Infermossi nell'autunno di questo anno papa Giovanni XXII in Avignone, ed arrivò al fine di sua vita nel dì 4 di dicembre, in età di circa novanta anni, con molta divozione e compunzion di cuore. Lasciò egli una memoria assai svantaggiosa di sè stesso presso i Tedeschi, ma più presso gl'Italiani. L'aver egli mostrata della pendenza a negare la vision beatifica de' santi prima del finale giudizio, fece molto sparlare di lui. La verità è, ch'egli prima di morire chiaramente protestò di non tener tale opinione, anzi dichiarò il contrario; siccome ancora è fuor di dubbio ch'egli non incorse in errore nella quistione della povertà de' frati minori, per la quale tanti d'essi, infatuati del loro scolastico sapere, si rivoltarono empiamente contra di lui insieme col loro generale Michele da Cesena. Ma per quel che riguarda il governo economico della Chiesa di Dio, dei gran conti egli ebbe da fare con chi giudica indispensabilmente ciascuno. Un papa sì dedito per tutta la sua vita alle guerre e alle conquiste di stati temporali, rallegrandosi oltre modo dell'uccision de' nemici, davanti a Cristo sì grande amator della pace, e che non cercò mai regni terreni, dovette far pure la brutta comparsa. E tanto più per la gran sete ch'egli ebbe di raunar tesori, e per vie che non possono mai lodarsi, ed è da desiderare che più non trovino degli imitatori. Giovanni Villani, informatissimo della corte pontificia, ci assicura [Giovanni Villani, lib. 11, cap. 19.] ch'egli, se vacava pingue arcivescovato o benefizio, non badava ad elezione alcuna; ma promoveva ad esso un arcivescovo o vescovo men grasso, e a quest'altro vescovato un altro; in maniera che sovente la vacanza d'una chiesa si tirava dietro la permutazione di cinque o sei chiese: tutto per cavar danari da tante collazioni. Ed ha ben tuttavia l'Italia (per tacere degli altri paesi) di che lagnarsi di questo pontefice. Per lo spazio di mille e trecento anni il clero e popolo delle città, oppure il solo clero avea eletto ed eleggeva i sacri pastori. Quanto operasse san Gregorio VII papa nel secolo undecimo, per restituire ai medesimi questo diritto, l'abbiamo già veduto. Lo tolse loro papa Giovanni XXII, con riservare a sè tali elezioni, sotto pretesto di levar le simonie: laddove tanti altri pontefici, e pontefici santi, contenti di detestare e proibire quel vizio, non aveano nel resto voluto pregiudicare all'antichissima disciplina della Chiesa. Inoltre fu egli il primo ad inventar le annate, che tuttavia durano, e fecero allora gridar molto le ignoranti, ma più le dotte persone. Parve ancora che eccedesse nel ridurre in commende tanti monisteri e chiese. In somma tra per questi ed altri mezzi trasse e ragunò infinito tesoro; ed oltre alle tante somme da lui spese in guerre, per attestato del suddetto Villani, si trovarono nel suo erario diciotto milioni di fiorini d'oro in contanti; e sette altri milioni in tanti vasi e gioielli: di modo che esso Villani ebbe a dire: Ma non si ricordava il buon uomo del vangelo di Cristo, dicendo ai suoi discepoli: Il vostro tesoro sia in cielo, e non tesaurizzate in terra. Ma il detto tesoro diceva egli di ragunarlo per l'impresa di Terra santa, che Filippo re di Francia fingeva di voler fare, per divorar intanto le decime del clero. Se a lui giovasse sì fatta scusa nel tribunale di Dio, a me non tocca di dirlo. Raunatisi poi i cardinali, vennero nel dì 20 di dicembre all'elezione d'un nuovo pontefice [Anonym., Vit. Benedicti XII, P. II, tom. 3 Rer. Ital.], e questi fu il cardinal Jacopo Furnier, ossia del Forno, da Saverduno diocesi di Pamiers, che dianzi era stato monaco cisterciense, personaggio assai dotto nella teologia, d'incorrotti costumi, di sante intenzioni. Prese il nome di Benedetto XII, nè tardò a rivocar le tante commende di vescovati e badie fatte dai suoi predecessori, salvo ai cardinali; e si applicò con zelo a riformare gli abusi introdotti, a rimettere in buono stato il monachismo, e a provveder di degni pastori le chiese. In quest'anno ancora, allorchè il legato si trovava confinato in castello dai rubellati Bolognesi [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.], Ricciardo de' Manfredi s'impadronì delle città e fortezze di Faenza ed Imola, e ne fu proclamato signore senza ingiuria ed offesa di que' cittadini. Anche i Malatesti nel dì 21 di marzo tolsero al marchese d'Ancona la città di Fossombrone. In quest'anno [Giovanni Villani, lib. 11, cap. 23.] frate Venturino da Bergamo dell'ordine de' Predicatori, missionario, andò per le città di Lombardia e Toscana predicando la penitenza e la pace, ed ebbe gran seguito di persone, che vestite con cotta o cappa bianca, con una colomba di ricamo sul mantello, in numero di più di dieci mila arrivarono seco fino a Roma. Fece di gran bene; ma non gli mancarono persecuzioni ed accusatori alla corte pontificia. Per questo fu chiamato ad Avignone, dove giustificò la sua credenza; ma perchè egli avea pubblicamente disapprovata la lontananza de' papi da Roma, gli fu impedito il tornare al suo santo ministero. Ne parla ancora un anonimo scrittore delle cose di Roma, da me dato alla luce [Anonymus, Hist. Roman., tom. 3 Antiquit. Italic.].
MCCCXXXV
| Anno di | Cristo mcccxxxv. Indiz. III. |
| Benedetto XII papa 2. | |
| Imperio vacante. |
Furono in quest'anno fatte istanze dal popolo romano a Benedetto XII, perchè riconducesse in Italia la corte pontificia [Raynaldus, in Annal. Eccles.]. Anche Lodovico il Bavaro gli fece penetrar le sue premure, per esser rimesso in grazia della Sede apostolica; anzi lo stesso pontefice il prevenne con amore paterno e con amorevoli esortazioni. Tutto era disposto a fare questo buon pontefice, perchè condotto da spirito non secolaresco, ma ecclesiastico, e non da ambizione ed interesse, ma dal vivo desiderio del ben della Chiesa e della pace de' fedeli. Per quanto osserva il Rinaldi, Filippo re di Francia, secondo i suoi fini politici, con aver dalla sua tanti cardinali franzesi, impedì la venuta del santo Padre in Italia; ed esso re poi, e seco il re Roberto, tante difficoltà trovarono, tanti rigiri fecero, che restò frastornata la concordia col Bavaro suddetto. Se di sua libertà fosse stato un pontefice di massime tanto diritte, gran vantaggio sarebbe venuto alla Chiesa di Dio. Continuarono in quest'anno le loro imprese i principi collegati di Lombardia, per partire fra loro le spoglie del re Giovanni [Giovanni Villani, lib. 11, cap. 30.]: intorno a che cominciarono a nascere fra loro gare e discordie. Dovea essere Parma di Mastino e d'Alberto dalla Scala; ma Orlando e Marsilio de' Rossi, conoscendo quanto Azzo Visconte andasse innanzi agli Scaligeri in lealtà ed onoratezza, trattarono di cedere a lui Parma e Lucca. Per questo fu vicina a rompersi la lega. Interpostisi gli ambasciatori de' Fiorentini, perchè Mastino fece di gran promesse di far loro rendere Lucca da Pietro de' Rossi, stabilirono un accordo, per cui Parma toccasse a quei dalla Scala, e ad Azzo Visconte si desse aiuto per conquistare Piacenza e Borgo San Donnino. Fece Mastino di larghi patti ai Rossi [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], e loro promise quanto seppero desiderare, con obbligarsi eglino di fargli aver Lucca; e però nel dì 4 di giugno dal consiglio generale di Parma fu dato il dominio di quella città a' signori dalla Scala; e nel dì 20 o 21 d'esso mese vi fece la sua entrata Alberto Scaligero con gran copia di cavalleria. Poscia nel dì 26 entrò lo stesso Scaligero con tutte le sue forze nel territorio di Reggio, saccheggiando e bruciando dappertutto. Riparo non aveano a questa rovina Guido e Roberto Fogliani signori della città [Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.]; e per conseguente intavolarono anch'essi un accordo cogli Scaligeri, riportandone delle vantaggiose condizioni. Adunque nel dì 3 di luglio entrarono essi Scaligeri in Reggio, e poi nel dì 11 d'esso mese ne diedero il possesso e dominio a Guido, Filippino e Feltrino da Gonzaga. Ma qui non serbò l'insaziabil Mastino i patti della lega, perchè volle che i Gonzaghi riconoscessero da lui in feudo quella città, e gli pagassero ogni anno a titolo di ricognizione feudale un falcone pellegrino. Ne rimasero molto disgustati i Gonzaghi, ma lor convenne inghiottir la pillola. Tentarono del pari i marchesi d'Este di ridurre alla loro ubbidienza Modena [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Annal. Mutin., tom. 11 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], assegnata loro in parte nella lega. Vennero perciò da Ferrara nel dì 15 di giugno con armata numerosa di fanti e cavalli Rinaldo e Niccolò fratelli estensi, e diedero il guasto a Fredo, Ramo, Campo Galliano ed altre ville. Giunsero poi sotto la città, e fabbricarono una larga e forte bastia con fosse, palancato e battifredi nel borgo di santa Caterina ossia di Albareto. Perchè cadde infermo in questa spedizione il prode marchese Rinaldo, si fece portare a Ferrara, dove nel dì ultimo di decembre diede fine alla sua vita. Intanto il marchese Niccolò s'impossessò di Formigine, Spezzano e Spilamberto; sicchè restò Modena da tutte le parti stretta e bloccata dalle armi degli Estensi.
Maggiori furono in quest'anno i progressi di Azzo Visconte. Nel dì 25 del mese di luglio [Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.] cavalcò col suo esercito verso la città di Como, che era assediata dal vescovo fuoruscito di quella città. Ne era signore Franceschino Rusca ossia Ruscone, malveduto dal popolo per le sue quotidiane ingiustizie, delle quali fa menzione Buonincontro Morigia [Bonincontrus, Chron. Mod., lib 3, cap. 46, tom. 12 Rer. Ital.]. Trovandosi egli alle strette, esibì quella città al Visconte, che v'entrò, e in ricompensa gli lasciò per suo patrimonio Bellinzona, con altri patti. Siccome fu detto di sopra all'anno 1328, signoreggiava in Lodi un uomo vile, già di professione mugnaio, cioè Pietro Tremacoldo, che colla strage de' Vestarini se n'era fatto padrone. I cittadini, che gli portavano odio immenso per le sue passate e presenti crudeltà, segretamente invitarono Azzo Visconte a liberarli da quel tiranno. Marciò egli a quella volta nel dì ultimo del mese d'agosto; da essi cittadini gli fu data una porta, e dipoi con gaudio grande la signoria della città. Galvano Fiamma [Gualvan. Flamma, Man. Flor., cap. 373. Idem, de Gestis Azon. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.] scrive che con assedio e per forza l'ebbe. Il Tremacoldo fu condotto prigione a Milano. Ognuno si credeva che di mala morte sarebbe perito; ma il Visconte, non avendo mai dimenticato un servigio da lui fatto a Galeazzo suo padre, gli diede la libertà, con obbligarsi egli di non uscire mai più di Milano. Azzo ridusse in Lodi il vescovo e tutti gli altri usciti, che erano circa tre mila, e quivi fabbricò poi un forte castello, siccome ancora fece nella città di Como. Minacciò poscia esso Visconte l'assedio alla nobil terra di Crema; e questo bastò perchè quel popolo nel dì 18 di ottobre gli mandasse le chiavi. Nella stessa maniera se gli renderono le castella di Caravaggio e Cantù, e il borgo di Romano: ne' quali luoghi ancora fece fabbricar delle fortezze. Sottopose poi alla città di Milano l'isola di Lecco, che per quarant'anni era stata rubella a' Milanesi, e sopra il fiume Adda fece piantare un ponte di pietre tagliate. Di questo passo camminava la fortuna e l'industria d'Azzo Visconte, principe per le sue rare virtù sopra gli altri commendato in questi tempi, la cui madre, cioè Beatrice Estense, donna per senno, saviezza ed altre rare doti amatissima da tutti, finì sua vita nel dì primo di settembre, e fu con mirabil onore seppellita in una nobilissima cappella nella chiesa de' Minori di Milano, senza che si verificasse ciò che volle predire di lei Dante nel suo poema. Lasciò ella al figliuolo un valsente di più di quaranta mila fiorini d'oro, senza gli altri preziosi arredi. Restava solamente dinanzi agli occhi di Azzo Visconte la città di Piacenza, ch'era tuttavia occupata dal presidio pontificio [Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.]. Non volle, egli a dirittura tentarne l'acquisto, ma diede braccio a Francesco Scotto, figliuolo del fu Alberto signore di quella città, per farne uscire quella guarnigione. Pertanto nel dì 25 di luglio divampò la congiura, ed, alzato rumore, si venne all'armi. I Fontana e Fulgosi colla lor fazione messi in fuga, andarono a fortificarsi in varie loro castella. In questa guisa cessò il dominio della Chiesa romana in quella città, e ne fu proclamato signore Francesco Scotto. Detto fu che ne' patti da lui fatti con Azzo Visconte era stabilito di dover egli poi cedere al medesimo Azzo quella città. Vero o falso che fosse, richiesto dal Visconte di consegnargliela, diede per risposta un bel no; e però il Visconte, tirati dalla sua i fuorusciti di quella città, somministrò loro forze tali, che ad essi fu facile, prima che terminasse l'anno, d'impadronirsi di tutte le castella del contado di Piacenza. Scrive il Villani [Giovanni Villani, lib. 11, cap. 31.] che quella città nel dì 27 di luglio si rendè al Visconte; avergliela poi tolta gli Scotti, e che nel dì 15 di dicembre del presente anno Azzo la ricuperò. La Cronica di Piacenza [Chronic. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.] ciò riferisce all'anno seguente, e con essa va d'accordo Galvano Fiamma [Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.], e del medesimo parere sono altri storici piacentini e il Corio [Corio, Istoria di Milano.]: laonde è da credere che sia scorretto il testo del Villani, o ch'egli abbia preso abbaglio. Ne riparleremo perciò all'anno seguente.
Ubbidiva tuttavia la città di Genova al re Roberto [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]; ma siccome città che in così sconcertati tempi piena sempre era di mali umori, nè sapea governarsi in pace da sè, nè sapea sofferir lungamente governo straniero, nel dì 24 di febbraio proruppe in una general sollevazione e guerra civile, che durò sino al dì 28 di esso mese, in cui i Ghibellini, rinforzati dagli uomini di Savona e della Riviera occidentale, obbligarono i Fieschi ed altri Guelfi potenti ad uscire della città e a ritirarsi a Monaco. Il capitano e presidio del re Roberto senza alcun danno se ne partirono anch'essi. Raffaele Doria e Galeotto Spinola furono creati capitani del popolo, e guerra incominciò cogli usciti. In quest'anno nel dì 13 di giugno [Nicolaus Specialis, lib. 8, cap. 6, tom. 10 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 11, cap. 29.] esso re Roberto mandò un'armata di sessanta galee e d'altri legni a' danni della Sicilia sotto il comando di Giovanni conte di Chiaramonte, rubello del re Federigo, e del conte di Corigliano. Altro non fecero che dare il guasto alla valle di Mazara e alle coste di Trapani, Marsala, Grigenti ed altri luoghi. Tante belle promesse fece in quest'anno Mastino dalla Scala ad Orlando e Marsilio dei Rossi esistenti in Verona (alcuni aggiungono [Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital. Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Italic. Giovanni Villani, et alii.] aver egli adoperate anche le minaccie), che indussero Pietro de' Rossi lor fratello a cedergli la città di Lucca, con ritenere i Rossi Pontremoli e molte altre castella. Colà mandò egli un vicario con cinquecento cavalieri a prenderne il possesso nel dì 20 di dicembre, facendo intanto credere con lettere e parole finte d'aver presa quella città per darla ai Fiorentini, siccome per li patti della lega era tenuto. Ma era in Mastino la lealtà una cosa forestiera; regnava in suo cuore la sola ansietà di dominare e d'accrescere il suo stato: male nondimeno per lui; da ciò vedremo essere poi seguita la sua rovina. Rapporta il Leibnizio [Leibnit., Cod. Jur. Gent., tom. 1, num. 73.] una cessione fatta nell'anno 1334 da Giovanni re di Boemia a Filippo re di Francia di tutte le sue ragioni sopra la città di Lucca. Ma i re franzesi d'allora non erano quei d'oggidì, nè l'Italia d'allora quella che è a' di nostri; e perciò a nulla servì quel pezzo di carta. Nata nel mese d'agosto discordia fra i conti di Montefeltro [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.], riuscì al conte Nolfo di torre il dominio d'Urbino al conte Speranza. Guerra eziandio fu fra i Tarlati da Pietramala signori d'Arezzo e i Perugini. Neri dalla Faggiuola levò ai primi Borgo San Sepolcro, e parimente i Perugini nel dì 30 di settembre tolsero loro la Città di Castello.
MCCCXXXVI
| Anno di | Cristo mcccxxxvi. Indizione IV. |
| Benedetto XII papa 3. | |
| Imperio vacante. |