MCCCC
| Anno di | Cristo mcccc. Indizione VIII. |
| Bonifazio IX papa 12. | |
| Roberto re de' Romani 1. |
Avea papa Bonifazio restituito all'anno centesimo il giubileo romano, il quale perciò fu con gran solennità e concorso di gente celebrato nell'anno presente. Scrive Bonincontro [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], che avvicinandosi il tempo d'aprire esso giubileo, i Romani spedirono ambasciatori al papa, che dovea essere fuori di Roma, pregandolo di venire alla gran città. Rispose che verrebbe, purchè eleggessero in senatore Malatesta figliuolo di Pandolfo Malatesta, e cassassero il magistrato de' Banderesi. Tutto fecero i Romani, perchè lo richiedeva il loro interesse: laonde Bonifazio riacquistò il pieno dominio di Roma: e fortificato castello Sant'Angelo, vi mise un buon presidio [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Fu, dissi, gran concorso di gente a Roma da molte parti della cristianità, e fin dalla Francia, benchè lo vietasse quel re ai suoi sudditi, sapendo essi che solamente in Roma si poteano guadagnar le indulgenze concedute dal vero pontefice Bonifazio IX. Ma durante la guerra del papa contra del conte di Fondi, male passava per li pellegrini, battendo le genti di esso conte le strade, e svaligiando chiunque in lor si incontrava. Entrò inoltre la peste in Roma, mietendo le vite non solo dei divoti stranieri, ma anche dei cittadini. Non si volle muovere di Roma papa Bonifazio [Theodoricus de Niem., Hist.] per timore di perdere quel dominio. Nè già gli mancavano de' nemici. Fra gli altri Giovanni e Niccolò dalla Colonna signori di Palestrina, avendo intelligenza con molti Romani malcontenti, entrarono una notte nel gennaio di quest'anno in Roma con un corpo di cavalleria e fanteria, gridando: Viva il popolo, e muoia papa Bonifazio IX tiranno. Penetrati sino alla piazza del Campidoglio, tentarono di espugnare quel palazzo ben fortificato; ma veggendo non farsi movimento alcuno da que' Romani [Sozomenus, Chron., tom. 16 Rer. Ital.] che erano di concerto con loro, per la paura che la congiura fosse stata scoperta, venuto il giorno, si ritirarono. De' loro uomini trentuno caddero in mano degli uffiziali del papa, e caldi caldi furono impiccati per la gola. Formato il processo contro d'essi Colonnesi e loro seguaci, fulminò poi Bonifazio le scomuniche ed altre pene nel dì 14 del seguente maggio. E messi insieme due mila cavalli, mandò il popolo romano a dare il guasto alle terre d'essi Colonnesi.
A quest'anno (ma pare spettante al precedente) riferisce il Rinaldi [Raynaldus, Annal. Eccles.] l'avere il pontefice proibito l'accesso a Roma, o almeno la permanenza in essa, alle compagnie divote de' Bianchi, con riprovare eziandio il loro movimento, come non istituito colle dovute licenze de' superiori ecclesiastici; e molto più perchè fra i buoni si trovavano mischiati degl'impostori e degli ipocriti, che fingevano dei miracoli. Ma chi degli scrittori portava affezione a quella pia novità, fu d'avviso che Bonifazio si servisse di sì fatti pretesti per non volere in Roma tante migliaia di persone, che aveano cominciato il moto loro dalla Provenza, per sospetto dì qualche mina fabbricata sotto colore di pietà dall'avversario antipapa. Per conto de' miracoli, che si dicono allora accaduti, certamente in simili bollori facile è che la malizia inventi o la semplicità si figuri delle soprannaturali avventure, che ben esaminate si truovino poscia insussistenti. Sicchè cessò la correria de' Bianchi, restandone solo nelle città l'istituto. E perciocchè la misera natura umana ha troppo pendio al male, colla stessa facilità, con cui tanti e tanti all'aspetto d'essi abbracciata aveano la penitenza, e data a' nemici la pace, colla medesima tornarono ben tosto ai vizii e peccati primieri, e seguitò il secolo ad essere pieno d'iniquità, d'abusi, di risse e guerre, come prima. Nè la peste, che in quest'anno ancora portò l'eccidio a moltissime città, e massimamente nella Toscana, fu bastante a far migliorare i costumi sregolati dei popoli. In quest'anno il re Ladislao, divenuto pacifico possessore di Napoli [Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.], mosse anch'egli le armi sue contra di Onorato Gaetano conte di Fondi, e gli tolse alcune castella. Da tale sbigottimento e doglia fu preso il conte, uomo dianzi sì potente e temuto, che se ne morì, e tutto il suo Stato pervenne alle mani del re. Per questo guadagno, e per gli altri suoi vantaggi, tornato Ladislao a Napoli, ordinò giostre e tenne corte bandita.
Non cessava Gian-Galeazzo duca di Milano di lavorar con doni e promesse per mezzo de' suoi ambasciatori affine di indurre i Perugini ad accettarlo per loro signore [Sozomenus, Chron., tom. 16 Rer. Ital. Delayto, Chron., tom. 18 Rer. Italic.]. Ne guadagnò molti, e massimamente il principal d'essi, cioè Ceccolino de' Michelotti fratello del già ucciso Biordo; in guisa che nel dì 30 di gennaio dell'anno presente dalla maggior parte di quel popolo gli fu data la signoria della città, ed egli vi mise il suo vicario. Da lì a non molto, cioè d'aprile, le genti sue, sotto il comando di Ottone de' Terzi Parmigiano, occuparono anche Assisi, pretendendolo come dipendenza di Perugia. Con questi passi di fortuna politica ogni dì più andava crescendo la potenza del duca. Aveva egli prima oppressi i marchesi Malaspina coll'armi, e tolta loro tutta la Lunigiana. E, secondo il Corio [Corio, Istor. di Milano.], nell'anno presente s'impossessarono le di lui milizie di Nocera e di Spoleti, del che sommamente s'alterò papa Bonifazio, e spavento sempre più s'accrebbe a' Fiorentini. Facino Cane, allora capitano d'esso duca, non so se a nome di lui, oppure di Teodoro marchese di Monferrato, che era in guerra con Amedeo di Savoia principe d'Acaia, tolse ad esso principe alcune castella, e diede il guasto alle di lui terre sino ai borghi d'Ivrea. Da per tutto stendea le mani l'ingordo Visconte [Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.]; e giacchè non potè ridurre alla sua ubbidienza la città di Lucca, diede almeno appoggio a Paolo Guinigi nobile della medesima, che con truppe a lui inviate da esso duca, e raccolte nella Garfagnana, mosse per forza quel popolo a dichiararlo capitano delle armi, e da lì a poco anche signore della città, dove per sua sicurezza diede principio ad una rocca. Temendo intanto, e con ragione, i Fiorentini dell'insaziabil ambizione di questo principe, condussero al loro soldo cinquecento lancie. Trattavasi in questi tempi in Venezia di convertire in una pace la tregua dianzi stabilita fra esso duca e i collegati suoi avversarii. Il duca, mostrandosi sempre voglioso della medesima, condusse nondimeno sì destramente i suoi affari, che con buone condizioni la conchiuse nel dì 21 di marzo, e fu questa poi pubblicata nel dì 11 d'aprile [Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]. Svantaggiose furono le condizioni d'essa per li Fiorentini; ma convenne loro accettarla qual era, per non potere di più. E fin qui era stato detenuto prigione in Faenza il marchese Azzo Estense, già preso nella rotta di Porto. Faceva Astorre de' Manfredi signore di quella città costar ben caro a Niccolò marchese la custodia di questo importante prigioniere, non cessando mai di domandar danari e di minacciare. Stanchi i Ferraresi di questa musica, allorchè Gian-Galeazzo figliuolo d'esso Astorre in compagnia della moglie di Carlo Malatesta passava travestito in nave per Po, il presero nel dì 3 di giugno, e il condussero nel castello di Ferrara [Matthaeus de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic.]. Grandi smanie e lamenti fece per questo a Milano e a Venezia Astorre. Interpostisi finalmente i signori veneziani, fu pattuito che Astorre consegnasse al senato veneto il marchese Azzo da mandarsi a' confini in Candia, pel cui sostentamento il marchese pagasse annualmente tre mila fiorini d'oro. Con ciò il figliuolo d'Astorre, menato a Venezia, fu rimesso in libertà nel dì 23 di agosto. Mancò di vita in quest'anno Antonio Veniero doge di Venezia nel giorno 23 di novembre [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.], e in luogo suo fu sublimato a quella dignità Michele Steno.
Per la morte data dai Bolognesi nel precedente anno a Giovanni conte di Barbiano e ad altri di quella casa, non potea darsi pace il vecchio conte Alberico da Barbiano, soprannominato il gran contestabile, e celebre condottier d'armi in questi tempi [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. eod.]. Era egli ai servigi del duca di Milano, e da lui impetrò un corpo di armati per voglia di vendicarsi. Ma contra de' Bolognesi ragion volea che no, perchè era stata abbattuta la fazione, da cui furono condannati alla morte i signori da Barbiano, e dominava allora la contraria. Lo sdegno dunque d'Alberico si rivolse contra di Astorre de' Manfredi signor di Faenza, ad istigazione di cui i suoi parenti lasciarono il capo sul palco. Gli stessi Bolognesi, che aveano preso per loro generale Pino degli Ordelaffi signor di Forlì, si collegarono col conte Alberico, e fecero viva guerra ad Astorre per tutto quest'anno, e tennero bloccata la città di Faenza, avendo ivi piantata una bastia. Un bel che fare avrebbe chi prendesse a descrivere tutte le rivoluzioni seguite in quest'anno nella troppo facilmente tumultuante città di Genova. A me basterà di accennare [Georg. Stella, Annal. Gen., tom. 17 Rer. Ital.], che, mossa sedizione da una parte di quel popolo contra di Colardo governatore pel re di Francia nel dì 12 di gennaio, tal paura gli fecero, che se ne fuggì a Savona. Fu eletto per governatore Batista Boccanegra con titolo di capitan delle guardie del re di Francia; eppure egli si diede a far guerra al castelletto presidiato da' Franzesi. Presero per questo le armi gli Adorni ed altri nobili; e, prevalendo la loro fazione e possanza, dopo molti combattimenti, rimase abbattuto il Boccanegra, e a lui fu sostituito Battista de' Franchi Lusiardo nel grado di capitano. Non cessarono per questo le risse e sedizioni fra quei di Guarco, di Montaldo, gli Adorni e Campofregosi. Tuttavia tenne saldo il suo grado il suddetto Batista fino al fine dell'anno presente. Videsi intanto comparire a Venezia Manuello Paleologo imperador de' Greci, che fu ivi con rara magnificenza accolto. Passò a Padova [Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.], dove con grande onore incontrato da Francesco da Carrara e da Niccolò marchese di Ferrara, che s'era apposta portato colà, se n'andò poscia a Pavia [Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.] a trovare Gian-Galeazzo Visconte duca di Milano, e di là poi si trasferì in Francia. Il motivo del suo viaggio era per chiedere soccorso ai principi cristiani d'Occidente contro la potenza dei Turchi, la quale minacciava oramai lo sterminio totale all'imperio de' Greci. Poco profitto ne ricavò egli. Sua fortuna fu che il gran Tamerlano imperador dei Tartari il liberò dall'oppressione di Baiazette imperador de' Turchi. L'anno ancora fu questo [Gobelinus. Theodericus de Niem. S. Antonin., et alii.], in cui contra di Venceslao re de' Romani si sollevò buona parte degli elettori e de' principi dell'imperio. Era egli venuto in disprezzo a tutti, non avendo mai atteso ad altro che ad imbriacarsi fra continui banchetti, perduto nell'amore d'una mulinaia, sprezzatore d'ogni legge, e solito per leggeri motivi a far morire persone di merito, e fin dei vescovi. Perciò fu presa la risoluzion di deporlo come persona inetta al governo. Si pretendeva ch'egli avesse pregiudicato all'imperio col creare duca di Milano Gian-Galeazzo Visconte, e molto più per avere abbandonata l'Italia, permettendo che esso duca l'andasse a poco a poco ingoiando. Papa Bonifazio IX anch'egli si dichiarò contra di lui, perchè non si dava pensiero alcuno, come protettor della Chiesa, per estinguere lo scisma. Fattene anche varie doglianze dagli elettori al papa, l'avea questi più volte paternamente ammonito a mutar vita; ma, vedendo che predicava al deserto, finalmente lasciò in libertà gli elettori di provvedere, come avessero creduto il meglio. Pertanto, dopo le citazioni, nel dì 20 d'agosto raunati i principi, esposero la dappocaggine e tutti gli altri di lui reati, e poscia vennero alla sentenza della deposizione, con eleggere in sua vece re de' Romani Federico duca di Brunsvich, il quale non giunse alla corona germanica, perchè da una congiura gli venne tolta la vita. Si passò all'elezione d'un altro, e questa cadde in Roberto conte Palatino del Reno e duca di Baviera, principe valoroso e ben degno di quella carica. Era egli nipote di Lodovico il Bavaro. Venceslao, saputa la sua deposizione, come era d'animo abbietto, benchè molti seguitassero a tenere per lui, e massimamente in Italia il duca di Milano, pure si ritirò nel suo regno di Boemia, continuando a menar la vita di prima. Per le sue tirannie fu dipoi posto dai Boemi in prigione nel 1403. Fuggito di là, ebbe maniera di ricuperare il regno, in cui commise nuove crudeltà, finchè nell'anno 1418 morì d'apoplessia, da niuno compianto, e abborrito da ognuno.
MCCCCI
| Anno di | Cristo mcccci. Indizione IX. |
| Bonifazio IX papa 13. | |
| Roberto re de' Romani 2. |
Il secolo quintodecimo, a cui do ora principio, noi lo vedremo non meno agitato dalle guerre e rivoluzioni, che i barbarici precedenti. Tuttavia per due capi, cioè per le lettere e per la milizia, lo troveremo differente dai finora scorsi, e molto superiore ai medesimi. Non v'ha dubbio che nell'antecedente secolo cominciarono le buone lettere, troppo depresse in addietro, ad alzare il capo, e massimamente si ravvivò la lingua latina. Contribuì allora a ciò non poco Francesco Petrarca, uomo singolare, colle sue opere latine. Ho io parimente dato alla luce le Storie di Ferreto Vicentino, e di Albertino Mussato Padovano, che non aspettarono il Petrarca a lavorar con istile non disprezzabile le loro storie. Sopra tutti meritano attenzione le opere di Pietro Paolo Vergerio Justinopolitano, il seniore, che per l'eloquenza son tuttavia assaissimo da prezzare. Ma in questo secolo quintodecimo si dilatò sì fattamente lo studio delle lettere in Italia, che n'uscirono uomini per letteratura famosi, dei quali anche oggidì ammiriamo il sapere. Tanta è la copia d'essi, ch'io non mi metto a rammentarne neppur uno. Quello che specialmente cominciò a spronar gl'Italiani fu la venuta a Venezia sul fine del precedente secolo, e il passaggio dipoi a Firenze di Manuello Crisolora fuggito da Costantinopoli, il quale ben salariato si diede ad insegnare alla gioventù la lingua greca; e questa maggiormente accese lo studio della latina. Dagli Italiani susseguentemente impararono gli altri regni cristiani. Similmente nacquero nel presente secolo molti insigni uomini, che poscia ristorarono e perfezionarono la pittura, cioè Leonardo da Vinci, Pietro Perugino, Michel Angelo Buonarroti, Tiziano, Andrea del Sarto, Antonio Allegri detto il Correggio, Rafaello d'Urbino, ec. Per conto della milizia abbiam veduto che nel precedente secolo gl'Italiani costituirono il nerbo maggiore delle lor forze ed armate nella cavalleria straniera. Calavano allora a truppe i Tedeschi ed altri oltramontani, chiamati, o spontanei, in Italia, ben sicuri di trovar soldo o dai principi o dalle città libere. Ma s'è anche veduto quanto grande fosse l'avarizia loro, quanto poca la fede; e il maggiore di tutti i mali, fu lo aver essi introdotte le maledette compagnie di masnadieri, che sì lungamente afflissero le nostre contrade. Conobbero infine gl'Italiani di avere anch'essi mani, coraggio ed armi; e, lasciati andar gli stranieri, divennero agguerriti, ed ebbero capitani e generali di rara maestria e valore nel mestiere delle armi. Spezialmente in questi tempi fioriva Alberico conte di Barbiano, dianzi gran contestabile del regno di Napoli, dalla cui scuola uscirono altri insigni capitani. Così abbiam veduto Jacopo del Verme, Biordo e Broglia e Carlo Malatesta, che morì di peste nel precedente anno in Empoli. E qui conviene far menzione di Sforza degli Attendoli, nato in Cotignola della Romagna [Corio, Istoria di Milano.] nell'anno 1369 a dì 10 di giugno. Il Bonincontro [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], il padre Bonoli [Bonoli, Istoria di Lugo.] ed altri non pochi scrivono, essere stata nobile la casa degli Attendoli onde egli uscì. Ma può restar del sospetto, che se gli attribuisse questa nobiltà, dappoichè egli, fu col suo valore salito in alto, e tanto più dappoichè Francesco suo figliuolo, anche più insigne nelle armi del padre, giunse a conquistare il ducato di Milano. Antica tradizion certo fu, ch'egli, zappando la terra, ed invitato da alcuni al mestiere delle armi, gittasse la zappa sopra una quercia, per prenderne augurio; se calava, di seguitar nel suo esercizio, e se restava nell'albero, di abbracciar la milizia. Non cadde la zappa, ed egli marciò alla guerra, dove per le sue violenze gli fu posto il soprannome di Sforza; e già in questi tempi avea cominciato ad acquistarsi il nome di valente guerriero, e comandava ad una squadra d'armati. Per testimonianza del Giovio, i suoi posteri Sforzi duchi di Milano non credeano falsa tal tradizione; e da qui a non molto noi vedremo esso Sforza nominato dai Romani villano da Cotignola. In questo medesimo anno, trovandosi esso Sforza al servigio dei Fiorentini con cento cinquanta uomini d'armi in San Miniato, Lucia Trezania, tenuta da lui per moglie di coscienza, ma poi ripudiata, partorì a' dì 23 di luglio Francesco figliuolo di lui, che col tempo fu gloriosissimo duca di Milano. Questo basti per ora.