MCCCLXVII
| Anno di | Cristo mccclxvii. Indiz. V. |
| Urbano V papa 6. | |
| Carlo IV imperadore 13. |
Finalmente volle Urbano V papa dar compimento alla risoluzion sua di trasferirsi in Italia, al dispetto de' cardinali franzesi che fecero di mani e di piedi per frastornare questo lodevol disegno. Da Venezia, da Genova, da Pisa e dalla reina Giovanna gli furono a gara esibite galee per condurlo, e servirgli di sicurezza e scorta [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Ne accettò egli venticinque, e con queste nel dì 23 di maggio arrivò a Genova, accolto con immensa allegrezza da quel popolo. Più di mille persone per fargli onore si vestirono di drappo bianco, che così era allora il rito. Volle alloggiar fuori di città; ma, fattagli paura di qualche possibil sorpresa dalla parte de' Visconti, co' quali non si erano peranche acconci i Genovesi, elesse un luogo più sicuro. Pontificalmente vestito, e addestrato da Gabriello Adorno doge e da Deliano de' Panciatichi da Pistoia podestà, cavalcò per la città, e nel dì 28 sopra le galee imbarcatosi di nuovo, passò nelle vicinanze di Pisa, ma senza volere smontare in terra [Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Giunto a Corneto, quivi trovò il cardinale legato Egidio Albornoz, e con lui andò a fermare in Viterbo nel dì 9 di giugno i suoi passi [Raynald., Annal. Ecclesiast.]. Indicibil fu in tutta Italia il giubilo per questa venuta del pontefice. Non tardarono i Romani a spedirgli una solenne ambasciata colle chiavi della città; e Niccolò Estense marchese di Ferrara [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], dopo aver magnificamente accolti in Modena que' cardinali che vennero per terra, e dopo essere ito apposta a Venezia a prendere Jacopo conte di Savoia, ed averlo condotto a Rovigo nel dì 3 di ottobre, si partì da Ferrara con settecento uomini d'armi e duecento fanti riccamente vestiti, ed arrivò nel dì 12 a Viterbo, dove era stata una sedizion del popolo che mise gran paura a tutta la corte papale. Non altro che lui aspettava il pontefice per muoversi alla volta di Roma; e però sotto la guardia del marchese e delle sue genti nel dì 14 s'inviò colà, accompagnato da Amedeo VI conte di Savoia, da Malatesta Unghero signor di Rimini, da Ridolfo signore di Camerino, e da copiosissima nobiltà di tutti gli Stati della Chiesa e di Toscana, e dagli ambasciatori dell'imperadore, del re di Ungheria, della reina Giovanna, e d'altri principi e città. Sperava egli di far quella solenne entrata in compagnia dello stesso imperadore Carlo IV (che questo era il concerto); ma sopraggiunti varii affari a quell'Augusto, differì egli sino all'anno venturo la sua venuta. Accolto con incontro magnifico dal clero e popolo romano, fra gli strepitosi viva andò il papa a smontare alla basilica vaticana. Sulle scalinate, o per ordine o con licenza di lui, il marchese Niccolò conferì l'ordine della cavalleria a sei nobili italiani e ad altrettanti tedeschi. Andò poscia il papa ad alloggiar nel palazzo vaticano [Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.].
Mancò di vita in quest'anno nella città di Viterbo, a dì 24 d'agosto, un lume del sacro collegio, cioè il cardinal Egidio Albornoz, personaggio, la cui memoria fu e sarà sempre celebre nella storia ecclesiastica per le tante imprese da lui fatte in servigio temporale della Chiesa romana, e per la sua mirabil attività e saviezza. Nel dì 5 d'aprile di quest'anno avea egli tolta a' Perugini la città d'Assisi. Per questa perdita fu sommamente afflitto il papa, perchè più che mai abbisognava de' consigli e dell'appoggio di questo insigne porporato. Trovò esso pontefice al suo arrivo la famosa città di Roma ridotta in pessimo stato, cadute le maestose fabbriche degli antichi Romani, chiese rovinate, palagi abbandonati, case vote o diroccate, e con mano toccò gli amari effetti della sì lunga assenza de' pontefici. Cominciò ben egli a medicar queste piaghe; ma, siccome vedremo, le concepute speranze da lì a non molto svanirono. Era divenuta la Toscana un misero teatro delle insolenze e della crudeltà de' soldati masnadieri. Spezialmente Siena e Perugia ne provarono in questi tempi un nuovo scempio [Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.]. Correndo il mese di gennaio, tornò sul Sanese Giovanni Aucud colla compagnia degl'Inglesi, desertando, secondo il solito, quel paese. Succederono varie battaglie di poco momento. Passarono costoro sul Pisano a dar la sua a quel territorio; ma sul principio di marzo eccoli di nuovo ad infestare il distretto di Siena. Allora i Sanesi, unito quanto poterono di gente massimamente unghera, e ricevuto dai Perugini un buon rinforzo, vollero tentar la fortuna con una giornata campale nel dì 6 di marzo a Montalcinello. Male per loro, perciocchè furono rotti colla morte o prigionia di moltissimi. Fra i presi si contò Ugolino da Savignano nobile modenese, loro conservatore e capitano di guerra, a cui fu messa taglia di dieci mila fiorini d'oro. Cavalcò poscia l'Aucud sul contado di Perugia. Anche quel bravo popolo si appigliò all'uso del ferro, piuttosto che a quello dell'oro, per allontanar questi divorati da' suoi confini; ma, venuto a battaglia al ponte di San Gianni, ne andò sconfitto colla morte, per quanto portò la fama, di circa mille e cinquecento persone.
Grandi feste si fecero nel dì 3 di giugno in Milano [Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.], perchè vi si celebrarono le nozze di Marco figliuolo di Bernabò Visconte con Isabella figliuola di Stefano (ossia di Federigo) conte palatino e duca di Baviera. Parimente Bernabò diede per moglie a Stefano duca di Baviera Taddea sua figliuola. A questo anno ancora riferiscono gli Annali di Milano e il Corio [Corio, Istoria di Milano.] le disavventure di Ambrosio Visconte, bastardo di Bernabò. Era egli colla sua campagnia di masnadieri passato in regno di Napoli verso l'Aquila, mettendo in contribuzione e saccheggiando quelle contrade. La reina Giovanna, raccolte tutte le sue milizie sotto il comando di Giovanni Malatacca Reggiano, le spedì contra d'Ambrosio. Si venne ad una battaglia, l'armata d'Ambrosio fu disfatta, ed egli con altri conestabili condotto nelle carceri di Napoli, dove gran tempo fece penitenza, ma sforzato, delle rapine e dell'altre molte sue iniquità. Io non so se questo fatto appartenga all'anno presente. Ne' Giornali Napoletani [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Bonincontr., tom. eod.] e da Sozomeno se ne parla all'anno 1370. Tuttavia sembra che più fede meriti la Cronica di Siena [Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.], dove all'anno seguente viene raccontata questa battaglia, succeduta a Sacco del Tronto in Puglia. Erano circa dieci mila tra fanti e cavalli quei d'Ambrosio; così fiera fu la rotta, che pochi ne camparono, essendo rimasti o sul campo, o presi in paese tutto irritato contra sì bestiale canaglia. Ambrosio, ferito e preso, andò a riposar nelle prigioni. Secento di costoro furono menati prigioni a Roma, giacchè anche le milizie del papa aveano avuta parte alla vittoria. Trecento ne fece impiccare il papa; gli altri condotti a Montefiascone, perchè vollero fuggire, furono anche essi col laccio tolti dal mondo. Questa parve una crudeltà al Corio [Corio, Istoria di Milano.]. Nell'anno presente [Caresinus. Chron., tom. 12 Rer. Ital.] a' dì 13 di gennaio compiè il corso di sua vita Marco Cornaro doge di Venezia, e fu alzato a quella dignità Andrea Contareno nel dì 20 di esso mese. Intanto Bernabò Visconte, pieno di fiele con tra di Lodovico e Francesco da Gonzaga signori di Mantova, si collegò con Can Signore dalla Scala, padrone di Verona e Vicenza, disegnando di assediar Mantova, e facendo credere, se gli riusciva, di farne un dono allo stesso signor di Verona.
MCCCLXVIII
| Anno di | Cristo mccclxviii. Indiz. VI. |
| Urbano V papa 7. | |
| Carlo IV imperadore 14. |
Continuò papa Urbano il suo soggiorno nel palazzo del Vaticano anche nella primavera di quest'anno, e nel mese di marzo Giovanna regina di Napoli e Pietro re di Cipri vennero a Roma per baciargli i piedi, e per trattar dei loro affari [Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Ad essa regina in segno d'onore fu donata dal pontefice la rosa d'oro. Venuta la state, andò il santo Padre a villeggiare a Montefiascone, della cui buon'aria e situazione si compiacque assaissimo. Eresse quivi un vescovato e un capitolo di canonici. Insigni parentadi si studiò sempre Bernabò Visconte di fare; ma Galeazzo suo fratello gli andò innanzi anche in questo. Bianca sua moglie era sorella di Amedeo VI conte di Savoia; Isabella, moglie di Gian Galeazzo suo figliuolo avea per padre il re di Francia. Contrasse egli parentela in quest'anno anche col re d'Inghilterra [Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.], con dare in moglie a Lionello ossia Lionetto, figlio d'esso re e duca di Chiarenza, Violante sua figliuola. La dote fu magnifica, perchè, oltre a ducento mila fiorini d'oro [Corio, Istor. di Milano.], concedette al genero la città d'Alba e molte castella in Piemonte, come Montevico, Cuneo, Cherasco e Demonte. Nel dì 27 di maggio venne il reale sposo a Milano [Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.], accolto con ismisurata pompa e regali senza fine dai Visconti fratelli, e da gran nobiltà dell'uno e dell'altro sesso. Celebraronsi le nozze nel dì cinque di giugno, nel qual giorno si fecero nobilissimi conviti, che si veggono descritti dall'autore degli Annali Milanesi e dal Corio. Alla prima mensa, dove sedeano i principi, fu ammesso anche Francesco Petrarca insigne poeta: tanta era la di lui riputazione. Ma infausto fine ebbe questo matrimonio; imperciocchè il suddetto principe inglese, divenuto padrone d'Alba e delle suddette castella in Piemonte, per intemperanza, o per altre cagioni, finì di vivere in Pavia nell'anno presente (altri dicono nel seguente) con incredibil rammarico e gravissimo danno di Galeazzo, il quale non solamente perdè il genero, e seco le speranze di appoggio dalla parte del re d'Inghilterra, ma neppur potè ricuperar Alba e l'altre terre dotali del Piemonte, delle quali si fece padrone Odoardo il Dispensiere inglese, siccome andremo vedendo.
Stava in questo mentre Bernabò Visconte suo fratello attento agli andamenti e preparamenti de' principi collegati, ben prevedendo che l'aveano giurata contra di lui; sapea eziandio che Carlo IV imperadore, capo della lega, si disponea a passar in Italia con formidabili forze. Però da tutte le parti cercò al suo soldo gente, e determinò di prevenire i nemici colle sue armi e con quelle di Can Signore dalla Scala suo collegato. Erano allora le armate di Italia, siccome osservò il Corio, composte di varie nazioni. In quelle di Bernabò e di Galeazzo si contavano Italiani, Tedeschi, Ungheri e Borgognoni; e lo stesso succedea in quelle degli Estensi, Gonzaghi e Scaligeri. Il papa nell'esercito suo avea gran copia di Franzesi, Spagnoli, Bretoni, Provenzali e Pugliesi. Fra poco vedremo comparire anche l'imperadore con Boemi, Schiavoni, Polacchi ed altre nazioni. Se l'Italia stesse bene fra tanti e sì varii, quasi dissi, cani e ladroni, ognun può immaginarselo. Avvenne [Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Italic.] che nel dì 9 di marzo, trovandosi in Parma una grossa guarnigione di Bernabò, vennero alle mani i soldati italiani coi tedeschi ed ungheri, e degli ultimi ne rimasero uccisi trentadue. Fecero gli uffiziali del Visconte far tregua di tre mesi fra loro, e si quetò per allora il tumulto. Ora Bernabò, unite le sue armi con quelle del fratello Galeazzo e dello Scaligero, all'improvviso nel dì cinque d'aprile portò la guerra sul Mantovano per terra e per acqua [Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.], avendo fatto calare per Po una copiosa flotta di galeoni armati. Entrò nel serraglio di Mantova da due parti, mettendo a sacco e fuoco tutto il paese, e quivi fabbricò una bastia fortissima. Anche dalla parte di Guastalla mandò un esercito verso Borgoforte, e se ne impadronì. Non tardò Niccolò marchese d'Este a spedire in soccorso de' collegati Gonzaghi i suoi galeoni armati per Po. Giunta a Borgoforte questa flotta, attaccò battaglia con quella del Visconte. Dieci ore durò il combattimento; in fine la peggio toccò ai legni estensi; e quelli che non si poterono salvar colla fuga, rimasero in potere dei vincitori. Ciò fatto, l'esercito di Bernabò si accostò maggiormente a Mantova. Intanto andarono covando i Tedeschi l'odio conceputo contra de' soldati italiani per la rissa succeduta in Parma, finchè se la videro bella. Essendo un dì sul Mantovano, senza far caso della tregua giurata, assalirono i fanti italiani. Lunghissimo fu il combattimento, e molti furono trucidati dall'una e dall'altra parte; ma perchè gl'Italiani erano in minor numero, toccò loro la peggio; e circa settecento d'essi si gittarono nel Po. Bernabò, ch'era in Parma, corse a Guastalla tutto dolente, e tanto si maneggiò, che fecero pace insieme. Anche in Bergamo, giunta la nuova dell'assassinio fatto agl'Italiani dai Tedeschi ed Ungheri, quarantacinque di quei Tedeschi, i quali erano ivi in presidio, furono spogliati ed uccisi.