| Anno di | Cristo mccclxx. Indizione VIII. |
| Gregorio XI papa 1. | |
| Carlo IV imperadore 16. |
Rimase in quest'anno sommamente afflitta Roma, anzi l'Italia tutta, per la risoluzione presa da papa Urbano V di ritornarsene ad Avignone [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Giusto motivo di questo divorzio punto non appariva, perchè Roma tutta gli ubbidiva, e il rispettava nelle forme dovute ad un sovrano e ad un vicario di Cristo. Lo Stato ecclesiastico già quasi tutto cominciava a godere i frutti di quella pace che egli vi avea portata. Per quanto si raccoglie dalla sua Vita [Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.], prese egli per pretesto di tornarsene in Francia, il potere più da vicino applicarsi a metter pace fra i re di Francia e d'Inghilterra, che si andavano allora divorando l'un l'altro. Ma il Petrarca forse toccò [Petrarcha, lib. 13 Rer. Sen., epistol. 13.] il punto, attribuendo ai cardinali franzesi l'aver commosso il buon papa a far questo salto. Avvezzi alle delizie della Provenza, e alla vita dissoluta che si tenea in quelle parti, non si poteano vedere in Italia. Per essere venuto il papa alla sua propria residenza, sparlarono sempre di lui finchè visse, e più ancora dappoichè la morte l'ebbe rapito. Tanto dunque si può credere ch'essi tempestassero, rappresentandogli il gran bene che ne verrebbe per quetar l'aspra guerra dei suddetti due re, ch'egli nella state di questo anno, partitosi da Roma per andare a villeggiare a Montefiascone, mentre riposò in Viterbo, scoprì la sua intenzione di riveder la Francia, con ordinare a tutti i cortigiani di prepararsi al viaggio. Per quanto gli fosse detto contro, e predetta la morte e lo sdegno di Dio, se andava, non si lasciò smuovere dal suo proponimento. Perciò nel dì 5 di settembre ito a Corneto, quivi si imbarcò, avendogli provveduto un suntuoso stuolo di galee i re di Francia e d'Aragona, la reina Giovanna, i Pisani e i Provenzali. Ebbe a pentirsi da lì a non molto d'avere abbandonata la sua particolar greggia, e insieme l'Italia; perciocchè, giunto ad Avignone, stette poche settimane a cadere infermo; e questa infermità nel dì 19 di dicembre il trasse di vita. Pontefice dotato di tutte le più belle virtù convenienti al suo sublime santo ministero, umile sprezzator delle pompe, limosiniere, zelante del culto di Dio, e tale in somma che tenuto fu per santo dopo sua morte, si narravano grazie ottenute da Dio per intercessione di lui. Oltre a varie Croniche [Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.], ne fa fede anche il Petrarca nelle sue lettere; e l'autore della Cronica Bolognese [Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.] attesta che in quella città fu con indicibil duolo compianta la perdita di questo buon pontefice per li tanti benefizii ch'egli e il cardinale Anglico, suo fratello, aveano compartiti ad essa città, e per la fama de' suoi miracoli si cominciò a dipignere per le chiese la di lui effigie. Altrettanto abbiamo dagli Annali di Genova di Giorgio Stella [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Fu poi nel dì 30 di dicembre eletto sommo pontefice Pietro Ruggieri, figliuolo di Guglielmo conte di Belforte, e nipote di Clemente VI, che era cardinale di Santa Maria Nuova, giovane di età, ma vecchio di costumi, scienziato nelle leggi, ne' canoni e nella teologia, modesto, liberale, e amato da tutti per le sue oneste e cortesi maniere. Prese il nome di Gregorio XI. Dicono ch'egli fu scolare di Baldo gran legista in Perugia.
Secondochè scrive Matteo Griffoni [Matth. de Griffonibus, Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.], riuscì a Giovanni Aucud d'introdurre in San Miniato, assediato da' Fiorentini, un convoglio di vettovaglia e di munizioni. Ciò non ostante, per tradimento di uno di quei terrazzani, appellato Luparello, i Fiorentini entrarono nella terra nel dì 9 di gennaio dell'anno presente. Il presidio di Bernabò Visconte si ritirò nella rocca, la quale al fine venne anch'essa nelle lor mani. Ad alcuni di que' nobili cittadini ribelli fu mozzo il capo. Se ne fuggirono gli altri, cioè parte de' Mangiadori, conti di Collegalli e Ciccioni, e con essi Filippo Borromeo, da cui discende la chiarissima famiglia de' conti Borromei di Milano. Tolto dunque a Bernabò quel nido in Toscana, egli richiamò l'Aucud in Lombardia. Passò la sua compagnia d'Inglesi, calcolata circa due mila barbute, nel dì primo d'agosto sul Bolognese [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], commettendo nelle vicinanze di quella città le consuete sue crudeltà, e dipoi se ne andò sul Parmigiano. Le paci che facea Bernabò duravano sempre quel solo tempo che a lui piaceva, perchè non gli mancavano mai pretesti di romperle, e sempre maneggiava ribellioni e tradimenti in casa de' vicini. Mosse egli guerra nell'anno presente a Feltrino Gonzaga signor di Reggio. Affinchè egli non s'impadronisse di quella città, accorsero in aiuto di lui le armi della Chiesa, de' marchesi estensi [Chronic. Estens., tom. 15 Rer. Ital.] e de' Fiorentini, che manteneano lega insieme per sospetto sempre di quel non mai quieto bestione. Nel dì 20 d'agosto succedette una battaglia tre miglia lungi da Reggio, in cui fu sconfitta parte del di lui esercito, e presa una bastia da lui fabbricata a San Rafaello. Avea Bernabò sovvertiti i principali della terra di Vignola nel Modenese, e massimamente i nobili Grassoni, per ribellarla al marchese Niccolò. Scoperto il trattato, ebbero que' traditori il meritato gastigo. Inoltre i signori di Sassuolo, dopo aver ucciso a tradimento sul Bolognese Gherardo de' Rangoni, uno de' nobili principali di Modena, e carissimo a Niccolò marchese d'Este, si ribellarono, ponendosi sotto la protezion di Bernabò. Questa ribellione fece tornare sul Modenese le genti della lega, che, passate sul Parmigiano, aveano dato ivi un gran guasto. Assediarono esse la Mirandola, senza poterla avere; e nel ritorno furono colte in un agguato dall'Aucud spedito da Bernabò. Per questo colpo diedero i collegati orecchio a proposizioni di pace, la quale nel prossimo novembre a dì 12 fu pubblicata tra essi e Bernabò. Ma perchè non vi fu compreso Manfredino da Sassuolo, continuò la guerra del marchese Niccolò contra di lui, e ciò servì di pretesto a Bernabò per non osservare dipoi i capitoli d'essa pace.
Oltre misura fumava di collera Galeazzo Visconte contra di Giovanni marchese di Monferrato per l'occupazione della città d'Alba e di molte castella del Piemonte, siccome abbiam di sopra accennato. Però con un possente esercito andò nell'anno presente a farne vendetta [Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Placentin., tom. eod.]. Diede il guasto alle di lui castella verso Po, e pacificamente s'impadronì di Valenza nel mese di settembre. Condusse poi l'armata sotto Casale di Santo Evasio, e strinse quella terra con vigoroso assedio, e talmente l'angustiò, che per difetto di viveri que' cittadini nel dì 14 di novembre capitolarono la resa. Lo strumento di essa dedizione vien rapportato da Benvenuto da San Giorgio [Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. Per questa perdita presero brutta piega gli affari del marchese Giovanni. Secondo il Corio [Corio, Istor. di Milano.], in questo medesimo anno esso Galeazzo ricuperò la città di Como, che colla Valtellina se gli era ribellata. Bernabò diede principio ad un mirabil ponte d'un arco solo sopra l'Adda a Trezzo, e fece fabbricar cittadelle a Brescia, Bergamo, Cremona, Pizzighettone, Crema, Pontremoli, Lodi, Sarzana ed altri luoghi. E perciocchè Galeazzo suo fratello [Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.] avea cominciato in Milano il castello di Porta Zobbia, anch'egli si mise a fabbricarne un altro nel sito dove ora è lo spedal maggiore. Quanto a Genova, se la pace entrava talvolta in quella città [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], bisognava ben che s'aspettasse d'uscirne in breve per l'instabilità e bollore di quelle teste. Gabriello Adorno, allora doge di quella città, benchè persona esente da ogni taccia di tirannia, anzi lodevole in tutte le azioni sue, pure non giugneva a contentare un popolo che troppo amava le novità, diviso per le fazioni guelfa e ghibellina. Nel 13 d'agosto contra di lui insorse coll'armi una parte del popolo. Fece egli sonar campana a martello per aver soccorso, e niuno si mosse per lui. Fu preso per forza il palazzo ducale, ed allora molti de' mercatanti e del popolo si ridussero alla chiesa de' frati minori, dove proclamarono doge Domenico da Campofregoso, mercatante ghibellino di molta prudenza e ricchezze. Per maggior sua sicurezza fece egli ritenere il deposto Adorno, e mandollo prigione a Voltabio, facendolo custodire da buone guardie. L'anno fu questo [Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 13.], in cui la città di Lucca, dopo tanti anni di servitù, ricuperò la sua libertà, per maneggio specialmente de' Fiorentini, assai informati de' movimenti di Bernabò Visconte, per ottenerla o con danari o colla forza. Venticinque mila fiorini sborsati al cardinal Guido, che n'era governatore, il fecero andar con Dio, e lasciar libero quel popolo, il quale fra le allegrezze della ricuperata libertà non dimenticò di atterrare l'odiata cittadella dell'Agosta, siccome quella che avea tenuto sempre in addietro il giogo addosso alla città.
MCCCLXXI
| Anno di | Cristo mccclxxi. Indiz. IX. |
| Gregorio XI papa 2. | |
| Carlo IV imperadore 17. |
Fecero gran rumore in Italia nel presente anno le calamità della città di Reggio [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Padrone d'essa Feltrino da Gonzaga tirannescamente opprimeva quel popolo, che perciò nulla più desiderava che di passar sotto altro signore. I Boiardi, Roberti, Manfredi, principali d'essa città, ne fecero parola al marchese Niccolò d'Este signor di Ferrara e Modena, rappresentandogli facile l'acquisto per la disposizion favorevole di que' cittadini. La voglia di slargare i confini, da cui non va esente alcuno de' principi; l'aver Feltrino usati in addietro varii tradimenti ed insolenze al marchese; e le pretensioni che tuttavia nudriva la casa d'Este sopra di Reggio, posseduto già da essa anche nel principio del corrente secolo, gli fecero dare il consenso a questa tentazione. Richiedeva l'impresa delle forze, e perciò prese egli al suo soldo la compagnia di masnadieri di varie nazioni, messa insieme dal conte Lucio di Suevia, non so se fratello del già ucciso conte Lucio Corrado, uomo che anche egli col prendere il soldo altrui, o pur colle rapine e coi saccheggi manteneva le truppe sue. Sul Sanese aveano costoro bruciate circa due mila case [Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.], e spremuto da quel comune per accordo otto mila fiorini d'oro a' dì 22 di marzo. Vennero pel Bolognese a guisa di nemici; e il marchese, per coprire i suoi disegni, gl'inviò sotto Sassuolo, mostrando di voler quivi piantare una bastia, giacchè durava la guerra contra di Manfredino signor di quella terra. Poscia nel dì 7 d'aprile segretamente cavalcò la gente del marchese a Reggio, sotto il comando di Bechino da Marano; e presa la porta di San Pietro per forza, entrò vittoriosa nella città. Feltrino da Gonzaga si rifugiò nella cittadella, e tenne forte anche due porte della stessa città. Arrivò intanto lo scellerato conte Lucio colle sue sfrenate masnade. L'ordine era, ch'egli non entrasse nella città, per ischivare i disordini; ma costui trovò la maniera di introdurvisi con promessa di non danneggiare i cittadini. Ma appena quelle inique milizie furono dentro, che diedero un orrido sacco alle case, ai sacri templi, con tutte le più detestabili conseguenze di sì fatte inumanità. Nè ciò bastando allo iniquo condottiere, dacchè intese che Feltrino trattava con Bernabò Visconte di vendergli Reggio, anch'egli concorse al mercato. Venne per questo a Parma Bernabò, dopo avere spedito a Feltrino Ambrosio suo figliuolo (già liberato per danari dalle carceri di Napoli) con aiuto di gente. Fu conchiuso il contratto fra lui e il Gonzaga nel dì 17 di maggio, come apparisce dallo strumento, per cui comperò Bernabò la città di Reggio pel prezzo di cinquanta mila fiorini d'oro, con lasciare a Feltrino il dominio di Novellara e Bagnolo, che erano del distretto di Reggio. Altri venticinque mila fiorini (quaranta mila dicono gli Annali Milanesi [Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.]) pagò il Visconte al conte Lucio, affinchè gli desse libera la città. Dopo di che tanto il Gonzaga, che il conte Lucio si ritirarono, comandando costui alle genti del marchese d'andarsene, altrimenti avrebbe contra di loro adoperata la forza.
Enorme fu il tradimento; e pur con tanti esempi della mala fede di questi iniqui masnadieri, i principi d'Italia li conducevano al loro servigio; e il conte Lucio appunto passò da Reggio al soldo di Giovanni marchese di Monferrato, contro al quale aspramente guerreggiava Galeazzo Visconte. Scrisse il Corio [Corio, Istoria di Milano.], e prima di lui l'autore degli Annali Milanesi, essere state le milizie di Bernabò che diedero l'esecrabil sacco alla città di Reggio. La Cronica Estense [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], siccome ho detto, e Matteo Griffone [Matth. de Griffonibus, Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.] attribuiscono tanta iniquità alle soldatesche del conte Lucio. Ebbe bene a rodersi le dita per sì infelice impresa il marchese Niccolò. Non solamente non acquistò egli Reggio, ma servì lo sforzo suo a farla cadere in mano del maggiore e più potente nemico ch'egli avesse; e fu la rovina di quella sfortunata città, la quale rimase desolata, essendosene ritirata buona parte de' cittadini o per le miserie sofferte, o per non restare sotto il duro dominio del crudele Bernabò Visconte. Poco stette ancora l'Estense a pagarne il fio, perchè Ambrosio Visconte nel dì 14 d'agosto con ischiere copiose d'armati diede il guasto al territorio di Modena, arrivò sul Ferrarese, assediò il Bondeno, e fece inestimabil preda di persone e bestiami. Le mire di Bernabò andavano oramai sopra Modena stessa: del che sommamente furono scontenti e in pena papa Gregorio e tutti i collegati, veggendo crescere sempre più la potenza del possente Biscione. Contro le forze di Galeazzo Visconte non potea intanto reggere Giovanni marchese di Monferrato, ed avea già perduta parte del suo paese. Appigliossi dunque al partito, siccome dicemmo, di condurre al suo soldo l'infedel conte Lucio, la cui compagnia si faceva ascendere a circa cinque mila uomini d'armi, oltre a gran quantità di balestrieri ed arcieri a piedi [Chronic. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.]. Venne Galeazzo Visconte a Piacenza, e quivi ammassò l'esercito suo, composto di diverse nazioni, Italiani, Tedeschi, Ungheri, Spagnuoli, Guasconi e Bretoni, con disegno d'impedire il passo a questi masnadieri. Ma alle pruove giudicò meglio di non far loro resistenza. Passarono dunque in Monferrato sul principio di giugno, e l'arrivo loro impedì che Galeazzo non facesse alcun altro progresso nell'anno corrente. Nel dicembre di quest'anno l'odio inveterato, che l'un contra l'altro covavano i Veneziani [Caresin., Chronic., tom. 12 Rer. Ital. Sanuto, Cron., tom. 22 Rer. Ital.] e Francesco da Carrara signor di Padova, finalmente scoppiò in un'aperta dissensione e in preparamenti di guerra. Gli autori veneti ne attribuiscono, e più probabilmente, la colpa a Francesco da Carrara, che, alzato in superbia per la protezione di Lodovico potentissimo re d'Ungheria, avea fabbricato varie castella, argini e chiuse oltre la palude d'Oriago, e in altri siti che il comune di Venezia pretendea suoi. All'incontro, gli storici padovani [Gatari, Ist. Pad., tom. 17 Rer. Ital.] scrivono avere i Veneziani per odio ed invidia, e senza ragione, mossi cotali pretesti per vendicarsi del Carrarese a cagion della assistenza già data al re d'Ungheria, allorchè venne all'assedio di Trivigi; giacchè non altrove avea Francesco fabbricato quelle ville e fatte le fortificazioni, se non sul distretto di Padova.