Nel gennaio dell'anno presente [Corio, Istoria di Milano.] la duchessa di Milano, che si era ritirata in quel castello, fatti a sè venire con belle parole Antonio e Galeazzo Porri con Galeazzo Aliprandi, autori della passata sedizione, fece lor mozzare il capo. Ottenne ancora che si richiamasse il fuggito Francesco Barbavara, e tornasse a seder nel consiglio; ma poco vi durò costui, perchè di nuovo sbalzato si sottrasse colla fuga al pericolo della vita. Nel dì 28 di marzo seguì pace fra i Guelfi e Ghibellini di Milano, senza però vedersene quel buon frutto che si sperava, essendo continuate le gare in quella città e nel suo territorio. Peggio avvenne nel rimanente dello Stato [Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]. I principali condottieri d'armi che aveano servito al defunto duca, e doveano sostenere il novello, cominciarono cadauno a voler profittare nell'universale tempesta e naufragio. Questi erano Pandolfo Malatesta, Ottobuono de' Terzi da Parma e Facino Cane. Tutti dimandavano paghe e ricompense Vedeano [Redus., Chronic., tom. eod.] che Giorgio Benzone avea occupato Crema; Giovanni Picciolo, Bergamo, città che poi venne in potere de' Soardi e de' Coleoni. Ugo ossia Ugolino Cavalcabò, siccome già dissi, abbattuti i Ponzoni, s'era solo fatto padrone di Cremona. E perciocchè egli dipoi, nell'andare a Brescia, fu preso e carcerato da Astorre Visconte, Carlo Cavalcabò suo nipote nel dì 18 di dicembre prese la signoria di quella città. In quest'anno medesimo, se pur non fu nel precedente, Giovanni da Vignate s'era impossessato di Lodi. Tutto insomma andava a ruba, e da per tutto regnava la confusione. Si credeano quei condottieri di meritar molto più. Per ciò anche Facino Cane prese la signoria d'Alessandria e d'altre terre, facendo nondimeno vista di tenerle a nome del conte di Pavia. Pandolfo Malatesta insistè così forte, che la duchessa condiscese a cedergli Brescia in guiderdone de' suoi servigi, ed egli ne entrò in possesso. Scrivono altri che anch'esso colla forza ne occupò il dominio. Ottobuono de' Terzi neppur egli stette colle mani alla cintola. Collegatosi con Pietro de' Rossi, proditoriamente nel dì 8 di marzo entrò in Parma, e ne partì poi il dominio col Rossi. Ma di lì a poco, avendo escluso il collega, ne usurpò tutta la signoria per sè con gran dolore della fazion guelfa, che teneva per suo capo il Rossi. E perciocchè nel dì 16 uno di questa fazione uccise uno dei provvisionati di Ottobuono, questo fiero serpente co' suoi soldati sfogò il suo sdegno contro gli amici de' Rossi, senza neppure perdonare a donne, vecchi e fanciulli. Trecento e quattordici di quella fazione rimasero vittima del suo barbarico furore, e poi mandò que' cadaveri sopra delle carra ad una terra de' Rossi. Erasi già ribellata Piacenza al duca di Milano, e n'erano divenuti padroni gli Scotti. Portossi colà Ottobuono colle sue milizie, e con iscacciarne gli Scotti, ebbe in suo potere ancor quella città, eccettochè le fortezze, le quali tuttavia si tenevano pel duca di Milano. Fu invitato nel seguente aprile anche il marchese Niccolò Estense signor di Ferrara e Modena dai cittadini di Reggio, desiderosi di sottomettersi al placido di lui governo. Vi spedì egli le soldatesche sue sotto il comando di Uguccion de' Contrarii, di Sforza Attendolo, ch'egli avea preso ai suoi servigi, e d'altri valorosi capitani. Nel primo giorno di maggio quel popolo assediato levò rumore, e, prese le armi, si diede al marchese. Entrarono le sue genti in Reggio, formarono anche l'assedio della cittadella; ma ciò saputosi da Ottobuon Terzo, si dispose per soccorrer quella città, mostrando di farlo a nome del duca di Milano; e sotto questo colore s'impadronì ancora di quella città, dalla quale si ritirarono per tempo le milizie estensi. Nè tardò costui a far delle irruzioni e de' fieri saccheggi nel territorio di Modena. Ma fra gli altri gravissimi sconcerti del ducato milanese, orrido fu quello della discordia nata fra il giovinetto duca Giovanni Maria e Caterina duchessa sua madre, già figliuola di Bernabò Visconte. Ritiratasi questa a Monza, Francesco Visconte, allora prepotente, segretamente inviò colà gente armata, che introdotta nella notte del dì 15 d'agosto in quella nobil terra, prese la duchessa, la condusse nel castello di Milano, dove da lì a poco tempo diede fine alla vita, e comunemente fu creduto per veleno. Se v'ebbe parte il duca suo figliuolo, come alcuni vogliono, Dio non aspettò a punir questo gran misfatto nell'altra vita. Poco mancò che Pandolfo Malatesta, trovandosi colla duchessa in essa terra di Monza, non fosse anch'egli preso. Ebbe la fortuna di salvarsi scalzo sino a Trezzo, da dove poi si ridusse a Brescia. Forse la cessione a lui fatta di Brescia fu uno de' reati della duchessa medesima. Abbiamo da Sozomeno [Sozomenus, Chron., tom. 16 Rer. Italic. Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.] che anche il giovinetto Filippo Maria Visconte, che già vedemmo conte di Pavia, fu in questo anno carcerato da Zacheria potente cittadino di quella città. Prevalendosi di questo buon tempo anche Teodoro marchese di Monferrato, occupò ad esso Filippo Maria le città di Vercelli e Novara con altre terre del Piemonte. Alcune terre ancora vennero in potere del marchese di Saluzzo. Ecco dunque tutto in conquasso, anzi quasi affatto per terra la dianzi sì formidabil signoria de' Visconti.

Durava tuttavia l'odio di Alberico conte di Barbiano contra di Astorre dei Manfredi signor di Faenza, nulla men volendo che lo sterminio di lui [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Egli era divenuto più poderoso per l'acquisto di Castel Bolognese e d'altri luoghi di Romagna dopo la guerra di Bologna; e però, continuando le ostilità contra di lui, il ridusse a tale, che per non cadere in mano di questo inesorabil nimico, ceduta Faenza al cardinal Cassa legato di Bologna per venticinque mila fiorini d'oro, colle lagrime agli occhi si ritirò a Forlì sotto la protezione di Carlo Malatesta suo parente; poscia ad Urbino, dove abitò in molta povertà, perchè non colse il danaro promessogli dal legato, uomo per altri conti di poca fede. In Toscana [Ammirat, Istor. di Firenze, lib. 166. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.] i Fiorentini, veggendo in sì fiero scompiglio lo Stato de' Visconti, entrarono in isperanza di conquistar Pisa, massimamente per un secreto trattato che ivi aveano manipolato con alcuno di que' potenti cittadini. Signore allora di Pisa era Gabriello Maria Visconte figliuolo del defunto duca, ma uomo di poco senno, il quale, in vece di conciliarsi sul principio l'affetto del popolo, se ne tirò addosso l'odio a cagion delle sue estorsioni. L'armata de' Fiorentini andò fin sotto Pisa, ma, non essendosi fatto movimento alcuno in quella città, sfogò il suo sdegno contra del contado. Mirava, ciò non ostante, Gabriello Maria vacillante il suo dominio, senonchè gli facea coraggio Bucicaldo spinto da' Genovesi, anzi l'indusse a rendersi tributario del re di Francia, e a cedergli Livorno per godere della di lui protezione. E perciocchè i Fiorentini, di tal cessione avvisati da Bucicaldo, pareano farsi beffe delle sue minaccie, fece questi sequestrar tutte le loro mercatanzie esistenti in Genova, ed ascendenti al valore di cento cinquanta mila fiorini d'oro. Servì questo buon ripiego a far sì che i Fiorentini conchiusero una tregua col signore di Pisa. Aveano già i Sanesi [Bandin., Hist. Senens., tom. 20 Rer. Ital.] ricuperata in parte la lor libertà; ma solo in quest'anno pienamente se ne misero in possesso con licenziare Giorgio del Carretto governatore in addietro di quella città, e stabilirono pace coi Fiorentini. Ricuperarono dipoi molte delle loro castella, restando solamente guerra fra loro e i Salimbeni potenti cittadini e padroni di varie altre terre. Tanto poi fece in quest'anno il suddetto Bucicaldo governatore di Genova [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], che indusse buona parte di quel popolo a dare ubbidienza all'antipapa Benedetto; e se ne fece il pubblico atto nel dì 26 d'ottobre coll'intervento dell'arcivescovo, clero e popolo. Ma alcuni de' più timorati di Dio si assentarono per questo da Genova. Finì i suoi giorni nell'aprile dell'anno presente [Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.] Antonio conte d'Urbino, di Cagli e di Gubbio, signore di molta saviezza e valore. Ebbe per successore Guido Antonio suo figliuolo. Ma il più strepitoso avvenimento di quest'anno, tanto imbrogliato in Italia, fu la guerra mossa da Francesco da Carrara signore di Padova alle città del ducato di Milano, cioè a Vicenza e Verona. Moltissimi furono i fatti che esigerebbono un lungo filo di storia. Ne darò io solamente un breve compendio [Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]. Nel mese di gennaio i Vicentini condotti da Taddeo del Verme fecero un'irruzione sul Padovano fino a Tencaruolo. Ma uscito il Carrarese col suo popolo, li mise in rotta con farne prigione mille e ducento. Con sei mila cavalli dopo la metà di febbraio fu spedito contra di lui Facino Cane. Andatogli a fronte Francesco da Carrara, coi serragli e colle buone guardie il tenne a bada, tanto che, ottenuto di potersi abboccare con lui, seppe tanto dirgli colla giunta di un mulo carico di fiaschi di vino, ma creduti dai più ripieni di fiorini d'oro, mandatogli in dono, che Facino, mosso ancora dal fiero sconvolgimento delle altre città dello Stato di Milano, nel dì 20 di marzo se ne tornò indietro, per tentare anch'egli in suo pro qualche buona preda, siccome abbiam detto che succedette.

Preparossi dunque il Carrarese a portare negli Stati nemici la guerra, senza voler badare ad un'ambasceria dei Veneziani, che venne per trattare di pace.

A questo uffizio era mosso il senato veneto dagl'impulsi della duchessa di Milano, e insieme dal proprio interesse di Stato, non potendogli piacere che s'ingrandisse la casa di Carrara, in addietro sì nemica e nociva al suo dominio. Avea il signore di Padova seco Guglielmo bastardo della casa dalla Scala co' suoi figliuoli Brunoro ed Antonio, i quali teneano corrispondenze segrete co' Veronesi, non mai dimentichi e tuttavia amanti della casa Scaligera. Vuole Andrea Gataro che convenissero insieme intorno alle conquiste. Vicenza doveva essere del Carrarese, Verona dello Scaligero. Comunque sia, nel dì 30 di marzo mosse Francesco da Carrara l'esercito suo, con cui il genero suo Niccolò Estense marchese di Ferrara andò ad unir le sue milizie; e dopo aver tentato alquanti giorni l'acquisto del castello di Cologna, che fece gagliarda resistenza, e col tempo capitolò, nella notte precedente il dì 8 di aprile, si presentò alle mura di Verona, e parte per le scale, parte per due rotture introdusse le genti sue in quella città, gridando: Scala, Scala, viva messer Guglielmo dalla Scala. Ugolotto Biancardo e Bartolomeo da Gonzaga capitani del duca di Milano colla lor guarnigione si ritirarono nella cittadella, a cui fu immantinente posto l'assedio. Guglielmo dalla Scala, benchè fosse, se crediamo al Gatari, da molto tempo indisposto di salute, fu proclamato signor di Verona. Perchè non era ben fornita di viveri la cittadella, Ugolotto Biancardo capitolò poi la resa, se per tutto il dì 27 d'aprile non gli fosse venuto soccorso. Intanto nel dì 21 d'esso mese Guglielmo dalla Scala finì di vivere. Il Gatari scrive di morte naturale; ma i più credettero che il veleno datogli dal Carrarese gli abbreviasse la vita. In luogo suo furono eletti signori di Verona Brunoro ed Antonio suoi figliuoli. Nel qual tempo Francesco Gonzaga signor di Mantova occupò Ostiglia e Peschiera, terre del Veronese. Mentre queste cose accadevano in Verona, Francesco III primogenito del Carrarese andò col popolo di Padova a stringere d'assedio la città di Vicenza, sotto di cui seguirono tosto alcuni combattimenti con isvantaggio de' Vicentini. Ma sul più bello arrivò impensato accidente che disturbò tutta l'impresa. A nome della duchessa di Milano, che tuttavia comandava in questo tempo, era andato Jacopo del Verme a Venezia, per implorare il braccio di quella potente repubblica contra del Carrarese. La conclusione del trattato fu, che il Verme per aver gran somma di danaro da' Veneziani, ed affinchè Vicenza non venisse alle mani del Carrarese, fece una cessione di quella città ai signori veneziani. Vogliono altri che loro cedesse anche Verona, Feltro e Belluno. Per questa cagione, nel dì 25 di aprile ducento e cinquanta balestrieri veneziani, condotti da Giacomo da Tiene, ebbero maniera d'entrare nell'assediata Vicenza, dove inalberarono la bandiera di San Marco. Indi spedirono un trombetta a Francesco Terzo, per notificargli che Vicenza era data alla signoria di Venezia. Lasciò il Carrarese tornare costui nella città, con dirgli che non osasse più di venire senza salvocondotto: ma venuto egli di nuovo, senza essere munito di salvocondotto, fu, nel ritornare ch'egli faceva in Vicenza, ucciso: azione per cui si esacerbarono forte i Veneziani, e servì loro per titolo di far aspra guerra dipoi al signore di Padova. Nel dì 27 di aprile la cittadella di Verona si rendè a Francesco da Carrara, che vi mise dentro guarnigione sua, e non già degli Scaligeri, siccome disgustato con essi, perchè niun di loro avea voluto cavalcare a Vicenza, secondochè era ne' patti. Andossene dopo il Carrarese colle sue genti a trovare il figliuolo sotto Vicenza, con aver lasciato Jacopo, altro suo figliuolo, nella cittadella di Verona assistito da buon presidio. E già si preparava a dare un generale assalto a Vicenza, quando gli fu portata lettera della signoria di Venezia, in cui gli comandava di levare il campo di sotto a quella città, siccome dominio di San Marco. Benchè mal volentieri, anzi con rabbia immensa, egli ubbidì, e si ritirò colle sue genti a Padova. Mandò poscia a Venezia il marchese Niccolò d'Este per intendere in che disposizione fosse quella signoria contra di lui. Non ebbe il marchese per risposta se non delle amare parole, e delle minaccie contra del Carrarese, e a lui fu ordinato di ritornarsene a Ferrara. Scoprì intanto esso Carrarese, che i due fratelli Scaligeri aveano spediti ambasciatori a Venezia per far maneggi contra di lui in proprio favore. Scrisse a Jacopo suo figliuolo, lasciato a Verona, che glieli mandasse prigioni a Padova: comando che fu senza ritardo eseguito, ma che diede molto da dire entro e fuori di Venezia. Poscia verso il fine di maggio con accompagnamento magnifico passò a Verona, dove per amore e per forza si fece eleggere signore di quella nobil città. Nè volendo Francesco Gonzaga restituirgli Ostiglia e Peschiera, dicono che il Cararese tramò contro la vita di lui: la qual trama scoperta, incitò il Gonzaga a collegarsi dipoi coi Veneziani contra di lui.

Si trattò poi di pace, vi s'interposero anche i Fiorentini; ma nulla si potè conchiudere: così alte e scure erano le pretensioni de' Veneziani. Il perchè Francesco da Carrara, sapendo che Venezia da tutte parti assoldava genti, si determinò alla guerra e difesa con gran coraggio. Fu preso per generale dai Veneziani Malatesta de' Malatesti signore di Pesaro, che seco menò mille lancie; secento altre ne condusse Paolo Savello, oltre ad altri condottieri, e si diede principio ad una arrabbiata guerra [Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]. Grande era lo sforzo di gente d'armi che fece il senato veneto, tentando con tutte le sue forze di penetrar ne' serragli del Padovano. Mirabil era all'incontro la resistenza del signore di Padova, il quale, facendo conoscere a Niccolò marchese di Ferrara e al popolo ferrarese che la rovina sua si tirerebbe dietro quella de' vicini, tanto si adoperò che il trasse seco in lega; laonde anch'egli, preso al suo soldo il gran contestabile e Manfredi conte di Barbiano con quattrocento lancie, e messe in marcia le soldatesche sue proprie, andò in aiuto del suocero. La prima impresa che fece, fu di togliere ai Veneziani le terre del Polesine di Rovigo, loro impegnate negli anni addietro. Ma eccoti in armi anche il marchese di Mantova per fargli guerra, siccome collegato de' Veneziani. Funesto colpo fu questo al Carrarese, perchè l'obbligò a distraere le sue forze sul Veronese. Aveano le genti del Padovano racquistata Peschiera; ma il Gonzaga nel dì 30 d'agosto andò ad accamparsi intorno a quella terra. Saputosi in Verona che quella gente stavasene sprovveduta e con poca buona guardia, le milizie carraresi, condotte da Cecco di San Severino, all'improvviso giunsero colà, e sbarattarono quel campo colla presa di trecento uomini d'armi e di tutti i carriaggi. Ciò non ostante, esso Gonzaga coi rinforzi venutigli da Venezia cominciò a prendere le castella del Veronese; nè forze v'erano da impedirlo. Seguirono poi nel decorso di quest'anno varii sanguinosi incontri fra le armi venete e carraresi sul Padovano. Avendo Malatesta de' Malatesti generale de' Veneziani, non so se di sua o d'altrui volontà, rinunziato il baston del comando, se ne tornò a Pesaro, e in luogo suo eletto fu Paolo Savello. Assalirono poscia i Veneziani con grossa armata di navi le bastie che il marchese di Ferrara avea piantato a Santo Alberto, e le presero: locchè cominciò a far paura alla stessa Ferrara. Nè minor affanno diede la loro armata grande di terra alla città di Padova; perchè nel dì 17 di novembre, superati i serragli, entrò nel ricco Piovado di Sacco, e fece immensi bottini, con essere ancora rimasto ferito lo stesso Francesco da Carrara nel caldo di una zuffa [Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.]. Spedirono poscia i Veneziani sei mila tra cavalli e fanti verso Verona, i quali dopo una crudel battaglia furono disfatti da Jacopo da Carrara, colla prigionia di due mila e secento persone. Il Delaito, autore più esatto [Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.] del Gataro, fa molto minore di gente e di prigioni questo fatto. Così terminò l'anno presente, foriere al certo di maggiori disavventure a Francesco II da Carrara, per la esorbitante potenza de' suoi nemici.


MCCCCV

Anno diCristo mccccv. Indizione XIII.
Innocenzo VII papa 2,
Roberto re de' Romani 6.

Non fu men gravida di funeste guerre e rivoluzioni l'Italia in quest'anno che nel precedente [Raynaldus, Annal. Eccles. Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.]. Stavasene assai quieto papa Innocenzo nel palazzo vaticano, dove nel dì 12 di giugno fece la promozione di undici cardinali, tutte persone di merito. Ma non erano già quieti i Romani, irritati spezialmente da Giovanni dalla Colonna nemico del papa, e, quel che fu peggio, fomentati ancora da Ladislao re di Napoli, principe ambizioso, che ardea di voglia di ghermire la stessa città di Roma, con disegno di farsi strada alla corona imperiale. Mandò egli un corpo di cavalleria in aiuto di essi Romani [Leonardus Aretin., Hist. sui temp., tom. 19 Rer. Ital.], che tentarono di occupar Ponte Molle, dove era presidio pontifizio, e dipoi misero campo sotto castello Sant'Angelo. Gli Orsini tenevano la parte del papa. Seguirono alquanti combattimenti, e si progettò poi di far concordia. Andarono undici de' principali Romani a trattarne col papa, il quale, siccome uomo mansueto ed amator della pace, favorevolmente gli ascoltò e licenziò [Vita Innocentii VII, P. II, tom. 3 Rer. Italic.]. Ma ritornandosene costoro a casa, e passando davanti allo spedale di Santo Spirito, dove era alloggiato Lodovico dei Migliorati nipote del pontefice, ed uomo bestiale, colle soldatesche di Mostarda condottier d'armi, fece a sè venirli esso Lodovico, e con orrida crudeltà li fece tutti tagliar a pezzi, e gittar giù dalle finestre i loro corpi. Questo barbaro scempio avvenne nel dì 6 d'agosto. Siamo accertati da Leonardo Aretino [Leonardus Aretin., Hist. sui temp., tom. 19 Rer. Ital.], scrittore insigne, che si trovava allora nella corte di Roma, da Teodorico di Niem [Theodoricus de Niem, Hist.], dal Bonincontro [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], da Sozomeno [Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.] e da altri che quest'atto d'inumanità fu fatto senza menoma saputa, nonchè senza consenso del buon pontefice, placido e lontanissimo dal far sangue, e molto più da sì fatti eccessi. Allora il popolo romano diede campana a martello, ed infuriato si mise a perseguitar gli aderenti del papa, saccheggiò le lor case; e crebbe talmente il furore e la sollevazione, che il papa coi cardinali, per timor di sua vita, fu costretto a prendere nel dì 6 d'agosto la fuga, con ritirarsi a Viterbo. S'impadronirono affatto di Roma i cittadini, non volendo riconoscere Innocenzo per papa; diedero il sacco al palazzo pontificio, ed uccisero anche molte persone, massimamente dei cortigiani non fuggiti. Fu in questa occasione sollecito il re Ladislao a mandar gente a prendere il possesso di Roma [Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.]; e però nel dì 20 d'agosto ecco comparire nel portico di San Pietro il conte di Troia e conte da Carrara con molte squadre di Ladislao. Se l'ebbero a male i Romani, e misero tosto le sbarre al ponte di Sant'Angelo. Tutti poscia in armi impedirono valorosamente ai regnicoli il passare il ponte. Allora fu che Mostarda da Forlì bravo condottier di armi restò ucciso da Paolo ossia da Antonio Orsino. Finalmente con iscorno e danno se ne tornarono a Napoli quelle soldatesche; furono cacciati i Colonnesi e Savelli, e Roma restò in possesso del popolo. Ma castello Sant'Angelo, di cui era governatore Antonello Tomacello, si tenne all'ubbidienza d'esso re. Intanto Baldassare Cossa cardinale legato di Bologna tutto dì andava studiando le maniere di ricuperare le terre perdute della Chiesa [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Mosse primieramente guerra al conte Alberico gran contestabile, e al conte Manfredi da Barbiano. Gli addormentò con una tregua o pace fatta a dì 11 di marzo in castello San Pietro; ma perchè uomo pieno di cabale, prometteva molto ed attendeva poco, nel principio di giugno ripigliò la guerra contra di essi, e tolse loro alquante castella. Fece decapitare Cecco da San Severino, valente condottier d'armi, perchè non aveva eseguito un suo comandamento. Fatto anche venir con inganno a Faenza Astorre de' Manfredi, già signor di quella città, gli appose, oppure fece costare ch'egli menava trattati per rientrare in essa città, e gli fece nel dì 28 di novembre spiccar la testa dal busto. Morì in quest'anno [Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.] dopo lunga malattia a' dì 8 di settembre Cecco, cioè Francesco degli Ordelaffi, signore di Forlì, di Sarsina e d'altre terre, lodato da alcuni per suo valore e per l'amore della giustizia. Ma il Delaito [Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.] scrive che Cecco malato fu ucciso dal popolo, il quale s'era levato a rumore, e tolse di vita anche un giovinetto figliuolo di lui. Segno non è questo ch'egli godesse il concetto di molte virtù. Gli succedette nel dominio Antonio suo picciolo figliuolo; ma da lì a poco saltò in testa a quel popolo di governarsi a repubblica, ed eseguì il suo disegno. Corse colà nel seguente mese il cardinal Cossa col suo esercito, pretendendo d'ordine del papa la signoria di quella città. Virilmente gli fecero fronte i Forlivesi; laonde egli addormentò ancor questi con un trattato [S. Antonin., Par. III, tit. 22, cap. 4.], permettendo loro il governo coll'obbligo di pagare l'annuo censo alla camera apostolica.

Dacchè riuscì al prepotente regio governator di Genova Bucicaldo d'indurre quel popolo a levar l'ubbidienza a papa Innocenzo VII, per sottomettersi a Pietro di Luna, cioè all'antipapa Benedetto XIII, ardeva esso antipapa di voglia di far la sua comparsa in Italia [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Venne con questa intenzione a Nizza, dove si fermò finchè la stagione migliore gli assicurasse il viaggio, e finalmente per mare nel dì 26 di maggio arrivò a Genova. Un solenne accoglimento gli fu fatto da quel popolo per paura del governatore; poichè per altro i più teneano in lor cuore per vero papa il solo Innocenzo. Grandi cose volgeva in sua mente esso antipapa, soprattutto per iscreditare ed atterrare il suo avversario, spacciando sè stesso pronto alla cession del papato per riunire la Chiesa, ed Innocenzo all'incontro alieno dall'udir parlare di rinunzia. La verità si è, che nè l'uno nè l'altro aveano voglia di dimettere si gran dignità, e andavano giocando fra loro senza mai nulla conchiudere, facendo anche gli scrupolosi con dire di temer di fare un gran peccato rinunziando. In questo mentre ecco la peste entrar in Genova, morirvi uno dei suoi cardinali, infettarsi alcuni de' suoi cortigiani. Affine di sottrarsi a questo pericolo, nel dì 8 d'ottobre l'antipapa si ritirò da Genova, e andò a mettere la sua residenza in Savona. Intanto i Fiorentini vagheggiavano Pisa, ben conoscendo che Gabriello Maria Visconte non avea nè forze nè testa per sostenersi in quel dominio [Ammirat., Istoria di Firenze, lib. 16. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital. Sozomenus, Hist, tom. 16 Rer. Ital.]. Nulladimeno, in vece di adoperar la via delle armi, si gittarono al maneggio per indurre Gabriello a cedere quella città, con ricevere in contraccambio grossa somma di danaro. Ma Bucicaldo guastava ogni lor macchina. Vinsero questo oppositore con rappresentargli che, data loro Pisa, potrebbono tutti accudire a salvar dalla rovina il signore di Padova, il quale con calde istanze loro si raccomandava. Probabilmente per la speranza o promessa del soccorso de' Fiorentini e Genovesi egli era entrato in quel pericoloso ballo. Si convenne in fine che Gabriello vendesse Pisa a' Fiorentini; il che penetrato dai Pisani, la città si levò a rumore, e fu costretto il Visconte a rifugiarsi nella cittadella, dove Bucicaldo inviò tanta gente e vettovaglia da potersi difendere. Fu poi conchiusa la consegna d'essa cittadella, e la cession d'ogni ragione di Pisa ai Fiorentini, i quali si obbligarono di pagare a Gabriello ducento sei mila fiorini d'oro. Gino Capponi [Gino Capponi, Istor., tom. 18 Rer. Ital.], che ci lasciò una diffusa descrizione di tutta la tragedia di Pisa, quegli fu che maneggiò l'affare, e prese il possesso della cittadella suddetta nel dì 31 d'agosto, pagata parte del pattuito danaro. Morivano di rabbia i Pisani al vedersi venduti come pecore, e tanto più ai Fiorentini, antichi loro emuli e nemici. Perciò nel dì 6 di settembre furiosamente si scatenarono contra d'essa cittadella, e venne lor fatto di ripigliarla più per azzardo o per poltroneria dell'uffizial fiorentino, lasciato ivi dal Capponi, che per loro insigne bravura. Il che fatto, spedirono ambasciatori a Firenze, chiedendo Librafatta ed altre terre consegnate a quel comune, con esibire il rifacimento delle spese. Non l'intesero per questo verso i Fiorentini; vollero guerra, e vi si prepararono con assoldar gente da varie parti, ed eleggere per lor generale il conte Bertoldo degli Orsini. Fra gli altri andò al loro soldo Sforza da Cotignola colle sue genti d'armi [Corio, Istoria di Milano.], e non tardò a far ivi sempre più conoscere la sua prodezza; imperciocchè, spedito con secento oppur con mille cavalli ad impedire che Gasparo de' Pazzi ed Angelo dalla Pergola non conducessero un corpo di gente al servigio de' Pisani, in una imboscata gli assalì, sbaragliò, e quasi tutti li fece prigioni. Il Bonincontro, con cui vanno d'accordo Sozomeno ed altri, distingue tali azioni con dire che la gente d'Angelo dalla Pergola era mille e cinquecento cavalli, ed essere stato Lodovico de' Migliorati, nipote di papa Innocenzo, che a requisizion de' Fiorentini diede lor la sconfitta; ed aver poi Sforza messi in rotta cinquecento cavalli di Gasparo Pazzi, che già erano entrati sul Pisano. In sì cattiva positura di cose i Pisani ridussero in città i Gambacorti e la fazion de' Bergolini pria fuorusciti, con dar loro la pace quella de' Raspanti che dominavano [Sozomenus, Istor., tom. 16 Rer. Ital.]. Ma nel dì 22 d'ottobre Giovanni de' Gambacorti, levato rumore coi suoi, si fece per forza crear capitano del popolo; indi perseguitò i Raspanti, saccheggiò le lor case, molti ne mise a filo di spada, e fra gli altri Giovanni dall'Agnello, nipote del fu Giovanni doge di Pisa. Gabriello Visconte restò padrone di Sarzana, ma per poco tempo, siccome appresso diremo.