Abbiamo dal Rinaldi [Raynaldus, Annal. Eccles.] che circa questi tempi papa Bonifazio, portato alla clemenza, ricevette in sua grazia Giovanni e Niccolò dalla Colonna, che colla corda al collo gli chiesero perdono. Lo stesso fece con Giacobello Gaetano figliuolo del defunto Onorato conte di Fondi, cioè di un gran nemico di esso papa, confermandogli alcuni feudi già spettanti alla sua casa nello Stato pontifizio. Ma l'avversario suo, cioè l'antipapa Benedetto, che tuttavia era sequestrato nel palazzo, ossia castello di Avignone, ebbe maniera in quest'anno di guadagnare Lodovico duca d'Orleans reggente del regno. Questi riconciliò con lui i cardinali del suo partito, che l'aveano dianzi abbandonato per le sue crudeltà contro la città d'Avignone. Ratificò in tal congiuntura Benedetto le promesse fatte già di deporre il preteso papato, se così richiedeva il bisogno della Chiesa; e con ciò pare ch'egli riacquistasse la libertà. Ma, secondo altri atti, la sua liberazione succedette nell'anno 1403. Attese in questi medesimi tempi [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.] Ladislao re di Napoli a domar que' baroni che restavano ribelli alla sua corona. All'uscita d'aprile cavalcò coll'esercito in Calabria, e ridusse all'ubbidienza sua tutte quelle terre, a riserva di Cotrone e di Reggio, che Niccolò Ruffo conte di Catanzaro consegnò alle genti di Lodovico d'Angiò, con andarsene dipoi in Provenza. Ma Ladislao tanto poi fece, che espugnò i Franzesi, ed ebbe tutto. E perciocchè morì l'almirante di casa Marzano, stato in addietro suo nemico, si volse con gl'inganni a distruggere quella casa, e sotto colore di un matrimonio trasse nella rete Goffredo figliuolo di esso almirante, con torgli Tiano, Alife e il ducato di Sessa. Aggiugne il Bonincontro [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.] che in questo medesimo anno Ladislao cacciò da Amalfi Ruggieri Britanno, che avea occupato quel paese; ricuperò tutto l'Abruzzo; e poi, dimentico de' benefizii a lui compartiti da Dio, quantunque i Sanseverini si fossero uniti con lui, ed avessero mirabilmente contribuito a rimetterlo in Napoli, pure perchè gli erano stati contro in addietro, prese Tommaso ed alcuni altri di essi, e li cacciò in prigione. Un pari trattamento fece al duca di Venosa e al vescovo di Biseglia. Che mal verme fosse Ladislao, di qui si può cominciar a comprendere. Ma negli Annali di Forlì [Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.] l'oppressione de' Sanseverineschi vien rapportata all'anno 1404. E conviene aver pazienza se non si possono con ordinata cronologia riferire i fatti del regno di Napoli. Appena s'udì l'elezione di Roberto di Baviera re dei Romani, coronato in quest'anno, correndo la festa dell'Epifania, in Colonia da quell'arcivescovo Federigo, e traspirò l'inclinazione sua di calare in Italia contra di Gian-Galeazzo duca di Milano [Gatari, Istor. Padov., tom. 17 Rer. Ital. Delayto, Chron., tom. 18 Rer. Ital. Amm., Ist. Fior., lib. 16.], che i Fiorentini gli spedirono ambasciatori a confortarlo e sollecitarlo a questa impresa. Al pari di loro, anche papa Bonifazio si studiò di muoverlo, siccome irritato contro il duca per l'occupazione da lui fatta di Perugia, Assisi ed altre terre della Chiesa. Si accordarono i Fiorentini di pagargli ducento mila fiorini d'oro, cioè cento mila allorchè fosse sboccato in Italia l'esercito di lui, e il resto in altre rate. Ben volentieri, ed apertamente, Francesco da Carrara signore di Padova, e segretamente i Veneziani aderirono a questa lega. Ma Niccolò Estense marchese di Ferrara, lungi dall'entrare in questo ballo, nel mese di settembre, accompagnato da molta nobiltà e genti d'armi in numero di quattrocento cinquanta cavalli, andò a Pavia a visitare il duca di Milano, che l'accolse con molto onore e finezze: cosa che ingelosì non poco i Veneziani, e fu cagione che parlassero alto coi ministri dell'Estense, il quale seppe tenersi neutrale in quelle scabrose contingenze. Sul principio d'ottobre fu a Trento Roberto re de' Romani con bella gente di armi, e andò ad unirsi seco colle sue ancora Francesco da Carrara, il quale fu creato capitan generale di tutta l'armata. Avea già spedito Roberto le lettere circolari, significando a' principi la sua venuta per prendere la corona d'Italia, e intimando al duca di Milano di dimettere tutte le città dell'imperio indebitamente da lui possedute. Gian-Galeazzo gli mandò per risposta, che nol conoscea per nulla, essendo Venceslao legittimo re de' Romani, ed esso Roberto un usurpatore. Intanto accrebbe l'esercito suo, e lo spedì ai confini de' suoi Stati, col mettere specialmente un grosso presidio in Brescia, comandato da Facino Cane e da Ottobon Terzo.
A quella volta appunto per disastrosi cammini calò, dopo la metà d'ottobre, l'armata di Roberto, con cui erano ancora il burgravio di Norimberga e Leopoldo duca d'Austria. Già si erano ribellate al Visconte alcune valli del territorio bresciano. Nell'esercito del Visconte, oltre ai suddetti due capitani, si contavano Teodoro marchese di Monferrato, il conte Alberico di Barbiano, Carlo Malatesta, Galeazzo da Mantova, Taddeo del Verme ed altri capitani. Molte scaramuccie si fecero con danno per lo più de' Tedeschi; ma nel dì 21 d'ottobre si venne quasi ad un general fatto d'armi, in cui restò scavalcato e prigione il duca d'Austria, colla morte e prigionia di molte centinaia di Tedeschi, comparendo superiore ad essi la bravura ed arte della milizia italiana. E se non era Jacopo da Carrara figliuolo di Francesco signor di Padova, in piena rotta andava tutto il campo di Roberto. L'essere stato rilasciato il duca d'Austria da lì a tre giorni, fece insorgere sospetti ch'egli avesse maneggiato cogli uffiziali del Visconte qualche trattato contra de' Carraresi; di modo che questi si ritirarono colle lor genti, e nel dì 6 di novembre giunsero in salvo a Padova. Roberto anch'egli marciò alla volta di Trento, dove si partì da lui in discordia il suddetto duca coll'arcivescovo di Colonia [Sozomenus, Annal., tom. 16 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]. Son di parere altri storici che la ritirata di Roberto procedesse da timore per la fiera spelazzata che gli era toccata nel precedente conflitto. Certamente non mostrò egli gran perizia nell'arte della guerra, nè seppe profittar punto delle forze sue, benchè superiori a quelle del Visconte. Da Trento venne poscia Roberto a Padova, e vi entrò con tutta la sua baronia nel dì 18 di novembre. Trasferissi di là a Venezia nel dì 10 di dicembre, accompagnato dal signore di Padova. Di grandi consigli si tennero quivi coll'intervento degli ambasciatori fiorentini, per continuar la lega e la guerra contro il duca di Milano. Ma Roberto dimandava danari, e i danari ostinati non voleano venire [Mutius, Histor. Germ., lib. 26.]: però non si trovava maniera d'accordo fra essi contraenti. Sino al fine dell'anno si fermò in Venezia Roberto. Regnò ancora in quest'anno la confusione in Genova, troppo essendo avvezzi que' cittadini e i distrettuali ancora alle gare e sedizioni [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]: finchè nel dì ultimo d'ottobre colà arrivò Giovanni il Meingle, soprannominato Bucicaldo, maresciallo del re di Francia, personaggio di mirabil vivacità e franchezza, a ripigliar le redini di quel governo. Seco condusse circa mille uomini d'armi, e fu accolto con grande onore. Fattesi egli tosto consegnar quelle fortezze che erano in mano de' Genovesi, nel dì 2 di novembre chiamò a sè Batista Boccanegra e Batista dei Franchi Lusiardo e dopo averli messi sotto guardia, li sentenziò a morte, perchè avessero usurpata la rettorìa della città senza licenza del re ne' passati tumulti. La sentenza fu eseguita ad un'ora di notte nella piazza del pretorio contra del Boccanegra, a cui fu mozzato il capo. Dovea farsi lo stesso del Lusiardo, già spogliato e colle mani legate; ma perchè si vide qualche movimento nel popolo accorso, e a ciò teneano gli occhi i soldati franzesi, il Lusiardo, che se la vide bella, alzatosi e cacciatosi nella folla, ebbe la fortuna di salvarsi. Bucicaldo in collera fece subito tagliar la testa a quell'ufficiale che ne dovea aver cura. E questo buon cavallerizzo seppe in breve domar così bene quegli sbrigliati cavalli, che tornò in Genova e nel territorio la pace, ed ogni terra ubbidì, eccettochè Monaco posseduto da Lodovico Grimoaldo, ma che vedremo ricuperato da esso Bucicaldo nell'anno seguente, nel quale ancora sappiamo aver egli tolte le armi a tutti i cittadini di Genova, senza che si udisse tumulto alcuno: tanta paura si avea di lui.
Prima di questi avvenimenti fu in Bologna gran mutazione [Matth. de Griffon., Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod. Delayto, Annal., tom. eod.]. Gareggiavano fra loro in quella città Giovanni Bentivoglio e Nanne de' Gozzadini, cadaun d'essi aspirando alla signoria della città. L'accorto Bentivoglio, per rinforzare il suo partito, fece nel mese di febbraio entrare in città tutti gli amici del fu Carlo Zambeccari della fazion maltraversa, che erano confinati. Segretamente ancora si procacciò il favore del duca di Milano e de' suoi parziali. Con tal disposizione levato rumore nel dì 14 di marzo, si fece proclamar signore di Bologna. Allora fu che il duca si credette di aver da lì innanzi un fedele amico in esso Bentivoglio, e gli spedì ambasciatori per far lega con lui, ed egli acconsentì. Ma seppero dipoi tanto picchiargli in testa gli ambasciatori de' Fiorentini, rappresentandogli il pericolo d'essere divorato dal non mai contento duca, ch'egli si gittò nelle loro braccia e strinse lega con essi. Di questo si offese non poco il Visconte, ma siccome volpe vecchia dissimulò lo sdegno, con ordinar nondimeno al conte Alberico di Barbiano e ad Ottobuon Terzo che andassero in Romagna, e trovassero pretesti di guerra contra dei Bolognesi. Il pretesto fu, che il Bentivoglio si fosse accordato con Astorre signor di Faenza e nemico del conte Alberico. Fecero dunque essi delle scorrerie sul territorio bolognese nel giugno, menando via gran quantità di bestiame e prigioni. Poscia, sbrigato che fu dalla guerra col re Roberto, ritornò esso conte Alberico sul Bolognese, e ripigliate le ostilità, s'impadronì del castello e della rocca di Dozza. Nanne e Bonifazio de' Gozzadini, per sospetto della lor vita, si ritirarono a Ferrara, e furono banditi. In Pistoia nell'anno presente [Sozomen., Chron., tom. 16 Rer. Ital.] Ricciardo de' Cancellieri, ribellatosi alla patria, prese il castello della Sambuca; ed assistito dal duca di Milano, a cui facea sperare il dominio di quella città, diede il guasto a tutta quella contrada. Ma i Fiorentini colle lor forze sturbarono i progressi del medesimo Ricciardo. Abbiamo dagli Annali di Milano [Annales Mediolan., tom. eod.] che in questi tempi Gian-Galeazzo duca, per sostener la guerra poco fa descritta, caricò sì spietatamente i suoi sudditi di taglie e prestiti, che molti, non potendo sostener tanti pesi, andarono raminghi pel mondo, oppure venivano imprigionati, e dai soldati erano occupati i lor beni. Perciò gemiti ed urli s'udivano fra tutti quei popoli. E tali per lo più son le glorie dei principi conquistatori.
MCCCCII
| Anno di | Cristo mccccii. Indizione X. |
| Bonifazio IX papa 14. | |
| Roberto re de' Romani 3. |
Nulla di particolare abbiamo in questo anno delle azioni di papa Bonifazio IX, sennonchè egli fece lega coi Fiorentini contra dello Stato di Milano [Sozomenus, Chron., tom. eod.], e Giannello suo fratello con mille e cinquecento lancie andò all'assedio di Perugia; ma Ottobuon Terzo colle soldatesche del duca di Milano il fece tornar indietro con poco suo gusto. Nè altro sappiamo del re Ladislao [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.], fuorchè l'aver egli contratto matrimonio con una sorella del re di Cipri appellata Maria, gentile e savia signora, che giunse a Napoli nel dì 12 di febbraio con accompagnamento nobile di Cipriotti. Furono perciò fatte solenni giostre ed altre magnificenze in quella regal città. Dimorò per qualche tempo il re de' Romani Roberto in Venezia, disputando co' Fiorentini del danaro ch'egli si doleva di non avere ricevuto secondo i patti, ed esigendone dell'altro, se dovea continuare a tener le sue armi in Italia [Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.]. Perchè non andavano a suo verso gli affari, e gli ambasciatori fiorentini s'erano ritirati, anch'egli, imbarcatosi sopra una galea sottile, se n'andò colla sua famiglia a Tisana. Assai nondimeno premeva alla signoria di Venezia di tener in Italia questo principe per contrapporlo alla smoderata potenza del duca di Milano. Fattolo perciò ritornare a Venezia nel dì 9 di gennaio, ottennero che i Fiorentini pagassero nuovi danari; laonde, parendo già fissata la sua permanenza in Italia, nel dì 29 del suddetto mese venne a Padova, e volle, per maggior sua sicurezza, prendere alloggio nel castello. Ma perciocchè i Fiorentini per loro imbrogli in Toscana, e per li bisogni del signor di Bologna, che era più che mai infestato da Alberico conte di Barbiano, non poteano unir con lui le proprie forze, nè si sentivano di voler sostenere colla sola lor borsa il peso di un sì dispendioso aiuto, e perchè neppure in Germania erano quiete le cose: il re Roberto in fine a dì 13 d'aprile congedatosi in Padova, e ritornato a Venezia, dopo qualche giorno s'imbarcò, e tornossene al suo paese, lasciando in Italia un misero concetto del suo nome e valore. Allora si slargò forte il cuore a Gian-Galeazzo Visconte, vedendosi tolto d'attorno un tal contradittore, e tosto s'applicò ad eseguire i disegni già conceputi contra di Giovanni Bentivoglio signor di Bologna, a cui dava il nome d'ingrato. Fin sul bel principio di quest'anno aveano cominciato gli affari d'esso Bentivoglio a prendere cattiva piega [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. eod.]. Era entrato nel dì 29 di gennaio in quel territorio il conte Alberico con cinquecento lancie; altre schiere condotte da Marcoardo dalla Rocca si aggiunsero alle sue, e con loro parimente si unirono Bonifazio e Nanne de' Gozzadini. S'impadronirono essi per trattato nel dì 31 della Pieve di Cento, e poscia della rocca. Fu seguitato l'esempio di questa terra da Massumatico, San Prospero, Galiera, Vergà ed altre terre. Anche San Giovanni in Persiceto nel dì 3 di febbraio si ribellò gridando: Viva la libertà. Questo popolo dipoi nel dì 8 di marzo chiamò il Bentivoglio a parlamento, mostrando disposizione di far patti con lui. V'andò egli con due suoi capitani. I patti furono, che contra di lui spararono due bombarde, l'una delle quali uccise il cavallo a lui, e l'altra Scorpione suo capitano. Acclamò poscia esso popolo per loro signori Pandolfo e Malatesta de' Malatesti. Fortuna ebbe bene esso Bentivoglio nel dì 15 di febbraio di rompere il corpo di gente comandato da Marcoardo dalla Rocca e da Alberto Pio, e di far prigioni que' due capitani; ma un nulla fu questo al suo bisogno.
Avendo egli intanto implorato l'aiuto de' Fiorentini, questi gli mandarono Bernardone lor capitano con alcune centinaia di fanti e cavalli. Francesco da Carrara [Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.] anch'egli inviò loro cinquecento fanti, bella gente e ben armata, ed anche trecento cavalieri condotti da Francesco Terzo e Jacopo suoi figliuoli. Andrea Gataro [Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.] scrive, avere il signore di Padova spedito colà mille e cinquecento cavalli e trecento fanti; ma è ben più probabile il primo racconto. Comunque sia, poco era questo in paragon delle forze del duca di Milano, nel cui poderosissimo esercito, composto di otto mila cavalli e cinque mila fanti, ed altri dicono molto più, comparvero Francesco Gonzaga signor di Mantova, Carlo, Pandolfo e Malatesta de' Malatesti, Antonio del Verme, il conte Alberico da Barbiano, Jacopo e Taddeo del Verme, Ottobuon Terzo, Facino Cane, ed altri rinomati capitani, i quali tutti concorsero a dare il generalato al vecchio conte Alberico, che potea essere maestro di ognuno nell'arte della guerra. Nel dì 22 di maggio entrò sul Bolognese l'armata duchesca, inferendo quei danni che suol fare la militar licenza anche senza l'ordine de' comandanti, facendo vista il Gonzaga e i Malatesti di far eglino quella guerra a nome proprio, e non già del duca di Milano. Avea postato Giovanni Bentivoglio le sue genti a Casalecchio, affinchè non fosse tolta l'acqua del canale di Reno alla città. Trasse colà anche l'esercito nemico, e nel dì 26 di giugno seguì fra loro un terribil fatto d'armi colla sconfitta de' Bolognesi, restando prigione di Facino Cane Bernardone generale de' Fiorentini e Francesco Terzo da Carrara, e del signore di Mantova Jacopo altro legittimo figliuolo del signore di Padova, oltre a Sforza Attendolo, Tartaglia e moltissimi altri. Per questa rotta il popolo di Bologna prese le armi contra del Bentivoglio, ed, occupate le porte [Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.], lasciò entrare non solamente i fuorusciti nemici di lui, ma anche i capitani del Visconte con alcune brigate d'armati. Essendo nascosto Giovanni Bentivoglio, fu nel dì 28 scoperto, e condotto alla piazza, restò vittima del furore di quel popolo, il quale non tardò ad acclamare per suo signore il duca di Milano, perchè non potea di meno; e fu poi questa elezione solennemente confermata a dì 10 di luglio nel general consiglio di quella città. Poco stette il duca ad ordinare che ivi si fabbricasse una cittadella. Gran danno e scontento n'ebbero i Bolognesi. Se a questa nuova restassero storditi i Fiorentini, facile è l'immaginarselo. Già si vedeano quasi da ogni lato circondati dal Biscione, padrone della Lunigiana, di Pisa, Siena, Perugia e Bologna. Scrive il Corio [Corio, Istoria di Milano.] che dopo la presa di questa città inviò il duca in Toscana il conte Alberico con dodici mila cavalli e diciotto mila fanti, che strinsero d'assedio la città di Firenze. Aggiugne l'autore della Cronica di Bologna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.] che nel dì 23 d'agosto fu sconfitta la gente d'esso duca dai Fiorentini. Ma di ciò nulla parlando il Delaito, il Poggio, l'Ammirato ed altri scrittori; anzi scrivendo essi che lo scaltro duca, per mostrar la sua moderazione, tosto trattò di pace e lega con Firenze, non è da prestar fede in ciò allo storico milanese. Nè si vuol tacere, che, condotto prigione da Facino Cane Francesco Terzo da Carrara [Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.], allorchè fu in Parma, aiutato da un suo conoscente, ebbe la fortuna di fuggire, calandosi giù per le mura. Jacopo suo fratello prigioniere di Francesco Gonzaga fu menato a Mantova. Quantunque suo padre offerisse di riscatto cinquanta mila fiorini d'oro, il Gonzaga, dimentico dei servigi a lui prestati dalla casa di Carrara nella precedente guerra, stava saldo in volerne cento mila. Molto meno costò al Carrarese la liberazion del figliuolo; perciocchè concertato tutto con genti fidate, allorchè Jacopo un dì giocava alla palla in sito diviso dal lago da un muro, siccome era suo costume, uscì per un portello a pigliarla. Quivi, entrato in una barca preparata, che velocemente il condusse fuori del lago, trovò al lido dodici cavalle corridore, tenute da dodici uomini a cavallo, che l'aspettavano. Con queste arrivò egli sano e salvo nel dì 23 di novembre a Padova, e recò un'incredibil allegrezza al padre.
In questo auge di gloria e potenza ora si trovava Gian-Galeazzo Visconte duca di Milano; ma siccome nulla è di stabile nelle umane cose, venuta la peste a Pavia, egli si ritirò a Marignano sul Lambro. Quivi, preso da malattia, nel dì 3 di settembre in età di cinquantacinque anni pagò il debito della natura; nè mancò chi sospettasse i Fiorentini autori di sua morte col veleno. Fu questo principe di gran mente ed astuzia, amatore della vita ritirata, magnanimo, clemente e glorioso agli occhi del mondo per le sue tante conquiste. Altre sue belle qualità sono riferite negli Annali di Forlì [Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.]. S'egli maggiormente fosse vivuto, le disposizioni certamente erano ch'egli avrebbe steso molto più oltre i confini del suo dominio, giacchè cotanto era cresciuta la di lui potenza; e la febbre dei conquistatori, così pregiudiziale a' propri ed altrui sudditi, gli stava troppo fitta nel cuore. Dal testamento e da' codicilli suoi, il compendio de' quali vien riferito dal Corio [Corio, Istoria di Milano.], si raccoglie, aver egli lasciato col titolo di duca a Gian-Maria suo primogenito Milano, Cremona, Como, Lodi, Piacenza, Parma, Reggio, Bergamo, Brescia, Siena, Perugia e Bologna. A Filippo Maria secondogenito legittimo lasciò con titolo di conte Pavia, Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Verona, Vicenza, Feltro, Belluno e Bassano colla riviera di Trento [Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]. A Gabriello suo bastardo, ma legittimato, lasciò Pisa e Crema. Andrea Biglia [Billius, in Hist., tom. 19 Rer. Ital.] non parla di Crema, e dice lasciatagli Pisa colla Lunigiana e Sarzana. Tralascio i suoi legati a cause pie. La solennità del funerale fatto al di lui cadavero nel dì 20 d'ottobre in Milano fu uno spettacolo de' più magnifici che mai si vedesse l'Italia. Vien descritto esso funerale da Andrea Gataro, dal Corio, ma specialmente da un opuscolo da me dato alla luce nel tomo decimosesto della Raccolta degli scrittori d'Italia. Alla morte di questo principe era preceduta una gran cometa visibile per tutta Italia; e chi si dilettava del vano e fallace mestiere d'indovinare l'avvenire, forse avea fatti i conti sulla di lui vita. Anzi scrivono che lo stesso duca da ciò intese vicina la sua chiamata per l'altro mondo. Certo, dappoichè fu morto, i più si fecero buonamente a credere che quel fenomeno celeste avesse indicata la di lui morte. Pretesero altri predetta la formidabil rotta data in questo anno da Timur Bech, da noi appellato Tamerlano, imperador dei Tartari, al ferocissimo Baiazette sultano de' Turchi, gran flagello della cristianità in Oriente, il quale, restato prigioniere del barbaro vincitore, fra le catene terminò poi la vita. Tutte visioni della buona gente, che fa de' somiglianti lunarii, mentre io scrivo, per una cometa che si vide nel febbraio di quest'anno 1744. Per quanto abbiamo dagli Annali di Forlì [Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], cessò di vivere in quest'anno a dì 20 di luglio Pino degli Ordelaffi, signore di Forlì, di Forlimpopoli e d'altre terre, e a lui succedette nel dominio Cecco suo fratello. Vien lodato esso Pino per molte sue belle doti, ed universalmente fu dai sudditi compianta la sua morte. In quest'anno ancora morì Scarpetta degli Ordelaffi.