MCCCLXXVII

Anno diCristo mccclxxvii. Indiz. XV.
Gregorio XI papa 8.
Carlo IV imperadore 23.

Disposte in Roma tutte le cose pel solenne ricevimento di papa Gregorio XI, si mosse egli da Corneto, e per mare e pel Tevere arrivò colà nel dì 17 di gennaio [Raynald., Annales Eccles.]. Magnifico fu l'apparato, con cui l'accolse quel popolo, incredibile il plauso e l'allegrezza d'ognuno, tutti sperando finiti i pubblici guai, guarite le piaghe dell'Italia, dappoichè al vero suo sito si vedea ritornato il vicario di Cristo con tutta la sacra sua corte. La piena descrizione dell'itinerario di questo papa, e del suo felice ingresso in Roma, l'abbiamo da Pietro Amelio agostiniano [Itinerar. Gregorii XI, P. II, tom. 3 Rer. Italic.]. Ma questo sereno non durò molto. Troppo in secoli tali erano avvezzi i baroni e i popoli tutti alle rivoluzioni. Non sono men difficili ad estinguere i mali abiti del corpo politico, che quei del corpo naturale e dell'animo umano. In fatti dal popolo di Roma non gli fu mantenuto se non pochissimo di quello che aveano promesso [Vita Gregorii XI, tom. eod.], con seguitar massimamente i dodici caporioni a voler comandare, e a tenere in piedi i Banderesi. Francesco da Vico, tiranno di Viterbo e d'altri luoghi, soffiava nel fuoco; fors'anche i Fiorentini vi teneano pratiche per questo. Cercò dunque il buon papa di acconciar colle buone questi rumori. Andò poscia a villeggiare ad Anagni, e gli riuscì nel mese di novembre di pacificar il prefetto da Vico con accordo onorevole. Altrettanto bramava di fare coi Fiorentini, e loro apposta mandò ambasciatori; ma cotanto erano que' magistrati immersi nel loro vendicativo impegno, lusingandosi di sostenerlo con facilità dacchè aveano mossa sì gran tempesta, che rifiutarono ogni ragionevol concordia, benchè del non seguito accordo dessero eglino la colpa al papa, che a chiare note protestava di volersi vendicare de' Fiorentini. Più ancora si figuravano essi facile l'abbassamento della corte romana, perchè aveano saputo staccare a forza di danaro dall'armata pontificia Giovanni Aucud colla sua compagnia d'Inglesi. Scrive l'Ammirati [Ammirati, Istoria Fiorentina, lib. 13.] che gli assegnarono ducento cinquanta mila fiorini l'anno: tanta era la lor forza ed izza contra del pontefice. Ma per la condotta di costui, o per altri motivi, disgustato Ridolfo Varano signore di Camerino, e generale dell'armi loro, inaspettatamente passò alla banda del papa. Il gastigarono i Fiorentini con far dipignere l'effigie di lui impiccato pe' piedi nel loro palazzo: del che egli si rise; e una pittura più sconcia degli Otto, che allora governavano Firenze, fece anch'egli fare in Camerino. Ma prima di questi avvenimenti, un troppo orribile fatto succedette nella città di Cesena, che gran discredito diede all'armi pontificie [Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod.]. Avea quivi messa la sua residenza il sanguinario cardinal di Ginevra Roberto; la sua guardia era di Bretoni. Nel dì primo di febbraio [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], perchè uno di questa mala gente volle per forza della carne da un beccaio, si attaccò una rissa. La disperazione avea preso quel popolo, perchè i Bretoni, dopo aver consumato tutto il distretto, erano dietro a divorar anche la città [Cron. di Rimini, tom. eod. Cron. di Siena, tom. eod.]. Trassero a questo rumore i cittadini in aiuto del lor compatriotto, e gli altri Bretoni a sostener il loro compagno. Divenne perciò generale la mischia, e più di trecento di quegli stranieri rimasero uccisi. Il cardinale pien di furore si chiuse nella Murata, e mandò per gl'Inglesi dimoranti in Faenza, che tosto corsero a Cesena, ed ebbero ordine di mettere a fil di spada quel misero popolo. Con ducento lance vi arrivò ancora Alberico conte Barbiano, che era al servigio della Chiesa. Corsero costoro per la terra, e fecero ben que' cittadini disperati quanta difesa poterono; ma soperchiati dall'eccessivo numero di que' barbari, non poterono lungo tempo reggere all'empito loro. Non vi fu allora crudeltà che non commettessero i vincitori; fecero un universal macello di quanti vennero loro alle mani, senza risparmiare vecchi decrepiti, fanciulli, religiosi, ed anche donne pregnanti. Dalla loro sfrenata libidine niun monistero di sacre vergini andò esente; tutto in fine fu messo a sacco, chiese e case. Fu creduto che circa quattro mila persone rimanessero vittima del barbarico furore; fuggirono quei che poterono; e l'Aucud, per isgravarsi alquanto da sì grave infamia, mandò un migliaio di donne scortato fino a Rimini, ritenendo quelle che più furono di soddisfazion di que' cani. Circa otto mila di que' miseri fuggiti si ridussero a Cervia e Rimini limosinando, perchè spogliati di tutto. Grande sparlare che fu per questo de' ministri della Chiesa.

Ma neppur collo spoglio di Faenza e Cesena si saziò l'ingordigia di questi diabolici masnadieri. Andavano essi chiedendo paghe [Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], e paghe non venivano. Il perchè, nel giorno primo di marzo il cardinale legato portatosi a Ferrara, quivi per aver danaro vendè la desolata città di Faenza a Niccolò marchese d'Este, da cui nel dì 6 d'aprile fu mandato Selvatico Boiardo suo capitan generale con alquante schiere d'armati a prenderne il possesso. Ma troppo male impiegata fu quella somma d'oro (e fu di quaranta mila fiorini d'oro); imperciocchè essendosi nell'ultimo dì d'agosto partito da Ferrara il cardinal suddetto [Cronica di Rimini, tom. eod. Annal. Forolivien., tom. 21 Rer. Ital.], Astorre dei Manfredi, assistito da Bernabò Visconte, dai Fiorentini e Forlivesi, per una chiavica entrò di notte in Faenza, e se ne insignorì nel dì 25 di luglio, con restar sommamente beffato il marchese. Celebraronsi con pomposa solennità in quest'anno nel giorno ultimo di maggio le nozze di Francesco Novello figliuolo di Francesco da Carrara signor di Padova con Taddea figliuola d'esso marchese Niccolò. Trattarono in quest'anno i Bolognesi di pace col papa [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], e nel settembre la conchiusero, avendo ottenuta facoltà per cinque anni avvenire di reggersi a comune, con pagare annualmente alla santa Sede dieci mila fiorini d'oro. In quest'anno [Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 13.], dacchè Ridolfo da Camerino ebbe volte le spalle ai Fiorentini, fece lor guerra colle forze del papa; ma ne riportò solamente danno, e gli fu anche data una rotta dal conte Lucio capitano de' Fiorentini. Reggevasi in questi tempi a comune la terra di Bolsena. Cadde in pensiero ad alcuni frati minori di sottometterli alla Chiesa, figurandosi forse di fare un'opera santa e meritevole [Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital. Cronica di Siena, tom. eod.]; ed essendo il convento loro presso alle mura, v'introdussero una notte i Bretoni. Il bel guadagno fu, che questi Barbari misero tutta la terra a sacco, e vi tagliarono a pezzi forse cinquecento tra uomini e donne. Anche in Foligno fu novità. Sollevatosi parte di quel popolo nel dì 11 d'agosto, uccise Trincio de' Trinci signore di quella città, ed imprigionò un suo figliuolo; ma nel dì 22 di dicembre Corrado de' Trinci, fratello dell'ucciso, di volere di un'altra parte di esso popolo ricuperò la terra, e cavò di prigione il nipote. Era ogni cosa in conquasso in questi tempi negli Stati della Chiesa e nel vicinato; e i Fiorentini e Pisani fecero per forza dir le messe, senza volere rispettar l'interdetto. Il papa per questo fulminò maggiori scomuniche, ma senza far mutare cervello a' suoi nemici. Bernabò Visconte [Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Italic.], per maggiormente assodare nel partito suo e de' Fiorentini Giovanni Aucud e il conte Lucio Tedesco da Costanza, diede a cadaun di loro in moglie due sue figliuole bastarde. Furono composte in quest'anno nel dì 15 di giugno [Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.] le differenze che vertivano fra Gian-Galeazzo Visconte conte di Virtù, e Secondotto marchese di Monferrato, con avere Gian-Galeazzo accoppiata in moglie al marchese sua sorella Violante, vedova di Lionetto d'Inghilterra, e con promessa di restituirgli Casale di Santo Evasio, ogni qualvolta fosse mancato di vita Galeazzo suo padre. Altre promesse fece dipoi Gian Galeazzo al marchese e ad Ottone duca di Brunsvich, venuto apposta da Napoli per assistere al giovinetto marchese. Ma, siccome vedremo, Gian-Galeazzo non dovea credere che il promettere seco portasse l'obbligo di mantener la parola.


MCCCLXXVIII

Anno diCristo mccclxxviii. Indiz. I.
Urbano VI papa 1.
Venceslao re de' Romani 1.

Dell'anno presente funestissima sempre fu e sarà la memoria nella Chiesa pel deplorabile scisma che accadde. Attendeva il pontefice Gregorio XI a risarcir le chiese di Roma, divenute nido di gufi, perchè abbandonate per più di settanta anni da' cardinali, che, immersi nelle delizie di Provenza, niun pensiero si metteano de' loro titoli, e tutto lasciavano andare in rovina. Scorgendo ancora, che sminuendosi ogni dì più la forza delle sue armi, più giovevole gli sarebbe riuscita la pace che la guerra co' Fiorentini e coi lor collegati, adoperò la mediazione del re di Francia per trattare d'un aggiustamento, nè poco vi contribuiva santa Caterina da Siena. S'interpose ancora Bernabò Visconte [Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.]; e però in Sarzana si tenne un congresso, dove spedì il papa per suo plenipotenziario Giovanni cardinale della Grangia, vescovo d'Amiens, e v'intervennero quattro ambasciatori fiorentini, quei della regina Giovanna, e de' Veneziani e Genovesi. In persona ancora vi fu lo stesso Bernabò Visconte, mostrandosi più degli altri portato alla concordia [Leonardus Aretin., Hist., lib. 9.]. Il dibattimento fu grande; ma ciò che arenava l'affare consisteva nella pretensione del papa, che voleva essere rifatto di ottocento mila fiorini, spesi, come egli dicea, in questa guerra per colpa de' Fiorentini; laddove i Fiorentini non si sentivano voglia neppur di pagare un soldo, essendo stati i cattivi ministri del papa i primi ad offendere. Mentre si agitavano questi punti, eccoti arrivare la morte di esso papa [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Lo aveano di nuovo sovvertito i cardinali franzesi per farlo ritornare in Francia, e si figurò la buona gente che Dio per questo tagliasse il filo de' suoi giorni, acciocchè si fermasse in Italia la corte pontificia, senza por mente agli innumerabili disordini e scandali che tennero dietro alla mancanza di questo pontefice. Succedette la di lui morte nel dì 27 venendo il dì 28 di marzo, e gli fu data sepoltura nella chiesa di Santa Maria Nuova [Vita Gregorii XI, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Per tale avvenimento restò sospeso il trattato della pace; e i ministri adunati in Sarzana se ne ritornarono alle lor case per aspettar la creazione di un nuovo pontefice. Congregaronsi a' dì 7 d'aprile a questo fine in conclave i cardinali che si trovavano allora in Roma [Raynaldus, Annal. Eccles. Vita Gregorii XI, ubi supra.]. Quattro soli erano i porporati italiani, dodici i franzesi. Per cattivo augurio fu preso che in quello stesso giorno un fulmine entrò nel conclave, e, bruciati alquanti arnesi, uscì per una finestra. Cominciò tosto la discordia ad imperversare fra loro. I primi volevano un papa di lor nazione, acciocchè si fermasse in Italia la sacra corte. Da' Franzesi, che sospiravano di ricondurla di là da' monti, se ne voleva un franzese [Acta apud Papebrochium.]; e fra essi Franzesi quei di Limoges, che erano i più, particolarmente il desideravano della loro città. Non fu difficile al popolo romano il conoscere l'intenzion de' cardinali oltramontani; e però si svegliarono dei tumulti nella plebe, che gridava: Romano lo volemo, romano. Dagli stessi magistrati furono inviati ambasciatori al sacro collegio, con pregarlo di dare per questa volta alla Chiesa di Dio un papa romano oppure italiano; e in fine si venne ad esigerne solamente un romano; e intorno al conclave si udivano le voci minacciose del popolo che richiedevano lo stesso. In grande imbroglio ed anche paura si trovavano per questo i cardinali: laonde, perchè non era creduto alcuno de' quattro porporati italiani atto a sì sublime ministero, finalmente di concorde volere elessero nel dì 8 di aprile Bartolomeo Prignano arcivescovo di Bari, di nazione Napoletano, che si abbattè allora in corte, sul riflesso che non potendo avere papa un nazionale i Franzesi, avrebbono almeno un suddito della casa di Francia, cioè della regina Giovanna. Accettò egli, dopo qualche renitenza, o vera o finta, la gran dignità. Ma non si attentavano i cardinali a pubblicar l'eletto, per timore che, non essendo romano, rimanessero esposte le lor vite al furore del popolo, il quale, subodorato che era seguita qualche elezione, più che mai insolentiva, e dimandava chi era l'eletto.

Ora accadde che venuto ad una finestra il vecchio cardinale di San Pietro, Francesco Tebaldeschi Romano, per acquetar quel tumulto, corse voce che egli era eletto papa. Tutti allora a gran voce gridando: Viva San Pietro, corsero alla casa del cardinale, e le diedero il sacco; tornati poscia al conclave, giacchè era ancor chiuso, rotte le porte, entrarono dentro, volendo vedere il novello pontefice, e si diedero a venerare il cardinal di San Pietro, che in fine espressamente lor disse di non esser egli papa, ma bensì l'arcivescovo di Bari, personaggio ben più meritevole del triregno. Intanto se ne fuggirono alcuni de' cardinali, chi in castello Sant'Angelo, e chi nelle fortezze di Roma. Venuta la mattina del dì 9 di aprile, fece l'arcivescovo di Bari notificar l'elezione sua ai magistrati della città, che ne furono contenti, e corsero tosto a rendergli i tributi del loro ossequio. Non volle egli che si procedesse innanzi, se non venivano i sei cardinali rifugiati in castello Sant'Angelo, i quali assicurati dal senatore vennero, ed uniti con cinque altri, rinnovarono l'elezione, che fu di nuovo accettata. Si cantò dipoi il Te Deum, ed intronizzato il papa, prese il nome di Urbano VI. Seguì poi la sua coronazione nel dì 18 di aprile, giorno solenne, e a tutte le funzioni assisterono per alcune settimane i sedici cardinali che si ritrovavano allora in Roma; anzi col consiglio ed assenso de' medesimi furono spedite a tutti i re, principi e repubbliche le circolari, per notificar loro la canonica elezione del nuovo papa. Lo stesso scrissero questi porporati ai sei che erano rimasti in Avignone, di modo che pubblicamente e chiaramente tanto questi come quelli riconobbero per vero e legittimo pontefice Urbano VI. Ma non si può abbastanza deplorare il tradimento tanti anni prima fatto da Clemente V, con fissare la Sede apostolica di là dai monti. Quanti disordini da ciò provenissero, l'abbiam finora veduto. Il massimo forse è quello che ora son per dire. Aveano ben volontariamente consentito i cardinali franzesi all'elezion di Urbano; ma non sapeano darsi pace che si fosse guasto il nido delle lor delizie in Provenza, e che fosse ritornata in Italia la cattedra pontificia. Falso è quello che si legge presso d'alcuni storici, cioè che avessero eletto l'arcivescovo di Bari [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Gatari, Istor. di Padova, tom. eod.] solamente per liberarsi dalle violenze de' Romani, facendosi promettere da lui, che qualor fossero tutti in luogo libero, egli rinunzierebbe il papato. All'interno lor mal animo e dispiacere s'aggiunsero i disgusti che in poco tempo riceverono da Urbano [Thomas de Acerno, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Era egli in concetto di menar vita austera, e di nudrir molto zelo per la religione; ma non abbondava di prudenza, perchè l'alterigia e il credere troppo a sè stesso e agli adulatori gli toglieva la mano. Dicono ch'egli possedeva gran probità e molte altre virtù; ma o di queste non aveva egli se non la superficie, od almeno scomparvero tutte, dacchè fu salito al pontificato. In vece di usar l'umiltà, che sta bene anche ne' romani pontefici, per non dire di più; invece di guadagnarsi almeno sui principii l'affetto de' cardinali, e di lavorare a poco a poco la riforma della corte pontificia, che veramente gran bisogno avea di correzione, cominciò egli tosto a trattar con aspre maniere que' porporati, a detestar la loro dissolutezza, l'avarizia, la simonia, i conviti, ad esigere la residenza dei vescovi, ed a minacciar varie novità, tutte bensì lodevoli, ma che toccavano sul vivo chi era usato alla libertà ed anche al libertinaggio. Di più non ci volle, perchè i cardinali franzesi concepissero disegni di scisma, per liberarsi da un pontefice sì contrario ai loro interessi e alle concepute speranze; e massimamente perchè con rotonde parole disse loro di voler creare tanti cardinali italiani, che pareggiassero od anche superassero il numero de' franzesi.

Col pretesto dunque del caldo, i cardinali oltramontani l'un dietro all'altro usciti di Roma si raunarono nella città d'Anagni, e quivi diedero principio alle lor conventicole, invitando colà nel dì 20 di luglio i tre cardinali italiani che erano rimasti col papa, uno de' quali, cioè Francesco cardinale di San Pietro, mancò poi di vita nel seguente agosto, con protesta che Urbano era stato legittimamente eletto, e ch'egli il riconosceva per vero successor di San Pietro. Comunicati a Carlo V re di Francia i lor disegni, il trovarono quei cardinali disposto a secondarli per la voglia di riavere un papa franzese, e di tirar di nuovo oltramonti la corte pontificia. Alla regina Giovanna di sommo piacere era riuscita (se pur fu vero) l'elezione d'un papa napoletano [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.], ed avea anche inviato Ottone duca di Brunsvich suo marito con suntuoso accompagnamento e ricchi donativi a prestargli ubbidienza. Ma essendo ritornati esso duca e gli altri uffiziali per alcune cagioni non ben conosciute disgustati del papa, la regina anch'ella si diede a proteggere l'empie mene de' cardinali franzesi. Il focoso pontefice si lasciò anche scappar di bocca, che avrebbe mandata quella regina a filare nel monistero di Santa Chiara. Gran fuoco partorirono queste parole [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Conobbe allora, ma troppo tardi, papa Urbano VI, assai informato di queste macchine, gli amari frutti dell'imprudenza sua nell'essersi scoperto sì rigido sul principio del suo governo, e ne tentò anche il rimedio coll'inviare ad Anagni i tre cardinali italiani per placare gli ammutinati, oppure per propor loro un concilio generale [Vita Gregorii XI, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Non fu accettata l'offerta, perchè que' porporati aveano già fisso il chiodo di ribellarsi. Per sicurezza chiamarono alla lor guardia la compagnia de' Bretoni comandata da Bernardo da Sala, contra di cui si oppose parte del popolo romano in armi per impedirgli il passaggio. Bisognò venire ad una battaglia. Fu questa infausta ai Romani; più di cinquecento rimasero sul campo, moltissimi altri furono fatti prigioni; e per questo in Roma seguì una fiera sedizione contra di tutti gli oltramontani, massimamente franzesi, che furono spogliati e messi nelle carceri. Venne il dì 9 d'agosto, e i dodici cardinali che erano in Anagni, undici franzesi, e Pietro di Luna spagnuolo, pronunziarono papa Urbano usurpatore della Sede apostolica e scomunicato. Ciò che fu più strano, i tre cardinali italiani, cioè quel di Firenze Pietro Corsini vescovo di Porto, quel di Milano, cioè Simone da Borzano e Jacopo Orsino, uomo di somma ambizione, lasciato Urbano, andarono a trovar gli altri, che erano passati a Fondi, sotto la protezione di Onorato conte di quella città, divenuto nimico del papa. Tuttavia, per testimonianza di Tommaso da Acerno [Thomas de Acerno, Part. II, tom. eod.], essi non consentirono all'empie loro risoluzioni.