Si mosse, nell'aprile di quest'anno, dalla Boemia Carlo IV imperadore [Chron. Estense., tom. 15 Rer. Ital.] con un possente esercito, accompagnato dai duchi di Sassonia, d'Austria, di Baviera, da' marchesi di Moravia e di Misnia, e da varii altri vescovi e gran signori. Giunse nel dì 5 di maggio a Conegliano, dove fu a rendergli i suoi ossequii Niccolò marchese di Ferrara. Nel dì 12 di giugno arrivò a Figheruolo sul Ferrarese, e seco si congiunsero, le milizie di papa Urbano, governate dal cardinale Anglico, vescovo d'Albano, fratello d'esso pontefice, con quelle della reina Giovanna. L'anonimo autore degli Annali Milanesi [Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.] (se pur non è guasto il suo testo), per ingrandir la gloria de' Visconti, si lasciò scappar dalla penna che questa armata ascendeva a cinquanta mila cavalieri, senza la fanteria. L'autore della Cronica di Rimini [Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.] narra che Carlo venne in Italia con trenta mila cavalieri. E all'incontro il Corio [Corio, Istoria di Milano.] scrive essere stata l'armata dei collegati di venti mila persone. Tuttavia, qualunque fosse l'esercito di lui, pareva che l'imperadore avesse da ingoiare i Visconti. Ma Carlo IV, principe debole di consiglio in quasi tutte le imprese sue, nulla fece di rilevante in questo anno. Mise l'assedio ad Ostiglia, terra allora del Veronese: non potè averla. Andò sotto alla bastia fabbricata da Bernabò nel serraglio di Mantova, e con tutti i suoi assalti e con tante forze non potè vincerla. Il peggio fu che, ingrossato il Po, li suoi vollero tagliar l'argine del fiume per inondar la bastia; e quei della bastia voltarono le acque addosso al campo dell'imperatore, di modo che si trovò tutta la sua gente in pericolo, e convenne sloggiare in fretta, lasciando anche indietro buona parte del bagaglio. Del pari Can Signore fece tagliar l'Adige, e lo spinse addosso al Padovano. Andarono poi l'armi collegate a saccheggiare il Veronese. L'autore della Vita di papa Urbano V lasciò scritto [Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] che Carlo si accomodò collo Scaligero, e lo staccò dalla lega del Visconte. Null'altro di rilevante fece l'imperadore con tanta potenza; e ciò che ridondò in suo non lieve disonore, fu l'essersi egli fermato tanto colle sue genti in Mantova, città amica e fedele, che quasi la ridusse all'ultimo esterminio. Ora, dopo aver Carlo procurato una tregua, e, per quanto fu creduto, ricevuta sotto mano buona somma di danaro dai Visconti, e dopo aver licenziato molte delle sue milizie, a guisa di vinto si partì da Mantova, e nel dì 24 d'agosto arrivò a Modena, dove il marchese gli fece molto onore. Poscia pel territorio di Bologna passò in Toscana, e nel dì cinque di settembre entrò nella città di Lucca.

Giovanni dell'Agnello doge di Pisa, perchè temeva assai di perdere suo stato per la venuta dell'imperadore, gli avea per tempo inviati suoi ambasciatori e regali, ed erasi accordato con lui, con permettergli l'entrare in Lucca, e cedergli il castello dell'Agosta. Carlo inviò innanzi il patriarca d'Aquileia suo fratello a prendere il possesso d'essa città, e dipoi vi si trasferì egli in persona. Quivi si trovò anche l'Agnello a riceverlo, oppure, come altri scrissero, v'andò egli dipoi con assai nobile accompagnamento a pagargli il tributo della sua divozione. Ma un dopo desinare stando egli con altri nobili in un ballatoio, ossia sporto, o verone, o ringhiera, a veder le buffonerie d'un giocoliere [Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.], cadde quel ballatoio, e con esso lui Giovanni dell'Agnello, il quale, per tal caduta, si ruppe una coscia. Altri vogliono che, rottosegli sotto per istrada un ponte di legno, ne ricevesse quella rottura; ma è più sicura la prima opinione. Portata a Pisa questa nuova, come se il doge, persona odiata e tenuta come tiranno, fosse morto, si levò a rumore tutto il popolo, gridando libertà; e quantunque i figliuoli dell'Agnello fossero corsi colà per sostenere l'autorità del padre, o farsi esaltare eglino stessi [Tronci, Memor. di Pisa.], bisognò che in fretta scappassero per non restar vittime del furore de' cittadini, i quali cominciarono a reggersi a comune. Nel dì 3 di ottobre arrivò ad essa Pisa l'imperadore coll'imperadrice. Impose una contribuzione a quel popolo, e prese in prestito da alcuni di que' mercatanti dodici mila fiorini d'oro. Minacciava intanto i Fiorentini, richiedendo da essi Volterra ed alcune castella tolte a' Lucchesi. La risposta fu, che gli risponderebbono per le rime, s'egli avea voglia di guerra. In questi tempi una strepitosa disunione fu in Siena fra i nobili e il popolo [Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.]. Spedirono i Salimbeni all'imperadore, perchè mandasse un corpo dei suoi armati. Egli vi spedì Malatesta Unghero signore di Rimini con ottocento cavalli, il quale, entrato in Siena, ed unitosi col popolo, atterrò il governo dei nobili. Colà poi da Pisa si trasferì anche l'imperadore nel dì 12 di ottobre, ed ebbe il dominio di quella città, dove dichiarò suo luogotenente Malatesta. Suo vicario avea anche lasciato in Pisa e Lucca Gualtieri vescovo d'Augusta. Per fiorini mille e secento venti in Firenze era in pegno la corona imperiale d'oro, perchè Carlo sempre si trovava sbrollo, tuttochè ruspasse danari da ogni parte. I Sanesi gliela disimpegnarono, e inoltre a lui pagarono e prestarono altri danari. Dopo la dimora di pochi giorni in Siena l'Augusto Carlo cavalcò alla volta di Viterbo, dove l'aspettava papa Urbano [Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Italic.]. Quivi, trattato che ebbero dei loro interessi, Carlo s'avviò verso Roma, e gli tenne dietro il papa. Vicino alla porta del castello Sant'Angelo s'incontrarono, e l'imperadore a piedi addestrò il pontefice, che veniva a cavallo, sino a San Pietro. Arrivata da lì ad alcuni giorni l'imperadrice Isabella, quarta sua moglie, con gran solennità fu coronata dal papa nella basilica vaticana correndo la festa degli Ognissanti. Sbrigato poi dagli affari che l'aveano condotto a Roma, sen venne di nuovo l'imperadore a Siena, dove trovò più che mai in confusione quella città e territorio; imperciocchè i nobili ridottisi alla campagna e alle lor castella, venivano di tanto in tanto sino alle porte della città saccheggiando e bruciando, di modo che i cittadini si morivano di fame. Fu dunque fatta una tregua, e si raffrenarono per un poco quei barbari movimenti.


MCCCLXIX

Anno diCristo mccclxix. Indizione VII.
Urbano V papa 8.
Carlo IV imperatore 15.

Venne sul principio di novembre dell'anno presente a Roma Giovanni Paleologo imperador de' Greci [Raynaldus, in Annal. Eccl.]. Il bisogno in cui egli si trovava del soccorso dei Latini per resistere alla sempre più crescente potenza de' Turchi, fatta ancor questa volta tacere la greca superbia, l'indusse a venire a' piedi del romano pontefice, dove, senza farsi molto pregare, abiurò gli errori de' suoi nazionali, e riconobbe la superiore autorità del papa nella Chiesa di Dio. Poco giovò al greco Augusto questo suo viaggio, e poco la di lui professione della fede alla Chiesa latina. Non era in questi tempi men valente Bernabò Visconte negli affari della guerra che nei maneggi di gabinetto. Fin l'anno addietro, parte col segreto favore dei duchi d'Austria e di Baviera suoi generi, e parte, come corse la voce, e confessa il Corio [Corio, Istor. di Milano.], con regali disturbò tutti i disegni e gli sforzi di Carlo IV imperadore contra di lui, e riportò una tregua coll'armata de' collegati. Andò poscia egli destramente trattando con esso Augusto e col papa di pace, tanto che questa si stabilì fra esso lui, Galeazzo suo fratello, Can Signore dalla Scala, ed aderenti dall'un canto [Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.], e dall'altro il pontefice, l'imperadore, la reina Giovanna, il marchese d'Este, i Gonzaghi, Francesco da Carrara, i Malatesti e i comuni di Siena e Perugia. Nel dì 13 di febbraio fu pubblicata questa pace, e demolita la bastia già fabbricata da Bernabò nel serraglio di Mantova. A questo gran guadagno si ridusse tanto sforzo d'un imperadore e di tanti suoi collegati. Fermavasi tuttavia in Siena esso imperador Carlo, dove facea da padrone assoluto con rabbia grande de' nobili, perchè esclusi, e non minore del popolo, che più non comandava le feste. I Salimbeni soli e Malatesta erano quelli che giravano le ruote del governo [Cronica di Siena, tom. eod.]. Ma nel dì 18 di gennaio cominciò il popolo a rumoreggiare; e, prese le armi, si attruppò, perchè erano stati deposti i suoi difensori. Uscì l'imperadore di palazzo, e colla barbuta in capo, e con circa tre mila cavalieri, accompagnato da Malatesta Unghero, trasse al rumore per isbandar quella gente. Ma i Sanesi coraggiosamente gli vennero contro, ed attaccarono battaglia al campo; battaglia che durò ben sette ore colla morte di molti baroni e di più di quattrocento uomini dell'imperadore. Rimase il popolo padrone del campo, e prese circa mille e ducento cavalli, e molte armi ed arnesi. Malatesta cotanto si raccomandò, che fu lasciato uscire di città con ducento cavalieri. Altrettanto fecero i Salimbeni. L'imperadore si rifugiò nel palazzo, e restò quivi assediato. In tale stato altro scampo non ebbe che di venire ad un accordo con ricavar danari in compenso del danno e vergogna a lui fatta. Cinque mila fiorini ricevè in contanti allora, quindici altri mila furono promessi in tre paghe: con che perdonò ai Sanesi, e, confermati tutti i lor privilegii, assai malcontento se n'andò a Lucca. Forte gli batteva tuttavia il cuore. Fu in rotta coi Pisani; ma poi tra l'aggiustamento che fece con loro, e l'aver fatto ripatriare Pietro Gambacorta [Tronci, Annal. Pisan.], ne ricavò un regalo di cinquanta mila fiorini. Per altrettanta somma fece accordo coi Fiorentini. Sottrasse Lucca dal dominio de' Pisani per le tante istanze di quel popolo, che gli promisero altri venticinque mila fiorini, e quivi lasciò per governatore il cardinal Guido di Monforte. Poscia nel mese di luglio s'inviò coll'imperadrice alla volta di Bologna [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], dove fu a riceverlo Niccolò marchese di Este, e, condottolo a Ferrara con grande onore, andò poi accompagnandolo sino ai confini del suo Stato. Imbarcossi Carlo colla moglie, e passò in Germania, seco portando grosse somme d'oro, di cui era stato diligente cacciatore, con empiere l'Italia di carte pecore, ma seco molto più di vergogna portando per essere venuto in Italia a pacificarla, ed avendola più che mai scompigliata, e per avere prostituita in varie maniere la sublime dignità imperatoria.

Guerra fu in quest'anno fra papa Urbano V e i Perugini [Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Perchè alla lor signoria erano state tolte le città d'Assisi e di Città di Castello, sdegnossi forte quel popolo contro il pontefice, e gli negava ubbidienza; anzi fece delle scorrerie fin sotto Viterbo, dove soggiornava lo stesso Urbano. Perciò contra di loro fu inviato un esercito con tali forze [Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.], che nel presente anno, dopo molto contrasto, Perugia abbassò l'ali, e si sottomise al legittimo suo sovrano. Più strepito fece in Toscana un'altra guerra. Erasi dianzi ribellata ai Fiorentini la riguardevol terra di San Miniato. Dacchè fu uscito di Toscana l'imperadore, il comune di Firenze spedì l'esercito suo ad assediarla; ma Bernabò Visconte, che sempre andava in traccia di nuove brighe, si fece avanti, allegando di essere stato creato vicario di San Miniato dall'imperadore, e che, se non dismettevano quella danza, vi sarebbe entrato anch'egli colle sue armi. Non se ne misero pensiero i Fiorentini. Bernabò, condotta al suo soldo la compagnia degl'Inglesi di Giovanni Aucud, di cui s'era servito per dare soccorso a' Perugini contro le genti del papa [Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.], la spinse in Toscana per far levar quell'assedio. Generale dei Fiorentini era allora Giovanni Malatacca Reggiano, per attestato della Cronica Estense [Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.], non sussistendo, come scrive l'Ammirati [Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 13.], ch'egli avesse finita la sua condotta, e in suo luogo fosse subentrato Bartolino de Losco ossia de Bosco. Il Malatacca, siccome personaggio pratico del suo mestiere, non volea battaglia, tenendosi assai sicuro nelle sue bastie o trincee; ma i baldanzosi uffiziali di Firenze col comando e con pungenti parole il costrinsero al combattimento a Ponteadera. Fu disfatto il suo esercito nel dì 8 di dicembre dall'Aucud, ed esso Malatacca fatto prigione. Non cessò per questo l'assedio, perchè vi restavano le bastie, e colà i Fiorentini mandarono nuova gente. L'Aucud, dopo la vittoria, diede il guasto al distretto di Firenze sino alle porte.

Erasi ribellata ai Veneziani la città di Trieste [Caresin., Chron. Venet., tom. 12 Rer. Ital.]. Quest'anno valorosamente la ripigliarono. Di nuovo ancora si risvegliò la guerra fra Galeazzo Visconte e Giovanni marchese di Monferrato [Petrus Azarius, Chron. Regiens., tom. 16 Rer. Ital.]. Dopo la morte di Lionello ossia Lionetto, figliuolo del re d'Inghilterra e genero di Galeazzo, la città d'Alba ed assai altre castella in Piemonte, date in dote alla figliuola, rimasero in potere di Odoardo il Dispensiere, che co' suoi Inglesi le tenne forte senza volerle restituire, ed anche per tradimento disfece un esercito inviato contra di lui. Ma gli mancava la pecunia. Il marchese di Monferrato corse al mercato, e collo sborso di ventisei mila fiorini d'oro ottenne in pegno dal Dispensiere quello Stato, come apparisce dallo strumento stipulato nel dì 27 d'ottobre, e rapportato da Benvenuto da San Giorgio [Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. Per questa cagione da Galeazzo fu intimata la guerra al marchese, e le sue milizie passarono a dare il guasto al Monferrato. Vicendevolmente il marchese, che avea preso ai suoi stipendii il Dispensiere e gl'Inglesi, entrò nel Novarese, con saccheggiar il paese, e bruciar le terre di Biandrate e Garlasco. La città di Sarzana in quest'anno spontaneamente si diede a Bernabò Visconte, ed egli tentò anche l'acquisto di Lucca, che non gli venne fatto [Corio, Istor. di Milano.]. Nacque nell'anno presente a' dì 10 di giugno in Cotignuola Sforza Attendolo, che vedremo celebre nel proseguimento della storia, e padre di Francesco Sforza duca di Milano. Negli Annali Milanesi [Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Italic.] (forse con più fondamento) vien riferita la di lui nascita al dì 29 d'esso mese, giorno di martedì. Turbolenze grandi furono in Pisa, e Pietro Gambacorta tanto seppe fare, che fu eletto capitano delle masnade, grado di molta considerazione in quella città. Per la quale elezione rimasero sconcertate le macchine di Bernabò Visconte, che amoreggiava quella città, o almeno si studiava di rimettere nel suo primiero posto il decaduto Giovanni dell'Agnello.


MCCCLXX