Intanto, capitata in queste parti la gran compagnia del conte Lando, quantunque poco capitale potesse farsi della fede di costui e della sua gente, pure l'Estense e i Gonzaghi la presero al loro soldo. Formata in questa maniera una poderosa armata di cavalieri e fanti, si inviarono alla volta di Parma e Piacenza, ed arrivarono fin sul distretto di Milano, mettendo a sacco quelle contrade, e commettendo le enormità tutte che soleano praticarsi dagli Oltramontani d'allora. Andò poscia la gran compagnia di quei masnadieri ai servigio di Giovanni marchese di Monferrato, contro cui aspramente guerreggiavano i Visconti. Ma qui non finirono le disgrazie di essi Visconti [Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.]. Il marchese di Monferrato tolse loro Novara; e se il conte Lando, uomo di corrotta fede, avesse secondato i di lui disegni, avrebbe fatto delle maggiori conquiste. Il peggio fu che Genova in questo anno a dì 14 di novembre levatasi a rumore [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], si sottrasse all'ubbidienza de' Visconti, dimenticandosi ben presto que' cittadini che coll'appoggio dell'arcivescovo Giovanni da un basso stato erano risaliti ben alto. Dacchè quel popolo vide i due fratelli Visconti, Bernabò e Galeazzo, impegnati in una guerra sì viva in Lombardia, e tolte loro varie città dal marchese di Monferrato, cominciarono a scoprire la lor voglia di rimettersi in libertà, e non ne faceano mistero. Trovavasi in Milano a guisa d'ostaggio Simonino Boccanegra, che negli anni addietro era stato doge di Genova. Sapea ben parlare, e diedesi a far credere ai Visconti, che se gli avessero permesso di tornare a Genova, per la pratica ch'egli avea di quel popolo, gli dava cuore di pienamente calmarlo. Gli fu creduto, ed andò. Ma giunto colà, fece tutto il rovescio, ed egli fu che commosse i cittadini a ribellarsi, cioè i popoli, perchè i nobili non furono con lui. Nel dì seguente 15 di novembre si fece egli proclamar doge di Genova, e ridusse il governo affatto popolare, con escluderne i nobili, e mandare ai confini alcuni de' più potenti. Dopo di che entrò in lega col marchese di Monferrato contra de' Visconti. Ma questo marchese, dacchè si fu impadronito di Novara, attendendo a conservare un sì bell'acquisto e ad assediare il castello, benchè ricercato dalla lega lombarda [Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.], ricusò di marciare sul Milanese. Perciò il conte Lando e i collegati ch'erano a Mazenta, Casorate e Castano, terre da loro spogliate d'ogni sostanza, al vedere che ogni dì più s'ingrossava l'armata de' Visconti, giudicarono meglio di ritirarsi a Pavia. Quando eccoti nel dì 13 di novembre il marchese Francesco d'Este e Lodovico Visconte, capitani de' fratelli Visconti, che vengono coll'esercito milanese ad assalirli alla coda. Se il conte avesse voluto uscir di strada, e mettersi al largo, avrebbe forse vinta la pugna; ma siccome egli non istimava un frullo le genti di Milano, così non si mise gran pensiero di loro. Il fatto andò diverso da quello ch'egli pensava; fu messo in fuga e sbandato l'esercito suo; molti nobili signori rimasero prigionieri; e lo stesso conte Lando ebbe bisogno degli speroni per ritirarsi a salvamento in Pavia. Fra gli altri vi fu preso il vescovo d'Augusta, chiamato Marcuardo, che s'intitolava vicario. All'anno presente e giorno suddetto vien riferito questo fatto dall'Annalista Piacentino e dal Corio; ma, secondo Pietro Azario, pare che appartenga all'anno seguente, scrivendo egli che esso conte svernò nel Novarese, e fece in quel tempo continua guerra alle ville del distretto di Vercelli; e che, tornato nella primavera a Mazenta, sentendo che l'esercito milanese avea riacquistato Casorate, volle ritirarsi in aria sprezzante a Pavia, ma ne riportò la percossa suddetta.
Al cardinale Egidio Albornoz legato apostolico, dopo avere ricuperato il Patrimonio, il ducato di Spoleti, la marca di Ancona e buona parte della Romagna, altro non restava da fare che di sottomettere Francesco degli Ordelaffi signore di Forlì, Forlimpopoli e Cesena, siccome ancora Giovanni e Rinieri de' Manfredi signori di Faenza. Contra di loro fece predicar la crociata, e profuse immense indulgenze: il che, per attestato di Matteo Villani [Matteo Villani, lib. 6, cap. 14.], servì a ricavar danaro da tutte le parti, perchè non vi era voto, o peccato che spendendo non si rimettesse ed assolvesse: il che fu un saccheggio alle borse di molti paesi, e servì ad ingrassare i banditori di essa crociata. Andò il cardinale all'assedio di Faenza, e nello stesso tempo, cioè nel mese di giugno, perchè udì che la gran compagnia del conte Lando veniva di Puglia per entrar nella Marca, si accostò con altro corpo di gente alla città d'Ascoli. Quel popolo, temendo della venuta di quegli assassini, prese il miglior partito di darsi al legato, che n'entrò ben volentieri in possesso. Anche il signore di Fabriano di casa Trinci, che fin qui s'era tenuto saldo senza cedere agli ordini del legato, venne in questi tempi all'ubbidienza sua, e da lui riconobbe quella signoria. Faenza si arrendè al legato per patti fatti coi Manfredi signori di quella terra, a' quali egli lasciò godere alcune castella [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]. V'entrò il cardinale nel dì 17 di novembre. Fu anche dato il guasto a Cesena, che ubbidiva allora al signore di Forlì. Era questa città difesa da Cia moglie di Francesco, donna di raro valore e di spiriti virili, la quale, vestendo l'armi a guisa degli uomini, fece di molte prodezze, e lungamente difese quella terra. Una più grave tempesta si scaricò in quest'anno addosso ai Veneziani [Gatari, Ist. Padov., tom. 17 Rer. Ital.]. Lodovico potentissimo re d'Ungheria da gran tempo nudriva mal animo contra di quella repubblica, non tanto per Zara ed altre città ch'egli pretendeva [Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital.], quanto perchè gli avevano negata qualsivoglia assistenza di navi e di gente per la guerra fatta al regno di Napoli. Benchè durasse la tregua di otto anni con quella repubblica, più non volle aspettare a tentarne la vendetta. Due poderosissimi eserciti mise egli insieme; e presi de' pretesti di rottura, l'uno spinse in Dalmazia, e l'altro inviò alla volta d'Italia. Richiese ai Veneziani la Dalmazia e l'Istria; si sarebbe anche contentato d'un annuo censo; ma sembrando ingiuste e dure tali dimande ai Veneziani, che da tanto tempo signoreggiavano quelle contrade, elessero piuttosto di difendersi con pericolo, che di cedere con vergogna. Venne in persona il re Lodovico coll'esercito unghero in Italia nel mese di giugno, e i Cortusi [Cortus. Histor., lib. 11, cap. 8, tom. 12 Rer. Ital.] (probabilmente con della iperbole) scrivono che la sua armata fu creduta di cento mila cavalli. Unironsi con lui i conti di Collalto, chiamati conti di Trevigi, perchè tali erano stati i lor maggiori, e quei di Vonigo ed altri castellani di quelle parti. Strinse d'assedio la città di Trivigi, e si impadronì d'Asolo, Ceneda e Conegliano. Frattanto nel dì 8 d'agosto giunse al fine di sua vita Giovanni Gradenigo doge di Venezia, e fu in suo luogo eletto Giovanni Delfino a dì 14 d'esso mese. Era questi capitano ossia governator delle armi venete chiuso in Trivigi, città allora assediata dal re unghero. Spedì il senato veneto ambasciatori al re, pregandolo di lasciarne liberamente uscire il loro doge. Secondo i Cortusi e i Gatari, Lodovico cortesemente accordò lor questa grazia; ma, per attestato del Caresino, la negò loro, gloriandosi di tenere assediato un doge di Venezia. Da lì nondimeno a qualche tempo ne uscì il Delfino, e felicemente condotto a Venezia salì sul trono, ma in tempo in cui si trovava sopraffatta da troppo gravi calamità la sua repubblica. Per maneggio di Niccolò Acciaiuoli gran siniscalco riuscì in quest'anno nel mese di novembre a Luigi re di Napoli di occupar il fortissimo castello di Mattagriffone sopra Messina [Matteo Villani, lib. 8, cap. 39.]: per la cui presa e pel bisogno ancora che aveano di vettovaglia i Messinesi, anche la città alzò le di lui bandiere: acquisto che fu creduto dover decidere la controversia del dominio della Sicilia. In quella importante città fecero la loro entrata nel dì 24 di dicembre il re Luigi e la regina Giovanna, e grande allegrezza e gala nel loro accoglimento fece tutta quella cittadinanza.
MCCCLVII
| Anno di | Cristo mccclvii. Indizione X. |
| Innocenzo VI papa 6. | |
| Carlo IV imperadore 3. |
Quantunque il cardinale Egidio Albornoz legato del papa tante prodezze avesse fatto negli Stati della Chiesa, dove altro non gli restava da sottomettere, se non l'ostinato Francesco degli Ordelaffi signor di Forlì e Cesena [Matteo Villani, lib. 7, cap. 56.]; pure, per uno di quei colpi segreti che facilmente accadono nelle gran corti, fu egli richiamato dal papa ad Avignone, e mandato in sua vece al governo dell'armi con molta autorità Androino abbate di Clugnì, che s'intendeva più di dire il breviario che di trattar affari di guerra. Tenne il cardinale nel dì 27 d'aprile un gran parlamento in Fano, dove si licenziò, e raccomandò a tutti la fedeltà verso la santa Sede; ma, conoscendo ognuno di che errore e pericolo fosse il lasciar partire in sì fatte contingenze un uomo di tanto senno, tutti, ed anche lo stesso abbate di Clugnì, cotanto lo scongiurarono di differir almeno sino al settembre la sua andata, che si fermò. Teneva il cardinale un trattato coi cittadini di Cesena [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.], e questo scoppiò nel dì 29 di esso mese d'aprile. Levò rumore il popolo, gridando: Viva la Chiesa; e, prese l'armi, con tal possanza combatterono contro ai provvisionati di Francesco degli Ordelaffi, che gli astrinsero a ritirarsi nella Murata; che così si appellava quella fortezza. Non potè riparare all'improvviso colpo la valorosa Cia, moglie d'esso Ordelaffo; fece bensì ella tagliar la testa a due suoi consiglieri sospetti del tradimento, e poi si accinse disperatamente alla difesa della Murata. Un gran sacco ed incendio di case fu il regalo che per tal mutazione toccò a quella misera città. A questo avviso, il cardinale coi Malatesti e con Roberto degli Alidosi da Imola corse a Cesena con tutte le sue forze, ascendenti tra fanti e cavalli a cento ottanta bandiere. Vinta fu la murata, e Cia si ritirò nella rocca [Vita di Cola di Rienzo, Antiquit. Ital.]. Col continuo cavare, fu messa sui pontelli la torre maestra che dava l'entrata in quella rocca; nè volendosi mai rendere la feroce donna all'aspetto del pericolo, nè alle esortazioni di Vanni degli Ubaldini suo padre, che corse apposta colà, attaccato il fuoco ai pontelli, fu fatta in fine cadere la torre, di modo che nel di 21 di giugno restò presa la rocca, e Cia ritenuta prigione coi figliuoli e nipoti. A tale conquista succedette quella di Bertinoro; e, ciò fatto, rivolse il legato le sue genti contro a Forlì. Ma convenne interrompere il corso della vittoria, perchè avendo Francesco degli Ordelaffi implorato soccorso da Bernabò Visconte, questi, per non iscoprirsi nemico della Chiesa, segretamente indusse il conte Lando con danari (esca sola ricercata da lui) a condurre nel mese di giugno la gran compagnia verso la Romagna. Potrebbe nondimeno essere che senza istigazione di Bernabò, e alle istanze dell'Ordelaffi si movesse il conte. Vennero questi masnadieri nelle vicinanze di Forlì. Erano quattro mila cavalieri, mille e cinquecento balestrieri, oltre ad una smisurata folla di ribaldi e femmine che correvano alla carogna. La Cronica di Piacenza ha [Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.] che fu solamente una parte della gran compagnia, consistente in soli tre mila combattenti. Bandì il legato [Matteo Villani, lib. 7, cap. 84.] il perdon generale de' peccati a chi prendea la croce contra di costoro. Chi non potea o non volea procedere colle armi, e massimamente le donne, guadagnavano, ciò non ostante, il perdono con pagare; nè passava dì che il legato con questa buona mercatanzia non ricavasse mille e mille ducento fiorini d'oro. Benchè si trovasse egli più forte di gente che la compagnia; pure, temendo di azzardare una battaglia, meglio amò di far tornare in Lombardia quegl'iniqui collo sborso di cinquanta mila fiorini. Pertanto sul fine d'agosto, dopo aver messo l'assedio alla città di Forlì, lasciato il governo dell'armata all'abbate di Clugnì, se ne tornò accompagnato da Malatesta di Rimini ad Avignone, glorioso, benchè maltrattato da quella corte. Nè si dee tacere che, conoscendo egli che la sorgente di tanti guai, a' quali era allora sottoposta buona parte dell'Italia, veniva dalla soverchia avidità e potenza dei due fratelli Visconti, stabilì lega offensiva e difensiva nel dì 28 di giugno con Aldrovandino marchese d'Este, vicario di Ferrara per la santa Sede, e di Modena per l'imperio, coi Gonzaghi signori di Mantova e Reggio, con Giovanni Visconte da Oleggio signore di Bologna, con Giovanni marchese di Monferrato vicario di Pavia, con Simone Boccanegra doge di Genova, e coi Beccheria da Pavia. Lo strumento fu da me dato alla luce [Piena Esposizione, Append., num. 14.]. Parve fatta quella lega contro alla compagnia del conte Lando, ma esso mirava più oltre.
Due mila barbute e gran moltitudine di fanti inviò in quest'anno sul principio di giugno Bernabò Visconte, sotto il comando di Galasso Pio, nel territorio di Modena, dove fece di gran danno [Johann. de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Ital.]. Venuto il luglio, s'inoltrò quest'armata fino a Piumazzo sul Bolognese [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], parendo che avesse qualche intelligenza (e fu anche vero) in Bologna. Nel dì 11 d'esso mese le milizie de' Gonzaghi, dell'Estense e dell'Oleggio, comandate da Feltrino Gonzaga, andarono virilmente ad assalire l'armata nemica, e le diedero una buona spelazzata, tanto che la costrinsero a ritirarsi per la via di Nonantola a Carpi, e poscia al loro paese. Fu ben costretto alla resa sul fine di gennaio dell'anno presente da Giovanni marchese di Monferrato il castello di Novara, nè fu possibile ai Visconti con tutti i loro sforzi di dargli soccorso; ma perciocchè il conte Lando, che tuttavia era in quelle parti colla sua gran compagnia, non si accordava con Ugolino da Gonzaga capitano della lega, di più non migliorarono gl'interessi della stessa lega. Anzi verso il fine d'agosto peggiorarono [Matteo Villani, lib. 7, cap. 98.]; imperciocchè riuscì ai Visconti di torre per tradimento ai signori da Gonzaga il castello di Governolo: il che fu cagione, per cui i medesimi Visconti, volte a quella parte la possanza delle lor armi, assediarono Borgoforte, e se ne impadronirono. E così trovandosi sciolte le mani a maggiori imprese, passarono sul Serraglio di Mantova, e posero l'assedio alla stessa città di Mantova. Per questo i collegati, benchè tante volte traditi dal conte Lando, pure, necessitati da così strane vicende, tornarono a chiamarlo in Lombardia al loro soldo. Colà si portò egli nel mese di ottobre colle sue masnade, ed unitosi con Ugolino Gonzaga e coll'altra gente della lega, tutti entrarono nel distretto di Milano, saccheggiando e bruciando [Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital. Matteo Villani, lib. 8, cap. 18. Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.]. Lasciati in Castro, castello del Milanese, mille barbute (le barbute erano allora uomini d'armi con due cavalli) e cinquecento fanti, affinchè il nemico fosse distratto in quelle parti, s'inoltrò l'armata sul Bresciano. Giovanni Bizozero, capitan generale di Bernabò, si levò per questo di sotto a Mantova, e, andato loro incontro nel mese di dicembre al passo dell'Oglio, venne a battaglia. Ostinatamente fu combattuto; ma restò sconfitto l'esercito del Visconte, e fatto prigione lo stesso suo capitano con venti conestabili ed altra gente. Poco differente fortuna provò un'altra parte dell'armata d'essi Visconti, la quale, avendo assediato in Castro i soldati suddetti della lega, si credeva d'ingoiarli; ma fu virilmente rispinta ed obbligata a ritirarsi. Seguito io qui l'ordine delle cose e dei tempi tenuto da Matteo Villani, autore molto accurato, e che scrivea gli avvenimenti d'allora, il cui racconto vien confermato dalla Cronica di Piacenza; perciocchè le storie di Pietro Azario e del Corio sembrano a me imbrogliar qui i tempi e le imprese.
Nel maggio di quest'anno Luigi re di Napoli, dimorante in Messina, facendo credere a quel popolo di voler quivi tener la sua corte per sei anni, si avvisò di far l'assedio di Cattania [Matteo Villani, lib. 7, cap. 72.]. Con mille e cinquecento cavalieri ed assai fanteria Niccolò degli Acciaiuoli Fiorentino gran siniscalco formò quell'assedio. Ma da due galee catalane essendo state prese due del re Luigi, destinate a portar la vettovaglia al campo, talmente rimasero sbigottiti gli assedianti, prima sì baldanzosi, che si diedero ad una precipitosa fuga sul fine del suddetto mese, lasciando indietro tende e bagaglio. Furono inseguiti dalla guarnigion di Cattania, e maltrattati dai villani, con restar prigione il conte Camarlingo. Le storie di Napoli aggiungono che anche Niccolò Acciaiuoli fu preso, e riscattato col cambio di due sorelle del re di Sicilia Federigo, soprannominato il Semplice. Ma abbiamo da Matteo Villani, ch'egli per valore d'un buon destriere si salvò, con aver nondimeno perduto gran tesoro di gioielli e di arnesi. Questa disgrazia e la ribellione molto prima cominciata nel regno di Napoli da Luigi duca di Durazzo, il quale s'era unito con Giovanni Pipino conte di Minerbino, furono cagione che il re Luigi se ne tornasse a Napoli, per attendere a quello che più gl'importava nelle congiunture presenti. Intanto continuava la guerra di Lodovico re d'Ungheria contra de' Veneziani nel Trevisano e in Dalmazia. Sostennero con vigore questo gran peso i Veneziani in questa parte, ed altrettanto andavano facendo in Dalmazia [Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital. Marino Sanuto, Istor., tom. 22 Rer. Ital. Cortusiorum Hist., tom. 12 Rer. Italic.]. Ma nel settembre di quest'anno accadde che, per tradimento dell'abbate di San Grisogono, ossia di San Michele di Zara, una notte furono introdotte con iscale per le mura le milizie unghere: laonde quella riguardevol città fu presa, e non passò l'anno che anche il castello d'essa fu obbligato a rendersi: disavventure che in fine fecero prendere al senato veneto la risoluzion di chiedere pace, e di ottenerla, siccome diremo all'anno seguente. Ma intanto penetrato alle città di Traù e di Spalatro l'avviso che i Veneziani esibivano al re quelle due città, il popolo d'esse, per farsi merito con esso re, a lui si diedero prima del tempo, senza voler dipendere dall'altrui volontà. Anche Simone Boccanegra doge di Genova tanto s'industriò in questo anno, che ridusse all'ubbidienza sua Ventimiglia, Savona e Monaco: con che assai crebbe in riputazione il governo suo. Era in questi tempi frate Jacopo Bussolari dell'ordine de' Romitani di santo Agostino in gran credito in Pavia per la sua pietà ed astinenza, e più per le sue ferventi prediche [Petr. Azar., Chron., tom. 16 Rer. Ital. Matteo Villani, lib. 8, cap. 2.]. Perciò, divenuto arbitro del popolo, il menava a suo piacere. Non contento egli d'impiegare il suo talento negli affari spirituali, cominciò a mischiarsi nel governo temporale. Tenevasi forte con lui Giovanni marchese di Monferrato, siccome quegli che aspirava al dominio di Pavia, città allora di gran potenza e ricchezze. Un dì (e fu creduto a suggestion del marchese) perorò così bene frate Jacopo contro i signori di Beccheria, signori da gran tempo di quella città, ma discordi fra loro e poco timorati di Dio, che indusse il popolo a scuotere il loro giogo, e a governarsi a comune. Castellino, Fiorello e Milano, i primi della suddetta famiglia, essendone fuggiti, intavolarono segretamente un trattato coi signori di Milano, pensando col braccio loro di ritornare in Pavia. Scoperto il negoziato, furono cacciati della città gli altri da Beccheria, e presi da cento cittadini loro amici, dodici de' quali ebbero mozzato il capo. Quindi venuto a Pavia il marchese di Monferrato con mille e ducento cavalieri e quattro mila fanti, mosse il frate tutto quel popolo, ed egli alla testa loro marciò sul Milanese, da dove asportò una sterminata copia d'uve, di cui Pavia pativa troppa penuria.