Anno diCristo mccclxv. Indizione III.
Urbano V papa 4.
Carlo IV imperadore 11.

Pareva che questo dovesse essere anno di pace, dacchè i fratelli Visconti s'erano quetati coll'aggiustamento dell'anno precedente. Ma le maledette compagnie dei masnadieri inglesi e tedeschi, accresciute dagli Ungheri e da tutti i ribaldi italiani, non lasciarono goder il frutto della pace fatta. In Lombardia si posarono l'armi, ma non cessarono gli aggravii dei popoli ne' paesi sottoposti ai Visconti. Galeazzo in questi tempi, essendo gravemente molestato dalla podagra [Corio, Istoria di Milano.], non si vedea più volentieri in Milano, perchè Bianca di Savoia sua moglie, Giovanni de' Pepoli ed altri suoi consiglieri gli metteano in testa dei sospetti di Bernabò suo fratello, la cui brutalità e ingordigia di dominare facea paura a tutti. Ritirossi dunque a Pavia, dove avea già terminato un fortissimo castello e un suntuosissimo palagio. Scoprissi nel dì 25 di gennaio dell'anno presente [Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.] in Verona una congiura che andava ordendo Paolo Alboino dalla Scala contra di Can Signore suo fratello maggiore, per privarlo del dominio. Fu preso esso Paolo, e mandato prigione a Peschiera. A molti de' suoi complici ed istigatori fu mozzato il capo, e tutta quella città fu in conquasso per questo. Secondo le Croniche di Siena [Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.] e di Piacenza [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.], la compagnia degl'Inglesi condotta da Giovanni Aucud era entrata in Perugia, commettendo ivi i disordini consueti. Ossia che Anichino di Bongardo colla sua compagnia di Tedeschi si trovasse nel medesimo paese, o che i Perugini il facessero venire in loro aiuto, certo è che si servirono essi di questo chiodo per cacciar l'altro. Un fiero e crudel combattimento seguì tra essi Inglesi e Tedeschi uniti coi Perugini nel dì ultimo di luglio, e durò fino alla sera, con fama che restassero sul campo fra l'una e l'altra parte circa tre mila persone estinte. La peggio toccò agl'Inglesi, de' quali più di mille e cinquecento furono condotti prigionieri a Perugia. Allora fu che Giovanni Aucud fuggendo se ne tornò col resto di sua gente sul contado di Siena. Implorarono i Sanesi l'aiuto di Anichino di Bongardo e di Albaret Tedesco; e questo bastò per far ritirare l'Aucud. Ma nel dì 15 di ottobre eccoti comparire su quel medesimo territorio Ambrosio figliuolo bastardo di Bernabò Visconte, condottiere anch'egli di un'altra possente compagnia di masnadieri tedeschi ed italiani. Fecero i Sanesi ammasso di gente, e il costrinsero a prendere altra via. Tutte queste visite costarono a quel popolo gravissime somme di danaro per iscacciare quei cani con accordo o per forza. Smunse Ambrosio anche dai Fiorentini sei mila fiorini d'oro, mostrando di volersene tornare in Lombardia. Andò poscia costui a dare la mala pasqua alla riviera orientale di Genova.

Erano state circa questi tempi gravi discordie e principii di guerra fra la repubblica di Venezia e Francesco da Carrara signore di Padova [Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.]. Per l'amicizia già contratta e tuttavia vigorosa del Carrarese con Lodovico re d'Ungheria, i Veneziani erano forte disgustati, e cercavano le vie di nuocere al primo. Attaccarono liti con pretesto di confini, ed ancorchè gli ambasciatori del re d'Ungheria, del legato del papa, de' Fiorentini, Pisani e del marchese d'Este s'interponessero, i Veneziani più che mai comparivano renitenti alla pace. Tuttavia questa in fine si conchiuse, e il Carrarese, per non poter di meno, accettò quelle condizioni che vollero i più forti: perlochè all'odio antico contra de' Veneti s'aggiunsero motivi nuovi. Era anche il Carrarese in rotta con Leopoldo duca di Austria per cagione di Feltro e Belluno, già donati a lui dal re d'Ungheria. Unissi per tanto col patriarca d'Aquileia per fargli guerra, e succedettero anche molte ostilità. Maneggiossi intanto l'accasamento di esso duca d'Austria con Verde figliuola di Bernabò Visconte [Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.]. Per effettuar queste nozze, e condurre la sposa in Germania, venne a Milano nel mese di luglio Ridolfo fratello d'esso duca [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]; ma quivi infermatosi (e fu creduto di veleno) terminò i suoi giorni. Ciò non ostante, seguì il matrimonio suddetto. Per la morte di questo principe, e per altre cagioni, cessò il preparamento di guerra fra lui e Francesco da Carrara. Ma per conto di tale avvenimento sembra meritar più fede la Cronica di Verona [Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.]. Da essa impariamo che nel dì 12 di febbraio Leopoldo fratello del duca d'Austria con cinquecento cavalli arrivò a Verona, e nel dì seguente andò a sposar la figliuola di Bernabò. Tornossene egli nel dì 8 di marzo a Verona, e immediatamente ripassò in Germania, carico di regali a lui fatti da' Visconti e dallo Scaligero. Poscia nel dì 14 di giugno giunse a Verona il duca Ridolfo, fratello d'esso Leopoldo, con trecento cavalli, e, passato a Milano, quivi terminò i suoi giorni nel dì 20 di luglio. Fu rapito in quest'anno dalla morte nel dì 18 di luglio [Caresin., Chron. Venet., tom. 12 Rer. Ital.] anche Lorenzo Celso doge di Venezia, principe glorioso, per avere ricuperata l'isola di Candia, che s'era ribellata, ed ebbe per successore in quella illustre dignità, nel dì 25 d'esso mese, Marco Cornaro, uomo di gran sapere e di maggiore prudenza [Chron. Veron., ubi sup.]. Nel dì 28 di maggio di quest'anno Carlo IV imperadore con gran comitiva di principi e baroni tedeschi si portò ad Avignone [Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.], dove dai cardinali e dal papa Urbano V fu accolto con sommo onore. Lunghi e segreti ragionamenti passarono fra il pontefice e lui; il tempo rivelò che aveano concertata una lega, e disposto di venire in Italia per desiderio di metterla in pace, siccome vedremo andando innanzi.

Scura è in questi tempi la storia di Napoli e quella di Sicilia, per un biasimevole difetto del Fazello, che non assegna i tempi delle cose quivi avvenute, con togliere a me il campo di riferirle a' suoi anni precisi. Quel che è certo, nel novembre di quest'anno finì i suoi giorni Niccolò degli Acciaiuoli Fiorentino, gran siniscalco del regno di Napoli [Matth. Palmerius, Vit. Nicolai Acciajoli, tom. 13 Rer. Ital.], pel cui senno la reina Giovanna e il re Luigi si erano sostenuti in mezzo alle gravi loro tempeste. Ma Giovanna dimenticò ben presto i di lui rilevanti servigi, con aver bensì alzato, ma in breve depresso, un figliuolo di lui. In Sicilia (non ne so io determinare il tempo) don Federigo re di quell'isola ricuperò Palermo, e in fine ritolse anche Messina alla reina Giovanna: laonde andarono in fumo tutte le conquiste da lei fatte in quelle contrade. Avvenne ancora che Giacomo infante di Maiorica e duca di Calabria, che già vedemmo marito d'essa reina, ma disgustato di lei, all'udire insorta guerra in Ispagna, colà si portò, e vi rimase prigione. La reina dipoi il riscattò collo sborso di sessanta mila ducati d'oro. Se ne tornò egli nell'anno seguente in Italia, ma poveramente. La Cronica di Bologna ha [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.] che la reina Giovanna, donna di gran coraggio, e che sapea montare a cavallo, quando occorrea, l'avea tenuto in prigione più di sei mesi, per levargli di testa la voglia d'essere re; ma io non saprei assicurar la verità di questo fatto.


MCCCLXVI

Anno diCristo mccclxvi. Indizione IV.
Urbano V papa 5.
Carlo IV imperadore 12.

Nacque nel maggio dell'anno presente a Galeazzo Visconte in Pavia una figliuola da Bianca di Savoia, a cui fu posto il nome di Valentina [Corio, Istoria di Milano.], e col tempo passò in Francia, maritata in un principe di quella real casa. Per questa nascita si fecero mirabili feste in quella città. Ed essendo in tal congiuntura capitati colà Niccolò marchese d'Este e Malatesta Unghero, che andavano per loro affari alla corte del papa, tennero insieme con Amedeo conte di Savoia al sacro fonte la fanciullina. Passarono dipoi i due primi principi a Milano, dove ricevettero di grandi finezze da Bernabò, quando il lor viaggio ad Avignone avea per iscopo la rovina di lui, se la fortuna gli avesse assistiti. Giunti questi due principi al papa, il mossero a maneggiare una lega, in cui avessero luogo non solamente il papa stesso [Raynaldus, Annal. Eccles.], i suddetti due signori, Francesco da Carrara, Lodovico e Francesco da Gonzaga, ma anche lo stesso Carlo imperadore, a cui fu d'essa lega dato il baston da comando, e Lodovico re d'Ungheria. Questa poi fu conchiusa nel dì 7 d'agosto dell'anno seguente. Le apparenze erano che la volessero unicamente contro le compagnie de' soldati masnadieri, flagello insopportabil allora dell'Italia; ma creduto fu che segretamente si trattasse della depression de' Visconti, la potenza de' quali dava da gran tempo troppa gelosia a cadauno de' principi d'Italia. Appena l'accorto Bernabò ebbe sentore di questo maneggio, che per chiarirsi delle lor intenzioni diede ordine a' suoi ambasciatori di far istanza per essere ammesso in quella lega. Il papa li rimise allo imperadore, e l'imperadore gli andò menando a mano un pezzo, tanto che Bernabò si assicurò de' lor disegni. Il perchè comandò ad Ambrosio suo figliuolo, il quale si trovava allora nel Genovesato, di assoldar sempre più gente. Fu ubbidito. Pagava profumatamente, nè di più ci volea perchè tutti i ribaldi e malcontenti ed Inglesi e Tedeschi corressero a lui: laonde raunò un formidabile esercito [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Italic.]. Passò questa gente alla Spezia, e ad altri luoghi della riviera di Genova, saccheggiando dappertutto. Arrivarono a Levanto, andarono a Chiavari. Tutti fuggivano per quelle parti, e in Genova stessa era sommo lo spavento.

E pur crebbero gli affanni nel dì 13 di marzo, perchè Galeazzo Visconte mandò ad intimar la guerra a quel popolo. Si dubitò forte che bollissero intelligenze per deporre Gabriello Adorno doge, dacchè fu manifesto essersi unito coi nemici Lionardo di Montaldo, rivale dell'Adorno, e bandito in Genova. Fu dunque preso il partito dal consiglio di Genova di trattar accordo coi signori di Milano, e restò dipoi nell'anno seguente convenuto che i Genovesi pagassero loro ogni anno quattro mila fiorini d'oro, e mantenessero quattrocento balestrieri al loro servigio, e in tal guisa cessò quel rumore. Per questo accordo Ambrosio Visconte colle sue masnade si ritirò da que' contorni, e tornò con Giovanni Aucud a salassare i miseri Sanesi [Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.]. Se vollero essi levarsi d'addosso queste sanguisughe, dappoichè varii loro luoghi aveano patito il sacco e l'incendio, fu d'uopo pagare a' dì 23 di aprile dieci mila e cinquecento fiorini di oro e molte carra di armadure, oltre a varii altri regali di commestibili. Se ne andarono costoro col malanno alla volta di Roma. Al servigio dei Perugini dimorava allora Albaret Tedesco, capitano della compagnia della Stella. Perchè costui trattava un tradimento in danno di quella città, nel novembre tagliata gli fu la testa. D'ordinario andavano a finir male questi capi d'assassini. Colla morte naturale, che seguì nell'anno presente, di Giovanni da Oleggio, stato già tiranno di Bologna, la città di Fermo ritornò sotto il pieno dominio della santa Sede. Più istanze aveano fatte i Romani affinchè papa Urbano V riportasse la sedia pontificale e la residenza in Roma. Veggonsi ancora lettere esortatorie del Petrarca per questo. Forse niun bisogno avea egli di tali sproni, perchè, prima anche d'essere alzato al trono pontificale, attribuiva i disordini dello Stato della Chiesa, anzi dell'Italia tutta, alla lontananza dei papi, ed avea già mostrata la sua disposizione a levarsi dalla Provenza. Pertanto, avendo presa la risoluzion di venire a Roma, scrisse in questo anno al cardinale Egidio Albornoz che gli preparasse il palagio in Roma, ed un altro in Viterbo, dove pensava di passar la state dell'anno prossimo venturo.