Fu solennemente scomunicato nel marzo di quest'anno da papa Urbano, e dichiarato eretico, Bernabò Visconte, con tutte le maledizioni e pene che si usavano in quei tempi, non ostante che il re di Francia pontasse assaissimo in favore di lui [Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Raynaldus, Annal. Eccles.]. Inferocì maggiormente per questo il Visconte, ed inteso che le genti del marchese di Ferrara coll'altre dei collegati aveano assediato, o si disponevano ad assediar la bastia di Solara sul Modenese, in persona, con due mila e cinquecento cavalieri e molta fanteria, cavalcò nel principio d'aprile a quella volta, ed ebbe tal possanza, che introdusse trentasei carra di munizioni da bocca e da guerra in essa bastia. Vi entrò egli stesso, e visitò tutto; ma colpito da un verrettone in una mano, si condusse a Crevalcuore per farsi curare, lasciando l'oste in que' contorni. Allora Feltrino da Gonzaga, che pochi giorni prima avea ricevuto il bastone da comando di tutta l'armata collegata, valorosamente uscì ad assalire i nemici. Durò sino al vespro l'ostinata battaglia con gran prodezza degli uni e degli altri [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Mutinens., tom. eod.]; ma in fine fu rovesciato e disfatto interamente l'esercito del Visconte. Vi restarono prigionieri assaissimi signori della prima nobiltà [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Italic. Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital. Additamenta ad Cortusior. Histor., tom. 12 Rer. Ital.], fra' quali Ambrosio Visconte bastardo di Bernabò, e generale della sua armata, Lionardo dalla Rocca Pisano, Andrea dei Pepoli da Bologna, Marsilio e Guglielmo Cavalcabò da Cremona, Guido Savina da Fogliano Reggiano, Giberto e Pietro signori di Correggio, Giovanni Ponzone da Cremona, Sinibaldo figliuolo di Francesco degli Ordelaffi, Beltramo Rosso da Parma, Antonio figliuolo di Giberto San Vitale da Parma, Giovanni dalla Mirandola, Giberto Pio, Niccolò Pelavicino da Piacenza, oppure da Parma, ed altri, dei quali fa menzione anche Matteo Villani [Matteo Villani, lib. 12.]. Scrive questo autore che nel dì 16 d'aprile succedette esso fatto d'armi. La Cronica di Bologna la mette nel dì 6. Parmi più sicuro l'attenersi alla Cronica Modenese di Giovanni da Bazzano, terminata appunto in questo anno, dove è detto che die dominico IX aprilis venne Bernabò a fornir la bastia di Solara, e che, nell'andarsene, fu sconfitto dalle genti del marchese d'Este e della lega. Dopo sì gloriosa vittoria fu continuato l'assedio della bastia di Solara, la quale nel dì 31 di maggio si trovò obbligata a rendersi al marchese Niccolò d'Este. E i signori della Mirandola, che dianzi tenevano la parte di Bernabò, lasciarono entrare in quella terra la guarnigion della lega [Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.]. Ma sul principio di giugno eccoti comparire un nuovo esercito di Bernabò sul Modenese, che si accampò alla villa de' Cesi, e quivi fabbricò una nuova bastia. Ribellossi ancora al marchese Niccolò Galasso de Pii signore di Carpi. La politica di Bernabò era di sciogliere il più presto che potea le leghe fatte contro di lui. Però, veggendo che questa già s'era messa a dargli delle dure lezioni, prestò subito orecchio ad un trattato di pace; e laddove egli in Milano e i suoi ambasciatori in corte del papa parlavano alto per l'addietro, cominciarono a favellare più dolce. Il perchè nel settembre fu fatta una tregua fra lui e la lega, acciocchè fra tanto si smaltissero le difficoltà della pace, di cui si trattò nel verno seguente [Additamenta ad Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.]. Di questo riposo si servì Bernabò, per ben munire le castella da lui occupate, e la bastia de' Cesi, con grave incomodo e danno dei Modenesi.

Nei medesimi tempi più che mai dura fu la guerra fra Galeazzo Visconte e Giovanni marchese di Monferrato. Venuto in Italia Ottone della nobilissima casa di Brunsvich, principe di gran senno e valore [Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital., pag. 408.], entrò anch'egli al servigio del marchese, ed unitosi con Albaret capo della compagnia degl'Inglesi, di fiere ostilità fece contra del Visconte. Giacchè andò in fumo un trattato di pace promosso dallo stesso Galeazzo, la compagnia degli Inglesi nel dì 4 di gennaio di quest'anno, valicato a guazzo il Ticino, entrò furibonda nel contado di Milano. Prese Mazenta, Corbetta; arrivò a Legnano, Nerviano, Castano, e giunse fin cinque o sei miglia in vicinanza di Milano. Più di secento nobili fecero prigioni, e carichi d'immense spoglie se ne tornarono sani e salvi a Romagnano. Avvenne che nel dì 22 d'aprile essi Inglesi cavalcarono per vettovaglia a Briona sul Novarese. Trovavasi allora in Novara a' servigi di Galeazzo il conte Corrado Lando, capitano, tante volte di sopra nominato, della compagnia de' masnadieri tedeschi. Costui, benchè poco gl'importassero gli andamenti e saccheggi de' nemici [Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.], pure tanto fu tempestato, che, dato di piglio alle armi, co' suoi cavalcò per iscacciare gl'Inglesi. Venne con loro alle mani, ma, percosso con una lancia, lasciò ivi la vita, pagando con un sol colpo tante iniquità da lui commesse per più anni in varie contrade d'Italia. Ma perciocchè non potea il marchese di Monferrato supplire alle tante spese che occorrevano per pagare la suddetta copiosa compagnia bianca degl'Inglesi, pensò a scaricarsi della maggior parte d'essi. Per buona fortuna erano capitati colà gli ambasciatori de' Pisani, offerendosi di prenderli al loro soldo, e si stabilì il contratto: del che fu ben contento Galeazzo Visconte, che d'accordo permise loro di passare pel Piacentino alla volta di Pisa. Erano circa tre mila cavalieri, tutti brava gente. Ottone di Brunsvich col resto di quella compagnia stette saldo al servigio del marchese. Sminuite in questa maniera le forze nemiche, Galeazzo da lì innanzi ricuperò molte terre a lui tolte ne' contadi di Pavia e Tortona: al che molto contribuì il senno e valore di Luchino del Verme suo capitan generale.

In quest'anno essendo gravemente malato Simone Boccanegra doge di Genova [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Matteo Villani, lib. 11, cap. 42.], il popolo prese l'armi, e messe le guardie al palagio ducale, creò, vivente ancora il Boccanegra, un nuovo doge, cioè Gabriello Adorno, mercatante di molta saviezza e buona fama, senza che fosse permesso ai nobili e grandi d'intervenire all'elezione. O sia che al Boccanegra avesse alcuno dato dianzi il veleno, oppur che ciò succedesse dipoi, certamente pubblica voce corse ch'egli fosse aiutato a sbrigarsi dal mondo. Obbrobriosamente più per li Genovesi che per lui, fu portato il suo cadavero alla sepoltura da due facchini e da un famiglio. Seguitò in quest'anno ancora la guerra de' Fiorentini contro i Pisani [Idem, cap. 45.], con vicendevol perdita ora degli uni ed ora degli altri. Ma in una battaglia, che fu assai aspra sul Pisano, restò rotta dai Fiorentini, e dal prode lor capitano Pietro da Farnese l'oste de' Pisani, e vi fu fatto prigione Rinieri da' Baschi capitano dell'armata. Poscia nel mese di maggio cavalcò l'esercito fiorentino di nuovo sino alle porte di Pisa, e quivi fece battere moneta d'oro e d'argento in dispetto dei Pisani: che di queste inezie si pasceva allora la vanità de' nostri Italiani. Essendo mancato di vita nel seguente giugno il valoroso Pietro di Farnese, in suo luogo fu eletto capitano della guerra Ranuccio suo fratello, uomo di molta lealtà, ma poco sperto nel mestier della guerra. Arrivò intanto la compagnia degl'Inglesi, comandata da Albaret, in Toscana [Filippo Villani, lib. 11, cap. 63.], ed allora i Pisani cavalcarono senza opposizione alcuna sul contado di Firenze, con rendere il sacco a misura colma ai Fiorentini. Saccheggiando e bruciando giunsero fin sotto le porte di Firenze, e quivi impiccarono tre asini, per far onta a quegli abitanti, e li caricarono di villanie. Per questa mutazion di fortuna i Fiorentini elessero per lor capitano Pandolfo Malatesta, che si portò colà, menando seco cento uomini d'arme e cento fanti. Tardarono poco ad esserne scontenti, perchè assai segni diede egli di volerli ridurre a dargli la signoria della città: dal che erano essi ben lontani. Preso che ebbero gl'Inglesi e Pisani nel dì 6 di settembre il borgo di Feghine, andò verso quella parte tutta la gente d'armi de' Fiorentini [Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Italic.]; ma sul principio d'ottobre spintisi loro addosso gl'Inglesi, li misero in rotta, facendo prigione Ranuccio da Farnese e molti altri nobili, oltre la ciurma de' soldati. Fu anche disfatta da' Sanesi nel dì 8 d'ottobre la compagnia del Cappello di gente tedesca, la qual veniva al servigio del comune di Firenze. Cagion furono poco appresso i mali portamenti di Pandolfo Malatesta, che i Fiorentini il cassassero, e chiamassero per lor capitano Galeotto Malatesta, uomo di gran credito, ma vecchio. Se ne ritornarono poi a Pisa sul venire del verno gl'Inglesi carichi di prede e di prigioni, e si risero de' Pisani che li vedeano mal volentieri entro la città. Venne in quest'anno a Napoli Giacomo infante di Maiorica, nuovo marito della regina Giovanna [Raynaldus, Annal. Eccles.], nè tardarono ad insorgere dissensioni fra loro, parendo a lui cosa vergognosa l'avere per moglie una regina, senza partecipar del titolo e degli onori del trono, e senza poter mettere presidio neppure in una sola fortezza. Il papa con sue lettere lo esortò all'osservanza de' patti; ma egli non fu mai per l'avvenire contento d'un matrimonio che il facea comparire servo e non padrone in quel regno, anzi se ne tornò presto in Ispagna. Nel giugno di questo anno [Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.] Can Signore dalla Scala menò moglie Agnese figliuola del duca di Durazzo, e per molti giorni tenne in Verona corte bandita, alla quale intervennero Niccolò marchese di Ferrara, Francesco da Gonzaga signore di Mantova, Regina moglie di Bernabò Visconte, e gli ambasciatori d'altri signori.


MCCCLXIV

Anno diCristo mccclxiv. Indizione II.
Urbano V papa 3.
Carlo IV imperadore 10.

Cotanto s'adoperarono co' lor buoni uffizii Carlo IV imperadore e i re di Francia e d'Ungheria [Raynaldus, in Annal. Eccles.], che fu conchiuso il trattato di pace fra la Chiesa romana, il marchese Niccolò d'Este signor di Ferrara [Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], Francesco da Carrara signor di Padova, i Gonzaghi e gli Scaligeri dall'un canto, e Bernabò Visconte dall'altro, nel dì 3 di marzo. In vigore di questa pace rinunziò il Visconte a tutte le sue pretensioni sopra Bologna, e restituì Lugo, Crevalcuore e qualunque altro luogo occupato da lui negli Stati della Chiesa; e parimente al marchese di Ferrara qualsivoglia fortezza o bastia ch'egli tenesse nel distretto di Modena. Obbligossi il papa [Corio, Istoria di Milano.] di pagare a Bernabò cinquecento mila fiorini d'oro in otto rate; e furono rilasciati tutti i prigioni. Per l'esecuzion di essa pace essendo venuto a Milano il cardinale Andreino legato apostolico, Bernabò gli fece grande onore, e poscia sul principio d'aprile in segno di sua allegrezza volle che si facesse un solenne torneo, a cui invitò tutti i principi e baroni italiani. In questa occasione [Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.] il suddetto cardinale legato trattò e stabilì pace anche fra Giovanni marchese di Monferrato e Galeazzo Visconte: con che cessò in quelle parti ancora il furor della guerra, e ne partirono gli Inglesi quivi restati, coll'andarsi ad unire agli altri che erano in Toscana. Fecero dipoi [Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 18 Rer. Ital.] questi due principi una permuta di terre che l'uno avea occupato all'altro. E quanto a Galeazzo, egli seguitò ad affliggere i suoi popoli, e specialmente il clero con nuove taglie e contribuzioni. Pubblicò ancora contra dei traditori de' suoi Stati la lista delle pene e dei tormenti che si doveano dar loro. La rapporta l'Azario, e fa orrore. Inoltre tanto egli, come Bernabò fecero smantellar assaissime castella e fortezze ne' loro Stati che appartenevano ai nobili guelfi, per tor loro la comodità e voglia di ribellarsi in avvenire. Se con tal maniera di governo si facessero amare i due fratelli Visconti, ognuno può immaginarselo. Fu quasi [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.] tutta la Lombardia, Romagna e Marca in quest'anno sommamente afflitte da un diluvio di cavallette ossia di locuste volatili, venute, per quanto fu creduto, dall'Ungheria. Oscuravano il sole, quando, alzatesi a volo, passavano da un luogo all'altro, e durava il passar loro due ore continue, tanto era lungo, ampio e sterminato l'esercito loro per aria. Consumavano l'erbe e tutta l'ortaglia dovunque si posavano. Pare che Filippo Villani [Filippo Villani, lib. 11, cap. 60.] dia il nome di grilli a queste locuste, giacchè scrive che un vento li portò per mare. Io l'avrei chiamato uno sproposito, se nella Vita di Urbano V [Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Italic.] non si vedessero distinti i grilli dalle locuste. Nel maggior rigore del verno non lasciarono gl'Inglesi, confermati al loro soldo dai Pisani, di fare di quando in quando delle cavalcate sul territorio di Firenze, portando a varie terre la desolazione. Anche il suddetto Villani descrive i lor costumi, e l'arte e l'ordine da essi tenuto nella guerra con bravura e sprezzo dei patimenti: al che le milizie italiane non erano allora molto usate. Non bastò ai Pisani la gran brigata degl'Inglesi da loro assoldati, capo de' quali si comincia in questi tempi ad udire Giovanni Aucud, in inglese Kauchouod, dai Toscani chiamato Aguto, uomo che s'acquistò dipoi gran rinomanza in Italia. Presero anche al loro soldo Anichino di Bongardo, capitano di tremila barbute tedesche, licenziato da Galeazzo Visconte dopo la pace suddetta: con che erano di molto superiori di forze ai Fiorentini. Contuttociò pregarono il papa d'interporsi per la pace, e a questo fine spedì il santo padre a Pisa e Firenze frate Marco da Viterbo, generale de' frati minori. Ma i Fiorentini, pregni di superbia e d'odio, rigettate le proposizioni, vollero piuttosto guerra che pace; tanto più perchè il conte Arrigo di Monforte condusse in loro aiuto un bel corpo di cavalleria tedesca.

Pertanto l'armata pisana, forte di sei mila uomini a cavallo, oltre alla fanteria, tornò sul distretto di Firenze, giugnendo fino alle porte della città, distruggendo, secondo il costume, tutto il paese. Varii badalucchi succederono in questi tempi fra le nemiche squadre; e il valoroso conte di Monforte arrivò sino a Porto Pisano e a Livorno, ed arse quei luoghi. Non risparmiarono i Fiorentini in tal congiuntura il danaro per far desertare dal campo pisano gran quantità di Tedeschi e d'Inglesi. Avendo essi già preso per loro capitano Galeotto Malatesta, insigne mastro di guerra [Filippo Villani, lib. 1, cap. 97.], arditamente nel dì 29 di luglio mossero la loro armata alla volta di Pisa. Sei miglia lungi da quella città a Cascina erano accampati, quando Giovanni Aucud [Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Italic.], presa ogni precauzione, andò con tutte le sue forze ad assalirli. Atroce e lunga fu la battaglia, e in fine i Pisani ed Inglesi rotti presero la fuga, restandone morti circa mille, e prigionieri circa due mila, che trionfalmente furono poi menati a Firenze. Tra per questa disgrazia, e perchè passò al soldo de' Fiorentini buona parte degl'Inglesi, i Pisani si trovarono in gran tremore e spavento. Spedirono Giovanni dell'Agnello, uomo popolare, ma astutissimo, a Bernabò Visconte per aiuto, e ne ebbero a prestanza trenta mila fiorini di oro. Ma il furbo ambasciatore, tornato a Pisa, seppe ben prevalersi dello scompiglio, in cui era la sua patria; imperciocchè spalleggiato da Giovanni Aucud si fece eleggere doge di Pisa per un anno. Intanto colla mediazione dell'arcivescovo di Ravenna e del generale de' frati minori si trattava di pace. Vi acconsentirono finalmente nel dì 30 d'agosto i Fiorentini, perchè si seppe, o fu fatto credere, che i Pisani avessero indotto Bernabò Visconte a prendere la lor protezione con dargli Pietrasanta. Decorosa e di molto vantaggio fu cotal pace ai Fiorentini, avendo i Pisani restituite loro tutte le franchigie ed esenzioni in Pisa e suo distretto, e ceduta Pietrabuona, e promesso di pagare per dieci anni dieci mila fiorini d'oro al comune di Firenze nella festa di s. Giovanni Battista. Così dopo essersi disfatti questi due comuni, ed avere ingrassati colla rovina loro gli oltramontani masnadieri, si quotarono, e diedero commiato alle lor soldatesche. Anichino di Bongardo, avvezzo a vivere di rapina, passò su quel di Perugia, e gli altri andarono a dare il malanno ad altri popoli. Durante questa guerra aveano fatto più cavalcate su quel di Siena le compagnie de' masnadieri inglesi e tedeschi, e sempre convenne che i Sanesi con danari si liberassero da quella mala gente. Ma allorchè furono costoro licenziati dai Pisani e Fiorentini, la compagnia de' Tedeschi appellata di San Giorgio, di cui erano capitani Ambrosio, figliuolo bastardo di Bernabò Visconte, e il conte Giovanni di Auspurgo [Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.], accozzatasi con quella degl'Inglesi, governata da Giovanni Aucud, andò a solazzarsi sul Sanese, spogliando, bruciando ed uccidendo. E perchè i Sanesi disperati uscirono con tutto il loro sforzo nel dì 28 di novembre, passarono quei malandrini a Sarzana, e poscia se n'andarono su quel di Perugia e Todi. Infelice quel paese, dove arrivavano queste ingorde e fiere locuste. Nel mese di luglio dell'anno presente si ammalò il vecchio Malatesta signor di Rimini, Fano, Pesaro e Fossombrone [Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.], rinomato signore per tante sue imprese di guerra e per la molta sua saviezza. Per attestato della Cronica di Rimini, in tutto il tempo della sua infermità attese ad opere di molta virtù e di grande edificazione, sì per la sua compunzione, come per le grazie e limosine ch'egli fece. Finalmente nel dì 27 d'agosto dell'anno presente [Chron. Estense, tom. eod.], e non già dell'anno seguente, come ha la Cronica di Filippo Villani, passò all'altra vita, restando signore di quegli Stati Galeotto Malatesta suo fratello, impegnato allora in servigio de' Fiorentini. Lasciò dopo di sè due figliuoli, cioè Pandolfo e Malatesta Novello, soprannominato Unghero, che parteciparono del governo col suddetto loro zio.


MCCCLXV