Anno diCristo mccclviii. Indizione XI.
Innocenzo VI papa 7.
Carlo IV imperatore 4.

La gran potenza e i fortunati successi di Lodovico re d'Ungheria nella guerra da lui mossa alla repubblica veneta indussero quel saggio senato a pregarlo di pace, con rimettere a lui, sapendo quanto fosse magnanimo, le condizioni dell'accordo [Gattari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer Ital. Matteo Villani, lib. 8, cap. 30.]. Gradì il re così manierosa offerta, accettò i loro ambasciatori, e rispose di non voler danari, perchè niun bisogno avea dell'altrui moneta, ma bensì che pretendea quello che anticamente era della sua corona. Però fu convenuto che a lui restassero le città dell'Istria, Dalmazia e Schiavonia; e laddove da tanto tempo indietro il doge di Venezia si intitolava dux Venetiarum, Dalmatiae, Croatiae, et quartae partis totius imperii Romaniae, bisognò ridurre quel titolario al solo dux Venetiarum. Per altro il re restituì loro tutte le castella prese sul Trevisano, con obbligare i Veneziani a dar pace a tutti que' castellani, e a fornirgli nelle occorrenze ventiquattro galee alle spese del medesimo re. In questa dolorosa maniera terminò la guerra del re unghero, terrore allora di tutti i vicini, colla repubblica veneta. Restò un'amarezza grande di quel senato contra di Francesco da Carrara signore di Padova, perchè egli avea usato di molte finezze al re Lodovico e alle sue genti durante la guerra suddetta di Trivigi; con lamentarsi inoltre, perchè egli continuamente avesse somministrato vettovaglie al campo nemico, senza di che sarebbe stata presto terminata la guerra in quelle parti per mancanza di sussistenza. Rispondeva il Carrarese d'aver ciò fatto per necessità della vicinanza, e per salvare il proprio paese, mentre avrebbono que' Barbari preso per forza e senza pagamento ciò che si fosse loro negato. Ma nè queste nè altre ragioni ritennero i Veneziani dal farne vendetta, allorchè il tempo propizio loro si presentò. Era anche stata guerra in regno di Napoli per la ribellione del duca di Durazzo: laonde s'erano riempiute d'assassini e di mala gente tutte quelle contrade. Ma dacchè il conte di Minerbino, grande autore e fomentatore di sedizioni, fu, secondo il suo merito, impiccato, ebbe campo Niccolò Acciaiuoli gran siniscalco con altri baroni di metter pace fra il re Luigi e il suddetto duca, e gli altri Reali nel maggio di quest'anno. Gran festa se ne fece, e dacchè furono banditi dal regno gli uomini d'arme forestieri, si restituì la tranquillità a quel regno.

Tornò nell'aprile di quest'anno Galeazzo Visconte all'assedio di Pavia per terra e per acqua [Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Italic.]. Perchè fu creduto che i signori da Beccheria, che erano col Visconte, fossero gl'istigatori di questa guerra, fra Jacopo Bussolaro, di cui s'è parlato di sopra, tanto strepito fece colle sue prediche, piene in apparenza di zelo, per la lor distruzione, che il popolo, uomini, donne e fanciulli corsero a diroccare e spianare da cima a fondo tutti i loro bei palagi: impresa veramente nobile di quel religioso cappuccio, quasi che peccassero le case, onde meritassero un sì barbaro gastigo. Grande fu lo sforzo de' Pavesi per la difesa della città, e fecero anch'essi un nobile armamento di navi sul Ticino per resistere al copioso naviglio di Galeazzo, formato in Piacenza [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.], di cui era capitano Fiorello da Beccheria. Fra queste due armate navali succedette un giorno un fiero combattimento ad uno steccato fabbricato da' Pavesi in quel fiume. Restarono morti e feriti assaissimi dall'una parte e dall'altra; ma ne andarono infine sconfitti i Pavesi; fu distrutto lo steccato, e quattro lor galeoni con altre barche vennero in potere de' Piacentini. Durava nello stesso tempo la guerra di Bernabò Visconte contro ai Gonzaghi, Estensi e Bolognesi [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Nel dì 20 di marzo s'affrontarono le loro armate a Monte Chiaro, che era allora del distretto di Cremona, e tutti menarono ben le mani. La vittoria si dichiarò in favore de' collegati. Ma neppur questo servì a vantaggiar gl'interessi di Ugolino da Gonzaga, perchè i Visconti dopo una perdita pareva sempre che comparissero più forti di prima; e il contado di Mantova, per la perdita di Governolo e Borgoforte e del Serraglio, si trovava in gravi angustie e in pericolo di peggio. Perciò cominciò egli a muovere parola di pace, e trasse nel sentimento suo anche Aldrovandino Estense signore di Ferrara, e Giovanni da Oleggio, giacchè tutti si consumavano in questa guerra senza profitto alcuno. Prestò volentieri orecchio a questa proposizione anche Bernabò Visconte per desiderio di rompere il nodo di quella lega, e perchè a lui nulla costava di far oggi una pace, e domani il romperla, se gli tornava il conto [Johannes de Bazano, tom. 15 Rer. Ital.]. Spedirono i collegati a Milano i loro plenipotenziarii, ed in essa città fu conchiusa e pubblicata la pace nel dì 8 di giugno. A quel trattato intervennero anche gli ambasciatori di Carlo IV imperadore, di Giovanni marchese di Monferrato, di Venezia e d'altri signori. E perciocchè Galeazzo Visconte pretendea la restituzion di Novara e di Alba, a lui tolte dal suddetto marchese, fu rimessa la decisione di questa pendenza all'imperadore, il qual poscia decise che fossero restituite a Galeazzo quelle due città, e che questi restituisse al marchese la terra di Novi sul confine del Genovesato. Per quello che vedremo, pare che nulla fosse determinato per conto di Pavia [Corio, Istor. di Milano.]. Essendo poi nato nel settembre un figliuolo a Bernabò Visconte, ne vollero essere compari al battesimo Aldrovandino marchese d'Este, Ugolino da Gonzaga e Giovanni da Oleggio. V'andarono in persona i due primi coll'accompagnamento di copiosa nobiltà. L'Oleggio, volpe vecchia, vi mandò per suo ambasciatore un suo nipote. Di ricchi presenti, secondo il costume d'allora, fecero questi signori a Regina dalla Scala moglie di Bernabò, e al figliuolo Lodovico. L'Estense donò una coppa d'oro piena di perle, anelli e pietre preziose di valore di circa dieci mila fiorini d'oro; il Gonzaga sei coppe di argento dorato, e l'Oleggio molte pezze di panno d'oro e gran quantità di zibellini. Sotto questo bel colore comperarono i men forti l'amicizia dei più forti. Furono anche celebrate in Milano le nozze di Caterina, figliuola del fu Matteo Visconte, con Ugolino da Gonzaga, e si fecero per tal occasione bellissime giostre e torneamenti in quella città. Ma Feltrino da Gonzaga, insospettito che il nipote Ugolino coll'alleanza contratta coi Visconti l'escludesse dal dominio di Mantova, prima che egli tornasse a Mantova, cavalcò a Reggio, e prese l'intero possesso di quella città, e provvide di molta gente Suzara, Reggiuolo e Gonzaga, per impedir gli attentati del nipote. Ugolino, venuto anch'egli a Mantova, ad esclusion dello zio prese in sè tutta la signoria di quella città, e tra loro da lì innanzi sempre fu un grosso sangue.

Per la pace seguita in Lombardia restò licenziata la gran compagnia del conte Lando [Matteo Villani, lib. 8, cap. 60.], e questa sen venne sul Bolognese nel mese di giugno, e si accampò a Budrio. Era ito in Germania il conte, portando seco gl'immensi tesori raccolti da tante ruberie in Italia, co' quali fece acquisto di terre e castella. Seppe costui così ben dipignere a Carlo IV imperadore i vantaggi che potea portare a lui e allo imperio la sua gente in Toscana, che Carlo il dichiarò suo vicario in Pisa, e forse per la Toscana. Tornato questo capo di assassini in Italia, allorchè fu sul Bolognese, intese come i suoi caporali aveano presa condotta dai Sanesi, e n'ebbe piacere, perchè al precedente motivo si aggiugnea quest'altro di passare in Toscana. Aveano i Perugini assediata Cortona. Ora i Sanesi, che di mal occhio vedevano l'ingrandimento de' vicini Perugini, ed erano anche pulsati per aiuto dai Cortonesi, non solamente mandarono gente alla difesa di quella città, ma anche presero al loro soldo Anichino di Bongardo, anch'esso Tedesco, che avea messa insieme una compagnia di circa mille e ducento barbute. Con tali rinforzi sul fine di marzo usciti in campagna, fecero levar l'assedio di Cortona con perdita non lieve e molta vergogna de' Perugini. Per cancellar tale onta, più che mai feroci ed ingrossati di gente se ne tornarono i Perugini sotto Cortona. Vennero poscia i Sanesi a battaglia, e ne furono malamente sconfitti, con veder poi gli stessi nemici alle lor porte: dal che irritati chiamarono al loro soldo la gran compagnia. In tale stato di cose avvenne che il conte Lando, giacchè intese l'invito accettato dalla sua gente di passare sul Sanese, ed egli stesso pel nuovo suo vicariato bramava di portarsi colà, si mise in viaggio nel dì 24 di luglio per uno scosceso ed aspro cammino dell'Apennino, a lui prescritto dai Fiorentini. Ma non potendosi contenere i suoi soldati dal rubare e maltrattare i montanari, costoro in numero solamente di ottanta si postarono ne' siti superiori della via, e rotolando giù grossi sassi, senza che potessero quegli sgherri nè offendere, nè difendersi, li misero in fuga. Vi furono morti circa trecento di essi, oltre a molti presi, e più di mille cavalli e trecento ronzini con assai roba rimasta in preda ai vincitori. Lo stesso conte Lando malamente ferito fu condotto prigione, ma con promessa di molti danari trafugato si condusse a Bologna, dove ben accolto da Giovanni da Oleggio, per la sua poca cura fu in pericolo della vita. Il resto di quella mala gente si ridusse nel contado d'Imola. Francesco degli Ordelaffi, che vedea mal volentieri stretta la sua città di Forlì da due bastie poste dal legato pontificio, tirò al suo soldo quei masnadieri per isperanza che smantellassero le due nemiche fortezze. Costoro fecero di grandi crudeltà e saccheggi in Romagna nel restante dell'anno. Ma avendo la corte pontificia d'Avignone riconosciuta la balordaggine commessa nel richiamar d'Italia l'assennato e valoroso cardinale Egidio, il rimandò in quest'anno con titolo di legato ed ampia autorità negli Stati della Chiesa. Passata la metà di dicembre, arrivò egli in Romagna, e si diede a studiare i mezzi per vincere la pugna contro l'ostinato signore ossia tiranno di Forlì. I Sanesi intanto [Cronica Sanese, tom. 15 Rer. Ital.] e i Perugini, che erano in guerra, e si trovavano stanchi ed esausti per le perdite vicendevolmente fatte di genti e di avere, vennero a pace. Restò ai Sanesi una specie di dominio in Cortona. Montepulciano venne in poter dei Perugini.


MCCCLIX

Anno diCristo mccclix. Indizione XII.
Innocenzo VI papa 8.
Carlo IV imperadore 5.

Dacchè Bernabò Visconte ebbe sciolta la lega lombarda, che tanto gli avea dato da fare, benchè avesse fatta pace ancora con Giovanni da Oleggio signor di Bologna, nè questi occasione alcuna gli avesse dato di romperla; pure si preparò in quest'anno per fargli guerra, tenendo per fermo che fosse giunto il giorno beato di ricuperar Bologna [Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital. Matth. de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Italic.]. Unita dunque una armata di quattro mila cavalli e di molta fanteria, di cui fece capitano il marchese Francesco Estense fuoruscito di Ferrara, nel dì 6 di dicembre questa arrivò nelle vicinanze di Modena. Avea l'Oleggio ben preveduto questo nembo, e a tal fine spediti i suoi soldati con parte del popolo di Bologna alla guardia del fiumicello Muzza, e fatto anche fortificar quelle ripe; ma appena giunse la voce dell'avvicinamento di un sì poderoso esercito nemico, che tutti diedero volta e si ritirarono a Bologna. Nel dì 8 del suddetto mese avendo l'armata milanese passato in due guadi il fiume Panaro, andò a mettere l'assedio a Crevalcuore, e per accordo entrò in quella terra nel dì 17. Poscia nella festa del santo Natale arrivò ne' contorni di Bologna; levò a quella città il canale dell'acqua del Reno, e per conseguente l'uso de' mulini, e fabbricò una bastia a Casalecchio. Allora fu che Giovanni da Oleggio cominciò a prevedere di non poter sostenere a lungo tante forze venutegli addosso, massimamente perchè neppure uno alzava un dito per lui.

Prima che queste cose avvenissero [Petrus Azarius, Chron. Regiens., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Placent., tom. eod.], Galeazzo Visconte, aiutato da Bernabò suo fratello, spedì un poderoso esercito sotto il comando di Luchino dal Verme all'assedio di Pavia. Moriva di voglia di quella sì riguardevol città; e seco erano i signori da Beccheria, i quali aveano già prese tutte le castella della Lomellina e del distretto pavese. Frate Jacopo Bussolari, di cui abbiam parlato altre volte, dell'ordine di santo Agostino, e non già degli Umiliati, come ha il Corio [Corio, Istor. di Milano.], non cessava colle sue prediche di animar quel popolo alla difesa, promettendo loro continuamente vittorie. E perciocchè era venuto meno il danaro, con persuadere alle donne l'abbandonare il lusso e le pompe, cavò loro di mano tutti gli anelli, e gioielli e vesti preziose, e da' cittadini tutti i vasi d'oro e d'argento, colla vendita dei quali fatta in Venezia ricavò assai pecunia per supplire a' bisogni della guerra. Ma questo a nulla giovò. Cominciò la città a penuriar di grano. Il buon frate ne cacciò tutti i poveri, gl'inabili e le donne di mala vita. Pure di dì in dì cresceva la carestia [Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.], e a questi malanni s'aggiunse una grave epidemia, che portò gran gente all'altro mondo. Secondochè scrisse il Corio, i Pavesi durante questo assedio fecero una sortita con tal bravura, che misero in isconfitta l'esercito del Visconte, uccidendone e prendendone assaissimi. Dal che nondimeno non punto sbigottito Galeazzo, in breve rifece l'armata, e più forte di prima tornò a strignere d'assedio Pavia. Nulla di ciò s'ha da Pietro Azario storico di questi tempi. Ma siamo assicurati da Matteo Villani [Matteo Villani, lib. 9, cap. 35.] e dagli Annali di Piacenza [Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.] che Giovanni marchese di Monferrato, vedendosi tolta la maniera di soccorrere quella città, non meno per terra che per acqua, prese al suo soldo la compagnia del conte Lando, e fattala venire per la riviera di Genova, andò con essa gente a postarsi verso Bassignana. Non poterono i Visconti impedire un dì lo sforzo di costoro, che non introducessero in Pavia un convoglio di vettovaglia; ed allora accadde, a mio credere, il conflitto poco fa accennato dal Corio. Ma nel mese di settembre peggiorò la febbre di Pavia, con aver Galeazzo Visconte tirata al suo soldo buona parte della suddetta compagnia del conte Lando, gente senza legge e fede, pronta a vendersi ogni dì a chi più le offeriva. Restò solamente al servigio del marchese di Monferrato Anichino di Bongardo Tedesco con circa due mila persone tra cavalieri e fanti. Perciò veggendo fra Jacopo Bussolari e i principali di Pavia disperato ii lor caso, nel mese di novembre cominciarono a trattare con Galeazzo della resa della città, e a procurar dei vantaggiosi patti. Impetrarono tutto, e il Visconte anch'egli ottenne il possesso e dominio di Pavia. Gran confidenza mostrò il Visconte al Bussolari in quel trattato, ed anche dopo essere entrato padrone in Pavia; ma giacchè il superbo frate, nel procacciare agli altri una buona capitolazione, scioccamente avea dimenticato di chiedere alcuna sicurezza o vantaggio per la propria persona, da lì a pochi giorni fu preso, e condannato dal suo generale ad una perpetua prigionia nella città di Vercelli: gastigo a cui non si oppose il Visconte, o, per dir meglio, gastigo a lui procurato segretamente dal Visconte medesimo, e d'istruzione ad altri d'attendere al loro breviario, e di non mischiarsi ne' secolareschi affari, e molto meno in quei di guerra. Fece poi Galeazzo fabbricar un forte castello in Pavia per tenere in briglia quel popolo, che da tanto tempo manteneva una grave antipatia con Milano e co' signori di Milano. Grande accrescimento di potenza fu questo a Galeazzo Visconte.

Fu ben presa, siccome dicemmo, al suo soldo da Francesco degli Ordelaffi la compagnia del conte Lando; ma parte perchè egli non potea mantenerla, e parte per li prudenti maneggi del cardinale Egidio legato, questa si voltò verso il contado di Firenze, cercando da sfamarsi e da trovar buon bottino. Non si lasciarono far paura in questa occasione i Fiorentini, ed usciti in campagna con quanta gente d'armi poterono adunare anche delle loro amistà, mostrarono a que' masnadieri i denti in maniera, che a guisa di sconfitti si partirono dal loro distretto, passando dipoi a' servigi del marchese di Monferrato. Restato perciò in asse il bestiale signor di Forlì, e sempre più stretta la sua città, si ridusse in fine come disperato a quella risoluzione che mai non volle prendere in addietro, benchè con patti di molto vantaggio. Interpostosi adunque Giovanni da Oleggio [Matteo Villani, lib. 9, cap. 36.], andò l'Ordelaffo a rendersi liberamente al cardinale legato, il quale nel dì 4 di luglio prese il possesso di quella città e di tutte le fortezze, con gran festa di que' cittadini che si videro liberati da un aspro giogo. All'Ordelaffo il prode cardinale diede l'assoluzione, e lasciò la signoria di Forlimpopoli e di Castrocaro. Così la Romagna restò in pace, e tutta all'ubbidienza della Chiesa romana. Terminò i suoi giorni in quest'anno, nel dì 10 oppure 13 di marzo [Rubeus, Hist. Ravenn., lib 9. Matteo Villani, lib. 9, cap 13.] Bernardino da Polenta signore, o piuttosto tiranno di Ravenna, uomo perduto nella lussuria, uomo crudele, che enormi aggravii avea imposto a quel popolo, di modo che in Ravenna non abitavano più se non dei contadini e de' poveri artigiani. Erede suo fu Guido da Polenta, suo figliuolo, proclamato signore da quei cittadini, tutto diverso dal padre, che, richiamato alla patria ogni fuggito e bandito, si diede a governar con placidezza ed amore il suo popolo, e dal cardinale legato riportò la conferma di quel dominio. Can Grande signor di Verona, anche egli per la sua vita dissoluta e crudele [Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital., pag. 420.] s'era guadagnato l'odio del popolo suo. Maltrattava del pari i suoi due fratelli, cioè Can Signore e Paolo Alboino, e non men la moglie, benchè bella e savia donna, perchè perduto dietro a due meretrici. E perciocchè Can Signore udì un giorno certe minaccie che il fecero temere della vita, scelse il dì 14 di dicembre per vendicarsene. Trovato dunque per istrada in Verona Can Grande, che a cavallo se ne andava a diporto, avventandosi, con uno stocco il passò da parte a parte, e morto il lasciò. Se ne fuggì egli a Padova, benchè niuno in Verona si movesse contra di lui. Il perchè nel dì 17 d'esso mese tornato colà con gente datagli da Francesco da Carrara signore di Padova, dappoichè Paolo Alboino suo fratello era stato eletto signore, non trovò difficoltà veruna a farsi proclamar suo collega nella signoria. Degna di memoria è la forse non mai veduta strabocchevol quantità ed altezza delle nevi cadute in quest'anno in Lombardia. In Modena, Bologna ed altre città fu alta due ed anche tre braccia, laonde rovinarono molte case; e scaricata dai tetti, arrivava sino alle gronde delle case, nè per contrada alcuna si potea passare, nè buoi o carra mettersi in viaggio.