Ma l'accorto duca di Milano col fingere di non curare quanto era succeduto, e con avere spedito a Pisa Antonio Porro a disapprovare il fatto de' suoi, e a confermar l'Appiano nella sua amicizia [Tronci, Annal. Pisani.], tanto fece, che mostrando l'Appiano anch'esso di non credere venuto dal duca quell'ordine, ruppe ogni trattato co' Fiorentini, i quali si trovarono ben delusi. Rimise ancora in libertà il Savello e gli altri prigionieri. Ma che? infermatosi il medesimo Jacopo d'Appiano, nel dì 3 di settembre passò all'altra vita. Gherardo suo figliuolo, già sustituito in suo luogo nel dominio qualche tempo prima, corse tosto la città, nè ebbe opposizione alcuna. Tardò poco a correre voce che Gherardo volea vendere Pisa al duca di Milano: il che allarmò non poco i Fiorentini. Perciò s'affrettarono essi a spedir colà ambasciatori con facoltà di prometter molto per distornare quel mercato, e per indurre alla pace il giovane Appiano. Mostrossi egli molto alieno dal dimettere il dominio della città, e si esibì mediatore della pace fra loro e il duca di Milano. Fu nel dì 6 di maggio di quest'anno mutazione nella città di Bologna [Matth. de Griffon. Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod. Delayto, Chron., tom. eod.]. Fin qui la fazione degli Scacchesi ossia de' Pepoli avea signoreggiato. Carlo de' Zambeccari dottore coll'altra de' Maltraversi fece una sollevazione, e, deposti gli anziani, ne elesse de' nuovi, e cominciò a reggere la città a suo talento. Non seguì uccisione nè altro male per questo, solamente ciò fu principio d'altre maggiori rivoluzioni. Prese licenza da' Fiorentini il lor generale Bernardone [Sozomenus, Istor., tom. 16 Rer. Ital.], essendo terminata la sua ferma, e fatta la tregua suddetta. Passato in regno di Napoli ai servigi di Lodovico d'Angiò, a nome di lui s'impadronì della città dell'Aquila e di molte castella. Anche Broglio Trentino condottier d'armi, partito dal duca di Milano, fu assoldato da papa Bonifazio per un mese affine di far guerra ai Perugini. Finito il mese, il popolo d'Assisi, scacciato Ceccolino de' Michelotti loro signore, elessero il medesimo Broglio in luogo di lui. Nel dì 23 di luglio [Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.] all'improvviso giunse a Ferrara Francesco II da Carrara signore di Padova con quattrocento uomini d'armi, ed altra gente; e, prevalendosi dell'età giovanile dell'inesperto suo genero Niccolò marchese, quivi e negli altri Stati della casa d'Este fece da padrone, mutando uffiziali e governatori, e mettendovi chi più era a lui in grado: il che diede non poca gelosia e molto da mormorare al popolo di Ferrara. In quest'anno a tradimento fu ucciso Biordo Perugino, che era come signore di Perugia, dall'abbate di San Pietro; e fu creduto per ordine del papa. Ma non per questo il papa ricuperò Perugia. Anzi quel popolo, alzatosi a rumore, prese le armi, sconfisse i di lui uccisori. In Genova non poteva aver luogo la quiete [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Nel mese di luglio i Ghibellini del contado si sollevarono, e, crescendo la lor forza, nel dì 17 entrarono nella città, e quivi tutto fu in arme e furore fra essi e i Guelfi, di maniera che, atterrito il vescovo di Meaux governatore regio, se ne fuggì a Savona. Seguitarono in Genova le battaglie e i saccheggi sino al dì 29 del suddetto mese, in cui si fece pace; pace nondimeno che durò solamente sino al dì 11 d'agosto, con rinnovarsi i combattimenti e gl'incendii, che durarono molti giorni ancora. Poca gente perì in così fieri contrasti; ma si fe' conto che tra le case bruciate e i tanti saccheggi patisse allora Genova il danno di un milione di fiorini d'oro: frutto amaro della pazza discordia di que' cittadini. Essendo poi giunto colà nel dì 21 di settembre Colardo di Callevilla consiglier regio, mandato per governatore dal re di Francia, fu accolto con molto ossequio, e ritornò la quiete in essa città.


MCCCXCIX

Anno diCristo mcccxcix. Indiz. VII.
Bonifazio IX papa 11.
Venceslao re de' Romani 22.

Sino al dì 14 d'aprile l'antipapa Benedetto, assediato dal maresciallo Bucicaldo nel castello d'Avignone, si sostenne [Raynaldus, Annal. Eccles.]; ma non venendo i soccorsi ch'egli aspettava dal re d'Aragona, e cominciando a mancare il legno da bruciare con altre provvisioni, finalmente capitolò coll'interposizione degli ambasciatori aragonesi, promettendo di deporre la pontificia tiara, ogni qual volta papa Bonifazio anch'egli cedesse, oppure mancasse di vita, e di non ritardare in conto alcuno l'union della Chiesa. Promise e giurò quanto si volle, ma risoluto di nulla attendere dipoi. Gran partigiano degli scismatici ai confini dello Stato ecclesiastico era Onorato Gaetano conte di Fondi. Più mene avea tenuto con alcuni nobili romani per abbassare il dominio di papa Bonifazio IX; fors'anche avea tramato contro la di lui vita. Il pontefice in quest'anno a dì 2 di maggio pubblicò contra di lui tutte le censure, ed altre barbariche pene solite a fulminarsi in simili casi; e poscia addosso a lui spinse l'armi temporali con tal successo, che, secondo Gobelino [Gobelinus, in Cosmodr.], arrivò a sterminarlo affatto col braccio del re Ladislao. Ma non avvenne già tutto questo nell'anno presente, siccome vedremo. Per altro verso ancora maggiormente andavano prosperando gli affari d'esso re Ladislao, tanto per li suoi maneggi, che per quelli dell'amico pontefice. Fra i più potenti baroni del regno di Napoli si contava Raimondo del Balzo di casa Orsina, conte di Lecce e d'altre città. S'era egli tenuto in addietro neutrale fra i due re contendenti, facendosi credere amico non men dell'uno che dell'altro. Ma in fine, guadagnato dal papa, prese le armi contro a Lodovico d'Angiò; e giacchè era mancato di vita senza figliuoli Ottone di Brunsvich principe di Taranto, egli s'impadronì del meglio di quel principato. Accorse bensì colà il re Lodovico, ma non solamente nulla vi guadagnò, vi fu anche assediato da Raimondo per terra e per mare. Mossosi per questo anche il re Ladislao da Gaeta col suo esercito, passò a quella parte, e, venutogli incontro l'Orsino con prestargli omaggio, l'investì immediatamente di quel principato. Noi vedemmo di sopra riferito dal Rinaldi all'anno 1391 l'avere esso Raimondo Orsino abbracciato il partito di papa Bonifazio. Potrebbe dubitarsi ch'egli aspettasse a farlo in questo anno. Fin qui la possente casa de' Sanseverini avea sostenuta in capo a Lodovico d'Angiò la corona di Napoli. Cominciò anch'essa a titubare e a tener trattati col re Ladislao, e tanto fece che il rendè padrone di Napoli. Sono discordi gli autori in dire di qual anno preciso Ladislao tornasse in possesso di quella nobilissima città. Il Bonincontro [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.] fa ciò succeduto nell'anno 1397. Ma, secondo gli Annali di Giovenale Orsini citati dal Rinaldi, e secondo altri autori, appartien questo avvenimento all'anno presente, e però più sotto ne parlerò. Leggesi ne' Giornali Napoletani [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.] differito il ritorno di Ladislao in possesso di Napoli sino all'anno seguente, e così ancora l'acquisto fatto del principato di Taranto da Raimondo Orsino; come pure, che nel dì 12 d'aprile di quest'anno i Sanseverineschi colle forze loro andarono all'assedio della città d'Aversa, e che nel dì 4 di maggio se ne tornarono quali erano venuti. Ma ciò è piuttosto da riferire all'anno precedente. Veggiamo parimente scritto che il re Ladislao spossessò del dominio di Capoa il conte di Alife; ma sembra questo fatto lo stesso che di sopra fu narrato all'anno 1397. La storia di Napoli si scorge in questi tempi mancante di qualche autentico e contemporaneo scrittore de' suoi avvenimenti, riuscendo perciò molto intralciata e confusa.

Gherardo d'Appiano, divenuto signore di Pisa, era uomo di mente ristretta, di poco coraggio. Lasciossi egli tanto aggirare ora da spaventi, ed ora da lusinghe di Antonio Porro ministro del duca di Milano, che persuadendosi di non poter durare in quel dominio, e all'incontro di fare il bene della patria, s'indusse nel mese di febbraio a vendere quella città colle sue dipendenze ad esso Gian-Galeazzo pel prezzo di ducento mila fiorini d'oro [Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic.], e con riserbarsi la signoria di Piombino, dell'isola d'Elba, e di qualche altro castello. Conchiuso il trattato, mandò il duca a Pisa circa mille lancie, ed alcune compagnie di fanteria con pretesto di mutar le altre ch'egli prima aveva in quella città [Corio, Istoria di Milano. Tronci, Istor. di Pisa. Ammirati, Istoria di Firenze.]. Con questi ed altri armati Gherardo corse la città senza resistenza; laonde con facilità diede il possesso di Pisa all'uffiziale del Visconte. Ne furono ben malcontenti quei cittadini; più ne rimasero turbati i Fiorentini, che s'erano lasciati avviluppar dalle belle parole, cioè dalle finte promesse dell'Appiano, e vedeano sempre più crescere i ceppi alla loro libertà. Andò l'Appiano a mettere la sua stanza a Piombino, terra che ne' suoi discendenti durò sino dopo l'anno 1600; e rimase Antonio Porro governator di Pisa pel duca di Milano, con far credere ai Fiorentini il miglior vicinato del mondo. Ossia che i Sanesi non si fossero prima d'ora dati al medesimo duca, e l'avessero preso solamente per protettore, oppure che aspettassero fino a quest'anno a mettersegli in braccio: certo è, che, angustiati da Broglio capitano d'una compagnia di masnadieri, forse a sommossa del duca di Milano, anch'essi nell'agosto o settembre dell'anno presente [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital. Sozomenus, Chron., tom. 16 Rer. Ital.] si spogliarono della lor libertà, concedendo al medesimo duca la signoria della lor città: il che fu un altro colpo, onde restò trafitto il cuore alla repubblica di Firenze. Si dichiararono ancora aderenti al medesimo duca in Toscana i conti di Poppi e di Bagni, e gli Ubaldini tutti; e già Francesco Gonzaga signor di Mantova s'era messo ai servigi di lui. Però d'altro allora non si parlava che del grande ascendente e della fortunata politica del duca di Milano; ma con rammarico non ordinario di que' potentati, che miravano nell'esaltazione di lui il pericolo della propria rovina. S'aggiunse di più, che il duca co' suoi maneggi staccò dall'amicizia de' Fiorentini i Bolognesi. Cercò ancora d'indurre i Perugini, stanchi per la guerra col papa, ad accettarlo per loro signore, ma non gli riuscì se non nello anno seguente. Lucca inoltre parea del pari vicina a seguir l'esempio delle altre. Per tali successi in Firenze di gran consigli si fecero, affine di difendersi da così dilatata potenza, ma senza far movimento palese per non turbare la pace.

Passarono gli affari di Bologna nella seguente forma [Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod.]. Nel dì 22 d'aprile Giovanni de' Bentivogli e Nanne de' Gozzadini, già fuorusciti, entrarono in quella città, con prendere la porta di Stra' San Donato, disegnando d'introdurre il conte Giovanni da Barbiano co' suoi armati, e di abbattere la fazion dominante dei Maltraversi. Carlo degli Zambeccari e gli altri del suo partito, che non dormivano, furono tosto in armi, e fecero prigioni i già entrati. Benchè molti li volessero morti, Carlo, più magnanimo degli altri, si contentò che fossero mandati a' confini, chi a Carpi, chi a Zara e chi a Genova. Ma che? Entrata la peste in Bologna, grande strage fece, e fra gli altri levò dal mondo lo Zambeccari ed altri capi dei Maltraversi ne' mesi di settembre, ottobre e novembre. Avvenne [Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.] che nell'agosto il conte Giovanni di Barbiano colle sue genti passò sul Bolognese, commettendo molte ruberie e gravi insolenze alle donne nobili che erano in villa. Andava costui alla terra di Vignola, già da lui occupata nel territorio di Modena al marchese di Ferrara. Per tali insulti irritato non meno esso marchese, che i magistrati di Bologna, spedirono le loro milizie a Vignola; e trovato il conte che coi suoi dormiva senza far buona guardia, li condussero tutti prigionieri a Bologna. Andò sì innanzi l'ira del popolo, attizzata anche da Astorre de' Manfredi signor di Faenza, che volle liberarsi da così mal arnese, e però nel dì 27 di settembre furono decapitati nella pubblica piazza esso conte Giovanni, il conte Lippazzo suo nipote e il conte Bandezato suo parente. Un figliuolo d'esso conte Giovanni morì nelle carceri, e a Conselice ad altro suo parente era già stato mozzato il capo. Costò ben caro dipoi ai Bolognesi questa rigorosa giustizia. Ricuperò il marchese Niccolò di Ferrara, con tal congiuntura, Vignola, dopo quattro mesi d'assedio, e fece buon trattamento al conte Manfredi di Barbiano, rimasto prigione delle sue genti nella sconfitta di Vignola. Essendo mancati, come dicemmo, i principali de' Maltraversi, furono nel mese di novembre richiamati dall'esilio Giovanni de' Bentivogli, Nanne de' Gozzadini, e gli altri che manteneano buona corrispondenza col duca di Milano, e presero poi per forza il governo di quella città nel dicembre.

Celebre fu quest'anno per la pia commozione de' Bianchi, somigliante ad altre, che s'erano vedute nel precedente secolo, ed anche nel presente, se non che non s'ode in questa il fracasso della disciplina che si praticò nelle prime. Portavano essi cappe bianche, ed ivano incappucciati uomini e donne, cantando a cori l'inno Stabat mater dolorosa, che allora uscì alla luce. Entravano in processione nelle città, e con somma divozione andando alle cattedrali, intonavano di tanto in tanto pace e misericordia. Passati quei d'una città all'altra, se ne tornavano poi la maggior parte alle lor case; e quei della città visitata portavano ad un'altra in processione il medesimo istituto. A chi avea bisogno di vitto, benchè fossero migliaia di persone, ogni città caritatevolmente lo contribuiva; essi nondimeno altro non richiedevano se non pane ed acqua [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Fu cosa mirabile il mirar tanta commozione di popoli, tanta divozione, senzachè vi si osservassero scandali, come scrivono alcuni. Più mirabil fu il frutto che se ne ricavò; perciocchè dovunque giugneano, cessavano tutte le brighe; si riconciliavano i nemici con infinite paci: e i più indurati peccatori ricorrevano alla penitenza, in guisa che le confessioni e comunioni con gran frequenza e fervore si videro allora praticate. Le strade erano sicure, si restituiva il mal tolto, e furono contati o vantati non pochi miracoli come succeduti in questo pio movimento. Siccome nei precedenti aveano avuta origine le scuole, ossia le confraternite de' Battuti, così nel presente ebbero principio altre confraternite appellate de' Bianchi, le quali tuttavia durano nelle città d'Italia, del che ho io altrove favellato [Antiquit. Ital. tom. I, Dissert. II.]. Tutte le storie italiane parlano sotto l'anno corrente di questa divozione, la quale, secondo il Delaito, venne fin da Granata, oppure, per sentimento di Giorgio Stella, nacque in Provenza, o almeno da quella parte penetrò in Italia, e, per la riviera d'occidente nel dì 5 di luglio giunse a Genova, imprimendo negli animi di quel popolo il timore santo di Dio, la penitenza e la pace. Di là passò poi in Toscana e Lombardia. Nel mese d'agosto i Modenesi vestiti di bianco in numero, chi dice di quindici, e chi di venticinque mila persone, andarono a Bologna [Matthaeus de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod.]; e susseguentemente i Bolognesi si trasferirono ad Imola. Nella stessa maniera i Lucchesi portarono cosiffatta divozione a Pistoia [Ammirati, Istoria di Firenze, lib. 16.], e di là questa passò a Firenze; e poscia circa venti mila Fiorentini processionalmente, avendo per loro guida il vescovo di Fiesole, marciarono ad Arezzo. I signori veneziani sempre circospetti non vollero nelle lor terre questa unione di gente; e il duca di Milano anch'egli non la permise in alcuna delle sue città per sospetto di sedizioni. Peggio abbiamo da Teodorico di Niem [Theodoric. de Niem, lib. 2, cap. 26.]. Dice egli (non so se con verità) che alcuni impostori, fingendo miracoli, portarono dalla Scozia in Italia questa novità; ma che, dormendo le notti nelle chiese e ne' monisteri uomini e donne insieme sulla nuda terra, ne seguivano non pochi disordini, e la cosa andò a terminar male, siccome dirò all'anno seguente.

Torniamo ora alle novità del regno di Napoli, le quali tengo io per fermo succedute in questo, e non già in altro anno. Jacopo Delaito [Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.], Sozomeno [Sozomenus, Histor., tom. 16 Rer. Ital.] e Giorgio Stella [Giorgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], scrittori contemporanei, m'assicurano abbastanza ch'io non m'abbaglio in questo. Essendo riuscito al re Ladislao di tirar con segreti maneggi alla sua divozione i Sanseverineschi, stati in addietro il braccio destro del re Lodovico d'Angiò: cominciarono questi a divisar la maniera di sbrigarsi di esso re Lodovico, al quale non il solo nemico Ladislao facea paura, ma anche la povertà. Il consigliarono di passare a Taranto per assicurarsi che quel paese non cadesse nelle mani di Ladislao. Andò egli nel dì 8 di febbraio, e vi fu ricevuto sotto il pallio. Sfumò da lì a poco questa allegrezza, perchè Raimondo del Balzo Orsino, secondo le cose narrate di sopra, l'assediò in quella città. Venne in questi tempi a Napoli Carlo d'Angiò fratello del re Lodovico, e restò ivi. Ma eccoti arrivare nel dì 9 di luglio a quella città il re Ladislao con sue galere, e trattare col popolo napoletano per entrare. Furono d'accordo, e Ladislao vi entrò; perlochè Carlo d'Angiò coi Provenzali si ritirò in Castello Nuovo, il quale fu immantenente cinto d'assedio. Ora trovandosi il re Lodovico confinato in Taranto, perseguitato da Raimondo Orsino, e abbandonato dalla casa Sanseverina, o, per meglio dire, da tutti, disperato s'imbarcò nelle sue galere, e venne alla volta di Napoli, credendosi di rientrarvi; ma ritrovò che la città avea mutato padrone. Il perchè mandò a trattare col re Ladislao, e fu stabilito di fargli rendere il Castello Nuovo, con che Carlo d'Angiò suo fratello fosse messo in libertà. Ciò fatto, diede le vele al vento, e se ne ritornò a' suoi Stati di Provenza confuso, con lasciar Ladislao trionfante. Gran peste fu in questo anno per la maggior parte d'Italia con fiera strage de' popoli. Poca diligenza per guardarsene usavano allora le città, e neppur lasciavano usarla le guerre e le sedizioni troppo frequenti in sì grande ondeggiamento dell'Italia. Quel gran male che faceva una volta la pestilenza, si proverebbe anche oggidì, se venissero meno le precauzioni e diligenze introdotte dipoi.