Per la tregua fatta coi Visconti, e per la disposizione ancora ad una pace, pareva che omai si dovesse sperar la quiete in Italia. Ma eccoti dalla Lombardia passare l'incendio della guerra negli Stati della Chiesa. Gregorio XI era buon papa, ma buoni non erano gli uffiziali oltramontani da lui mandati al governo d'Italia [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. eod.]. Tutti attendevano a divorar le rendite della camera pontificia, e tutti a cavar danari per ogni verso, nè giustizia era fatta da loro: di maniera che i pastori della Chiesa (così erano chiamati), oltre al discredito, aveano guadagnato l'odio e la disapprovazione di tutti. Trascorre in questo argomento con molte esagerazioni l'autore della Cronica di Piacenza [Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.], assai ghibellino, per quanto si vede, di cuore. Guglielmo cardinale legato di Bologna ebbe, in questi tempi, un trattato segreto per occupar la bella terra di Prato ai Fiorentini, e, mostrando di non poter più mantenere le soldatesche, delle quali s'era servito contro i Visconti, le spinse alla volta di Toscana. Ne fu gran mormorio e sdegno in Firenze; e que' maggiorenti, i più allora inclinati al ghibellinismo, dal desiderio della vendetta si lasciarono trasportare ad esorbitanti risoluzioni contra del buon pontefice, tradito da' suoi ministri. Perciò si fornirono di gente d'armi, e a forza di danaro seppero ritenere Giovanni Aucud, che, entrando nel loro distretto co' suoi Inglesi, non facesse acquisto alcuno. La Cronica di Siena [Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.] ha, che gli pagarono centotrenta mila fiorini d'oro, de' quali gravarono i cherici loro per settantacinque mila. Qui non finì la faccenda. Cominciarono ancora con segrete congiure a sommuovere le città della Chiesa a ribellione, promettendo a cadauna favore ed aiuto, acciocchè ricuperassero la perduta libertà. Nello stesso tempo fecero lega con Bernabò Visconte. Anzi abbiamo dal suddetto cronista sanese che lega fu fatta fra Bernabò Visconte, la reina Giovanna, i Fiorentini, Sanesi, Pisani, Lucchesi ed Aretini, per riparare agl'iniqui cherici. La prima città che alzò la bandiera della libertà colle spalle de' Fiorentini, nel mese di novembre fu la città di Castello oppure Viterbo, Monte Fiascone e Narni. Il prefetto da Vico, avuto Viterbo, in pochi dì s'impadronì anche della rocca [Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]. Successivamente nel dicembre si ribellarono Perugia, Assisi, Spoleti, Gubbio ed Urbino: della qual ultima città s'impadronì Antonio conte di Montefeltro, siccome ancora di Cagli. Rinaldino da Monteverde si fece signore di Fermo. Ecco già un grande squarcio fatto agli Stati della Chiesa romana. Verso quelle parti inviò il legato Giovanni Aucud colla sua forte compagnia d'Inglesi, che era al soldo della Chiesa. Ma quel furbo maestro di guerra nulla fece di rilevante, e lasciò che i Perugini tutti in armi divenissero padroni anche delle due fortezze della loro città. Mangiava costui a due ganascie, perchè segretamente tirava una pensione da' Fiorentini. In somma in pochi giorni si sottrassero al dominio della Chiesa ottanta fra città, castella e fortezze, nè si trovò chi facesse riparo a sì gran piena.
Giunse in quest'anno nel dì 17 oppure 19 d'ottobre al fine de' suoi giorni Can Signore dalla Scala signore di Verona e Vicenza [Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital.]. Suo fratello Paolo Alboino, siccome legittimo, avrebbe dovuto succedere in quella signoria, ma egli era detenuto prigione in Peschiera, e Cane, pensando più al mondo da cui si partiva, che all'altro a cui s'incamminava, prima di morire, il fece barbaramente strangolare, affinchè, senza contrasto, succedessero nel dominio i due suoi figliuoli bastardi Bartolomeo ed Antonio, i quali già avea fatto proclamar signori, dappoichè vide disperata la sua salute. Fu pubblicamente esposto il cadavero d'Alboino, e per questo cessò ogni pericolo di commozione. Ma, essendo i suddetti suoi figliuoli in età meno di sedici anni, corse Galeotto Malatesta, lasciato insieme con Niccolò marchese di Ferrara per loro curatore; ed esso marchese e Francesco da Carrara vi spedirono gente per lor sicurezza. In questi tempi trovandosi vedova Giovanna regina di Napoli per la morte già seguita dell'infante suo terzo marito, pensò di passare a nuove nozze [Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.], consigliata a questo o da' suoi ministri, o dal timore di Lodovico re d'Ungheria e Polonia, che tuttavia andava mantenendo, anzi producendo le sue pretensioni sopra quel regno, o sopra il principato di Salerno e la contea di Provenza. Dava ancora molto da sospettare alla regina Carlo di Durazzo, figliuolo del già Luigi suo zio, il quale allora si trovava a' servigi del suddetto re Lodovico in Ungheria. Ancor questi aspirava al regno pel diritto del sangue. Mise dunque Giovanna gli occhi, benchè in lontananza, addosso ad Ottone duca di Brunsvich, e a lui diede la preminenza nella scelta d'un marito [Benvenuto da S. Giorgio, Istoria di Monferrato, tom. 22 Rer. Ital.]. Per nobiltà, se si eccettuavano i re della schiatta franzese, niuno gli andava innanzi, perchè discendeva dall'antica e nobilissima linea estense guelfa di Germania, che avea prodotto illustri duchi e un imperadore. Pochi poi il pareggiavano nel valore e nella saviezza. Da alcuni anni in qua egli dimorava in Monferrato, lancia e scudo ai teneri figliuoli del fu marchese Teodoro suo parente. Per li suoi importanti servigi unitamente con essi figliuoli era investito delle città d'Asti e d'Alba, e della terra di Montevico, e non men d'essi dichiarato vicario generale dell'imperio in quelle parti da Carlo IV Augusto. Accettò questo principe l'offerta del regal matrimonio, e nell'anno seguente si diede compimento al contratto, ma colla condizion che la reina gli farebbe comune il letto, ma non il trono.
MCCCLXXVI
| Anno di | Cristo mccclxxvi. Indiz. XIV. |
| Gregorio XI papa 7. | |
| Carlo IV imperadore 22. |
Sempre più andarono peggiorando in quest'anno gli affari temporali della Chiesa romana in Italia. Pareva che tutti i popoli, anche delle più minute terre, andassero a guadagnar indulgenza, ribellandosi al papa loro legittimo signore. Ascoli si rivoltò; Civita Vecchia, Ravenna ed altre città non vollero essere da meno. Guglielmo cardinale legato apostolico tenne colla sua presenza per quanto potè in ubbidienza la città di Bologna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Matthaeus de Griffon., Chron., tom. eod.]; ma quel popolo al vederne tanti altri, che, scosso il giogo, aveano ripigliata la libertà, segretamente ancora stuzzicato da' Fiorentini, autori di tutte queste sedizioni, finalmente nella mattina del dì 20 di marzo, mostrando sospetto che il cardinale fosse dietro a vendere Bologna a Niccolò marchese di Ferrara [Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital.] per mancanza di danari (che neppur un soldo veniva da Avignone), levarono rumore, e presero il palazzo. Fuggì travestito il legato, e poscia se ne andò a Ferrara. Fu dato il sacco a tutto il suo avere e a tutta la famiglia sua. Poscia, dacchè si furono que' cittadini impadroniti del castello di San Felice, che furiosamente fu smantellato, formarono governo popolare, e mandarono a Firenze per aver soccorso. Prima di questo avvenimento, cioè sul fine di dicembre, anche la città di Forlì [Chron. Foroliviense, tom. 22 Rer. Ital.], dopo avere scacciata la fazione guelfa, si sottrasse alla signoria della Chiesa, e nel dì dell'Epifania dell'anno presente acclamò per suo signore Sinibaldo, figliuolo di Francesco degli Ordelaffi, il quale nell'anno 1373 era mancato di vita in servigio de' Veneziani.
A sì fatti sconcerti vennero dietro in breve innumerabili mali in Italia. Soggiornava in Faenza il vescovo d'Ostia, conte della Romagna; e perciocchè Astorre ossia Astorgio de' Manfredi teneva pratiche per far ribellare ancor quella città, nè mancavano ivi risse e tumulti, chiamò colà Giovanni Aucud, che co' suoi Inglesi era all'assedio di Granaruolo [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital. Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.]. Entrato che fu l'Aucud colla sua gente, cominciò a fare istanza per le sue paghe. Perchè era vota la borsa del ministro pontificio, trovò l'iniquo inglese la maniera di pagarsi alle spese dell'infelice città [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], oppur ciò fu a lui ordinato, come fama corse, dallo stesso conte della Romagna, ch'era il peggior uomo del mondo. Col pretesto dunque che meditassero ribellione, trecento de' principali cittadini cacciò in prigione; spinse fuor di città gli altri (erano circa undici mila persone dell'uno e dell'altro sesso), con ritener solamente quelle donne che piacquero a lui ed ai suoi. Tutta la città con inudita crudeltà fu interamente data a sacco, e vi restarono trucidate circa trecento persone, massimamente fanciulli. Ecco quai cani tenessero allora al suo servigio in Italia i ministri pontificii. Nel mese d'aprile anche Imola si sottrasse all'ubbidienza del papa, e ne divenne poco appresso padrone Beltrame degli Alidosi. Di Camerino parimente e di Macerata in queste rivoluzioni s'impadronì Ridolfo da Varano, personaggio di gran valore. Chiaramente conobbe allora papa Gregorio XI a quanti malanni avessero non men egli che i suoi predecessori esposta l'Italia, e soprattutto gli Stati della Chiesa colla lor lontananza. Perciò allora fu che prese la risoluzione di trasportar la corte di qua da' monti per timore di perdere tutto, giacchè Roma stessa tutta era in confusione, e buona parte de' baroni romani in rivolta. Ma conoscendo che la presenza sua sarebbe riuscita un inutile spauracchio, se non veniva fiancheggiata dall'armi, assoldò in breve tempo un esercito di Bretoni sì poderoso, che, secondo il comune uso d'ingrandir sempre il numero de' combattenti e i successi delle battaglie, fama fu che ascendesse a quattordici mila cavalli. Alcuni dicono dodici mila. Buonincontro [Bonincontrus, Annal. tom. 21 Rer. Ital.] non li fa più di sei mila cavalli, ed altri non più di quattro. Certo non furono solamente ottocento, come ha il Corio [Corio, Istoria di Milano.]. Diede il pontefice il comando di quest'armata a Roberto cardinale della basilica de' dodici Apostoli, fratello del conte di Genevra, cioè ad un mal arnese, che zoppicava d'un piede, e maggiori vizii nascondeva nel petto.
Costui, dichiarato legato apostolico, calò in Italia, e sul principio di luglio arrivò con quella perfida e bestial gente sul Bolognese [Matth. de Griffon., Chronic., tom. 18 Rer. Ital.]. Dopo essersi impadronito di Crespellano, Monteveglio ed altri luoghi, cominciò delle fiere ostilità contra de' Bolognesi; ma più si applicò a dei trattati segreti per ricuperar Bologna. Ridolfo da Camerino, generale de' Fiorentini, che ivi si trovava, uomo accorto, non mai volle uscire a battaglia. Proverbiato per questo, rispondeva: Io non voglio uscire, perchè altri entri. Nel dì 11 di settembre scoperte le mine tenute da esso cardinale in Bologna, ne pagarono il fio alcuni nobili che teneano mano alla congiura, coll'esserne stati alcuni decapitati, ed altri banditi. Continuò poi per tutto l'autunno la guerra sul Bolognese, commettendo i Bretoni ogni maggior crudeltà, con desolar tutto, e incendiar molte migliaia di case. Il Cronista Bolognese [Cronica di Bologna, tom. eod.] ce ne lasciò una lagrimevol descrizione, accompagnato da gravi doglianze contro i pastori della Chiesa. I Fiorentini e Bernabò Visconte non dimenticarono di dar soccorso in questi pericoli a Bologna. Ma Niccolò marchese di Ferrara favoriva la parte del papa, e fu creduto che il cardinale gli volesse vendere quella città. Intanto il papa conchiuse pace con Galeazzo Visconte [Gazata, Chron., tom. eod.], rilasciando a lui la città di Vercelli, Castello San Giovanni, e circa cento altre castella sul Piacentino, Pavese e Novarese: con che Galeazzo sborsasse in varie rate ducento mila fiorini d'oro. Ma ripugnando il vescovo di Vercelli a restituire Vercelli, Galeazzo ne entrò in possesso solamente nell'anno seguente, essendo stato tradito il vescovo da' suoi, e fatto prigione. Allo sdegno del papa contra de' Fiorentini, i quali aveano eccitato sì grave incendio negli Stati della Chiesa, parve poco il mettere l'interdetto a Firenze, il fulminare contra di quei magistrati le più terribili scomuniche ed altre pene. Stese ancora il gastigo contra di qualunque Fiorentino che si trovasse in Europa, dando facoltà a cadauno di farli schiavi, e di occupar le loro mercatanzie ed ogni loro avere; e però in qualche luogo di Francia ed Inghilterra [Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital.], quasi fosse un enorme delitto l'essere Fiorentino, fu mirabilmente eseguita la concession papale, benchè si trattasse di tante persone innocenti, le quali niuna relazion aveano colle risoluzioni prese in Firenze: cosa che può far orrore ai nostri giorni, e dovea farlo anche allora. Furono cacciati da Avignone, e ne fuggirono da altri paesi per paura di tali pene tanti Fiorentini, che, venuti in Italia, poteano formare un'altra città. Fu posto l'interdetto a Pisa e a Genova, perchè que' popoli non aveano scacciato i Fiorentini.
La speranza intanto di rimediare a tanti sconvolgimenti di cose parea riposta nella venuta del pontefice; nè mancarono persone pie, e, fra l'altre, santa Caterina da Siena, che con lettere calde il sollecitarono a tal risoluzione, promettendogli cose grandi, se si lasciava vedere in Italia [Vita Gregorii XI, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Perciò, venuto egli a Marsiglia nel dì 22 di settembre, e servito dipoi dalle galee della regina Giovanna, de' Genovesi e Pisani, s'imbarcò nel dì 2 d'ottobre, e nel dì 18 arrivò a Genova, dove si fermò alquanti giorni, a cagion del mare grosso, che per tutto il viaggio gli fu contrario, di modo che per quella fortuna si affogò il vescovo di Luni, e si ruppero molti legni. Finalmente giunse a Corneto, e, quivi sbarcato, celebrò poi le feste del santo Natale. Accorsero gli ambasciatori romani [Raynaldus, Annal. Eccles.] a complimentarlo, e gli diedero con uno strumento il pieno ed assoluto dominio di Roma, conservando nondimeno varii loro usi e privilegii. Guerra fu in questo anno fra Leopoldo duca d'Austria e i Veneziani per segreti impulsi, come fu creduto, di Francesco da Carrara [Caresinus, Chron., tom. 12 Rer. Ital. Redusius, Chron., tom. 19 Rer. Ital.]. Possedeva il duca le città di Feltro e di Belluno. Di colà a dì 15 di maggio spedì egli senza disfida alcuna tre mila cavalli addosso al territorio di Trevigi, che fecero in quelle parti un gran guasto, e piantarono dipoi due bastie a Quero. Forniti che si furono di gente i Veneziani, espugnarono quelle bastie, e il lor generale Jacopo de' Cavalli Veronese passò fin sotto Feltro, e vi mise l'assedio, ma poi se ne ritirò. Succedette anche un fatto d'armi colla peggio de' Veneziani. Interpostosi finalmente mediatore Lodovico re d'Ungheria, seguì fra loro una tregua di due anni, che fece depor l'armi ad amendue le parti. Arrivato a Napoli [Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.] nel dì 25 di marzo dell'anno presente Ottone duca di Brunsvich, solennemente sposò la regina Giovanna. Riuscì parimente in quest'anno [Albert. Argentinensis, Chron. Magdeburgense.] a Carlo IV imperadore di far eleggere Venceslao suo figliuolo re de' Romani: il che seguì nelle feste di Pentecoste; ma gli convenne comperar questa elezione dagli elettori con esorbitante somma di danaro; cioè con promettere a cadaun di essi venti mila fiorini. Ne scarseggiava egli assaissimo, e però impegnò loro i dazii e le rendite dell'imperio.