Trovatisi poi quivi i segnali di tutte le fortezze, e di Vicenza stessa, il Bevilacqua tosto cavalcò a Vicenza con essi nel dì 21 del suddetto ottobre; e quel popolo fu ben istruito a rendersi a Caterina moglie del conte di Virtù, la quale, siccome figliuola di Regina dalla Scala, pretendeva al dominio di quella città; e con patto di non essere mai dati in mano del signore di Padova, troppo da loro odiato. Antonio dalla Scala dipoi rifugiatosi a Venezia, ma non sovvenuto dai Veneziani, e disprezzato dai Fiorentini e dal papa, per qualche tempo se n'andò ramingo. Finalmente, venendo con molti armati dalla Toscana nel mese d'agosto, sorpreso da malore (e fu detto per veleno) nelle montagne di Forlì, ossia di Faenza, miseramente terminò nell'anno seguente i suoi giorni, e tutto l'arnese suo andò a sacco [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Italic. Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Italic. Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Matth. de Griffon., Chronic., tom. 18 Rer. Ital.]. Lasciò un figliuolo maschio, tre figliuole e la moglie in istato poverissimo, a' quali fu assegnato il vitto dalla signoria di Venezia. Così quasi in un momento venne a mancare la signoria della famosa e potente famiglia dalla Scala per la pazza condotta di Antonio, nella cui caduta e morte parve al pubblico di riconoscere i giudizii di Dio per l'assassinio da lui fatto al fratello. Si credeva poi Francesco da Carrara di cogliere anch'egli il frutto della guerra con Vicenza, a tenore delle capitolazioni della lega; ma ebbe che fare con un più furbo di lui. Scusandosi Gian-Galeazzo di non voler pregiudicare alle ragioni della moglie, alla quale, e non a lui, s'era data Vicenza, ritenne ancor quella per sè, facendo dipoi intimazione al Carrarese di non molestar da lì innanzi quel territorio [Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital. Gatari, Istor. di Padova, tom. 18 Rer. Ital.]. Che confusione, che rabbia allora rodesse il cuore di Francesco da Carrara, si può facilmente intendere. Per isbrigarsi da un debile nemico, se n'era tirato addosso un più potente, e il principio della sua rovina. Non dovea egli avere mai letto cosa fosse la società leonina. La regina Margherita tenne in quest'anno la città di Napoli ristretta per mare. Era quel popolo senza vettovaglia [Giornal. Napolit., tom. 21 Rer. Ital.]. L'industria e il valore di Ottone duca di Brunsvich e principe di Taranto sostenne quella città in maniera che fu provveduta, e schivò il pericolo di rendersi. Ma inviato dal re Lodovico monsignor di Mongioia per vicerè e governatore di quella città, Ottone, di ciò disgustato, si ritirò colle sue genti a Sant'Agata, e passò ai servigi del re Ladislao. Il castello dell'Uovo restava tuttavia in potere della regina Margherita madre d'esso Ladislao. Voglioso intanto Gian-Galeazzo Visconte di conservare ed accrescere la sua parentela colla real casa di Francia [Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Placentin., tom. eod.], diede nell'anno presente in moglie Valentina sua unica figliuola a Lodovico duca di Turena conte di Valois e fratello del re di Francia; parentado che egli piuttosto comperò, perchè diede in dote al genero ed immediatamente consegnò la città d'Asti con varie castella del Piemonte. Dicesi che ne furono malcontenti gli Astigiani. Se ne ricordi il lettore, perchè vedremo questo matrimonio origine di gravi sconvolgimenti nello Stato di Milano. Presso Benvenuto da San Giorgio [Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.] si legge lo strumento dotale d'essa Valentina coll'enumerazione di tutti i luoghi ceduti dal Visconte ad esso Lodovico suo genero.


MCCCLXXXVIII

Anno diCristo mccclxxxviii. Indiz. XI.
Urbano VI papa 11.
Venceslao re de' Romani 11.

Fisso stava papa Urbano nel proponimento suo d'essere nemico a tutti e due i re litiganti pel regno di Napoli, cioè a Ladislao di Durazzo e a Lodovico II d'Angiò, lusingandosi egli di poter conquistare quel regno (per suo nipote, come fu creduto), dicendo d'esserne egli solo il padrone [Raynaldus, Annal. Eccles. Theodoric. de Niem, Histor. Gobel., in Cosmod.]. Cercò aiuti da Martino e Maria re di Sicilia; assoldò ancora molte soldatesche in Toscana e nel Patrimonio; mossesi in fine da Perugia per accostarsi maggiormente ai confini di Napoli. Ma, precipitato a terra nel viaggio dal mulo ch'egli cavalcava, e ferito in più parti, si fece condurre a Ferentino, senza voler badare alle preghiere di molti Romani accorsi per invitarlo a Roma. Tuttavia, perchè s'ammutinarono le milizie sue e l'abbandonarono, egli, vedendo fallite le sue speranze guerriere, nel novembre s'appigliò alla risoluzione di restituirsi a Roma, dove con poco onore entrò. Fu maggiormente assediato in quest'anno dal Mongioia e da' Napoletani angioini il castello di Capuana, che tuttavia ubbidiva al re Ladislao. Si difese per quanto potè il castellano; ma da che non venne fatto ad Ottone duca di Brunsvich e al conte Alberico gran contestabile di dargli soccorso, tuttochè vi fossero accorsi con quattro mila e cinquecento cavalli, il castellano, non potendo più reggere, capitolò la resa nel dì 22 di aprile. Portò poscia il Mongioia l'assedio a Castel Nuovo; ma non potè mettervi il piede, perchè, venuti da Gaeta aiuti agli assediati, questi non si lasciarono più far paura da lì innanzi. Altri vedrà se questi fatti piuttosto appartenessero all'anno seguente. Di grandi mali faceano in questi tempi i corsari [Bonincontrus, Annales, tom. 21 Rer. Ital. Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.] Mori di Tunisi ai lidi de' cristiani nel Mediterraneo. Spezialmente n'erano in pena Martino e Maria re di Sicilia. Adunque, per reprimere la baldanza di que' Barbari, s'accordarono co' Genovesi e Pisani, e composero una flotta di venti galee. Quindici d'esse furono di Genovesi sotto il comando di Raffaello Adorno. Ammiraglio dello stuolo fu Manfredi di Chiaramonte. Presero questi combattenti cristiani a forza d'armi l'isola di Zerbi, e quivi si fortificarono. Diede fine in quest'anno al suo vivere [Chronic. Estens., tom. 15 Rer. Ital.] Niccolò II marchese d'Este, signor di Ferrara, Modena, Comacchio e Rovigo, nel dì 26 di marzo. Il magnifico suo, funerale fu accompagnalo dalle lagrime di molti. Passò la signoria al marchese Alberto suo fratello, contra del quale fu nel prossimo maggio scoperta una congiura [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], maneggiata dal signore di Padova e da' Fiorentini, che mal sofferivano di vederlo divenuto amico del conte di Virtù. Il disegno era di ucciderlo, e di trasferire il dominio in Obizzo Estense suo nipote, figliuolo del già marchese Aldrovandino. Vi teneva mano anche la madre d'esso Obizzo. Fecesi rigorosa giustizia per questo. In fatti, se il defunto marchese Niccolò fu in addietro nemico dichiarato de' Visconti, non volle già imitarlo in questo il marchese Alberto. Anzi andò egli in persona con accompagnamento nobile nel dì 25 d'aprile a visitare Gian-Galeazzo conte di Virtù, che tuttavia tenea la sua residenza in Pavia, e seco entrò in lega per le imprese che quell'astuto principe andava tutto dì macchinando.

Quanto più Francesco da Carrara signor di Padova ruminava il grande inganno fattogli dal suddetto Gian-Galeazzo, occupatore di Vicenza contro i patti della lega, tanto meno poteva egli astenersi dal chiamarlo spergiuro e traditore. E per tale il pubblicò anche nelle lettere scritte a tutti i principi. Durerà fatica il lettore a credere ciò che i Gatari [Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.] lasciarono scritto; cioè che lo stesso Visconte il fece consigliare di lagnarsi di lui, per aver campo di vincere nel suo consiglio che fosse consegnata Vicenza al Carrarese. Più verisimile sembra che il dispetto naturalmente facesse prorompere Francesco da Carrara in invettive contra di chi l'avea burlato col mancare sì patentemente all'obbligo e ai patti. Ma ciò fece un bel giuoco al conte di Virtù, perchè gli servì di pretesto per intraprendere una nuova guerra contro alla casa di Carrara. Per effettuar questo disegno, ed impedire che alcuno non imprendesse la difesa del Carrarese, trattò e conchiuse lega nel dì 19 di maggio colla repubblica di Venezia [Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital.], promettendole la signoria di Ceneda, di Trivigi e d'altri luoghi; con Alberto marchese di Ferrara, accordandogli la restituzione di Este e d'altre terre anticamente spettanti alla casa estense; con Francesco Gonzaga signore di Mantova, e colla comunità di Udine. Mai non si avvisò Francesco da Carrara, benchè uomo di somma avvedutezza, che i saggi Veneziani potessero condiscendere alla maggiore esaltazione del conte di Virtù, e ad avere per confinante un sì potente signore che già facea paura a tutti. Ma s'ingannò, e non mancavano a lui peccati da farne penitenza anche in questa vita. Pertanto, ritrovandosi egli attorniato da tanti nemici, e malveduto ancora da' Padovani, che mal sofferivano le tante nuove gravezze loro imposte, prese per necessità la risoluzione a lui suggerita di rinunziar Padova a Francesco Novello suo figliuolo e di ritirarsi a Trivigi, dove sperava più amore e fedeltà in quel popolo, tanto da lui beneficato. Nel dì 29 di giugno seguì la rinunzia, e nel dì seguente la partenza di Francesco il vecchio alla volta d'esso Trivigi. Fatta poi la disfida dal conte di Virtù, cominciò il suo possente esercito, guidato da Giacomo dal Verme, ad inondare il territorio di Padova. Altrettanto fecero dal canto loro i Veneziani. E quantunque Francesco Novello da Carrara animosamente colle sue troppo disuguali forze si opponesse, pure i nemici ora un luogo ora un altro andavano occupando; e passati, i serragli, sempre più si avvicinavano a Padova. A queste sue disavventure si aggiunse più d'una sollevazione fatta contra di lui dal popolo di Padova, sì per la troppo disgustosa visita della guerra in casa, come pel desiderio di mutar padrone, sperandone, secondo il costume delle umane lusinghe, migliore stato. In tal maniera crescendo ogni dì più il turbine esterno ed interno, Francesco Novello si ridusse a trattare d'aggiustamento. Mandò suoi ambasciatori al campo nemico, e finalmente si convenne con Giacomo dal Verme e coi provveditori veneziani che sarebbe permesso a lui d'andare in persona a trattare gli affari suoi col conte di Virtù, giacchè s'era egli figurato di poter ottenere buoni patti dalla magnanimità di quel principe; ma che intanto il castello di Padova verrebbe consegnato a titolo di deposito in mano del medesimo Giacomo dal Verme, da restituirsi, qualora non succedesse l'accordo, con altri patti, registrati nelle Storie dei Gatari. Fecesi la consegna del castello nel dì 23 di novembre, e in quello stesso giorno si mosse Francesco Novello da Padova con Taddea Estense sua moglie, co' figliuoli, e col meglio di sua roba in oro, argento, gioie e danari, ascendente al valore di trecento mila fiorini d'oro, senza i panni; e s'inviò colla testa bassa alla volta di Verona per passare a Pavia. Già la città di Trivigi per sollevazion del popolo, che odiava il dominio de' Carraresi, s'era data alle armi del Visconte [Redus., Chronic., tom. 19 Rer. Ital.]. Erasi ritirato nel castello Francesco il vecchio. Gli fu spedito il marchese Spineta Malaspina a consigliarlo di rimettersi alla generosità del conte di Virtù. Di larghe promesse gli furono fatte, tanto ch'egli nel dicembre, consegnata quella fortezza agli uffiziali del Visconte, s'incamminò alla volta di Pavia. Ed ecco in poco tempo a terra la magnifica casa da Carrara, la quale non tardò a provare in che debili fondamenti ella avesse poste le sue speranze, e qual capitale s'avesse a fare del genio conquistatore del conte di Virtù. Intanto Padova, contro i patti, si diede ad esso conte, a cui nel dì 28 di dicembre fu spedita solenne ambasciata da quel popolo, con detestare il precedente governo dei Carraresi. Lo stesso fecero tutte le terre e fortezze, e Feltro e Cividal di Belluno. Oltre all'ingrandimento degli Stati, ebbe il conte di Virtù la consolazione ancora di veder nato un figlio maschio da Caterina Visconte sua moglie nel dì 7 di settembre dell'anno presente [Chronic. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.], a cui fu posto il nome di Giovanni Maria.


MCCCLXXXIX

Anno diCristo mccclxxxix. Indiz. XII.
Bonifazio IX papa 1.
Venceslao re de' Romani 12.

Dimorando in Roma papa Urbano VI, andava meditando d'aprir egli il giubileo romano per l'anno 1390, giacchè desiderava questa gloria e contento [Theodoric. de Niem, Hist. Gobelinus, in Cosmod.], con aver insieme ordinato che da lì innanzi ogni trentatrè anni si celebrasse esso giubileo. Ma verso la metà d'agosto cominciò a decadere la sua sanità, in maniera che alcuni sospettarono cagionata da veleno la sua infermità [Sozomenus, Chron., tom. 16 Rer. Ital.]. Continuò peggiorando sino al dì 18 di ottobre, in cui Dio il chiamò all'altra vita [Raynaldus, Annal. Eccles. Platina, Vit. Roman. Pontif.]. Lasciò di sè stesso una memoria infausta appresso gli storici, perchè colla sua imprudenza ed alterigia diede non picciola occasione al deplorabile scisma suscitato dall'altrui malignità ed ambizione, e perchè uomo rotto, implacabile, crudele, e volto più che ad altro ad ingrandire i proprii nipoti, che tardarono poco a svanire con tutte le lor grandezze e ricchezze. Per questo fu chiamato dall'autore degli Annali di Forlì [Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.]: Vir pessimus, crudelis, et scandalosus, absque Consilio cardinalium, cujus dolis schismata incepere in Ecclesia Christi. Io so che la sua memoria è difesa dall'Ammirato [Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 15.]; e pure è da pregar Dio che di simili teste calde, sprezzatrici del consiglio dei fratelli, ed atte a rovinar sè stesse ed altrui, niuna più sia posta al governo della Chiesa sua santa. Dai cardinali raunati in Roma al numero di quattordici fu poscia eletto papa nel dì 2 di novembre il cardinal Pietro Tomacelli Napoletano, benchè assai giovine, perchè uomo di petto, che assunse il nome di Bonifazio IX, e ricevette la corona nel dì 11 di esso mese. Eransi lusingati i Franzesi di veder finito lo scisma colla morte di papa Urbano VI, e che il loro antipapa Clemente verrebbe invitato a Roma. Poco stettero a disingannarsi, udita la creazion del novello pontefice, il quale non tardò a rimettere nei lor gradi quattro de' cardinali che per la acerbità del suo predecessore si erano ritirati dalla Chiesa romana. Continuava intanto la guerra nel regno di Napoli [Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.]; e perciocchè il re Ladislao, dimorante in Gaeta colla regina Margherita sua madre, era giunto ad età tollerabile per contraere matrimonio, fu conchiuso l'accasamento di lui con Costanza figliuola di Manfredi potentissimo conte di Chiaramonte in Sicilia [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]; e questa nel dì 5 di settembre giunse a Gaeta, condottavi da quattro galee siciliane. Si accomodò a queste nozze il giovinetto principe per cogliere una ricca dote in danaro, di cui era egli allora sommamente necessitoso; ma col tempo vedremo qual conto egli facesse di questa moglie e degli altrui benefizii. L'acquisto fatto nell'anno precedente dell'isola di Zerbi verso le coste dell'Africa [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.] animò maggiormente in quest'anno i cristiani a tentar nuove imprese contra de' corsari tunesini. Quaranta furono le galee armate da' Genovesi, comandate da Giovanni Centurione, con venti altri legni grossi. Loro si unirono ancora alcune navi inglesi, e in questa flotta andò a militare con un corpo di bella gente il duca di Borbone della casa di Francia. Sbarcarono i cristiani verso Tunisi, fecero più battaglie, ma con isvantaggio, contro quei Barbari; laonde se ne tornarono indietro non sol senza guadagno, ma con grave danno e vergogna loro.