Galeazzo Visconte gran guerra fece sul Piacentino, e ricuperò gran parte delle castella ribellate. Si trattò di pace; ma, non fidandosi il papa de' Visconti, i suoi ministri ritrovando più conto in seguitar la guerra, per cui arricchivano molto succiando la pecunia pontificia, e profittando de' saccheggi, andò per terra ogni trattato, e continuò la rovina di quasi tutta la Lombardia. Non era minor fuoco in questi tempi fra i Veneziani e Francesco da Carrara signor di Padova [Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital. Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital. Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.]. La superiorità delle forze de' primi tale era, che il Carrarese, diffidando di potere resistere, cercò di tirar in lega Alberto e Leopoldo duchi di Austria, comperando nondimeno il loro aiuto con cedere ad essi le città di Feltre e di Cividal di Belluno. Perciò quei principi spedirono molte soldatesche contra de' Veneziani sul Trivisano. Più altre ne inviò Lodovico re d'Ungheria e di Polonia, comandate da Stefano vaivoda. Intanto Uguccione da Tiene, nunzio di papa Gregorio XI, perorava presso i Veneziani per indurli alla pace. Condiscesero essi, ma, conoscendo la lor potenza, diedero varii capitoli contenenti eccessive dimande per parte loro, che il Carrarese sparse dipoi dappertutto per far conoscere l'ingordigia de' suoi avversarii. Fra varii incontri e piccioli fatti d'armi, uno spezialmente fu considerabile nel mese di maggio ad una fossa fatta dai Veneziani verso Pieve di Sacco. Sì vigorosamente combatterono allora gli Ungheri, che disfecero l'armata veneta, con far prigioni assaissimi nobili veneti. Ma in un altro fiero conflitto a dì primo di luglio, che riuscì favorevole a' Veneziani, restò prigione lo stesso Stefano vaivoda generale degli Ungheri con altri nobili di sua nazione ed italiani: il che fu d'infinito danno al Carrarese. Imperocchè gli Ungheri protestarono da lì innanzi di non voler più guerra, se non veniva posto in libertà il loro generale. A questo mal tempo se ne aggiunse un altro; e fu, che i Veneziani sollevarono segretamente Marsilio da Carrara contro di Francesco suo fratello signore di Padova. Si scoprì la congiura, e Marsilio ebbe tempo da fuggirsene a Venezia nel dì 3 d'agosto. Per tali disavventure, e perchè il popolo di Padova, disfatto da questa guerra, forte se ne lagnava, si trovava in grandi affanni Francesco da Carrara. Il perchè per mezzo del patriarca di Grado cercò colla corda al collo pace da' Veneziani: pace vergognosa e gravosa a lui, perchè data da chi era al disopra di lui, ma che servì a liberarlo dai pericoli maggiori, a' quali si vedeva esposto.
Scrive Andrea Redusio [Andreas de Redusio, Chron. Tarvis., tom. 19 Rer. Ital.] che il celebre Francesco Petrarca, allora abitante sul Padovano, fu spedito dal Carrarese a Venezia per ottener questa pace, e che alla presenza dell'augusto senato veneto lo stupore gli tolse di mente l'orazion preparata. Secondo il Caresino [Caresin., Chron. Venet., tom. 12 Rer. Ital.], si obbligò il Carrarese a pagar cento mila fiorini d'oro per le spese della guerra. I Gatari [Gattari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.] dicono trecento cinquanta mila ducati ossia fiorini d'oro. Il Sanuto [Sanuto, Chron. Venet., tom. 22 Rer. Ital.] scrisse ducento quaranta mila; con pagarne di presente i quaranta mila. Fu inoltre forzato a mandare al senato veneto Francesco Novello suo figliuolo a chiedere perdono, e a dirupar varie castella sui confini, e a cederne delle altre ai Veneziani: i quali piantarono i confini dove lor parve, senza che il Padovano osasse reclamare. In somma, per non poter di meno, ebbe una lezion sì dura, che pregno d'odio e di rabbia ad altro non pensò per l'avvenire che a farne vendetta. Fu pubblicata questa pace in Venezia nel dì 21 di settembre. Anche i Genovesi [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.] nell'anno presente diedero gran pascolo ai novellisti. Vogliosi essi di vendicarsi de' Cipriotti per l'affronto lor fatto nell'anno precedente, indirizzarono alla volta di Cipri la poderosa loro armata, composta di quarantatrè galee e d'altri legni minori, con circa quattordici mila combattenti. Presero nel dì 10 d'ottobre senza molto contrasto la capitale di quell'isola, cioè Famagosta; e quivi piantarono il piede con farsi rendere ubbidienza dalle altre città e terre dell'isola. Al giovinetto re Pietro Lusignano, con cui fecero la pace, lasciarono il titolo di re, obbligandolo a pagare loro ogni anno quaranta mila fiorini d'oro. Da queste dissensioni dei cristiani non lieve profitto intanto ricavarono i Turchi, la potenza de' quali ogni dì più andava crescendo in Asia, calando nello stesso tempo quella de' Greci. Essendosi in questo mentre [Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.] ribellato alla regina Giovanna il duca d'Andria della casa del Balzo, essa spedì contra di lui coll'esercito Giovanni Malatacca da Reggio, che assediò e prese Teano. Se ne fuggì il duca ad Avignone, spogliato di tutti i suoi Stati, i quali la regina vendè tosto ad altri baroni. Cosa strana vien raccontata dall'autore della Cronica di Siena [Cron. Sanese, tom. 15 Rer. Ital.]: cioè che in quest'anno (quasi fosse forza di maligno pianeta) i frati di varii ordini religiosi ebbero brighe e dissensioni, e ne seguirono varii ammazzamenti fra loro. E le calunnie ed oppressioni furono frequenti ne' lor monisteri. Frutti erano questi della general corruzion de' costumi che regnava allora in Italia, per colpa spezialmente della lontananza de' papi e delle guerre continue. Certo non v'ha scrittore di questi tempi che non tocchi il depravamento in cui si trovavano quasi tutti gli ordini religiosi.
MCCCLXXIV
| Anno di | Cristo mccclxxiv. Indiz. XII. |
| Gregorio XI papa 5. | |
| Carlo IV imperadore 20. |
Continuò bensì la guerra in Lombardia, ma assai melensamente, perchè era in piedi un vigoroso trattato di pace [Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital.]. Nel dì 26 d'aprile l'esercito della Chiesa e di Niccolò marchese d'Este passò su quel di Parma e Piacenza a' danni di quei paesi, e vi stette a bottinare sino al dì 3 di giugno. Copiosamente ancora fornì di gente e di munizioni le castella già ivi conquistate dal papa, e restate in suo potere. Nel ritorno diede il guasto intorno alle castella de' Fogliani di Reggio, perchè Guido Savina da Fogliano, senza curar i nipoti, figliuoli del giustiziato Francesco, le avea sottomesse a Bernabò Visconte. Fu anche dato il sacco ai contorni di Carpi, per gastigare Giberto Pio che s'era collegato con Bernabò. Nello stesso tempo Marsilio Pio suo fratello stava attaccato al marchese d'Este. Ciò che impedì altre militari imprese fu la pioggia continuata per più settimane, che guastò le biade in erba, nè lasciò fare la raccolta de' fieni. Succedette perciò una gravissima carestia per quasi tutta l'Italia. E con questo malanno si collegò anche la pestilenza, che mirabili stragi fece in Milano, Piacenza, Parma, Reggio, Modena e Bologna, o, per dir meglio, in quasi tutta la Lombardia [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer, Ital.]. Si provò lo stesso flagello di carestia e moria in Roma, Firenze, Pisa ed altre città della Toscana, Romagna e Marca, siccome ancora in Avignone ed altri luoghi della Francia; per lo che rimasero spopolate alcune città. Finalmente, giacchè non si potè per ora conchiudere la pace fra la Chiesa e i Visconti, si stabilì almeno, per interposizione dei duchi di Austria, la tregua d'un anno, la quale fu bandita nel dì 6 di giugno. Probabilmente prima di questo tempo le milizie pontificie, che col vescovo di Vercelli assediavano la cittadella di Vercelli, dopo aver impedito i soccorsi che v'inviò Galeazzo Visconte, se ne impadronirono: con che tutta quella città restò all'ubbidienza della Chiesa. Se si vuol credere al Rinaldi [Raynaldus, Annal. Eccles.], in quest'anno i Vigevanaschi, i Piacentini e Pavesi si ribellarono a Galeazzo Visconte, e si diedero alla Chiesa: cosa, a mio credere, lontana dal vero, perchè niuna di queste città nel temporale truovo io che facesse mutazione alcuna. Secondo il Corio [Corio, Istor. di Milano.], Amedeo conte di Savoia non solamente si staccò dalla lega del papa, ma eziandio si collegò con Gian-Galeazzo conte di Virtù, figliuolo di Galeazzo Visconte. Ma non appartiene all'anno presente un tal fatto. Solamente nell'anno seguente, per attestato del medesimo storico, Gian-Galeazzo fu emancipato dal padre, ed autorizzato a potere far guerra e pace, con avergli assegnato il governo di Novara, Vercelli, Alessandria e Casale di Santo Evasio. Quanto poi alla concordia col conte di Savoia, il Guichenone [Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye.] ne rapporta lo strumento, e la fa vedere stipulata nel dì 29 d'agosto del 1378.
Ma Bernabò, che durante la tregua non potea impiegare i suoi pensieri in imprese di guerra, li rivolse tutti alla caccia. Questo era il suo più favorito divertimento [Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.], e per cagion d'esso ancora commise infinite crudeltà: mestiere per altro sempre a lui familiare. Sotto pena della vita e perdita di tutti i beni proibì a chi che sia l'uccidere cignali ed altre fiere; e questa barbarica legge fece eseguire a puntino, anzi stese i suoi processi a chi nei quattro precedenti anni ne avesse ucciso o ne avesse mangiato. In servigio della caccia parimente tenea circa cinque mila cani, e questi distribuiva ai contadini con obbligo di ben nutrirli e condurli ogni mese alla revista. Guai se si trovavano magri, peggio se morti: v'era la pena del confisco dei beni, oltre ad altre pene. Più temuti erano i canetieri di Bernabò che i podestà delle terre. E, quantunque per le guerre, per la carestia e moria fossero i suoi sudditi affatto smunti, accrebbe smisuratamente le taglie e i tributi, per adunar tesori da far nuove guerre. Alla vista e al rimbombo di queste ed altre tirannie di sì disumanato principe tutti tremavano, nè alcuno ardiva di zittire. Due frati minori, che osarono di muover parola a lui stesso di tante estorsioni, li fece bruciar vivi [Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.]. Merita ora Francesco Petrarca che si faccia menzione della sua morte, accaduta nel dì 18 di luglio dell'anno presente nella deliziosa villa d'Arquà del Padovano [Tomasini, Petrarca rediviv.]. Tale era il credito di questo insigne poeta a' suoi tempi, che Francesco da Carrara signor di Padova e copiosa nobiltà vollero colla lor presenza onorare il di lui funerale. Ad esso Petrarca grande obbligazione hanno le lettere, perchè egli fu uno de' principali a farle risorgere in Italia. In questi tempi gran guerra ebbero i Sanesi [Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.] coi Salimbeni loro ribelli. E tornato il duca d'Andria nel regno di Napoli con un'armata di Franzesi, Guasconi ed Italiani, in numero di più di quindici mila combattenti, si condusse verso Capoa ed Aversa [Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.]. Non dormiva la regina Giovanna; anch'ella mise in campo un esercito numeroso. Ma per le esortazioni del conte camerlengo suo zio, il duca lasciò l'impresa, e se ne tornò di nuovo in Provenza. Veggendosi così abbandonate le sue truppe, formarono una compagnia sotto varii capitani, e s'impadronirono di una terra della duchessa di Durazzo. La regina, col regalo lor fatto di dieci mila fiorini, si sgravò di costoro, e rivolse il mal tempo addosso ad altri paesi.
MCCCLXXV
| Anno di | Cristo mccclxxv. Indiz. XIII. |
| Gregorio XI papa 6. | |
| Carlo IV imperadore 21. |