MCCCXLII
| Anno di | Cristo mcccxlii. Indizione X. |
| Clemente VI papa 1. | |
| Imperio vacante. |
Nel dì 25 d'aprile di quest'anno, compiè la sua carriera in Avignone Benedetto XII sommo pontefice [Raynaldus, Annal. Eccles. Vitae Pontificum Romanorum, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Son d'accordo quasi tutti gli scrittori d'allora, che s'egli fosse vivuto in secoli meno sconvolti e ferrei, ed avesse goduta la libertà necessaria per operare, di cui era privo pel suo soggiorno negli Stati oltramontani del re Roberto, sarebbe riuscito uno dei più insigni ed utili pastori della Chiesa di Dio: tanto era il suo zelo per la religione, la purità de' costumi, e così buona e retta la sua intenzione in tutte le sue azioni. Per quanto potè, promosse la riforma del clero secolare e regolare, ed allontanò la simonia dalla corte pontificia, vegliando specialmente, acciocchè fossero provvedute le chiese e i benefizii di persone per la dottrina e per la bontà della vita accreditate. Nè si studiò punto d'ingrandire o ingrassare i proprii parenti, anzi volle che seguitassero nella bassezza del loro stato. L'altre sue belle doti e lodevoli operazioni si leggono nella Storia ecclesiastica. Però strano è il vedere come Galvano Fiamma [Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.] così fieramente si scagli contro la memoria di questo pontefice, con dire che universale fu l'allegrezza di sua morte, perch'egli avea conturbato tutti gli ordini de' religiosi: il che è un rivolgere in suo biasimo ciò che gli si doveva attribuire a lode, non potendosi negare che in questi tempi il monachismo e fratismo giacesse in una deplorabil corruzion di costumi, ed inosservanza delle sue regole. Aggiugne che lasciò un immenso tesoro, consistente in mille e cinquecento cofani, cadaun de' quali conteneva trenta mila fiorini d'oro (il che darebbe una somma di quarantacinque milioni di fiorini), e gioie inoltre di valore di dugento mila fiorini. Se ciò è vero (ed è anche scritto da uno degli autori della sua Vita, che multum thesaurum Ecclesiae congregavit), non sono io per iscusarlo; ma certo non per vendere benefizii gli avrà accumulati; nè egli amò di scialacquarli in mantener delle armate, come avea praticato il suo predecessore Giovanni XXII. Giugne il Fiamma fino a dire che fu scritto contro di lui un libro per provare che questo papa fu eretico, e che tale era stato suo padre e il figliuolo di un suo fratello: tutte spropositate calunnie. Questo guadagno fece il buon papa coll'aver voluto guarir le piaghe de' frati, e coll'osar infino di riveder quelle de' Predicatori, del qual ordine fu lo stesso Galvano Fiamma. E probabilmente di qua venne l'avere sparlato di lui anche altri vecchi storici. Non istette più di dodici giorni vacante la santa Sede [Vitae Roman. Pontif., P. I et II, tom. 3 Rer. Ital.], perciocchè nel giorno 7 di maggio fu eletto papa il cardinal Pietro Ruggieri, personaggio dotto, magnanimo e liberale, ma che in far da padrone non la cedeva ad alcuno. Era nobilmente nato nella diocesi di Limoges, già monaco benedettino, arcivescovo di Sens, e poi di Roano. Fu con gran solennità coronato col nome di Clemente VI nel giorno della Pentecoste, 19 del mese suddetto, e tardò poco a provveder di pastori le tante chiese che dicono lasciate vacanti da papa Benedetto XII per lo strano scrupolo e timore di mal provvederle, quasichè fosse seccata la sorgente de' buoni nel cristianesimo. All'avviso della creazione di questo novello pontefice, i Romani gli spedirono tosto una magnifica ambasceria [Raynaldus, Annal. Ecclesiast. Vit. Nicolai Laurentii, tom. 3 Antiquit. Ital.], in cui si trovò Cola di Rienzo, eloquentissimo, ma fantastico umore, di cui avremo a parlare fra poco. Le lor suppliche battevano in far premura al papa per la sua sospirata venuta. Anche il Petrarca [Petrarcha, lib. 2 Epist.] con un suo poemetto latino tentò di spronarlo a sì bella e giusta impresa: passi tutti e parole gittate, perchè già era fitto il chiodo, nè si volea muovere di Francia la corte pontificia. A questo fine non solamente Benedetto XII avea cominciato in Avignone a far fabbricare un superbissimo palagio per la residenza de' papi, ma anche i cardinali vi aveano edificati dei bei palagi per loro stessi.
Continuarono tutto il verno ostinatamente i Pisani l'assedio di Lucca: nel qual tempo i Fiorentini [Giovanni Villani, lib. 11, cap. 138.] niuna diligenza lasciarono indietro per mettere insieme una poderosissima armala, consistente in cinque mila cavalli e fanteria senza fine [Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.]. Si mosse questa da Firenze nel giorno 25 di marzo con animo di soccorrere l'angustiata città. Capitan generale era Malatesta de' Malatesti signore di Rimini. Un mese e mezzo spese egli senza far nulla, perchè vanamente adescato di qualche accordo da Nolfo figliuolo del conte Federigo dà Montefeltro, capitano de' Pisani. Intanto una grave sciagura occorse alla città d'Arezzo [Giovanni Villani, lib. 11. Johannes de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.]. Trapelò che i Pisani erano dietro a far rubellare quella città ai Fiorentini. Vero o falso che fosse, preso fu Pier Saccone de' Tarlati, il quale dianzi avea ceduta loro quella città, con assai altri suoi consorti, e tutti andarono a riposar nelle carceri di Firenze. Furono inoltre cacciati da Arezzo tutti i fazionarii ghibellini, il numero de' quali, se crediamo a Giovanni da Bazano, ascese a più di quattro mila persone: con che quella città rimase come disfatta. Ribellaronsi ancora gli Ubaldini al comune di Firenze, e gli fecero guerra colla presa di varie castella. Ora il Malatesta, che vide svanite le speranze del progettato accordo, nel giorno primo di maggio andò ad accamparsi in faccia ai Pisani assediatori di Lucca, cercando tutte le vie o di tirare a battaglia i nemici, o di forzare i loro trincieramenti, per introdur gente e vettovaglie nella città. Si tennero stretti nel campo loro i Pisani, senza voler azzardare un fatto d'armi. Riuscì ad alcune squadre fiorentine di valicare il fiume Serchio, e di atterrar parte degli steccati con danno de' Pisani; ma furono respinte, e in questo mentre cominciò la pioggia, che fece ingrossare il fiume e tolse la speranza al Malatesta di più penetrar da quella parte. A tali disgrazie si aggiunse la penuria delle vettovaglie: laonde egli nel dì 19 di maggio levò il campo, e, passato al Ceruglio, gli diede battaglia, senza poterlo avere. Spedì poi gran gente nel territorio di Pisa, che vi recarono bensì de' gravissimi danni, ma non liberarono da vergogna e scorno lui e tutta l'oste de' Fiorentini, per aver così infelicemente tentato il soccorso di Lucca; i cui difensori, al vedere estinta ogni loro speranza per la ritirata dell'esercito amico, finalmente nel dì 6 di luglio capitolarono la resa della città, salve le persone col loro equipaggio. Così venne Lucca in poter de' Pisani; e il comune di Firenze, che avea spese centinaia di migliaia di fiorini d'oro per sostener quella guerra, non sapea darsi pace di un sì contrario avvenimento; e tanto più perchè non aveano accettato un partito di aggiustamento, per cui i Pisani aveano loro esibito cento ottanta mila fiorini d'oro per una sola volta, e inoltre dieci altri mila fiorini d'omaggio ogni anno in perpetuo. Ne erano contenti i saggi, ma dai meno assennati, che forse erano i più, rimase disturbato il contratto: difetto assai facile ne' governi, qualora dipendano da assaissimi, e massimamente da' giovani, le risoluzioni negli scabrosi affari.
Era in questi tempi capitano all'esercito de' Fiorentini [Giovanni Villani, lib. 12, cap. 1.] con cento e venti uomini a cavallo Gualtieri duca di Atene, ma solo di titolo, e conte di Brenna, barone franzese, i cui maggiori già vedemmo re di Gerusalemme. Seco portava egli il credito di raro valore e maestria di guerra. I buoni Fiorentini, senza sapere che volpe fosse quella, e che con tutti quei bei titoli egli era poverissimo di moneta, anzi vagabondo e fallito, giacchè si trovavano mal soddisfatti di Malatesta lor capitano, gli esibirono la carica di capitano e conservatore del popolo. L'accettò egli con gran benignità, e tosto cominciò a far tagliare teste ad alcuni ricchi del popolo, ed a farsi rendere ragione dell'amministrazione del danaro del pubblico, con assai condanne in favor del fisco: rigore che dispiacque a moltissimi, attesochè alcuni di essi erano creduti innocenti; ma diede nel genio ai nobili, che voleano abbassata la potenza del popolo. Tanto poi seppe fare lo scaltrito duca, ben conoscente delle divisioni de Fiorentini, che nel generale parlamento tenuto nel giorno ottavo di settembre si fece proclamar signore a vita di Firenze e del suo distretto. Il lupo è nella mandra: suo danno, se non saprà sfamarsi. Abbassò egli tosto i priori ed altri uffiziali; prese al suo soldo circa ottocento cavalieri franzesi e borgognoni, oltre ad altri italiani; conchiuse pace coi Pisani con vantaggiose condizioni, ma al dispetto de' Fiorentini troppo irritati contro al comune di Pisa; nella qual occasione Giovanni Visconte da Oleggio cogli altri prigionieri fu rimesso in libertà. Poi mille altre novità fece il duca d'Atene in Firenze, tutte ad una ad una annoverate da Giovanni Villani, e tutte in oppressione della libertà di quel popolo, e de' grandi stessi che l'aveano aiutato a salire. Il peggio fu che cominciò a spremere le borse del popolo con estimi, prestanze ed altre gravezze, accumulando fuori dello Stato quanta moneta potè. Se di così buon signore fossero contenti i Fiorentini, poco ci vuole ad immaginarselo. In quest'anno nel dì 8 di agosto finì di vivere don Pietro re Aragona re di Sicilia, e gli succedette Lodovico suo figliuolo di età solamente di cinque anni e sette mesi [Fazell., de Reb. Sic., dec. 2, lib. 9.] sotto la tutela di Giovanni duca di Randazzo, suo zio paterno, il quale, essendosi ribellata Messina, e data al re Roberto, accorse a tempo, e la rimise sotto l'ubbidienza del nipote. Il Villani [Giovanni Villani, lib. 12, cap. 13.] dà questa gloria a Guglielmo, altro zio del re novello.
Già s'è veduto come Lodrisio Visconte fu il primo a dar esempio ad altri di formar delle compagnie di soldati masnadieri e ladri. La composta da lui andò presto in fumo. Se ne formò un'altra picciola sotto il comando di Malerba capitano tedesco, il quale passò ai servigi di Giovanni marchese di Monferrato. Nell'anno presente avvenne di peggio. Correvano i Tedeschi al soldo degl'Italiani, ed ora a questo ora a quel principe servivano, ma con fede sempre incerta, non mantenendo essi le promesse, se capitava un maggiore offerente. Fu licenziata una gran frotta di costoro dal comune di Pisa. Guarnieri, duca di non so qual luogo di Germania, fecesi capo di questa gente; molto più ne raunò da altre contrade di Italia, e vi si unirono anche assaissimi Italiani: con che si formò una compagnia, dagli storici toscani appellata compagna, di più di tre mila cavalli, e di copiosa moltitudine di fanti, meretrici, ragazzi, ribaldi: gente tutta bestiale, senza legge, sol volta ai saccheggi, agl'incendii, agli stupri. Guai a quel paese dove giugnea questo flagello. Prima degli altri a farne pruova fu il territorio di Siena [Cronica Sanese, tom. 15 Rer. Ital.]. Li mandò in pace quel popolo collo sborso di due mila e cinquecento fiorini d'oro. Portarono il malanno sopra il distretto della Città di Castello, d'Assisi e d'altri luoghi. Il duca d'Atene, i Perugini ed altri popoli coll'esorcismo d'alcune migliaia di fiorini fecero passare questo mal tempo in Romagna [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.]. Nel dì 7 di ottobre arrivò essa compagnia, chiamata dagli scrittori la gran compagna, a Rimini, e gran danno fece a quel distretto. Erasi ribellata la città di Fano a Malatesta signore d'esso Rimini [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]; e benchè vi accorresse Pandolfo suo figliuolo, e pel castello, che si conservava tuttavia alla sua divozione, uscito a battaglia coi cittadini, molti ne uccidesse; pure non potè ricuperar la città. Il perchè Malatesta, avendo preso al suo servigio quella bestial compagnia, verso il dì 6 di dicembre andò all'assedio di Fano, la qual città se gli arrendè poscia nel dì 15 di esso mese. Di gran faccende ebbero e di molti parlamenti fecero in Ferrara Obizzo marchese d'Este, Mastino dalla Scala e Taddeo de' Pepoli signor di Bologna, o prevedendo o sentendo già le minaccie che quella spietata gente volea scaricarsi sopra de' loro Stati [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Fecero essi lega insieme per questo, e v'entrarono i signori d'Imola e Faenza, Ostasio da Polenta signore di Ravenna e Cervia. Giovanni figliuolo di Taddeo Pepoli, assistito dalle suddette amistà, con una bell'oste cavalcò a Faenza per contrastare il passo al duca Guarnieri, se gli veniva talento di voltarsi a queste parti. Circa tre mila e cinquecento cavalli fu detto che il Pepoli conducesse a quell'impresa, oltre alla numerosa fanteria, ed oltre a due quartieri del popolo di Bologna. Ma, senza far pruova dell'armi, si trovò poi altro temperamento a questo bisogno, siccome vedremo all'anno seguente. Secondo Galvano Fiamma [Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Italic.], essendo già morto Aicardo arcivescovo di Milano, gli succedette in quell'insigne chiesa Giovanni Visconte, fratello di Luchino, già vescovo e signor temporale di Novara, nel dì 6 d'agosto dell'anno presente. A vele gonfie entra qui il suddetto Fiamma nelle lodi di questo prelato, esagerando le di lui belle doti, e specialmente la magnificenza, nel qual pregio superava tutti i prelati d'Italia. Ma dimenticò egli di accennar anche l'estrema di lui ambizione e i suoi troppo secolareschi pensieri, che noi vedremo saltar fuori, andando innanzi. Aggiugne il medesimo scrittore, che macchinando i Pavesi contra de' fratelli Visconti, cioè di Luchino e d'esso Giovanni, fecero questi un formidabil preparamento per terra e per acqua affine di mettere l'assedio a Pavia. Tal fu il terrore incusso a quel popolo, che trattarono tosto d'accordo con quelle condizioni che vollero i Visconti, salvando bensì la libertà, ma con dipendenza da essi. Morì nell'agosto di questo anno Carlo Uberto re d'Ungheria, e quella corona pervenne a Lodovico suo figliuolo. L'altro suo figliuolo Andrea era alla corte di Napoli, sposo di Giovanna nipote del re Roberto, coll'espettativa della successione in quel regno.
MCCCXLIII
| Anno di | Cristo mcccxliii. Indizione XI. |
| Clemente VI papa 2. | |
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