Nuovi tentativi in quest'anno ancora furono fatti dai re oltramontani per indurre papa Bonifazio alla cession del papato [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Così bene seppe parlare un certo Roberto romito franzese, che l'avea tratto alla risoluzion di convocare un concilio, in cui si decidesse quell'importante controversia, facendogli credere che l'antipapa non s'attenterebbe ad intervenirvi. Ma da lì a due giorni la madre, i fratelli ed altri parenti del papa con varii mondani motivi gli fecero cambiar pensiero. Secondochè abbiamo dal Bonincontro [Bonincontrus, Annal. tom. 21 Rer. Ital.], in quest'anno tentarono i Romani di ribellarsi ad esso pontefice. Egli, che non era figliuolo della paura, fece prendere i delinquenti, e coll'ultimo loro supplizio si liberò dal soprastante pericolo. I Giornali Napoletani [Giornal. Napol., tom. 15 Rer. Ital.], che raccontano questo ed altri fatti fuori del loro sito, dicono che tredici furono i giustiziati, in casa de' quali si trovarono le bandiere del conte di Fondi, autore di essa congiura. Cominciarono in questo anno a declinar gl'interessi di Lodovico d'Angiò re dimorante in Napoli. Terra di Lavoro già ubbidiva al re Ladislao, nè restavano in potere dell'Angioino se non le terre del Ponte di Capoa. Trovandosi all'assedio di esse Luigi di Capoa, d'un colpo di bombarda vi restò ucciso. Con tutto ciò furono quelle fortezze dipoi obbligate alla resa. Il Bonincontro narra altri avvenimenti del regno di Napoli, come spettanti all'anno presente. Perchè io dubito che possano appartenere al seguente, chieggo licenza di parlarne allora. Procurò Gian-Galeazzo duca di Milano di tirare al suo servigio tutti quanti potè gli uomini d'armi d'Italia, e raunato con ciò un poderoso esercito di cavalieri e fanti [Corio, Istor. di Milano.], all'improvviso, parte per terra e parte colle navi per Po, lo spinse nel dì 5 d'aprile addosso a Francesco Gonzaga signore di Mantova, con far precedere le ragioni, che i potenti hanno sempre in saccoccia, di rompere la tregua che tuttavia durava. Consistevano queste specialmente nel rammemorare l'aver il Gonzaga data la morte a Caterina Visconte figliuola di Bernabò, quando egli medesimo avea dianzi tolta la vita e gli Stati allo stesso Bernabò, e a due suoi figliuoli, e tuttavia perseguitava gli altri figliuoli del medesimo suo zio. Ed acciocchè non potesse venir soccorso dalla Toscana al Gonzaga, ordinò al conte Alberico da Barbiano suo generale, la cui armata avea passato il verno sul Pisano, con gravissimo peso di que' popoli, di assalire i Fiorentini, mostrando d'essere capo di compagnia, e non già dipendente dagli ordini suoi.
Quanto a questa guerra della Toscana, aveano creduto i Fiorentini di poterla risparmiare, con essersi tanto maneggiati, che aveano condotto ad un'amichevol pace i Lucchesi e i Pisani, le gare de' quali aveano tirate in Toscana le armi lombarde [Ammirat., Istor. Fiorentina, lib. 16.]. Ma si trovarono ingannati. Il duca volea la guerra anche in quelle parti; e Jacopo d'Appiano signor di Pisa, nemico fiero, benchè non aperto, de' Fiorentini, accendeva forte il fuoco; e tentò ancora di togliere loro San Miniato con una congiura che non fu ben condotta a fine. Entrò dunque il conte Alberico ostilmente nel dì 5 d'aprile colle sue forze nel territorio di Firenze, saccheggiando ora una ed ora un'altra parte, fin quasi alle porte di Firenze. Erano forti di gente anche i Fiorentini; e Bernardone lor generale con Paolo Orsino, Giovanni Colonna ed altri condottieri d'armi, siccome uomo ben pratico del suo mestiere, accorrendo ovunque richiedea il bisogno, tenne sempre i nemici in freno, nè loro permise di riportar vantaggio alcuno di rilievo. Riuscì anche alla sottile accortezza de' Fiorentini di staccare dal servigio del duca di Milano Biordo Perugino con cinquecento lancie del seguito suo. Comparì ancor qui qual fosse la fede del conte Giovanni da Barbiano. Era egli condotto dal duca, ma all'improvviso si partì da lui, e con cinquecento barbute passò al servigio dei Bolognesi, nemici del duca. Diversamente passava la guerra in Lombardia [Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]. Con potentissimo esercito di cavalli e fanti, siccome dicemmo, circa il principio d'aprile Jacopo del Verme generale del Visconte occupò Marcheria ai Mantovani, e quindi passò alla parte superiore di Borgoforte col disegno d'entrare nel serraglio di Mantova. Dalla banda ancora del Veronese con altro esercito si mosse a quella volta Ugolotto Biancardo, governator di Verona per esso duca.
Trovavasi mal preparato per questa visita il signor di Mantova. Implorò tosto aiuto dai collegati, e gliene inviarono i Fiorentini e Bolognesi, siccome ancora il signore di Padova, quei di Ravenna, di Rimini e di Faenza. Niccolò marchese di Ferrara, che era allora giunto all'età di anni tredici e di tre mesi, ed avea presa per moglie Gigliola, figliuola del signor di Padova, vi spedì per Po una flotta di galeoni armati. Fu dichiarato capitan generale dell'esercito della lega Carlo Malatesti, uomo prode e cognato dello stesso signore di Mantova. La mira particolare di Jacopo del Verme era di espugnare e rompere il ponte posto da' Mantovani sul Po a Borgoforte; ma così virilmente fu esso difeso dai collegati, benchè inferiori di gente, che per gran tempo rimasero inutili tutti i suoi sforzi; anzi un ponte da esso Verme fabbricato in Po venne fracassato dal valore degli avversarii. Fu anche impedito il passaggio del Mincio ad Ugolotto Biancardo, il quale poscia s'impadronì di Mellara, terra del Ferrarese, negli anni addietro impegnata per bisogno di danari dai tutori del marchese al signore di Mantova. Durò il fiero contrasto di queste armate sino al dì 14 di luglio col continuo esercizio delle bombarde e dei verrettoni, e colla strage di molti da ambedue le parti; ma in quel dì una scossa terribile riportarono i collegati. Aveva il duca di Milano anch'egli una poderosa flotta di galeoni armati in Po; ora Jacopo del Verme, spirando in quei dì un vento gagliardo a lui favorevole, spinse contro il ponte di Borgoforte alcune zatte piene di canne, oglio, pece ed altre materie combustibili, e, per quanta resistenza facessero i difensori, non poterono trattenerle dall'unirsi al ponte e di bruciarlo, colla morte di circa mille uomini d'arme che vi erano sopra. Nè qui terminò la rovina. Calata furiosamente l'armata navale milanese pel Po addosso alla ferrarese, prese molti di que' legni, mise il resto in fuga, lasciandovi la vita assai gente o annegata o uccisa. Ciò fatto, entrarono nel dì 25 di luglio vittoriosi nel serraglio di Mantova, dopo aver fatto un ponte sul fiume, e ripulsato il Gonzaga, che era ivi alla difesa con Malatesta de' Malatesti ed altri valorosi uffiziali. Stesero i Milanesi il saccheggio sino alla porta Cerese di Mantova, con fare immenso bottino di bestiame e di robe, perchè quegli abitanti si credeano ivi sicuri.
Per questo terribil colpo ebbe a disperarsi Francesco Gonzaga [Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.]; e tanto più perchè non tardò Jacopo del Verme a mettere un forte assedio alla terra di Governolo, per serrare affatto il passo ai soccorsi stranieri. Concorse parimente a quell'assedio dalla parte di Verona coll'altro suo esercito Ugolotto Biancardo, e v'intervenne per Po anche la flotta navale del duca. Ma il generoso Carlo Malatesta, dopo aver incoraggito, colla speranza di gagliardi soccorsi, il Gonzaga, in persona passò a Venezia, Ferrara e Bologna, sollecitando ognuno a non lasciar perire il signore di Mantova, la cui perdita si sarebbe tirata addosso quella de' vicini. Per tanto si armarono in Venezia sette galee e molte barche; in Ferrara si fece gran preparamento di galeoni; i Bolognesi v'inviarono il conte Giovanni da Barbiano con cinquecento lancie, ed altre genti furono prese al soldo dal signore di Mantova. Già Governolo era quasi ridotto all'agonia, quando Carlo Malatesta, passato il Po verso il Bondeno coll'esercito suo nel dì 24 d'agosto festa di san Bartolomeo [Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.], assalì l'armata d'Ugolotto Biancardo, e riuscì a lui di entrare in Governolo, e di vettovagliarlo, siccome ancora venne fatto alla flotta ferrarese, dopo un atroce combattimento, di obbligare alla ritirata la milanese al ponte fabbricato dal Verme. Arrivò dipoi a Governolo il signor di Mantova con quante soldatesche egli potè seco condurre, e calarono pel Mincio anche tutte le sue barche armate. Ora, senza perdere tempo, nel dì 28 d'agosto l'armata terrestre de' collegati diede una furiosa battaglia a quella del Biancardo, con metterla in rotta; e nel medesimo tempo la flotta navale dei Ferraresi e Mantovani colle galee suddette assalì la milanese con tal empito, che la sbaragliò e sconfisse. Queste due vittorie produssero con poca fatica la terza; perchè l'esercito grande di Jacopo del Verme, accampato nel serraglio contro a Governolo, al vedere la rovina dell'altro campo e delle lor navi, senza poter soccorrere nè agli unì nè agli altri, preso da panico spavento, ad altro non pensò che a salvarsi colla fuga, lasciando indietro buona parte delle tende e del bagaglio. Circa due mila cavalli vennero in potere de' vincitori, gran copia di vettovaglia e merci, e cinquanta navi armate, oltre ad altre settanta di negozianti venuti per provvedere l'armata milanese. Un giorno solo guastò tutta la tela sì felicemente condotta fin qui dal duca di Milano. È da vedere la Storia Padovana di Andrea Gataro, dove diffusamente si veggono descritti così stravaganti avvenimenti. Abbiamo dagli Annali Milanesi [Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.] che il duca di Milano fece morir d'orrida morte Pasquino Capello suo segretario, imputato di avere scritta una lettera, senza contezza del padrone, che chiamava Jacopo del Verme a Pavia; il che fu cagione della rotta suddetta. Si venne poi in chiaro, che la lettera era stata finta da Francesco Gonzaga: del che molto s'afflisse il duca di Milano.
Solenni allegrezze per sì prosperosi successi furono fatte da tutte le città dei collegati. Venne anche assediata da essi la terra di Mellara, e nel dì 27 di settembre racquistata. Ma Gian-Galeazzo Visconte era un forte colosso, ad atterrar il quale altre scosse che le suddette, si ricercavano. Oltre il far ritornare dalla Toscana in Lombardia il conte Alberico da Barbiano col più della sua armata [Ammirati, Istoria Fiorentina, lib. 16. Corio, Istor. di Milano.], prese al suo soldo Facino Cane da Casale con cinquecento lancie; rifatta, anzi accresciuta di molto la sua flotta navale, ordinò nel dì 29 d'ottobre che essa tornasse sul territorio di Mantova. Trovò questa a Borgoforte le navi armate del signore di Mantova e del marchese di Ferrara; e messele in rotta, prese tre galee e venticinque galeoni con tutto l'armamento e gli uomini. Oltre a ciò, arrivato il conte Alberico colle sue genti, entrò di nuovo nel serraglio di Mantova, spianò tutte le fosse e fortezze mantovane, e portò la desolazione sino alle porte di Mantova. Ecco dunque di nuovo in peggiore stato di prima Francesco da Gonzaga, il quale avea già perduto Marcheria, Luzzara, Suzara, Solferino ed altri luoghi, e già temeva l'ultima rovina. Volle Dio che, accostandosi il verno, si ritirarono dal Mantovano le milizie del Visconte. Con tutto ciò il male stato, in cui egli si trovava, diede impulso alla repubblica di Venezia per entrar anch'essa nella lega contra del duca di Milano. Inoltre s'ingegnarono i Veneziani e Fiorentini di tirare al soldo loro il duca di Austria con alcune migliaia di soldati. Ma perchè il duca Gian-Galeazzo, avendo scoperto questo negoziato, nè volendo avere i Veneziani e quel duca, sì poderosi principi, addosso, propose partiti di tregua o pace; oppure perchè Francesco Gonzaga, stanco di questo brutto giuoco, si scoprì segretamente trattare col duca di Milano: lasciato andare l'Austriaco, i collegati diedero orecchio alla tregua, o pace proposta. Tutto il verno passò nel maneggio d'essa, siccome cosa desiderata da ognuno.
Contuttochè Genova si governasse a nome del re di Francia, e paresse che il rispetto di quel monarca dovesse tenerla in quiete [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 18 Rer. Italic.], pur, come prima, continuava ad essere in tempesta. Antonio di Montaldo, Antonio di Guarco non cessavano di farle guerra, nè mancavano altri nemici entro e fuori di casa. Perciò, o sia che Antoniotto Adorno, veggendosi poco sicuro, procurasse d'avere un successore nel governo, o che tali fossero i patti: Carlo re di Francia mandò colà a reggere quella città Valerando di Lucemburgo, conte di Lignì e di San Paolo. Arrivò questi a Genova nel dì 18 di marzo con ducento uomini d'armi e molti nobili, ed altre genti venute al suo soldo; e prese le redini del governo, con farsi ben rispettare e ubbidire, ed ebbe in suo potere il castelletto e le altre fortezze. Ridusse non solamente Savona e Porto Maurizio all'ubbidienza del re, ma anche il resto delle terre di quella repubblica, di modo che per opera di lui in poco tempo si vide rifiorir la pace: cosa da gran tempo insolita in quelle contrade. Ma eccoti la peste entrare in Genova, e scorrere per tutte quelle riviere. Per paura d'essa, ovvero per altri suoi affari, nel mese d'agosto esso conte di Lignì se ne andò a Parigi, lasciando per suo vicario in quella città Pietro vescovo di Meaux. Fu essa peste anche in altre città d'Italia. Abbiamo dagli Annali di Forlì [Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.] che, trovandosi al soldo di papa Bonifazio Mostarda forlivese condottier d'armi, costui furtivamente prese Ascoli, città della Marca, colla strage d'alcuni di quei cittadini.
MCCCXCVIII
| Anno di | Cristo mcccxcviii. Indiz. VI. |
| Bonifazio IX papa 10. | |
| Venceslao re de' Romani 21. |
Operarono quest'anno con forza Venceslao re de' Romani e Carlo VI re di Francia, ed altri re e principi, per ridurre alla pace la Chiesa troppo sconvolta a cagion dello scisma [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Stavano essi saldi in esigere che tanto papa Bonifazio IX, quanto il suo emulo Benedetto XIII antipapa rinunziassero; e a questo fine spedirono ambasciatori sì all'uno che all'altro. Ma ad ambedue troppo piacea questa sublime dignità, ed erano ben risoluti di non abbandonarla se non colla morte. Diede papa Bonifazio almen buone parole, ma nulla di preciso, tanto che si liberò da tali istanze. All'incontro l'antipapa, dimentico de' giuramenti e delle promesse fatte nella sua creazione e dipoi, apertamente protestò di non voler mai dimettere il suo papato. Da ciò presero motivo il re di Francia coll'Università e coi prelati franzesi di sottrarsi alla di lui ubbidienza, giacchè quel re non gradiva questo preteso papa spagnuolo, nè di lui si fidava. E perchè Benedetto ricalcitrava più che mai, il maresciallo di Boucicaut, ossia Bucicaldo, che vedremo a suo tempo governatore di Genova, d'ordine del re si portò all'assedio d'Avignone; nè volendo que' cittadini maggiormente sofferire i danni della guerra, capitolarono coll'uffiziale del re: laonde fuggì la maggior parte de' cardinali antipapali; e l'ostinato Benedetto rinserrato nel palazzo pontificio, ch'era fortificato a guisa di fortezza, e ben provveduto, per tutto il verno rimase assediato dalle milizie francesi. Non ometteva diligenza alcuna in questi tempi il pontefice Bonifazio per promuovere gl'interessi del re Ladislao, ed atterrare il nemico re Lodovico d'Angiò. Per mezzo di Giovanni Tomacello suo fratello si adoperò non poco per tirare nel partito di Ladislao Jacopo Marzano ammiraglio del regno, Goffredo Marzano, Jacopo Orsino e Jacopo Stantardo, baroni illustri. Leggesi negli Annali Ecclesiastici del Rinaldi la concordia stabilita fra loro e il re Ladislao nel dì 14 di maggio dell'anno presente. Non poco abbassamento per questo venne al re Lodovico. Andò in lungo il trattato della pace o tregua fra i collegati e Gian-Galeazzo duca di Milano [Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.]; ma finalmente fu conchiusa nel dì 11 di maggio una tregua di dieci anni con varii capitoli, e pubblicata nel dì 26 d'esso mese, giorno di Pentecoste. Per quanto scrive Andrea Gataro [Gatari, Istor. di Padov., tom. 17 Rer. Ital.], Francesco Gonzaga signore di Mantova quegli fu che forzò gli altri a farla; perciocchè, senza notizia dei confederati, chiamato a Mantova, travestito da frate minore, Jacopo del Verme, con esso lui trattò di riconciliarsi col duca: il che penetrato da Francesco da Carrara signore di Padova, senza che egli potesse far tornare indietro il Gonzaga, diede impulso a tutti di venire all'accordo suddetto. Ma Gian-Galeazzo, che avea il cuore troppo volto alle conquiste, soleva ben far paci e tregue, ma con animo di romperle al primo buon vento. Finse egli, giacchè facea l'amore a Pisa, di licenziare dal suo servigio Paolo Savello, ed altri condottieri d'armi, mandandoli in Toscana ad unirsi colle altre milizie quivi lasciate dal conte Alberico da Barbiano. Entrarono questi in Pisa [Ammirat., Istor. Fiorentina, lib. 16.], e in tempo di notte furono a parlare con Jacopo d'Appiano signore di quella città, richiedendogli a nome del duca di Milano la guardia della cittadella di Pisa, Cascina, Livorno e Piombino. Restò attonito alla dimanda l'Appiano; e siccome scaltro vecchio, con rispettosa risposta prese tempo a risolvere. La risoluzione fu, che ordinò a Gherardo suo figliuolo (giacchè Vanni, altro suo maggior figliuolo, e giovine di grandi speranze, era mancato di vita nell'anno precedente) che unisse tutti i suoi soldati e parziali, e che gli avesse pronti in armi per la mattina seguente [Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.]. Fatto giorno, assalì Gherardo le lancie di Paolo Savello, ne uccise buona parte, fece prigione il resto col medesimo Savello ferito di tre ferite. Per questo accidente cominciò a trattarsi di pace e lega fra i Pisani e Fiorentini; al che gli ultimi accudivano ben volentieri.