardo e Francesco Orsini da Stefano dalla Colonna figlio di Sciarra [Raynaldus, in Annal. Eccles., n. 25. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 220.]. Corse colà Giovanni cardinale Orsino, legato apostolico in Toscana, ed, abusandosi della sua autorità, fece colle forze della Chiesa, viva guerra ai Colonnesi, del che fu ripreso da papa Giovanni, con ordinargli di ritornare al suo uffizio. Una fierissima disavventura occorse nel giorno primo di novembre alla città di Firenze, creduta da alcuni gastigo di Dio, per l'enorme dissolutezza che regnava allora in quella città [Giovanni Villani, lib. 11 cap. 1.]. Essendo caduto uno smisurato diluvio d'acque, l'Arno spaventosamente si gonfiò, ed, uscito degli argini, inondò gran tratto di paese. Seco trasse alberi e legnami in tal copia, che fatta rosta ai ponti di Firenze, li fracassò, ed altamente allagò la maggior parte della città e il territorio tutto fino a Pisa. Inestimabile fu il danno recato a quella città e a tanto paese, per la morte di molte centinaia di persone e d'infinito bestiame, guasto di case, palagi e magazzini; di maniera che que' popoli si crederono come giunti al giudizio finale. Se non eguali, grandi nondimeno furono i danni recati anche dal Tevere ai contadi di Borgo San Sepolcro, Perugia, Todi, Orvieto, Roma ed altri luoghi: il che diede occasion di disputare in Firenze, se tanti disordini venissero da cagion naturale, oppure miracolosamente dalla mano di Dio. Ma questo medesimo flagello ha patito Firenze con altri luoghi della Toscana nel principio di novembre dell'anno 1740. Le nevi cadute troppo di buon'ora ai monti, che per non essere dal freddo indurate, facilmente si squagliano al primo vento caldo, quelle sono che cagionano sì fatte stravaganze. Però guardati da nevi abbondanti fioccate sul fine d'ottobre, o sul principio di novembre.

Nel gennaio dell'anno presente [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 213.] Carlo figliuolo del re di Boemia andò a Lucca. Gran festa fecero i Lucchesi per la sua venuta; ma in breve lor venne freddo, perchè egli pose loro una colta di quaranta mila fiorini d'oro, e a gran fatica ne ricavò venticinque mila. Tornossene presto in Lombardia, perchè il re Giovanni suo padre calò di Francia in Piemonte con ottocento cavalieri scelti di oltramonte. Nel dì 26 di febbraio giunse il re a Parma, e di là si mosse nel dì 10 di marzo per dare soccorso al castello di Pavia, assediato da Azzo Visconte. V'introdusse egli bensì qualche vettovaglia, ma senza poter fare sloggiare il nemico esercito, ch'era fortemente affossato e trincierato intorno al castello [Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Partito ch'egli fu, seguitò l'assedio; e finalmente o per l'esca dell'oro, o per difetto di viveri, esso castello nel mese di giugno capitolò la resa al Visconte, salve le persone. Restarono padroni di quella città i Beccheria, e in parte lo stesso Visconte. Giovanni suo zio, vescovo e signor di Novara, circa questi tempi seppe così ben maneggiarsi alla corte pontificia, che ottenne l'amministrazione dell'arcivescovato di Milano, con pagare annualmente all'arcivescovo Aicardo bandito mille e cinquecento fiorini d'oro. Dopo di che si diede a ricuperare i diritti di quella chiesa, a rifare il palazzo archiepiscopale, a fabbricar nuovi palagi e case, e a tenere una magnifica corte in Milano: con che la fortuna e grandezza de' Visconti ogni dì saliva più in alto. Ora il re di Boemia col suo esercito, accresciuto da' Piacentini e dagli altri suoi fedeli, cavalcò sul distretto di Milano, distrusse Landriano, e diede il guasto a gran tratto di paese, sperando pure di tirar a battaglia Azzo Visconte; ma questi si guardò di dargli un tal gusto. Passò il re fino a Bergamo, dove trovò quel popolo e presidio ben preparato a difendersi. Fecesi poi una tregua fra lui e i collegati. Nel mese di giugno si portò a Bologna [Matthaeus de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.], accompagnato da' suoi vicarii, cioè da Orlando Rosso di Parma, Manfredi Pio di Modena, Guglielmo Fogliano di Reggio, e Ponzino de' Ponzoni di Cremona, e quivi col cardinale legato strinsero lega contra tutti i nemici del papa e del re di Boemia. Due volte fu a Lucca, città che i figliuoli di Castruccio tentarono in quest'anno di torgli, ma non la poterono tenere. Un buon salasso ogni volta diede alle borse di quel popolo, ed ivi lasciò per signore, o vicario Marsilio (o piuttosto Pietro) dei Rossi, con ricavare da lui trentacinque mila fiorini d'oro. Così avea venduto agli altri il vicariato delle altre città. Suo costume fu ancora di alienare con gran franchezza i beni de' comuni, e d'infeudare le castella, perchè era liberalissimo verso i suoi uffiziali, e nello stesso tempo assai povero, e tutto dì lo strigneva il bisogno di moneta. Giacchè durava la tregua, nel dì 5, oppure 19 di ottobre andò a Verona [Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Ital.], dove con sommo onore, ma non senza meraviglia di molti, fu accolto da Alberto e Mastino fratelli dalla Scala, e magnificamente regalato da essi. Da lì a due giorni, accompagnato da Marsilio da Carrara sino alla Chiusa, passò in Germania, bastevolmente disingannato delle sue grandiose idee di farsi qui un altro regno. Dicea di volerci ritornare, ma non ne trovò mai più la via; e gl'Italiani non si curarono punto di lui, giacchè non aveano riportato da lui se non aggravii e danni. Carlo suo figliuolo l'avea preceduto nel medesimo viaggio, ed era anch'egli verso la metà d'agosto passato per Verona, con ricever ivi magnifici trattamenti e bei regali dagli Scaligeri. Grandi controversie erano state fin qui fra Carlo Uberto re d'Ungheria e Roberto re di Napoli [Giovanni Villani, lib. 10, cap. 224.], pretendendo il primo come suo retaggio il regno napoletano, per essere figliuolo di Carlo Martello primogenito del re Carlo II, laddove Roberto era secondogenito di esso re Carlo II. Si composero tali differenze solamente nel presente anno, perchè Roberto non avendo di sua prole se non due nipoti, nate dal fu duca di Calabria Carlo suo figliuolo, promise in moglie la primogenita Giovanna ad Andrea primogenito del suddetto re Carlo Uberto. Venne perciò lo stesso re d'Ungheria per mare col figliuolo, di età allora di soli sette anni, nel regno di Napoli, e quivi con dispensa del papa seguì il magnifico loro sposalizio. Se ne tornò in Ungheria il padre, e Andrea rimase in Napoli nella corte del re Roberto, zio e suocero suo.


MCCCXXXIV

Anno diCristo mcccxxxiv. Indizione II.
Benedetto XII papa 1.
Imperio vacante.

Fu quest'anno, in cui finalmente tracollarono affatto gli ambiziosi disegni del cardinale Beltrando dal Poggetto legato pontificio. Continuarono sì ostinatamente i marchesi d'Este [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] anche nel verno l'assedio d'Argenta, che que' cittadini per mancanza di viveri si ridussero a capitolar la resa, se nel termine di otto giorni non venisse loro soccorso dal legato. Di ciò avvisato il cardinale, spedì quanta gente potè a quella volta; ma il marchese Rinaldo era così ben fornito d'uomini, di macchine e d'armi per terra, e di naviglio per Po, che non poterono i nemici accostarsi giammai ad Argenta, e disperati se ne tornarono indietro. Perciò Argenta nel dì 8 di marzo tornò sotto il dominio de' marchesi. Fece in quello stesso mese il legato una bastia alla torre di Portonaro. Allora i marchesi, infastiditi di tanta persecuzione, incominciarono un segreto trattato coi Gozzadini, Beccadelli ed altri loro amici bolognesi contra del legato [Matthaeus de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.], ben consapevoli dell'odio universale ch'egli si era guadagnato in quella città per le tante estorsioni di danari, e per tener così spesso occupato quel popolo nelle sue spedizioni militari, e per le avanie ed insolenze continue de' suoi uffiziali e cortigiani, dai quali non era salvo neppure l'onor delle donne. Mentre era impegnato l'esercito d'esso cardinale nella fabbrica della detta bastia, mandarono i marchesi della fanteria e cavalleria a dare il guasto al Bolognese dalla parte di Cento (cosa non mai dianzi fatta da loro per rispetto che portavano alla Chiesa), e fecero correre il terrore più innanzi. Allora con simulate preghiere ricorsero i Bolognesi al legato, acciocchè spedisse alla difesa di que' luoghi le soldatesche sue rimaste in città, giacchè in essa città assai quieta niun bisogno ve n'era. Così fece il cardinale. Ma non sì tosto fu uscita ed allontanata quella gente, che nel dì 17 di marzo Brandaligi de' Gozzadini levò il rumore, gridando: Popolo, popolo; muoiano i traditori [Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Fu in armi tutto il popolo, e prese il palazzo della biada e il vescovato, dove era il maliscalco del legato, che fuggì con altri uffiziali. Quanti Franzesi si trovarono per la città, tutti furono messi a fil di spada; rotte le carceri, riacquistarono la libertà tutti i prigioni; e poscia fu assediato il legato nel suo castello. Non si tardò a spedirne L'avviso ai marchesi di Ferrara per averne aiuto, ed essi immantenente vi mandarono un buon corpo di fanteria e cavalleria. Nello stesso tempo il popolo di Ferrara corse alla bastia fabbricata dal legato, e dopo il saccheggio interamente la distrusse. Vennero ben verso Bologna i soldati del legato per soccorrerlo, ed uccisero anche molti Bolognesi; ma non poterono mutare il sistema delle cose. Durante questo fier movimento, benchè i Fiorentini ne sguazzassero [Giovanni Villani, lib. 11, cap. 6.], siccome consapevoli del mal animo e dei disegni d'esso legato anche contra di loro; pure, credendo di farsi onore col papa, inviarono senza indugio a Bologna quattro ambasciatori con trecento cavalieri ed alcune schiere di fanti, i quali con preghiere e lusinghe indussero il popolo bolognese ed il legato alla concordia, con che egli se ne andasse libero con tutti i suoi e con tutto il suo avere. Nella seconda festa di Pasqua grande, cioè nel dì 28 di marzo, s'inviò il legato con gran tesoro nelle some e con sua famiglia, scortato da' Fiorentini, alla volta di Firenze; ma accompagnato ancora dalle fischiate e villanie sonore della plebe bolognese. In Firenze fu accolto coll'onore dovuto ad un pari suo; ma non accettò il regalo di due mila fiorini che volle fargli quel comune. Passò dipoi a Pisa, e per mare in Provenza, dove disse, per ricompensa del buon servigio, quanto male seppe de' Fiorentini, attribuendo loro il mal successo dell'impresa di Ferrara; dal che erano tutte procedute l'altre pessime conseguenze. Circa i medesimi tempi giunse ad Avignone anche Giovanni cardinale degli Orsini, altro legato del papa, il quale non raccontò se non guai della sua legazione. Intanto il popolo di Bologna, continuato l'assedio del castello del legato, lo ridusse alla resa nel mese di aprile, e corse a furore a smantellarlo, senza lasciarvi pietra sopra pietra. La Romagna tutta restò in ribellione, e in gran terrore le poche città che tenevano per la Chiesa e pel re Giovanni. Ed ecco dove andarono a terminar le tante guerre fatte da papa Giovanni XXII per servire alle politiche idee di Roberto re di Napoli, che mirava a stendere l'ali dappertutto: guerre sostenute colla spesa di più milioni, tutto sangue del clero dei regni cristiani, impiegato in che? in guerre che recarono per corso sì lungo la desolazione e infiniti affanni all'Italia tutta. Egli non conquistò l'altrui, e perdè molto del proprio, lasciando intanto in somma confusione Roma e il resto degli Stati della Chiesa, per la sua sempre deplorabil residenza di là da' monti, e lungi dalla particolar greggia a lui commessa da Dio.

Restavano tuttavia fedeli al re Giovanni in Lombardia le città di Cremona, Parma, Reggio e Modena, perchè governate da chi si professava vicario di lui. Laonde i principi collegati si mossero per effettuare interamente il partaggio fatto fra loro di esse città [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Già Mastino dalla Scala avea mossa guerra a Parma, che dovea essere sua. Erano confederati seco i Correggeschi fuorusciti di quella città, e questi, coll'aiuto delle genti di Mastino, presero Brescello, e lo fortificarono nel dì 18, oppure 20 di gennaio [Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.]. Ma essendo essi nel dì 23 di febbraio venuti a danneggiare il Reggiano, i Fogliani, signori della città, usciti colle lor forze, li posero in rotta, con far bottino per più di dieci mila fiorini, e condurre prigionieri Gotifredo e Niccolò da Sesso, Ettore conte di Panigo, Giovanni de' Manfredi ed altri nobili, che poi furono riscattati da Mastino collo sborso di sei mila e secento fiorini d'oro. Nel dì 7 di marzo [Corio, Istoria di Milano.] la città di Vercelli per ispontanea dedizione di quel popolo venne in potere di Azzo Visconte. Poscia nel dì 22 d'aprile esso Visconte unì le sue armi con quelle de' marchesi estensi [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], de' signori dalla Scala e de' Gonzaghi, e formato un esercito di trenta mila combattenti tra cavalleria e fanteria, con sei mila carra, passò all'assedio di Cremona. Signore di quella città era Ponzino de' Ponzoni, che fece gagliarda difesa; ma veggendo egli oramai guastato tutto il paese, e crescendo le angustie della città, capitolò una tregua, per cui prometteva di rendere Cremona ad Azzo Visconte, se nello spazio di due mesi e mezzo non veniva esercito del re di Boemia, capace di rimuovere quell'assedio; e diede buoni ostaggi per questo. Finì poi il tempo della tregua, senza che comparisse aiuto alcuno del re Giovanni; e però Cremona pacificamente nel dì 15 di luglio si sottomise al dominio del Visconte. Mentre durava la tregua suddetta, nel dì 7 di maggio venne l'esercito de' collegati a dare il guasto al Reggiano sino alle porte della città, e stette in quelle contrade sino al dì 20, facendo immensi mali. Altrettanto poi fecero al contado di Modena. Nel dì primo di giugno tornarono sul Reggiano, e di là sul Parmigiano a dì 6 d'esso mese, desolando dappertutto con quella spietata forma di guerra che era in uso a quei tempi, e fa orrore oggidì al solo udirla. Intanto Marsilio dei Rossi sotto mano a forza d'oro avea tramato un tradimento colle brigate tedesche de' collegati [Chron. Estense, ibid. Gazata, ibid.], gente senza fede: il che vien confermato da Giovanni Villani [Giovanni Villani, lib. 11 cap. 8.], con aggiugnere che il trattato fu incominciato dal cardinal Beltrando, legato il quale avea depositati dieci mila fiorini d'oro da pagare, se que' ribaldi prendevano i capi della armata, e massimamente Mastino dalla Scala; del che fu egli avvertito a tempo. Ora certo è che nel dì 7 di giugno suddetto nacque gran rumore nel campo collegato, e di gravissimi sospetti insorsero: laonde si divise quell'esercito, ed ognuno tornò con paura alle sue case; e ventotto bandiere d'essi Tedeschi vennero allora in Parma al servigio de' Rossi. Poscia nel dì 12 d'agosto le genti dello Scaligero assediarono Colorno, terra del Parmigiano, e se ne impadronirono nel dì 25 d'ottobre; essendo ben usciti i Rossi con grande sforzo per soccorrerlo, ma senza poterlo effettuare, perchè v'era Mastino dalla Scala in persona con tutte le sue forze, che ben munito di fosse e steccati non volle azzardar la battaglia. Nè si dee tacere che la città di Bologna, la qual dopo la cacciata del legato si credea di dover godere giorni felici, perchè ridotta in libertà [Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.], si trovò in istato peggiore di prima; e ciò per ambizione dei più potenti cittadini, e la rinata discordia fra quelle famiglie. Taddeo Pepoli e Brandaligi dei Gozzadini voleano dominar sopra gli altri. Però nel dì 8 d'aprile si venne all'armi in quella città, e molti furono confinati. Ma peggio accadde nel dì 2 di giugno, perchè le due fazioni principali, cioè la Scacchese dei Pepoli, e la Maltraversa de' Sabbattini, Beccadelli, Boatieri ed altri, vennero a battaglia fra loro, e gli ultimi rimasero sconfitti. Furono, secondo il Villani, mandate ai confini circa mille e cinquecento persone; ed era quella città in pericolo di disfarsi, se i Fiorentini non avessero mandato colà ambasciatori e genti d'arme che rimediarono alla loro vacillante fortuna.