Si videro in quest'anno da papa Clemente VI confermate contra di Lodovico il Bavaro tutte le censure di papa Giovanni XXII. Cercò questi di placarlo [Albertus Argentinus, Chron. Raynaldus, Annal. Eccles.], e, a persuasione del re di Francia, che gli facea dell'amico, spedì ad Avignone solenni ambasciatori con facoltà di accettare tutte le condizioni che al papa fosse piaciuto d'imporgli. Gli fu imposto di confessar tutte le eresie che gli venivano imputate, di deporre l'imperio, e di nol ricevere se non dalle mani del papa; di consegnar prima nelle mani d'esso pontefice la persona sua e de' suoi figliuoli; e finalmente di cedere alla Sede apostolica molte terre e diritti dell'imperio. Portate in Germania queste condizioni, nella dieta de' principi furono trovate sì esorbitanti ed ignominiose, che tutti protestarono non potersi elle accettare, e d'essere tutti pronti a sostenere le ragioni dell'imperio contra della prepotenza del papa, il quale intanto cavava buon profitto dalla vacanza di esso coi censi imposti ai vicarii del regno italico. Ma papa Clemente già tesseva una tela per creare un altro imperadore, siccome risoluto di non voler mai in quel grado il duca di Baviera. Presto ce ne avvedremo. Terminò il corso di sua vita in quest'anno nel giorno 19 di gennaio Roberto re di Napoli, e signore della Provenza e d'altri Stati in Piemonte, principe non men celebre per la sua pietà, che per la sua letteratura, per la giustizia, saviezza e per molte altre virtù. Dal Villani è scritto [Giovanni Villani, lib. 12, cap. 9.] ch'egli in vecchiaia si lasciò guastare dall'avarizia, per cui restò erede di gran tesoro sua nipote. Nè vo' lasciar di accennare che la morte di questo re vien posta da Domenico da Gravina [Dominicus de Gravina, Chron., tom. 12 Rer. Ital.], autore contemporaneo, anno domini MCCCXLII, mense januarii, decima Indictione, XIV die mensis ejusdem; e però sarebbe da riferire all'anno precedente, in cui correva l'indizione decima. La Cronica Estense [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] e la Sanese [Cronica Sanese, tom. eod.] vanno anch'esse d'accordo col Gravina. Tuttavia non si può dipartire dal Villani, il qual mette la morte di esso re nel 1542, seguendo l'era fiorentina, e che conduce l'anno 1542 sino al giorno 25 di marzo del nostro 1543. Con esso convengono Giorgio Stella negli Annali di Genova [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], Giovanni da Bazano [Johann. de Bazano, tom. 15 Rer. Ital.] e gli storici napoletani. Però, in vece dell'Indictione X, si dee credere che il Gravina scrivesse Indictione XI. Non restò prole maschile del re Roberto, ma bensì due sue nipoti, figliuole del fu Carlo duca di Calabria, cioè Giovanna e Maria. Erede del regno fu la prima, già sposata col giovinetto Andrea fratello di Lodovico re d'Ungheria, la quale fu poi coronata per le mani del cardinale Aimerico legato pontificio, ma senza che al consorte Andrea fosse conferita la medesima corona. Si accorsero in breve i Napoletani del fulmine sopra di loro scagliato nella caduta del savio re Roberto, perchè non tardò a sconvolgersi il regno, e poscia ad andar tutto in rovina. Di circa sedici anni era Giovanna, che, posta in libertà, nè discernimento avea per guardarsi da chi cercava di sedurla, nè mettea guardia alle sue giovanili inclinazioni. Cominciò a disamare il marito, forse anche mai non l'avea amato, perchè non s'era egli per anche saputo spogliare della barbarie ungarica, nè mostrava abbondanza di prudenza e di senno. Insolentivano i suoi uffiziali e cortigiani ungheri; e, per accrescere maggiormente il fuoco della dissensione, si trovavano allora in Napoli molti principi della real casa, appellati perciò i Reali, cadauno de' quali aspirava al regno, o almeno al comando. Fra gli altri furbescamente, e al dispetto degli Ungheri, Carlo duca di Durazzo sposò Maria sorella della regina Giovanna: matrimonio che partorì molta discordia e peggiori conseguenze in avvenire. Io non mi dilungherò maggiormente in descrivere il disordine in cui restò la real corte di Napoli, perchè ciò esigerebbe una narrazion troppo diffusa. Ne andrò solamente accennando i principali avvenimenti, secondochè il filo della storia richiederà.
Nell'anno presente ancora a' dì 4 di gennaio, essendo già mancato di vita Bartolomeo Gradenigo doge di Venezia [Raphael Caresinus, Chron., tom. 12 Rer. Ital. Marino Sanuto, Istor., tom. 22 Rer. Ital.], fu eletto per quella dignità Andrea Dandolo, quel medesimo a cui siam tenuti per la bella Storia veneta, da me data alla luce. Non avea egli che 36 anni, e pure, contra l'uso di quella saggia repubblica, ascese al trono: cotanto era in credito la di lui prudenza, onestà, sapere e cortesia. Vegniamo ora agli affari di Firenze. Lo studio continuo di Gualtieri duca d'Atene, signore di quella città, era di schiantare affatto la libertà de' Fiorentini [Giovanni Villani, lib. 12, cap. 15.], e di assodar sè stesso in un'assoluta signoria: al qual fine avea contratta lega co' marchesi estensi, cogli Scaligeri, Pepoli ed altri signori, abbassando intanto in casa chi poteva opporsi a' suoi voleri, strapazzando la nobiltà, e valendosi di ministri crudeli ed ingiusti. A così fatto asprissimo governo non era avvezzo nè sapeva adattarsi il popolo di Firenze; e però si cominciarono a formar segretamente delle congiure contra di lui da varii cittadini di tutti gli ordini, senza che l'uno sapesse dell'altro. Della principale venne in conoscenza il duca; ma ritrovato che vi teneano mano tante grandi e potenti famiglie, servì questo solamente a mettere lui e il popolo in maggior gelosia e timore. Pure avea egli messi i suoi pezzi a segno per farne una memorabil vendetta nel giorno 20 di luglio, festa di sant'Anna, quando nel medesimo giorno si alzò universalmente a rumore la cittadinanza, risoluta di tutto mettere a repentaglio per liberarsi dall'odiato non signore, ma tiranno. Abbarrata e asserragliata ogni via della città per impedire il corso alla cavalleria del duca, corsero in furia a rompere le prigioni delle Stinche, presero e saccheggiarono il palazzo del podestà, ed assediarono il duca nello stesso palazzo. Gran soccorso venne loro da Siena [Cronica Sanese, tom. 15 Rer. Ital.], da San Miniato e da altri luoghi; e maggiormente perciò animati strinsero tanto l'assedio, che obbligarono il duca e i suoi Borgognoni per la fame a chiedere misericordia, a dar loro nelle mani alcuni degli spietati suoi uffiziali della giustizia, nella strage de' quali si sfogò alquanto la rabbia del popolo. Consentirono in fine nel giorno terzo di agosto che il duca se ne potesse uscire, salva la vita di lui e de' suoi, e di poter seco condurre il bagaglio, con rinunziare giuridicamente ad ogni sua ragione e pretensione sopra quella città. In questa maniera ricuperarono la loro libertà, ma con gravissimo lor danno; imperciocchè Pistoia nel dì 27 di luglio [Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.] si ribellò, disfece il castello e cominciò a reggersi a comune, tenendo nondimeno la parte guelfa. Arezzo, Volterra, Colle e San Geminiano fecero altrettanto: sicchè ben caro costò a Firenze la riacquistata sua libertà. A tali disavventure si aggiunse la discordia cittadinesca fra i nobili e il popolo. Pretendeano i primi, sì per la ragion comune della cittadinanza, come pel merito d'aver cooperato al riacquisto della libertà, d'entrare a parte degli onori e degli uffizii della città, e alcun di loro fu anche ammesso nel numero dei priori; ma il popolo, sempre timoroso della prepotenza de' grandi (e in fatti cominciò a provarne gli effetti), spronato da Giovanni dalla Tosa e da altri, diedero un dì all'armi, e cacciarono i priori nobili. Sdegnata perciò la nobiltà si preparava anch'essa a valersi della forza; e, nata perciò un'universal sollevazione del popolo, si venne a battaglia con alcune delle più potenti e ricche famiglie di Firenze, specialmente co' Bardi e Frescobaldi, i palagi de' quali, vinti colla forza e saccheggiati, furono dal fuoco distrutti. Si quetò in fine il rumore, e Firenze fu ridotta a governo popolare, e, quel ch'è più, al governo del popolo minuto.
Minacciando più che mai la gran compagnia masnadiera del duca Guarnieri di passar dalla Romagna su quel di Bologna [Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital. Matthaeus de Griffonibus, Chron., tom. eodem.], Taddeo de' Popoli signore di quella città, invece di avventurare una battaglia con gente disperata, e che nulla avea da perdere, s'appigliò al saggio partito di difendersi coll'oro, e vi acconsentirono gli Estensi e Scaligeri suoi collegati. Passò dunque nel giorno 25 o 26 di gennaio quella barbarica armata pel contado di Bologna senza far danno. Nel dì 28 o 29 venne ad accamparsi nelle ville del Modenese [Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.] al Colombaro, al Montale, a Mugnano, Formigine, Bazovara, e vi si fermò per otto giorni [Chron. Estense, tom. eod.]. Contuttochè da Modena fosse recata a costoro l'occorrente vettovaglia, pure fecero un netto di tutto il foraggio, vino e masserizie dei contadini, e molti ancora della povera gente si trovarono impiccati da razza cotanto spietata. Andarono poi nel dì 4 di febbraio su quel di Reggio, e di là sul Mantovano, commettendo dappertutto indicibili danni e violenze. Tornarono dipoi sul Modenese a Ganaceto, Soliera, Carpi, Campo Galliano, e ad altre ville. Tutto era pieno di desolazione. L'ultimo ripiego per allontanar sì grave tempesta fu di accordarsi con loro, pagando dieci mila fiorini d'oro: con che dessero buoni ostaggi d'andarsene con Dio alle case loro. Fu data esecuzione all'accordo; e quella mala gente piena d'oro e di spoglie, parte se ne tornò in Germania, e parte divisa entrò al soldo di varii principi d'Italia [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Era in questi tempi guerra fra i marchesi estensi, Scaligeri e Pepoli dall'una parte, Luchino Visconte e i Gonzaghi dall'altra. Nel dì 21 di gennaio, avendo Obizzo marchese d'Este qualche trattato in Parma, colle sue genti e con quelle de' collegati, alle quali s'unirono Giberto da San Vitale, Vecchio de' Rossi, Ugolino Lupo ed altri Parmigiani, segretamente cavalcò alla volta di Parma. Perchè non ebbe effetto il trattato, se ne tornarono indietro colle pive nel sacco, senza recar danno ad alcuno. Seguì poi nel giorno 25 di marzo una tregua di tre anni fra il Visconte, gli Estensi e gli altri alleati. Parimente nel maggio di quest'anno Mastino dalla Scala signor di Verona e Vicenza, ed Ubertino da Carrara signor di Padova [Cortusiorum Histor., tom. 12 Rer. Ital.] giudicarono più spediente il dar fine alla vecchia lor nemicizia, ed, insieme abboccatisi a Montagnana, si abbracciarono e fecero pace fra loro: il che recò non poca gelosia ai Veneziani, signori allora di Trivigi.
MCCCXLIV
| Anno di | Cristo mcccxliv. Indizione XII. |
| Clemente VI papa 3. | |
| Imperio vacante. |
Nel dì 28 o 29 di maggio mancò di vita in Ferrara Niccolò marchese d'Este, e al corpo di lui con gran solennità fu data sepoltura [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Johannes de Bazano, Chron. Mutinense, tom. eod.]. Restò perciò unico signore di Ferrara e Modena il marchese Obizzo, il quale in quest'anno appunto acconciò i suoi interessi con papa Clemente VI, ricevendo da lui la conferma del vicariato di Ferrara, con promettere l'annuo censo per quella città alla santa Sede, e un altro per Argenta all'arcivescovo di Ravenna. In molte angustie si trovavano in questi tempi Azzo e Guido da Correggio signori di Parma. Durava contra di loro la nemicizia di Mastino dalla Scala, collegato degli Estensi e de' Pepoli. Aveano anche sulle spalle i Sanvitali, Rossi, Lupi ed altre potenti famiglie fuoruscite di quella città, che faceano lor temere qualche occulta congiura fra gli stessi cittadini. Vennero dunque in parere di vendere Parma al suddetto marchese Obizzo per settanta mila fiorini d'oro. Non fu difficile al marchese di ottenere da Mastino dalla Scala il beneplacito di accudire a questo trattato, perchè così veniva lo Scaligero a vendicarsi de' Correggeschi, e s'impediva che Parma non cadesse nelle mani di Luchino Visconte, principe che più degli altri pensava a dilatare il suo dominio. Stabilito il contratto nel dì 23 d'ottobre [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], fu spedito dal marchese con alcune squadre di cavalleria e fanteria Giberto da Fogliano a prendere il possesso di quella città, che gli fu dato dal suddetto Azzo da Correggio. Ma restò ben deluso Guido suo fratello, perchè Azzo, aggraffato tutto quell'oro, niuna parte a lui ne lasciò toccare; laonde Guido con Giberto ed Azzo suoi figliuoli disgustato si ritirò a Brescello e Correggio sue terre. Tenuto fu poscia un parlamento in Modena nel dì quarto di novembre, dove, intervenuti Mastino dalla Scala, e il suddetto Azzo con Giovanni suo fratello e Cagnolo nipote, cederono ogni lor ragione sopra Parma al marchese Obizzo. Disposte in questa maniera le cose, ed ottenuto un passaporto da Filippino da Gonzaga signore di Reggio, si mosse da Modena il marchese nel dì 10 di novembre con quantità numerosa di fanti e cavalli per andare a visitar l'acquistata città. Seco erano Malatesta signore di Rimini, Ostasio da Polenta signor di Ravenna e Cervia, Giovanni figlio di Alberghettino dei Manfredi signor d'Imola, ed altra fiorita nobiltà. Incontrato ed accolto con somma allegrezza dai Parmigiani, nel dì 24 di novembre fu da essi eletto e proclamato per loro signore. Fin qui il sereno non potea essere più bello, ma durò ben poco.
In questo mentre Filippino da Gonzaga, ito a Milano, congiurò con Luchino Visconte alla rovina dell'Estense, e niuna difficoltà trovò in lui, perchè gli fece sperar l'acquisto di Parma. Luchino, senza mettersi in pena per la tregua già stabilita coll'Estense, diede al Gonzaga ottocento cavalieri, e molte bande di fanti e balestrieri, che segretamente per varie vie s'inviarono a Reggio [Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.]. Ora nel dì 6 di dicembre, dopo aver lasciato buon ordine in Parma, si mise in viaggio il marchese colle sue genti per tornarsene a Modena, e si fermò la notte a Montecchio. Nel giorno seguente, arrivate le sue milizie alla villa di Rivalta del distretto di Reggio di Lombardia, scoppiò il tradimento del Gonzaga, ch'era in agguato con tutte le sue forze, ed improvvisamente assalì i mal venuti. Marciavano senza alcuna ordinanza e con tutta pace le genti dell'Estense, e perciò furono ben tosto messe in isconfitta, restando prigioni settecento ventidue persone, e fra loro molti contestabili e nobili, cioè Giberto da Fogliano con un figliuolo e nipote, Giovanni de' Malatesti da Rimini, Sassuolo da Sassuolo, ed altri ch'io tralascio. Per la valida difesa de' Tedeschi fu riscosso dalle mani de' nemici il marchese Francesco Estense figliuolo del fu Bertoldo. Veniva dietro alle sue genti il marchese Obizzo cogli altri signori, e, udito l'inaspettato colpo, si ritirò a Montecchio, e di là a Parma. Gran rumore fece per tutta Lombardia la fellonia ed infame impresa di Filippino da Gonzaga [Giovanni Villani, lib. 12, cap. 34. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]; ed egli se ne scusava con dire d'aver bensì conceduto il passaporto per l'andare, ma non già pel ritornare: scusa da non adoperarsi se non da principi di mala fede e di poca onoratezza. Dopo avere il marchese Obizzo lasciato per suo vicario in Parma il marchese Francesco suddetto, nel dì 21 di dicembre venne a Piolo, poscia a Frassinoro e Monfestino, e nel dì del santo Natale fu in Modena. Mastino dalla Scala, il Pepoli e Francesco degli Ordelaffi, ognun di essi gli mandò rinforzi di gente. Erasi Luchino Visconte disgustato co' Pisani [Giovanni Villani, lib. 12, cap. 25.] pel mal trattamento (diceva egli) da lor fatto a Giovanni da Oleggio suo capitano [Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.], e per aver essi cacciati dalla città di Lucca i figliuoli di Castruccio. Ai potenti non mancano mai pretesti per isfoderar la spada contra chi è da meno, Mandò perciò in aiuto del vescovo di Luni mille e ducento cavalieri. Pietrasanta e Massa furono prese dal vescovo, e la gente di Luchino nel dì 5 d'aprile in una battaglia diede una fiera percossa ai Pisani, e passò anche sul loro contado, prendendo varie terre. Se non era la pestilenza ch'entrò nell'armata del Visconte, si trovava a mal partito il comune di Pisa. La instabile città di Genova cangiò di doge sul fine di quest'anno [Georg. Stella, Annal. Genuens., tom. 18 Rer. Ital.]. Era malveduto Simone Boccanegra dalle quattro principali famiglie di quella città, cioè dai Doria, Spinoli, Fieschi e Grimaldi, in parte allora fuoruscite. Di gran partigiani aveano queste entro e fuori di Genova. Però venuti i fuorusciti ne' borghi della città, senza recar danno alcuno, il Boccanegra, accortosi di quel che si tramava, non volle aspettare di scendere per forza, ma occultamente nel dì 23 di dicembre si ritirò co' fratelli e colla famiglia, andando a Pisa. Entrarono gli usciti; la pace si ristabilì, e poi, non senza tumulto, fu nel giorno di Natale proclamato doge di quella città Giovanni da Murta dell'ordine de' nobili. Ma poco stette a sconvolgersi Genova per la divisione e discordia, troppo allora familiare in quell'altero popolo, siccome apparirà all'anno seguente.