La potenza di Gian-Galeazzo Visconte, appellato conte di Virtù, la quale a passi di gigante andava crescendo, cominciò a mettere in apprensione non solamente i Bolognesi, ma anche i Fiorentini. I primi, perchè temeano ch'egli risvegliasse le pretensioni passate della casa sua sopra la loro città; e il timore passò presto in certezza [Matthaeus de Griffonibus, Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod.]. Essendosi scoperto nel dì 21 di novembre un trattato di alcuni cittadini di Bologna di dar quella città al conte di Virtù, costò loro la testa, e molti altri furono confinati. Per conto poi dei Fiorentini, vedeano essi che il conte di Virtù facea leva di gente in Romagna [Ammirati, Istoria Fiorentina, lib. 15.]; eravi principio di rotture coi Sanesi, malcontenti de' Fiorentini a cagione di Montepulciano, e già inclinati a chiamare per lor protettore il Visconte, istigati dal desiderio di far calar l'alterigia a' lor vicini; e già ne aveano impetrato ducento lance. Ma che? il Visconte colla sua fina politica tanto in voce, che per mezzo de' suoi ambasciatori, non d'altro parlava che di pace, e si esibiva ancora a metterla in Toscana. Anzi, per meglio addormentare i potentati d'Italia, si mostrò ben pronto alla buona volontà di Pietro Gambacorta signore di Pisa, che facea premura di stabilire una lega per quiete d'ognuno. In Pisa dunque si trovarono gli ambasciatori del Visconte, di Ferrara, Mantova, Bologna, Perugia, Siena, Lucca e Firenze, degli Ordelaffi, dei Malatesti e d'altri signori; e si stipulò una lega fra loro; con qual frutto, non tarderemo a vederlo. Fino al dì 16 di febbraio restò la città di Trevigi [Gatari, Istor. di Pad., tom, 17 Rer. Ital. Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital. Redusius, Chron., tom. 19 Rer. Ital.] in mano degli uffiziali del conte di Virtù. Forse anche di più vi sarebbe restata; ma l'apprensione della potenza veneta, e il sapere che il popolo di quella città acclamò solamente San Marco, e sospirava di passare sotto il saggio governo de' Veneziani, indussero finalmente il Visconte a consegnar quella città colle fortezze, e insieme Ceneda col suo distretto ad essa repubblica in esecuzion de' capitoli della lega. Parimente nel dì 17 di ottobre mise Alberto marchese di Ferrara [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] in possesso della nobil terra d'Este cogli altri luoghi a lui destinati nella lega suddetta. Nel dì 25 di giugno (e non già nel dì 15 di novembre, come ha il Corio [Corio, Istor. di Milano.]) esso conte di Virtù inviò a Parigi Valentina sua figliuola, maritata a Lodovico di Valois, che già dicemmo duca di Turena e fratello del re di Francia. Negli Annali Milanesi [Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Placentin., tom. eod.] e nella Storia del Corio si legge l'ampia nota dei gioielli, vasi d'oro e di argento, ed altri ricchi arnesi che seco portò questa principessa in Francia. Nel mese di novembre [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 7.] era stato gravemente infermo Guido da Polenta signor di Ravenna, e i suoi figliuoli Obizzo, Ostasio e Pietro già si credeano colla morte di lui di assumere il sospirato comando. Si riebbe egli dall'infermità; ma ciò che questa non fece, gli scellerati figliuoli fecero poco appresso, con prendere il padre, e confinarlo in una prigione, dove (il quando non si sa) infelicemente egli terminò la sua vita. Il Rossi e l'autor degli Annali di Forlì [Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.] scrivono ciò avvenuto nel dì 28 di gennaio dell'anno seguente; ma l'autore della Cronica Estense, allora vivente [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], mette questo orrido fatto nel dicembre del presente. In Perugia ancora sorse fiera discordia fra i nobili e il popolo [Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.]. Furono uccisi da esso popolo venti persone di quei che si appellavano i Beccarini, e più di cinquecento esiliati, con occupar tutti i loro beni, in guisa che restò come desolata quella città.
Dimoravano Francesco il vecchio da Carrara in Cremona, e Francesco Novello suo figliuolo in Milano [Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.], continuamente menati a spasso con belle parole dai ministri di Gian-Galeazzo conte di Virtù, ma senza mai poter muoversi di colà, e molto men di vedere la faccia del conte, che risedeva in Pavia. La rabbia di Francesco il giovane era immensa contra di lui, perchè contra de' patti gli avea preso il dominio di Padova senza prima seco accordarsi, e senza finora avergli assegnato alcun onorevol compenso. Tutto dì il chiamava traditore co' suoi famigliari; gli cadde anche in pensiero di ammazzarlo, e ne divisò anche la maniera; ma avendo confidato l'affare ad Artuso conte, nobile padovano, a lui spedito dal padre, questi non per malizia, ma imprudentemente si lasciò uscir di bocca il segreto, tanto che la notizia ne pervenne a Gian-Galeazzo. Nulla di meno (e ciò sia detto in sua lode) Gian-Galeazzo, senza voler imitare i crudi tiranni, lo scusò, e dopo qualche tempo assegnò al Carrarese il possesso e dominio del castello di Cortesone nell'Astigiano, abitato da gente micidiaria, e inoltre cinquecento fiorini d'oro il mese. Mostrò Francesco Novello d'esserne contento, e solamente chiese licenza di poter abitare per quattro mesi in Asti, città ceduta dal Visconte al genero suo duca di Turena, finchè potesse far acconciare la casa dirupata che dovea servirgli di stanza. Accordatagli tal grazia, e preso il possesso del castello, andò con Taddea Estense sua moglie ad Asti. Quivi stando, ossia, come vuole l'Ammirati [Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 15.], che segreto impulso gli fosse dato dai Fiorentini; oppure, come scrivono gli storici padovani, che lo sdegno suo incredibile contra del conte di Virtù, e insieme la speranza di ricuperare la perduta città di Padova, il movessero: determinò di fuggirsene. Fingendo dunque di voler andare a Vienna del Delfinato per adempiere un suo voto a santo Antonio, senza chiedere licenza, imprese il viaggio colla moglie nel mese di marzo di quest'anno, per quanto io credo, e passò l'Alpi. Nè sì tosto fu uscito de' confini del conte di Virtù, che fece anche uscir d'Asti tutti i suoi figliuoli, con ordine di passare a Firenze, dove anch'egli avea stabilito di portarsi. Andato ad Avignone, trattò coll'antipapa Clemente; poscia, imbarcatosi a Marsiglia, venne verso Genova, e parte per mare, parte per terra arrivò a Pisa, e finalmente a Firenze, dove si riposò. I pericoli da lui passati nel viaggio, e i patimenti sofferti furono ben molti. Bella è la dipintura che ne fa il Gatari iuniore nella sua Cronica. L'inaspettata fuga del Carrarese sommamente dispiacque a Gian-Galeazzo Visconte, e fu poi cagione che sul fine di luglio facesse passare il vecchio Francesco di lui padre da Cremona nel castello di Como sotto buone guardie, senza dargli qualche libertà di trattare co' suoi, e con avergli occupato tutti i danari, gioie ed argenti per la somma di trecento mila fiorini d'oro. Avea lo scaltro vecchio mostrato, ed anche fatto intendere al conte di Virtù il singolar suo dispiacere per la fuga del figliuolo, e si esibì anche di farlo ritornare: al qual fine scrisse anche lettere assai calde al medesimo. Ma internamente giubilò per la coraggiosa risoluzione da lui presa; e a chi portava quelle lettere diede segreto ordine di maggiormente confortarlo a ricuperare il suo, senza apprendere i pericoli del padre, e di non mettersi mai più in mano del conte del Virtù con tutte le magnifiche sue esibizioni. Fermossi Francesco Novello in Firenze non poco tempo. Parve sulle prime grande il freddo di quei magistrati verso di lui, per non dar gelosia a Gian-Galeazzo; ma probabilmente in segreto trattavano con lui; e certo nell'andare innanzi gli mostrarono più affetto; giacchè quegli accorti cittadini tenevano per inevitabile la guerra coll'insaziabile signor di Milano. Un pezzo curioso e gustoso di istoria (torno a dirlo) è quello dei Gatari Padovani [Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.] nella descrizion minuta delle avventure del suddetto Francesco Novello. Io appena le ho accennate, di più non permettendo l'assunto mio. Essendo ito in quest'anno Carlo VI re di Francia ad Avignone a visitar l'antipapa Clemente [Vita Clementis antipap., P. II, tom. 3 Rer. Italic.], per opera sua fu coronato nella festa dell'Ognissanti re delle due Sicilie Lodovico iuniore d'Angiò, che già meditava di venire in Italia. L'atto di quella funzione si legge nella raccolta del Leibnizio [Leibnitius, Cod. Jur. Gent., tom. 1, n. 107.].
MCCCXC
| Anno di | Cristo mcccxc. Indizione XIII. |
| Bonifazio IX papa 2. | |
| Venceslao re de' Romani 13. |
Creato che fu papa Bonifazio IX, non perdè tempo la regina Margherita a spedirgli da Gaeta ambasciatori [Raynald., Annal. Eccles. Theodor. de Niem, Histor.], per prestargli ubbidienza, e pregarlo di rimettere in sua grazia l'innocente suo figliuolo Ladislao, che era allora in età di circa quattordici anni. Bonifazio, meglio di quel che avesse fatto il suo predecessore, riflettendo alla necessità di proteggere gli affari di Ladislao, affine di opporlo al re Lodovico d'Angiò, creatura dell'antipapa, non solamente aveva assoluta la regina suddetta coi figliuoli nell'anno precedente da tutte le censure, ma nel presente ordinò ai popoli del regno di Napoli di ubbidire ad esso Ladislao, e mandò anche a coronarlo re in Gaeta per le mani di Angelo Acciaiuoli cardinale legato. Tanto maggior premura ebbe il pontefice di sostener gl'interessi di Ladislao [Vita Clementis antipapae, P. II, tom. 3 Rer. Italic.], perchè era già noto che il giovane Lodovico di Angiò s'affrettava per venire a Napoli [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]. Mossesi egli in fatti da Marsiglia nel dì 20 di luglio con ventuna tra galee e fuste, ed altri legni ben armati e forniti di copiose vettovaglie. Fu sbattuta da fiera tempesta la sua flotta; ciò non ostante, arrivò e sbarcò a Napoli nel dì 14 d'agosto. Per mal augurio fu preso che un Catalano, nell'inalberar la bandiera reale nella torre del Carmine, da un fulmine restò ucciso, e cadde con parte della torre la bandiera per terra. Risonò pel viva universale la città di Napoli; tutti i seggi gli giurarono fedeltà, e varie città e terre spedirono a riconoscerlo per loro signore. Sette mila fiorini d'oro applicati a Renzo Pagano castellano di castello Sant'Ermo operarono, ch'egli rimettesse in mano del re Lodovico nel dì 19 d'ottobre quella fortezza. Capitolò ancora Pozzuolo, dopo aver sostenuto per lungo tempo l'assedio [Gobelinus, in Cosmodr.]. Celebrossi nell'anno presente il giubileo in Roma, col concorso d'innumerabili pellegrini, venuti particolarmente dalla Germania, Polonia, Ungheria, Boemia, Inghilterra ed altri paesi dell'ubbidienza di papa Bonifazio IX, ma non già dalla Francia e Spagna, che tenevano la parte dello antipapa. Di gran danaro raunò il pontefice con tal occasione, destinandolo al risarcimento delle chiese desolate di Roma, con impiegarne nondimeno buona parte in assoldar gente per dar soccorso al re Ladislao. Sul principio d'ottobre gl'inviò secento cavalli, e poscia condusse a' suoi servigi il conte Alberico da Barbiano, valente capitano, colle sue genti d'armi. Per tali spese occorreva gran somma di danaro; diede perciò facoltà a due cardinali di ricavarne coll'impegnare i beni delle chiese e de' monisteri; infeudò molte terre della Chiesa romana; e confermò i vicariati delle lor città ad Alberto d'Este marchese di Ferrara, ai Malatesti, agli Ordelaffi, agli Alidosi, ai Manfredi, ed altri signorotti della Romagna, imponendo loro l'annuo censo. Scomunicò eziandio l'antipapa Clemente, e Clemente dal canto suo [Vita Clementis antipapae, P. II, tom. 5 Rer. Ital. Annal. Foroliviense, tom. 22 Rer. Ital.] non mancò di fare lo stesso contra di lui. Essendo stato ucciso Rinaldo Orsino signore dell'Aquila, si diede quella città al sommo pontefice Bonifazio.
Già trasparivano i vasti pensieri di Gian-Galeazzo Visconte signor di Milano, inclinati alla monarchia d'Italia. Forze non gli mancavano, e meno molto l'ingegno e l'industria, potendosi egli contare pel più fino politico di questi tempi. Teneva egli corrispondenze e facea maneggi dappertutto, e massimamente in Toscana, dove avea già tratte all'aderenza sua le città di Siena e Perugia, disgustate de' Fiorentini [Ammirato, Istor. di Firenze, lib. 15.]. Avea anche delle tele segrete in Pisa. Le parole sue e i suoi manifesti altro non sonavano che desiderii di pace; ma il contrario risultava dai fatti. Vegliavano intanto gli accorti Fiorentini, e veggendo ch'egli era dietro ad accendere il fuoco in Toscana, dacchè avea spedito a Siena Giovanni d'Azzo degli Ubaldini con assai squadre d'uomini d'armi, non tralasciarono diligenza e spesa veruna per mettersi in istato di fargli fronte. Certamente a quella repubblica soprattutto si dee, se il Visconte non assorbì allora la maggior parte d'Italia. Più d'ogni altra città era minacciata Bologna dalle armi di lui; e però, fatta lega con quel popolo, inviarono alla difesa d'essa il valoroso Giovanni Aucud lor generale con un corpo di combattenti. I Bolognesi [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], che nell'aprile stavano in feste, ed aveano fatto un sontuoso torneamento, non lasciarono per questo, giacchè riconosceano il pericolo in cui si trovavano, di assoldar gente. Fecero venire per lor generale il conte Giovanni di Barbiano colla sua brigata d'uomini d'armi; ma nel passar egli pel distretto de' Malatesti, fu sconfitta la sua gente, ed insieme trecento lancie inviategli incontro da' Bolognesi. Pure egli arrivò a Bologna; ma nel dì primo di maggio colà giunsero ancora tre trombetti a sfidar quel comune. Uno era di Gian-Galeazzo, e gli altri due di Alberto marchese di Ferrara e di Francesco Gonzaga signore di Mantova; principi, ai quali conveniva allora far quello che voleva il Visconte, per non tirare la guerra addosso a sè stessi. Nel dì 4 d'esso mese entrò l'oste milanese, sotto il comando di Giacomo dal Verme, nel territorio di Bologna; andò all'assedio di Crevalcuore, e poco mancò che non se ne impadronisse. Ma uscito animosamente il popolo di Bologna, e fatta massa a castello San Giovanni in Persiceto, l'armata nemica levò il campo, e se n'andò con Dio. Ma eccola comparir di nuovo a' dì 20 di giugno, e pareva tutto disposto per venire ad un fatto d'armi, quando all'improvviso arrivò ordine a Giacomo del Verme di tornarsene indietro. Il motivo di questo cangiamento di cose fu il seguente.
Dopo essersi fermato lungo tempo in Firenze Francesco Novello da Carrara [Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.], ed aver concertato con que' pubblici magistrati il come si avesse da far guerra al conte di Virtù, travestito avea impresi varii viaggi nell'anno precedente a Perugia, a Pisa e ad altri luoghi. Finalmente, passato in Germania, andò a trovare Stefano duca di Baviera per impegnarlo, secondo le istruzioni avute dai Fiorentini e Bolognesi, nella guerra contra del conte di Virtù. Trovò disposto quel principe a calare in Italia con un corpo d'armata. Passò ancora a Madrussa a visitar quel conte suo cognato, e ritrovato Michele da Rabatta onorato cavaliere, che tutto si offerì a' suoi servigi, fece quella leva che potè di alcune centinaia di lance tanto in Germania che nel Friuli. Ora Francesco Novello, come ebbe nuova che Gian-Galeazzo avea impegnate le sue armi contra de' Bolognesi, coraggiosamente con quel poco di gente se ne tornò in Italia con disegno di tentare il suo ritorno in Padova. Era egli assai informato che il popolo padovano, dianzi sì disgustato del governo carrarese, lungi d'aver trovato quel dolce che si figurava sotto il Visconte, ne provava l'amaro, e sarebbe volentieri ritornato all'ubbidienza primiera; rari essendo que' popoli che, perduto il proprio principe, e ridotta la lor città in provincia, non ne sentano eccessivo danno, tanto che giungono a desiderare un principe, quand'anche non fosse il migliore del mondo, piuttosto che essere governati, cioè desolati da mercenarii governatori. E già molti dei nobili padovani erano stati o carcerati o confinati a Milano, oppure se n'erano fuggiti.
Gran conforto fu questa cognizione al Carrarese, e molto più gli era stata la promessa a lui fatta dal duca di Baviera di condurre le sue armi in Italia contra del signor di Milano. Passò egli pel Friuli col suo picciolo esercito, che nondimeno s'andò aumentando per istrada, concorrendo a lui massimamente i banditi da Padova. Appena giunto sul Padovano, a migliaia furono al suo seguito i villani armati, di modo che nel dì 19 di giugno si presentò alle mura del primo recinto di Padova, e diede un generale assalto [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Italic.]. La maggior parte di que' cittadini, all'udir Carro, Carro, e al veder le bandiere dell'antica casa da Carrara, e al sapere che v'era in persona Francesco Novello, non solo abbandonò la difesa delle mura, ma facilitò l'ingresso al Carrarese, che, entrato vittorioso, fece buona ciera a quanti si mostrarono allegri per la sua venuta. Nel dì seguente colla stessa facilità, aiutato da' cittadini, s'impadronì dell'interiore città, con essersi Luchino Rusca, Berretto Visconte e il marchese Spineta Malaspina ritirati nel castello insieme colla guarnigion milanese, continuando poi la guerra contra della città. Vennero in poco tempo alla divozion del Carrarese le terre e castella del distretto, ed egli non tardò a spedire ambasciatori a Venezia, Ferrara, Bologna e Firenze colla nuova della ricuperata città, per cui si fecero pubbliche feste nelle due ultime città. Anche i signori veneziani, dimenticate le ingiurie e gli odii passati, con più riguardo sì, ma con egual piacere, gustarono l'impresa del Carrarese, perchè mal volentieri si vedeano sì vicini al potente signor di Milano. L'aiutarono ancora con vettovaglie e munizioni da guerra. Quanto ad Alberto marchese di Ferrara, interamente anch'egli se ne rallegrò, ma il contrario mostrò in apparenza. Per la non mai aspettata perdita di Padova rimasero non poco sconcertate le misure del conte di Virtù, di modo che immediatamente, cioè nel dì 24 di giugno, richiamò dal Bolognese l'armata sua. Avvenne, che uditasi in Verona la novella del cambiamento seguito in Padova, ed essere venuto con Francesco da Carrara il giovinetto Can Francesco dalla Scala, figliuolo del già Antonio signore di quella città, risvegliossi l'amore di molti di quel popolo verso la casa dalla Scala, e correndo colle armi alla piazza, contro il parere dei saggi e de' nobili, ribellarono la città, costrignendo il presidio milanese a ritirarsi nel castello, senza poi affossarsi e fortificarsi contra del medesimo. Eravi anche discordia fra i nobili e la plebe. Passò in quello stante Ugolotto Biancardo capitano del conte di Virtù, già spedito da lui con cinquecento lance all'assedio di Bologna, o, come è più probabile, al soccorso del castello di Padova, che vigorosamente si difendea. Giuntogli all'orecchio l'avviso della ribellion di Verona, mutato pensiero, tacitamente entrò di notte nel castello [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]. Poscia nella mattina seguente giorno 26 di giugno uscì furibondo contro gl'incauti Veronesi, uccidendo chiunque s'incontrava, senza trovarvi resistenza alcuna. Miserabil tragedia fu quella di sì nobile e ricca città. Tutta fu crudelmente messa a sacco senza distinzione d'innocenti e di rei, e senza risparmiare i luoghi sacri e l'onor delle donne, che furono in buona parte ritenute, quando il resto del popolo prese volontaria fuga, o ne fu cacciato, o imprigionato sì fieramente, che per qualche tempo restò desolata l'infelice Verona con orrore di ognuno.
Passò dipoi colle sue genti, e con alquante schiere di villani vicentini, Ugolotto Biancardo alla volta di Padova con voglia e speranza di fare un simile brutto giuoco a quella città, ed anche entrò nel castello, e si provò dipoi a dar battaglia a quei della città. Ma così ben ordinati trincieramenti avea fatto il Carrarese, e tal fu la difesa de' suoi, che il Biancardo, lasciato ben fornito quel castello, se ne ritornò indietro a Vicenza. Disponevasi intanto il conte di Virtù per ispedire gran gente contro di Padova, quando i Bolognesi e Fiorentini interruppero i suoi disegni, coll'inviare le loro armi addosso al distretto di Parma. S'aggiunse che, sollecitato Stefano duca di Baviera da Francesco Novello per li soccorsi promessi, mandò innanzi secento cavalli, che nel dì 27 di giugno pervennero a Padova. Vi arrivò egli stesso dipoi in persona nel dì primo di luglio. Andrea Gataro scrive con sei mila cavalli ben in ordine; altri dicono con mille lance, cadauna di quelle, a mio credere, di tre o quattro cavalli. Con questo gagliardo rinforzo cessò il timore nel petto ai Padovani, e riuscì loro di costringere alla resa il castello di Padova, nel dì 25 ossia 27 d'agosto [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]; giacchè Ugolotto Biancardo, che ne' giorni addietro s'era mosso per tornare a rinforzarlo, rimase sconfitto dal conte da Carrara, fratello bastardo del medesimo Francesco Novello. Dopo tale acquisto non istette esso Carrarese in ozio; perocchè nel dì 19 di settembre, mosso l'esercito suo contro Alberto d'Este marchese di Ferrara, occupò nel Polesine la Badia e Lendenara, e passò all'assedio di Rovigo. Erano queste apparenze di nimistà fatte, per quanto si può credere, con intelligenza dell'Estense, affinchè egli si ritirasse con ragionevol motivo dalla lega contratta col signor di Milano. In fatti, essendosi interposto il duca di Baviera, con venir egli in persona a Ferrara nel dì 3 d'ottobre, seguì pace fra loro. Il Gataro iuniore [Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.] scrive trattato questo accordo dalla signoria di Venezia, colla spedizion de' suoi ambasciatori a Padova. Certo è che il marchese abbandonò il conte di Virtù, amicossi col Carrarese, e colle comunità di Firenze e Bologna, ma colla neutralità verso il conte suddetto. Fin qui Antoniotto Adorno doge di Genova con sua lode e con vantaggio del pubblico avea retta quella repubblica [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Nulladimeno, conoscendo egli cresciuta di molto l'invidia contra di lui, nel giorno 3 d'agosto imbarcatosi all'improvviso, si ritirò dalla sconoscente e sempre fluttuante città; perlochè fu in armi il popolo, ed elesse per successore di lui Jacopo da Campofregoso, figliuolo di Domenico, già doge della medesima città. In quest'anno ancora fu guerra in Toscana [Ammirato, Istoria di Firenze, lib. 15.]. I Sanesi col grosso corpo di gente, loro inviato dal conte di Virtù, sotto il comando di Giovanni di Azzo degli Ubaldini, e coll'aiuto de' Perugini lor collegati, diedero molto da fare ai Fiorentini, e presero alcune castella. Ma si raffreddò fra poco il loro ardire per la morte del medesimo Azzo, valoroso condottier d'armi, ed antico nemico de' Fiorentini [Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], procurata, per quanto fu comunemente creduto, in Siena dai Fiorentini medesimi. Il Cataro, che il fa vivo nell'anno seguente, e intervenuto alle battaglie, a mio credere, s'ingannò. Anzi, per non potere il Visconte accudire alle cose di Toscana, a cagion delle mutazioni occorse in Lombardia, soffrirono i Sanesi non pochi danni per le scorrerie fatte dai provisionanti di Firenze nel loro territorio.