Il maggior fuoco in quest'anno fu nelle contrade di Verona e di Padova [Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital. Redusius, Chron., tom. 19 Rer. Ital.]. Aumentavansi ogni dì più le forze de' Veneziani, calavano quelle del signore di Padova. Il crollo maggior nondimeno a lui venne dall'essersi staccato da lui suo genero, cioè Niccolò marchese di Ferrara. Aveano le armi venete, per così dire, bloccata da lontano la città di Ferrara, di modo che, trovandosi essa molto scarsa di grano, nè potendone ricevere a cagion delle armi nemiche, que' cittadini cominciarono a consigliare il marchese che si accordasse colla repubblica. Se ne trattò, e la pace fu conchiusa nel dì 27 di marzo, ma con delle condizioni svantaggiose al marchese, il quale, fra le altre cose, dovette rimettere come era prima Rovigo e le terre dipendenti in mano de' Veneziani. Rimase trafitto da immenso dolore a questa nuova Francesco da Carrara; ma come uomo di gran cuore, corse subito colle sue genti sul Polesine di Rovigo, prese alcune di quelle castella, mise l'assedio allo stesso Rovigo. Il marchese, per far conoscere ai Veneziani che contra del suo volere veniva fatta quell'irruzione, fu necessitato a prender l'armi contra del suocero, tanto che il fece sloggiar da quelle parti, ed eseguì puntualmente i patti della pace. Era in questi tempi sommamente angustiato il territorio padovano dalle armi venete, e nello stesso tempo un altro loro esercito con Francesco signore di Mantova tenea strettamente assediata Verona. Essendo cresciuta a dismisura in quest'ultima città la fame, nel dì 22 di giugno si levò a rumore il popolo veronese, ed aprì la porta del Vescovo al signore di Mantova e a Jacopo del Verme. Fu necessitato Jacopo da Carrara figliuolo del signor di Padova a ricoverarsi nella fortezza di Castel Vecchio; ma non si credendo quivi sicuro, travestito ne uscì per portarsi a Padova. Giunto a Cereta nel dì 26 di giugno, e o per tradimento della guida, oppure perchè venne riconosciuto, fu preso e condotto a Verona, e di là alle carceri di Venezia. Si rendè col tempo la cittadella di Verona ai Veneziani, i quali intanto spedirono a Padova Galeazzo da Mantova con quelle genti d'armi che non occorrevano più sul Veronese. Paolo Savello lor generale, che già avea occupati altri luoghi nel Padovano, ricevuto questo rinforzo, spinse l'esercito suo fin sotto Padova, dandole molti assalti. A poco a poco nel mese di agosto si renderono ai Veneziani le terre d'Este, Montagnana ed altre, di modo che ogni dì più scemava il dominio di Padova. Fece bensì Francesco Terzo figliuolo di quel signore con tutte le sue genti una sortita nel dì 21 d'esso mese addosso al campo nemico, che vivea con troppa confidenza. Il macello della gente fu grande, moltissimi i prigionieri, fra' quali lo stesso generale Paolo Savello; ma, accorso Galeazzo da Mantova colle sue squadre, percosse i vincitori sì fieramente, che ricuperò il Savello, e fece retrocedere i Padovani con molta loro strage. Nel settembre Monselice, Legnago, Cittadella, Castelbaldo ed altre castella vennero all'ubbidienza de' Veneziani.

Tante disgrazie e il timore di peggio indussero finalmente Francesco da Carrara a cercar pace dal senato veneto per mezzo di Carlo Zeno; ed erano già come d'accordo ch'egli cedesse Padova, e ne ricevesse sessanta mila fiorini d'oro, colla libertà d'andare ovunque gli piacesse, e di asportare le suppellettili sue. Si pentì egli poco dappoi, e si ostinò a giocar l'ultima carta, tradito dalle speranze che gli davano i Fiorentini e Bucicaldo di soccorso; ma soccorso che mai non venne, per le mutazioni seguite in Pisa, ed accennate di sopra. Trovavasi allora la città di Padova sommamente afflitta dalla fame, e più ancora dalla peste, la quale si fa conto che in quella funesta congiuntura portasse al sepolcro ventotto mila persone. Però quel popolo, anche per timore del sacco, sospirava ripiego a' suoi guai. Gliel trovò un traditore capitano della porta di Santa Croce, cioè Giovanni di Beltramino, il quale ordì un trattato con Galeazzo da Mantova, rimasto comandante dell'esercito veneto, perchè Paolo Savello avrà dato fine alla vita e al comando. Nella notte adunque precedente al dì 17 di novembre, costui introdusse per le mura un corpo di gente nemica, e, fatto giorno, Galeazzo entrò con più forze nel borgo di Santa Croce. Si ritirò per questa improvvisata il Carrarese con Francesco Terzo suo figliuolo nel castello, e tenne poi parlamento con esso Galeazzo e coi provveditori veneti, di rendere loro esso castello e la città con buoni patti, facendogli ognuno sperare buon trattamento dal senato di Venezia. Ebbe salvocondotto per potere spedire a Venezia ambasciatori, e li spedì, ma non poterono impetrare udienza. Andato poi il Carrarese nel campo dei nemici col figliuolo, fu ivi tenuto a bada, tanto che il popolo padovano, maneggiati i proprii interessi, fece entrare nella città le bandiere di San Marco, e diede a' Veneziani il possesso della città. Altrettanto fece Giacomo da Panego, con aprir loro le porte del castello. Ora trovandosi l'infelice Carrarese in mezzo a sì fiero naufragio, non sapea a qual partito appigliarsi, se non che Galeazzo da Mantova il confortò e consigliò di passare a Venezia per gittarsi a' piedi di quel senato, promettendogli perdono e buoni effetti della benignità de' signori veneziani. Si portarono i due Carresi colà in un ganzaruolo nel dì 30 di novembre, ed ammessi all'udienza del doge Michele Steno, si prostrarono a' suoi piedi, confessando la loro temerità, e addimandando misericordia e grazia. Altra risposta non ebbero che rimproveri all'ingratitudine loro e furono mandati nelle prigioni, dove era anche Jacopo altro figliuolo d'esso Francesco da Carrara, dove stettero sino al gennaio dell'anno seguente nel continuo martirio della considerazione del precedente felice loro stato, e dell'infelicissimo presente. Inclinava la clemenza veneta a lasciar loro la vita; ma giunto a Venezia Jacopo dal Verme, antico nemico della casa di Carrara, il quale dal servigio de' Visconti era passato a quello de' Veneziani, aggiunse olio al fuoco, ricordando a que' signori: Che uomo morto non fa guerra. Il perchè nel consiglio dei dieci fu risoluta la lor morte, ed eseguita senza dimora la sentenza contra di Francesco II padre nel dì 17 del suddetto mese, che fu strangolato in prigione; nè gli mancarono peccati degni dell'ira di Dio; e poscia nel dì 19 furono i suoi figliuoli Francesco III e Jacopo tolti anch'essi di vita col laccio. Restarono altri due figliuoli di Francesco II, cioè Ubertino e Marsilio, da lui mandati a Firenze, contra de' quali fu posta taglia. Il primo, infermatosi non so di qual male in quella città, finì di vivere nel dì 7 di dicembre del 1407. Marsilio, avendo nell'anno 1455 un trattato in Padova, si portò a quella volta; ma scoperto nella villa di Carturo del territorio padovano nel dì 17 di marzo [Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.], preso e condotto a Venezia, lasciò la testa sopra un palco nel dì 28 d'esso mese. Ed ecco dove andò a terminare la tela degli ambiziosi disegni di Francesco Carrarese, con ingrandimento notabile in terra ferma dell'inclita repubblica di Venezia, che stese la sua signoria sopra le riguardevoli città di Padova, Verona e Vicenza, ed anche sopra Feltro e Belluno, cedutele dal duca di Milano, e collo sterminio della nobil casa da Carrara. Fu un gran dire per tutta l'Italia del fine di questa tragedia. Occupate poi le scritture del Carrarese, si scoprì che alcuni nobili veneti il favorivano, e n'ebbero il dovuto gastigo. Lo stesso Carlo Zeno, che pur tanto avea operato contra di lui, ebbe per questo non poche vessazioni.


MCCCCVI

Anno diCristo mccccvi. Indizione XIV.
Gregorio XII papa 1.
Roberto re de' Romani 7.

Benchè dopo la fuga di papa Innocenzo VII da Roma quel popolo tenesse il pieno possesso e dominio di quella città, pure la pazza discordia quivi più che mai imperversava [Raynaldus, Annal. Eccles. Aretinus, Histor. sui temp., tom. 19 Rer. Ital. Theodoricus de Niem, Histor.]. Temevano inoltre dell'insaziabil ambizione del re Ladislao, dal cui presidio era occupato castello Sant'Angelo. Ma avendo Paolo Orsino messe in rotta le genti d'esso re, e restando accertati i Romani che il buon papa non solamente niuna mano avea avuta nella crudel bestialità di Lodovico suo nipote, ma l'avea al maggior segno detestata, pentiti delle insolenze usate contra del papa medesimo, il mandarono a chiamar da Viterbo. Senza farsi molto pregare, nel dì 15 di marzo si trasferì il pontefice a Roma [Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.], ed incredibil onore gli fu fatto. Formò poscia processo contra del re Ladislao siccome perturbatore di Roma e dello Stato ecclesiastico; il dichiarò decaduto dal regno, e privato di ogni privilegio. Strinse parimente d'assedio castello Sant'Angelo. Per le quali cose Ladislao giudicò meglio di pacificare il papa con un accordo, ch'egli poi pensava di non mantenere, e mediatore ne fu Paolo Orsino. In tal congiuntura fu restituito ad esso pontefice il castello suddetto nel dì 9 d'agosto con giubilo universal de' Romani, e Ladislao venne creato gonfaloniere della Chiesa. Ma poco potè poi godere di questo buono stato Innocenzo, perciocchè fu rapito dalla morte nel dì 6 di novembre: pontefice da tutti commendato per la sua mansuetudine, per l'abborrimento alla simonia, e desideroso di far del bene a tutti. Solamente l'aver egli alzato l'immeritevol suo nipote Lodovico de' Migliorati al grado di marchese della marca d'Ancona, che noi vedremo poi signor di Fermo, e il non aver data mano all'estinzion dello scisma, sminuirono non poco la gloria del suo pontificato. Non mancò chi sparse sospetti d'averlo fatto avvelenare il cardinal Cossa per timore di perdere la legazion di Bologna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Ma in que' tempi era suggetta a simili dicerie la morte di cadauno de' gran signori. Radunatisi nel conclave quattordici cardinali che si trovavano allora in Roma, per desiderio di riunir la Chiesa divisa, e per secondar le istanze di molti re e principi, che faceano premura di levar quello scandalo [Leonardus Aretin., Hist., tom. 19 Rer. Ital. Theodor. de Niem, Histor. Gobelinus.], tutti a gara si obbligarono con giuramento e voto, che chiunque fossa eletto papa, rinunzierebbe la dignità, qualunque volta anche l'antipapa facesse altrettanto, per devenire unitamente col partito contrario all'elezion d'un indubitato pontefice [Vita Innocentii VII, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]: con altri bei capitoli e restrizion di tempo, tutto per ben della Chiesa. Restò dunque eletto nel dì 30 di novembre Angelo Corrano, cardinale di santa Maria, di patria Veneziano, già vescovo di Venezia, ed allora patriarca di Costantinopoli, persona dottissima nella teologia, e tenuta in concetto di santa vita [Sozomenus, Istor., tom. 16 Rer. Ital.], che prese il nome di Gregorio XII. Fu egli creduto più d'ogni altro a proposito per togliere lo scisma, e venne dipoi coronato nel dì 19 di dicembre. Non solamente, fatto che fu papa, confermò il voto e la promessa di promuovere a tutto potere l'union della Chiesa, ma ne scrisse ancora calde lettere ed esortazioni all'antipapa e ai di lui cardinali, affinchè si mettesse fine alla lor deplorabil divisione. Senza far caso dell'accordo fatto nel precedente anno col popolo di Forlì [Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic. Delayto, Annal., tom. eod.], Baldassare Cossa cardinale legato di Bologna mandò il suo esercito nel gennaio di quest'anno ai danni di quella città. Replicò poi la cosa nel dì 23 d'aprile, tanto che gli riuscì nel dì 19 ossia 29 di maggio [Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.] di sottomettere quella città ai suoi voleri, e tosto ordinò che quivi si fabbricasse una cittadella.

Oltre a Parma e Reggio, siccome dicemmo, avea Ottabuono de' Terzi occupata la città di Piacenza, mostrandosi, ciò non ostante, amico di Gian-Maria Visconte duca di Milano. Anche Facino Cane s'era impadronito d'Alessandria, ma non perciò lasciava di mostrarsi aderente ed unito con Filippo Maria Visconte conte di Pavia. Per ordine di Filippo, a mio credere, prese egli a liberar Piacenza dalla tirannia d'Ottobuono, e a questo fine si mosse egli a quella volta con poderoso esercito nel mese di maggio [Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]. Perchè Ottobuono non credea di aver forze bastanti a resistergli, abbandonò Piacenza, ma col lasciar ivi lunga memoria della sua crudeltà, perchè le fece dar, prima di partirsi, un orrido universal sacco dalle sue genti d'armi, rapportato all'anno seguente dalla Cronica di Bologna [Cronica di Bologna, tom. eod.], colla morte di molti cittadini e col rubamento di molte zitelle. Giunto colà Facino [Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.], dacchè ebbe colla forza costrette alla sua resa tutte le fortezze, si fece proclamar signore di quella città. Brutta scena si vide ancora in Cremona nel dì 31 di luglio. Da Gabrino Fondolo Cremonese restò tradito Carlo Cavalcabò signore di quella città; e fatto prigione egli, Andrea e quattro altri di quella nobil casa, tutti furono crudelmente privati di vita nelle carceri, impadronendosi in tal guisa il tiranno del dominio di quella città. Fu in quest'anno [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.] afflitta di molto la città di Genova dalla peste. Predicava nello stesso tempo in quella città fra Vincenzo Ferreri dell'ordine de' Predicatori, che poi fu aggiunto al catalogo dei santi. Arrivò la moria anche a Savona, e cagion fu che Benedetto antipapa ivi dimorante scappasse a Monaco, indi a Nizza, e finalmente a Marsilia. Abbiamo il suo Itinerario, da me dato alla luce [Itinerar. Benedicti Antipapae, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Erasi intanto partito, perchè disgustato, dal servigio de' Veneziani Galeazzo da Mantova, uno de' più prodi condottieri d'armi che si avesse allora l'Italia, e che già vedemmo aver terminata la guerra di Padova in favor d'essi Veneziani [Annal. Forolivienses, tom. 22 Rer. Ital.]. Acconciatosi col duca di Milano, fu spedito a soggiogare i villani di una valle di Bergamo, oppur della Riva di Trento, che s'erano ribellati. Vi lasciò la vita ucciso da quella gente; e i Padovani credettero ciò vendetta di Dio, per aver egli, come diceano, sotto la parola tradito Francesco da Carrara già loro signore. Secondochè abbiamo dagli Annali di Lorenzo Bonincontri [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], essendo morto Raimondo Orsino potente principe di Taranto, con lasciar dopo di sè Gian-Antonio e Gabriello figliuoli di tenera età e una figliuola, il re Ladislao nella primavera di questo anno volle profittar di tale occasione, e andò a mettere il campo intorno a Taranto. Prese tutte le castella di quel territorio. Impadronissi ancora di Conversano e di Sant'Angelo. Dopo lunga difesa entrò per tradimento anche nella città di Taranto. Si ritirò allora co' figliuoli nel castello Maria vedova del suddetto Raimondo. Possedeva ella un gran tesoro, ed anche era dotata di rara bellezza e di distinta nobiltà. Perciò Ladislao, volonteroso di dar fine a quella guerra, e di mettere le mani in quell'oro, si esibì di prenderla per moglie. Accettata la proposizione, egli la sposò, e da lì a due mesi la condusse a Napoli, dove con grande onore fu ricevuta. Da Sozomeno [Sozomen., Hist., tom. 16 Rer. Ital.], dall'autore de' Giornali Napoletani [Giornal Napolet., tom. 23 Rer. Ital.] e dalla Cronica di Bologna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.] tali nozze son differite all'anno seguente. Il testo del Bonincontro è slogato in questi tempi.

Dappoichè i Fiorentini ebbero fatto un copioso ammasso di genti d'armi e provvigione di viveri per l'impresa di Pisa [Gino Capponi, Istor., tom. 16 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital. Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital. Poggius et alii.], nel dì 4 di marzo andarono a piantar l'assedio intorno a quella città, città mal preparata, perchè per varii sinistri avvenimenti le erano mancati i soccorsi di gente per terra, e quelli della vettovaglia per mare. Tuttavia i cittadini per l'inveterato odio verso de' Fiorentini si accinsero ad una valorosa difesa. Luca del Fiesco era generale de' Fiorentini. Sforza da Cotignola con Micheletto suo parente, e Tartaglia, condottieri di gente, erano anch'essi al loro servigio. Un dì che i Pisani aveano fatta una sortita, esso Sforza e Tartaglia con tal vigore, benchè inferiori di gente, gli assalirono e sbaragliarono, che non venne lor voglia da lì a molto tempo di uscire dalla città. Insorse poi discordia, anzi implacabil nemicizia fra questi due capitani, e convenne separarli. Mandò intanto il duca di Borgogna ad intimare a' Fiorentini che Pisa era sua; ma questi se ne risero, nè lasciarono per questo di continuar le offese e gli assalti. Cresceva di dì in dì maggiormente la fame nella misera città, e giunse a tal segno, che per difetto di cibo mancava di vita la povera gente per le strade. Ora Giovanni Gambacorta, doge ossia capitano del popolo, pensò allora a profittar per sè stesso nella rovina della patria; e segretamente inviata persona a trattar coi Fiorentini, vendè lor Pisa per cinquanta mila fiorini d'oro, oltre ad alcune castella, che doveano restare in suo dominio, con altri suoi vantaggi [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Pertanto nel dì 9 d'ottobre aperta una porta di Pisa, quel popolo, senza essere prima informato del contratto, vide entrare a bandiere spiegate l'esercito fiorentino, e prendere il possesso della città con sì buona disciplina, che niuno sconcerto ne seguì; ed arrivate poi carrette di pane, attesero tutti a cavarsi la fame, per cui la maggior parte erano divenuti scheletri. In questa maniera l'antica e già sì possente città di Pisa giunse a perdere la sua libertà, ma col guadagno di veder cessate le tante sue gare civili, e con accrescimento grande di gloria e potenza dalla parte dei Fiorentini. Da orribil pestilenza fu in quest'anno afflitta la città di Milano [Corio, Istoria di Milano.]. Quivi, oltre a ciò, tutto era in disordine per la discordia de' Guelfi e Ghibellini.


MCCCCVII