Quivi nel dì 20 di settembre i suddetti quindici cardinali elessero un antipapa; e questo infame onore toccò allo zoppo Roberto cardinale di Genova, che già abbiam veduto sì screditato per la sua crudeltà. Costui prese il nome di Clemente VII. Non ad altro motivo appoggiarono essi la loro sacrilega risoluzione, se non alla violenza loro usata dai Romani, per cui pretendeano nulla l'elezion precedente, per difetto di libertà. Il pontefice Urbano VI, trovandosi abbandonato da tutti i cardinali, nel dì 19 di dicembre (gli Annali Milanesi [Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.] riferiscono ciò al dì 28 d'ottobre; altri anche prima del dì 20 di settembre) fece una promozione di ventinove cardinali, tutti persone di merito, che, a riserva di tre, accettarono. Negli stessi Annali sono descritti uno per uno. Dichiarò parimente privati della porpora e scomunicati i cardinali ribelli col loro capo. Ed ecco formato un lagrimevole e terribile scisma, per cui restò dipoi lungamente sconvolta e lacerata l'occidental Chiesa di Dio, ne seguirono infiniti scandali, e crebbe a dismisura la depravazion de' costumi non meno ne' secolari che negli ecclesiastici. Tanto papa Urbano, quanto l'antipapa Clemente sostennero le loro ragioni alle corti dei re e principi cristiani. Tennero il partito dell'antipapa il re di Francia, la regina Giovanna di Napoli, la Savoia, ed altri paesi confinanti alla Francia. Pel legittimo pontefice si dichiararono il resto dell'Italia, l'Inghilterra, la Germania, la Boemia, l'Ungheria, la Polonia e il Portogallo. Papa Urbano, perchè il bisogno premeva, nel dì 24 di luglio dell'anno presente fece pace con Bernabò Visconte. Anche i Fiorentini aveano spedita a Roma un'ambasceria onorevole per riconoscere esso pontefice. Neppur essi stentarono ad ottener pace da lui, e a condizioni ben diverse dalle pretese dal precedente papa.

Gravido fu d'altri funesti avvenimenti questo infelice anno. Nel dì 29 di novembre diede fine alla sua vita in Praga Carlo IV imperadore, principe di molta pietà e buona intenzione, ma di poco valore, che tuttavia fu un eroe a petto del suo successore, cioè di Venceslao suo figliuolo [Albert. Argent., Chronic., Trithem. et alii.], già eletto re de' Romani, ed approvato poi anche da papa Urbano. Terminò parimente i suoi giorni nel dì 4 di agosto Galeazzo Visconte signor di Pavia, di molte altre città e della metà di Milano. Poco si dolsero di sua morte i sudditi suoi, perchè troppo aggravati da lui in occasion delle guerre passate. Se gli era attaccato ancora nel crescere degli anni il male de' vecchi, cioè l'avarizia; e non pagando egli i suoi soldati, cagione era che seguissero continui furti e rapine. In somma fu uomo cattivo, e considerato piuttosto come tiranno che come signore. Nel dominio de' suoi Stati succedette Galeazzo suo figliuolo, soprannominato conte di Virtù, che da lì innanzi fu appellato Giovan-Galeazzo [Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.]. La doppiezza ed ingordigia di questo novello principe cominciò tosto a scoprirsi nell'anno presente. Imperocchè il popolo d'Asti, malcontento del governo di Secondotto marchese di Monferrato [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Italic.], accordatosi con un fratello del marchese medesimo, che era governatore della città, negò ad esso marchese l'ingresso, allorchè egli ritornava da Pavia colla moglie Violante. Gian-Galeazzo, essendo ricorso a lui come cognato, il marchese non mancò d'unire con lui le sue armi; e fatte poi di belle promesse per quetare quel popolo, prese il possesso della città, e mediante una capitolazione cominciò a mettervi il podestà e gli uffiziali a nome del marchese. Ma fu questa una mascherata; per tal via Gian-Galeazzo s'impadronì d'Asti, nè più volle renderlo al cognato; mostrando bene quanto più poderosa sia l'ambizione che la parentela fra i principi. Era Secondotto un umor bestiale e quasi furioso. Per minimi accidenti uccideva di sua mano uomini e fanciulli. Con animo di passare in Monferrato, venne egli nel mese di dicembre a Cremona; ed arrivato a Langirano sul distretto di Parma, mentre era in una stalla, preso dal suo furore, strangolar volle un ragazzo di suo seguito. Allora un Tedesco, per salvar la vita al compagno, sguainata la spada, tal colpo diede sulla testa al marchese, che da lì a quattro giorni miseramente spirò l'anima sua, e fu seppellito in Parma [Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. Succedette nella signoria di Monferrato Giovanni Terzo suo fratello, tuttavia incapace di governo, il quale nel gennaio seguente costituì governatore de' suoi Stati il duca Ottone di Brunsvich tornato di nuovo apposta da Napoli, siccome fedel tutore di quella casa, per accudire agl'interessi del pupillo principe, e per ricuperare la città d'Asti: il che non gli venne mai fatto. Mosse in quest'anno Bernabò Visconte le pretensioni di Regina dalla Scala sua moglie contra di Bartolommeo ed Antonio dalla Scala signori di Verona e Vicenza. Cioè pretendeva ella, per essere bastardi i fratelli, di dover succedere, siccome legittima e naturale, in quel dominio. Nel dì 18 d'aprile, giorno solenne di Pasqua, entrò all'improvviso il grande sforzo dell'armi di Bernabò sul Veronese, e quivi fabbricate due bastie, diede un gran sacco al paese [Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.]. Voce comune fu che a Bernabò non potea mancare la conquista di quelle due città; ma egli avea al suo soldo Giovanni Aucud co' suoi Inglesi, e il conte Lucio co' suoi Tedeschi, cioè due personaggi avvezzi ai tradimenti, perchè troppo facili a lasciarsi corrompere dal danaro. Di questo onnipotente mezzo si servirono gli Scaligeri. Accortosi perciò della trama Bernabò, licenziati e banditi questi due capitani colla lor gente, diede luogo ad un trattato d'accordo. Si convenne che gli Scaligeri pagassero a lui di presente cento sessanta mila fiorini d'oro, e poscia quaranta mila altri ogni anno per lo spazio di sei anni, in tutto quattrocento mila fiorini d'oro. Ma questa pace, siccome dirò, solamente seguì nell'anno susseguente, e diversamente ancora viene raccontato questo fatto dagli Annali Milanesi e da Daniello Chinazzi [Chinazzi, Istoria, tom. 15 Rer. Ital.]. Secondo essi, Francesco da Carrara mandò gagliardi soccorsi agli Scaligeri, e i Veronesi non solamente scorsero tutto il Bresciano, ma anche alzarono quattro bastie intorno a Brescia, di modo che Bernabò conchiuse nel settembre una tregua fino al principio di gennaio.

Di maggiore importanza e strepito fu un'altra guerra che si accese in questo anno: cioè contra dei Veneziani fecero lega insieme i Genovesi, Francesco da Carrara signor di Padova, Lodovico re di Ungheria e il patriarca d'Aquileia. Tutti aveano motivi o pretesti contra di quella repubblica, la quale in tanto bisogno non contrasse lega se non coi Visconti e col re di Cipri, ma poco o niun soccorso ne ricavò dipoi. Non si dee tacere che la scintilla di questa atroce guerra venne dall'Oriente. Nell'agosto dell'anno 1376 i Genovesi, presa la protezione di Andronico Paleologo, figliuolo accecato per ordine di Caloianni suo padre imperadore vivente, l'alzarono al trono, con deporre lo stesso suo padre amicissimo de' Veneziani. Per questa scelleraggine Andronico promise loro il castello e l'isola di Tenedo. Era quella una fortezza importantissima a cagione del passo nel mar Maggiore. Ma non ebbero effetto le promesse, perchè quel governatore, fedele a Caloianni, negò di consegnarla ai Genovesi, anzi la diede dipoi a' Veneziani. Montarono in furia per questo i Genovesi, e cominciarono le ostilità per mare contra di loro. Daniello Chinazzi e Andrea Redusio [Andreas de Redusio, Chron., tom. 19 Rer. Italic.], scrittori esattissimi e minuti di tutti gli avvenimenti di questa rabbiosa guerra, narrano i diversi incontri delle nemiche armate. Favorevole fu in quest'anno ai Veneti la fortuna, e fra le altre imprese Vittor Pisani general di essi diede una rotta a Luigi del Fiesco generale de' Genovesi, costringendolo alla fuga, dopo aver prese cinque loro galee. Maritò Bernabò in quest'anno Valentina sua figliuola a Pietro Lusignano re di Cipri [Cronica Estense, tom. 15 Rer. Ital.], e nell'aprile coll'accompagnamento di secento quarantasei cavalli per Modena e Ferrara la mandò a Venezia, da dove, scortata da una squadra di navi veneziane, arrivò in Cipri. Ma non riuscì ad essi Veneti di ritorre a' Genovesi Famagosta capitale di quell'isola. Loro bensì venne fatto di obbligare a ritirarsi Francesco da Carrara, che avea stretto d'assedio la terra di Mestre. Fu in quest'anno, correndo il mese di luglio, in Firenze la congiura de' Ciompi [Gino Capponi, del tumulto de' Ciompi, tom. 18 Rer. Ital. Ammirati, Istoria di Firenze, lib. 14. Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.], cioè della più vil plebe, che saccheggiò e bruciò molti palagi de' nobili. Capo d'essi fu Silvestro de' Medici; ma poco durò la sua autorità, e fu dispersa quella canaglia. Ampia descrizione ce ne lasciò Gino Capponi, da me dato alla luce. Stesesi la pessima influenza di questo funestissimo anno anche a Genova. Benchè Domenico da Campofregoso doge di quella repubblica tenesse sempre ai fianchi la prudenza nel governo suo, pure il genio sempre tumultuoso di que' cittadini si mosse a rumore contra di lui, e nel dì 17 di giugno, in concorrenza di Antonio Adorno [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], fu eletto doge Niccolò di Guarco, uomo manieroso, ed amico anche de' nobili, che, per assicurarsi della sua signoria, rinserrò tosto in dure carceri il Campofregoso suo predecessore, e Pietro di lui fratello.


MCCCLXXIX

Anno diCristo mccclxxix. Indiz. II.
Urbano VI papa 2.
Venceslao re de' Romani 2.

Erasi, come abbiam detto, dichiarata in favore dell'antipapa Clemente Giovanna regina di Napoli, a ciò animata dal re di Francia, per li motivi politici, ma non cristiani, che abbiamo accennato di sopra. Però Clemente, affin di confermare nel suo partito i Napoletani, si portò per mare a quella città [Clementis VII Vita, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]. Fu accolto dalla regina colle maggiori dimostrazioni d'ossequio, come se fosse stato legittimo papa; ma non l'intese così il popolo, siccome quello che per Urbano, creduto da essi vero papa, e riguardato come compatrioto, nudriva più affetto, mirando per lo contrario in Clemente un assassino della Chiesa di Dio. Fecesi perciò una gran sollevazione contra di lui, di maniera che la regina Giovanna, temendo anche di sè stessa, il fece sloggiare ben presto, e ritornare a Fondi. Perch'egli non si teneva quivi sicuro, nel mese di maggio s'imbarcò co' suoi scomunicati cardinali, a riserva di due, che lasciò in Italia ad accudire a' suoi interessi; e, dopo aver corso varii pericoli per le tempeste di mare, nel dì 10 di giugno arrivò a Marsiglia, e poscia andò a piantare la sua residenza in Avignone. Fece anch'egli de' nuovi cardinali, fece de' processi contra di papa Urbano VI, scomunicò i di lui cardinali; e siccome Urbano non men colle armi spirituali che colle temporali avea mossa guerra a lui e a' suoi aderenti, anch'egli altrettanto praticò, con inviar quei soccorsi di gente e di danaro che potè alla regina Giovanna, al conte di Fondi e al prefetto da Vico, ch'erano della sua fazione. E qui cominciò a vedersi un mostruoso sconvolgimento nella Chiesa di Dio, con darsi dall'uno e dall'altro i medesimi vescovati e benefizii [Theodoricus de Niem., Histor.]: dal che nacquero private e pubbliche guerre e stragi. E i grandi, secondochè l'ambizione o l'interesse consigliava, aderivano a chi dei due contendenti più loro offeriva, sposando ora l'uno ora l'altro partito, e prevalendo quasi sempre i cattivi sopra i buoni, e toccando le chiese a persone indegne con sommo esterminio della disciplina ecclesiastica tanto ne' secolari che ne' regolari. Molti ancora dei prelati e preti aderenti ad Urbano furono presi, uccisi od annegati dai Clementini; e saccheggi, incendii ed ammazzamenti furono parimente fatti dall'altra parte [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Vita di santa Caterina da Siena.]. Gran noia e danno recava intanto ai Romani fedeli di papa Urbano castello Sant'Angelo, perchè tuttavia detenuto da un uffiziale dell'antipapa; e per questo il papa non potea abitare al Vaticano. L'assedio vi fu posto, e nel dì 29 d'aprile venne costretta quella fortezza alla resa colla fame, o piuttosto con danaro. N'ebbe non poca gioia il pontefice, il quale nello stesso mese fece predicare la crociata contra dell'antipapa e della regina Giovanna, e prese al suo soldo la compagnia di San Giorgio, composta di masnadieri italiani e tedeschi. Spese bene il suo danaro, perchè costoro diedero una fiera rotta alla compagnia de' Bretoni, che era a' servigi dell'antipapa, facendone grande strage, e prigioni quasi tutti i caporali della medesima [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Succedette questo fatto sotto Marino nel dì 28 d'aprile. Alberto conte di Barbiano, ossia di Cuneo, era il condottiere d'essa compagnia di San Giorgio, a cui si unirono anche le soldatesche romane. Questo fu il colpo che maggiormente affrettò l'antipapa a fuggirsene d'Italia. Dopo questi fatti la regina Giovanna, per placare il popolo, si mostrò inclinata ad abbandonar l'antipapa, e mandò anche suoi ambasciatori a Roma. Per colpa di chi avvenisse, nol so dire; ben so che nulla ne seguì; e tornati gli ambasciatori, continuarono le ostilità fra essa e papa Urbano, il quale intanto inviperito cercava le vie di torle il regno, siccome in fatti avvenne dipoi, per quanto vedremo. I Bolognesi [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], prevalendosi, di tali sconcerti, si rimisero maggiormente in libertà; e, per meglio sostenersi, fecero lega coi comuni di Firenze, Perugia e Siena, sempre nondimeno aderendo ad Urbano VI, papa legittimo.

Strepitosa fu nell'anno presente la guerra de' Veneziani e Genovesi. Il racconto di essa esigerebbe più carte ma io, seguitando la brevità, ne accennerò solamente i fatti più importanti, rimettendo per gli altri men riguardevoli il lettore a Daniello Chinazzi [Chinazzi, Istor., tom. 15 Rer. Ital.], al Caresino [Caresin., Chron., tom. 13 Rer. Ital.], ai Gatari [Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.] e al Redusio [De Redusio, Chron., tom. 19 Rer. Ital.]. Di molte prodezze avea fatto Vittor Pisani coll'armata navale veneta nell'Adriatico; ma questa armata si trovò molto sminuita e snervata per li patimenti del verno e per mancanza delle vettovaglie, indarno richieste e indarno aspettate da Venezia. Tuttavia, essendo sopraggiunta a Pola, dove egli si trovava, l'armata navale de' Genovesi, comandata dal valoroso Luciano Doria, il Pisani, sopraffatto dalle istanze de' suoi, benchè alcune delle sue galee gli mancassero, perchè non peranche spalmate, andò ad assalirla. Crudelissima fu la battaglia nel dì 5 oppure 6 di maggio; sul principio vi restò morto da un colpo de' nemici il Doria generale de' Genovesi, e presa la capitana. Ma sopraggiunte dieci altre galee genovesi, poste dianzi in aguato, non potè reggere la flotta veneta. Quindici galee rimasero in potere de' vincitori con più di due mila prigioni, parte dei quali fu decapitata dagli inumani Genovesi in vendetta dell'ucciso generale. Vittor Pisani con sette altre galee salvatosi, andò a presentarsi al consiglio in Venezia; e quasichè la sfortuna e l'evento sinistro di un fatto d'arme fosse un delitto, fu, senza ascoltar sue scuse, cacciato in prigione. Ora per tal vittoria insuperbiti i Genovesi, si misero in pensiero di procedere innanzi per espugnar, se poteano, l'inespugnabil città di Venezia. Gran coraggio facea loro a tale impresa anche Francesco da Carrara signor di Padova lor collegato, ed implacabil nemico dei Veneziani. Venne anche loro un abbondante rinforzo di legni, d'armati e di munizioni da Genova, condotto da Pietro Doria, nuovo generale di tutta l'armata. Pertanto nel dì di Pentecoste comparvero i Genovesi al porto di San Niccolò di Lido; entrarono in Chiozza picciola, ed unitisi con loro i ganzaruoli, legni sottili inviati dal Carrarese, nel dì 16 d'agosto diedero un furioso assalto di molte ore alla stessa città di Chiozza grande, e se ne impadronirono colla morte di circa ottocento sessanta Veneziani, e prigionia di circa tre mila e ottocento. Fu data a sacco la misera città. A tale conquista tenne dietro quella di Loreo, della torre delle Bebbe e d'altri siti; e la vittoriosa armata scorreva sino a Malamocco, abbandonato da' Veneziani. Non si può esprimere la costernazione che tal perdita e il brutto aspetto di peggiori conseguenze cagionarono nell'animo dei Veneziani, gente in tante altre disavventure sempre coraggiosa e costante. Andrea Contareno doge non lasciò di far cuore ad ognuno, e fu risoluto nel consiglio d'inviare ambasciatori a Pietro Doria per trattar di pace, con un foglio in bianco, per accettar le condizioni anche più dure, purchè fosse in salvo la libertà di Venezia. Il signor di Padova, siccome uomo saggio, consigliò di accettar la pace. Ma il Doria non altra risposta diede agli ambasciatori, se non la seguente: Alla fè di Dio, signori Veneziani, non avrete mai pace da noi, se prima non mettiamo la briglia a quei vostri cavalli sfrenati che stanno sopra la porta della chiesa di san Marco. Imbrigliati che sieno, vi faremo stare in buona pace. E ricusati i prigioni genovesi, con dire, che sperava di venir presto in persona a liberarli, con sì aspre maniere li licenziò. L'alterigia genovese fu la salute di Venezia [Caresin., Chron., tom. 12 Rer Ital.]. Molto ancora a salvarla contribuì l'ambizione ed avarizia loro; perciocchè se avessero rilasciata Chiozza al Carrarese, che ne faceva istanza, per attender essi colla loro armata a maggiori imprese, forse diverso esito avrebbe avuta la presente guerra. Ma si può credere che Iddio volesse salva in mezzo a tanti pericoli la nobilissima città di Venezia.

Spirata la speranza della pace, ad altro non pensarono i saggi Veneziani che a prepararsi per una gagliarda difesa. Ma ritrovarono il popolo mal disposto, perchè tutti bramavano per capitano di mare il valoroso ed innocente Vittor Pisani, e questi era nelle carceri [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Fu dunque presa la determinazione di metterlo in libertà, con pregarlo di dimenticar le ingiurie, e di avere per raccomandata la patria: il che non solo promise egli di fare, ma fece in effetto da lì innanzi con una gloriosa intrepidezza e costanza. L'allegria e il coraggio per questo si diffuse nel popolo tutto; ed essendo stato proposto di armare quaranta nuove galee, con promettere la nobiltà a chi maggiormente impiegasse uomini e denari in soccorso del pubblico, mirabil cosa fu il vedere la gara de' benestanti che andavano ad offerir sè stessi, i lor figliuoli, oppur somme rilevanti di danaro; di modo che in breve tempo fu rimessa in piedi una fiorita armata di legni e di gente, tutta pronta a dare il suo sangue in aiuto della patria. Leggesi nelle Storie del Chinazzi e dei Gatari il ruolo di coloro che generosamente contribuirono ad armare la suddetta flotta. Capitan generale di essa volle essere lo stesso doge Andrea Contareno; ammiraglio ne fu dichiarato Vittor Pisani. Intanto avendo Lodovico re d'Ungheria inviati a Francesco da Carrara dieci mila de' suoi combattenti [Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.], sotto il comando di Carlo figliuolo del già duca di Durazzo, spedì esso Carrarese Francesco Novello suo figliuolo colle altre sue forze all'assedio di Trivigi, lasciando che i Genovesi a lor talento si regolassero nella guerra. Trivigi fece bella difesa, e deluse tutti gli attentati de' nemici. Moltissimi fatti d'armi, parte favorevoli, parte contrarii, accaddero dipoi fra i Veneziani e Genovesi, ch'io tralascio, ristringendomi a dire, che accidentalmente attaccato il fuoco ad una cocca all'imboccatura del porto di Chiozza, questi si affondò, e chiuse la bocca di esso porto, con serrare nello stesso tempo in quella città i Genovesi. Fecero ben questi delle incredibili prodezze; ma non minori furono quelle de' Veneziani, i quali finalmente misero il formale assedio alla città di Chiozza. Prima di questi tempi, cioè nel giugno di quest'anno, era stato spedito Carlo Zeno valente capitano dai Veneziani in corso per infestare i Genovesi con nove galee. Diede egli il sacco alla riviera di Genova; fece di ricchissime prede; e sopra tutto nel dì 17 di ottobre prese una cocca de' Genovesi appellata la Bichignona, la maggiore e più ricca che allora solcasse il mare, in cui trovò merci di valore immenso, ascendente, per quanto fu detto, a più di cinquecento mila fiorini d'oro. Ma avvisato finalmente il Zeno de' bisogni della patria, lasciò il gustoso mestiere di corsaro, e se ne tornò a Venezia, conducendo seco quattordici galee, perchè in viaggio s'era accresciuto il suo stuolo. Con gran giubilo de' suoi concittadini arrivò nel dì primo di gennaio, e ritrovò che seguitava l'assedio di Chiozza non senza gran mortalità dall'una e dall'altra parte. Anch'egli fatto condottiere dell'armata, s'applicò ad obbligar quella città alla resa.

Per dar qualche aiuto a' Veneziani suoi collegati, Bernabò Visconte in quest'anno condusse al suo soldo [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Italic.] la compagnia della Stella, composta di masnadieri. Capo di essi era Astorre de' Manfredi signor di Faenza, che indarno avea tentato di penetrar nel Modenese e Bolognese. Spinse il Visconte costoro all'improvviso nel dì 2 di luglio addosso ai Genovesi. Si fermarono essi a San Pier d'Arena in numero di circa quattro mila armati, buona parte cavalleria, e fecero un netto del paese. Perchè in Genova si dubitava di discordia e di cattive intelligenze, Niccolò di Guarco doge col suo consiglio giudicò meglio di adoperare l'esorcismo dell'oro per dissipare il mal tempo. Con diciannove mila fiorini d'oro gl'indusse ad andarsene con Dio. Andarono; ma che? Siccome gente di niuna fede, nel dì 22 di settembre eccoli comparir di nuovo nella villa d'Albaro presso alla città. Allora i Genovesi irritati da questo tradimento, presero le balestre e l'altre armi, e nel dì 24 usciti della città sul far del giorno, coraggiosamente gli assalirono, li ruppero, e ne fecero prigionieri assaissimi, con prendere tre bandiere di Venezia e Milano. Astorre Manfredi fatto prigione, con aver promessa buona somma di danaro a due Genovesi, in abito da contadino ebbe la fortuna di salvarsi. Fu intrapreso in quest'anno, siccome dissi, l'assedio di Trivigi da Francesco da Carrara signor di Padova [Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.], e colà arrivò Carlo, soprannominato dalla Pace, figliuolo del fu duca di Durazzo, della prosapia di Carlo II re di Napoli, che seco, per ordine del re d'Ungheria, condusse dieci mila cavalli. Nella Cronica Estense [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] non si parla se non di otto cento cavalli. Da Venezia gli furono spediti ambasciatori per trattare di pace. Nulla si conchiuse di questo; ciò non ostante, si lasciò egli corrompere dalla sete del denaro, e permise che i Veneziani introducessero quanta vettovaglia lor piacque in quella città e in varie castella: il che fu cagione che i Padovani, trovandosi traditi da chi men lo dovea, sciogliessero lo assedio di Trivigi. Intanto papa Urbano VI maneggiava un segreto trattato per condurre esso principe Carlo alla conquista del regno di Napoli: impresa molto desiderata da Lodovico re d'Ungheria, il cui odio contro la reina Giovanna non mai s'era rallentato. Per dispor meglio le cose, se ne tornò Carlo in Ungheria, risoluto di procedere nell'anno vegnente alla volta di Napoli. Bench'io abbia raccontata nel precedente anno la discordia di Bernabò Visconte coi fratelli Scaligeri signori di Verona e Vicenza, pure [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] vien creduto che solamente in quest'anno nel dì 13 di maggio seguisse, se non la guerra, almen la pace fra loro. Vi s'indusse Bernabò, perchè avendo spedito Giovanni Aucud co' suoi Inglesi, e il conte Lucio Lando co' suoi Tedeschi ai danni del Veronese, se ne ritirarono dopo venti giorni con loro perdita: il che fu preso per un tradimento da Bernabò [Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.]. Nè volendo egli per questo pagarli, que' masnadieri fecero di gran saccheggio e bottino sul Bresciano e Cremonese. Li bandì Bernabò, e pubblicò una taglia contra di loro, ma ciò fu creduto una finzione. Andarono poi costoro in Romagna, e di là in Toscana.