Anno diCristo mccccvii. Indizione XV.
Gregorio XII papa 2.
Roberto re de' Romani 8.

Una speciosa apparenza di vedere in quest'anno il termine dello scisma diedero amendue i contendenti del papato [Raynaldus, Annal. Eccles.]. A udir le loro parole, lettere ed ambascerie, si scorgevano pronti cadauno a spogliarsi del manto pontificio. Papa Gregorio XII, per ben accertare il pubblico della sua buona intenzione, spedì Antonio vescovo di Modena suo nipote con altri due ambasciatori a Marsilia [vita Gregorii XII, P. II, tom. 3 Rer. Ital.] per convenire coll'antipapa Benedetto del luogo, dove s'avea a tenere il congresso fra loro. Si stabilì che amendue venissero alla città di Savona; e Teodorico da Niem [Theodoricus de Niem, Hist.] rapporta i capitoli formati per la maniera con cui doveano gli emuli venire, stare e regolarsi nel progettato loro abboccamento. Furono accettati e confermati da papa Gregorio, il bello fu che questo futuro viaggio a Savona servì ad esso pontefice di colore e pretesto per intimar le decime a tutto il clero d'Italia, Sicilia, Dalmazia, Ungheria ed altri paesi, come costa dai documenti rapportati dal Rinaldi. E perciocchè i prelati per le lunghe passate guerre trovandosi impoveriti, allegavano l'impotenza di pagare, non erano ascoltate le lor querele e ragioni; la pena della privazion degli uffizii, intimata a chiunque fosse renitente, obbligò ciascuno a soddisfare. Moltissimi perciò venderono i vasi e paramenti sacri delle lor chiese, come attesta l'autore della Vita d'esso pontefice. Teodorico da Niem aggiugne che le chiese e i monisteri di Roma furono obbligati ad impegnare od alienare le lor sacre suppellettili e molti dei loro poderi. Servì poi questo ammassamento di danaro a far vivere lautamente e splendidamente esso papa, la comitiva de' suoi nipoti, e la sua gran famiglia, di modo che consumava egli più in zucchero che non aveano fatto i suoi predecessori in vitto e vestito. E da lì a pochi mesi si videro i di lui nipoti secolari abbandonarsi ad ogni forma di lusso con pompa di numerosa servitù e di cavalli. Ingrato ancora verso Innocenzo VII suo predecessore, che lo avea esaltato, cacciò di corte la di lui famiglia e il nipote. Privò della marca di Ancona Lodovico de' Migliorati altro di lui nipote, il quale, con raccomandarsi alla protezione del re Ladislao, occupò Ascoli e Fermo. Tolse ancora la camerlengheria ad un altro nipote d'esso Innocenzo, e la conferì ad Antonio suo nipote. Bene è che il lettore sappia tutte queste particolarità, acciocchè, vedendo poi deposto questo papa dai cardinali zelanti, comprenda che fu abbassato uno, il quale in apparenza era uomo santo, ma senza che i fatti corrispondessero a sì vantaggioso concetto.

Non piacque ad esso re Ladislao la convenzion fatta da Gregorio XII di passare a Savona per trattare coll'antipapa, perchè temeva che i Franzesi carpissero in quel congresso, qualche capitolo in favore della casa d'Angiò, pregiudiziale a' suoi diritti. Ora, per fargli paura ed imbrogliar le carte, fece che nel dì 17 di giugno [Antonii Petri Diarii, tom. 24 Rer. Ital.] i Colonnesi ed altri nobili romani entrassero per un pezzo di muro rotto nella città di Roma. Diedero alle armi i Romani; il papa si ritirò in castello Sant'Angelo. Nel dì seguente Paolo Orsino, ch'era al soldo del medesimo papa, andò ad attaccar battaglia co' nemici, li mise in rotta e fece prigioni Giovanni, Niccolò e Corradino Colonnesi, Antonio Savello, Jacopo Orsino ed altri baroni romani, ad alcuni de' quali fu tagliata la testa, ad altri restituita per danari la libertà. Credettero alcuni che questo badalucco fosse seguito di concerto fra il papa e Ladislao; ma Leonardo Aretino [Leonardus Aretinus, tom. 19 Rer. Ital.], che si trovava in Roma, attribuisce la trama ai soli parenti del papa, senza che egli ne avesse contezza. Vennero poi gli ambasciatori del re di Francia nel mese di luglio a sollecitar Gregorio pel divisato congresso, giacchè Antonio Corrario suo nipote avea largamente spacciata a Parigi la prontezza di suo zio alla cessione; ma Gregorio cominciò a mettere in campo delle difficoltà, e a produr diffidenze di Savona, proponendo altri luoghi. E perciocchè Paolo Orsino l'inquietava non poco pel soldo non pagato della sua condotta, ascendente a sessanta mila fiorini d'oro, nel dì 9 di agosto co' suoi cardinali se n'andò a Viterbo, e di là nel settembre passò a Siena, ove fermò la sua residenza. Colà furono a trovarlo di nuovo gli ambasciatori dell'antipapa e del re di Francia, a' quali rispose ad aperta ciera di non voler Savona. Fu proposto d'andare a Lucca, o a Pietra Santa, e si convenne che papa Gregorio si trasferirebbe all'ultimo d'essi luoghi, e Benedetto antipapa a Porto Venere; ma si consumarono più mesi in pretensioni, perchè Gregorio voleva prima in sua mano tutte le fortezze di Lucca: al che Paolo Guinigi signore di quella città non si sapeva accomodare. Nè bastarono i suddetti ambasciatori, co' quali s'unirono anche quelli di Venezia, per muovere Gregorio a partirsi di Siena. Intanto passarono i termini già accordati pel congresso di Savona [Bonincontrus, Annal., tom, 21 Rer. Ital.], dove s'era portato l'astuto antipapa circa il principio d'ottobre, sparlando forte dell'avversario, quantunque neppur egli si sentisse voglia alcuna di rinunziare il papato, menando a mano chi forse gli credea. Certo nel cuore di tutti e due più poteva l'ambizione che la religione. Lasciossi ben intendere papa Gregorio, stando in Siena, che avrebbe rinunziato [Theodoric. de Niem, lib. 3, cap. 23.], purchè fossero a lui riservati i vescovati di Modone e Corone, e l'arcivescovato di Jorch in Inghilterra creduto allora vacante, benchè tal non fosse, con altre rendite; o purchè a' suoi nipoti fossero concedute in vicariato le città di Faenza, Forti, Orvieto, Corneto ed altri luoghi. Ma i saggi cardinali non crederono di aver tanta autorità da poter promettere ed eseguir le promesse. L'amor de' parenti, siccome vediamo, facea perdere a questo pontefice di mira il buon cammino; e si sa che eglino tutto dì gli mettevano davanti agli occhi pericoli e rovine, s'egli dimetteva la sacra tiara [Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.]. Ora l'antipapa per far bene credere quanto contrario l'animo di Gregorio, altrettanto disposto il suo alla riunione, giacchè l'altro non si volea ridurre in Savona, venne maggiormente ad avvicinarsi a lui [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]; cioè servito da sei galee passò a Genova, e nel dì 20 di dicembre vi fece la sua solenne entrata.

Paolo Orsino in quest'anno con due mila lancie andò a Toscanella, dove fu ben ricevuto da quel popolo [Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.]. Ma da lì a qualche tempo, col pretesto che quei cittadini avessero tramata contra di lui una congiura, mise a sacco tutta quella nobil terra, e se ne fece padrone. Luigi de' Casali nel mese d'ottobre [Ammirato, Istor. Fiorentina, lib. 17.] uccise Francesco suo zio, oppur cugino, signore di Cortona, e ne usurpò egli il dominio. Lodovico de' Migliorati, siccome già accennai, divenuto signore d'Ascoli, in premio d'aver ceduta quella città al re Ladislao, fu creato conte di Monopello; ma poco ne godè, perchè Ladislao, a cui il mancar fede poco costava, gli ritolse quello Stato. Altre terre della marca d'Ancona furono prese da esso re; e Berardo Varano, signore di Camerino, collegatosi con lui, e ribellatosi al papa, s'impossessò anch'egli di varii luoghi. Dopo la perdita di Pisa era venuto a Milano Gabriello Maria Visconte, e, raccomandatosi al duca Giovanni-Maria suo fratello, fu creato suo consigliere, e crebbe molto in autorità. Si prevalsero della di lui lontananza i Genovesi [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], e Bucicaldo lor governatore, per impadronirsi di Sarzana, città rimasta in potere d'esso Gabriello. Il danaro fece tutto; e i governatori di quelle fortezze l'un dietro all'altro nel mese d'agosto, ricevuto il contante, le consegnarono ai Genovesi, i quali ne presero il possesso a nome proprio e del re di Francia. Durava la confusione, anzi più che mai cresceva in Milano per le opposte fazioni de' Guelfi e Ghibellini [Corio, Istor. di Milano.], mancando maniere al giovinetto duca di calmare i loro tumulti. Lo stesso castello fortissimo di porta Zobia a lui non ubbidiva. Mostravano tutti in apparenza qualche rispetto a lui, e che i loro fossero movimenti privati per atterrar cadauno la parte contraria. Intanto Facino Cane gran guerriero di questi tempi, che, per attestato di Andrea Redusio [Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.], si potea appellare un altro Alessandro, venne a Milano in soccorso de' Ghibellini con ischiere numerose di armati. Allora fu [Billius, Hist., lib. 2, tom. 19 Rer. Ital.] che, veggendosi a mal partito, i Guelfi, ricorsero per aiuto a Jacopo del Verme, e questi con ingorde promesse trasse colà Ottobuono de' Terzi con altre brigate di combattenti. Trovandosi Ottobuono in vicinanza di Binasco, terra occupata da Facino e da Gabriello Maria Visconte [Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.], nel dì 21 di febbraio si mosse in ordinanza di battaglia per assalire il nemico Facino; e per accidente anche Facino era in armi co' suoi per fare lo stesso. Incontratisi dunque gli eserciti, ne seguì un crudel fatto di armi con istrage e prigionia di moltissimi. La notte sola cessar fece il combattimento. Era toccata la peggio ad Ottobuono, ed, irritato per questo, dopo aver ricevuto un rinforzo da Jacopo del Verme, andò con gran furore, non so se in quella oppure in altra notte, ad assalir di nuovo il campo di Facino sul primo sonno. Non si aspettava Facino questa scortese visita; e però furono ben tosto messe in rotta le sue genti. Vi restarono prigionieri circa mille uomini d'armi; Facino si ricoverò in Binasco; Marquardo dalla Rocca, valoroso condottiere d'armi, fatto prigione, ed interrogato da Ottobuono, ove fosse Facino, rispose di non saperlo, e quand'anche lo sapesse, che non l'avrebbe rivelato. L'infuriato Ottobuono allora gli passò colla spada la gola, e il lasciò morto. Ritirossi Facino ad Alessandria; Ottobuono per opera del Verme fu introdotto in Milano. Di che peso fosse costui, non tardò quel popolo a sentirlo. Si studiarono i cittadini di farlo partire, ma non partì senza aver prima cavato dalle borse più di cento mila fiorini d'oro; e poi si unì a Monza con Astorre Visconte bastardo di Bernabò, per far guerra a Milano. Racconto io in poche parole tutti questi fatti, perchè l'assunto mio non mi permette di più. Nè si dee tacere che Jacopo del Verme, già passato al soldo de' Veneziani, e spedito in Levante contro de' Turchi, quivi lasciò poi gloriosamente la vita. In questo anno a dì 17 di marzo Francesco da Gonzaga signore di Mantova, principe assai rinomato pel suo valore, terminò la sua vita, con succedere a lui Gian-Francesco suo figliuolo in età di circa quindici anni [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Corse subito a Mantova Carlo Malatesta, siccome zio materno d'esso novello principe, per dare buon sesto a quel governo. Erasi intanto ritirato a Parma Ottobuono, e perchè il costume suo era di vivere di rapine, passò con più di due mila cavalli, benchè nemicizia dichiarata non vi fosse, sul territorio della Mirandola e di San Felice, fermandosi quivi più d'un mese. Immenso fu il saccheggio ch'egli diede non solamente a quella contrada, ma anche a tutto il basso Modenese. Nè bastò questo alla crudel prepotenza. Sette navi grosse di mercatanti milanesi e veneziani, cariche di mercatanzie per valore di più di cento cinquanta mila fiorini d'oro, andavano giù per Po alla volta di Venezia. Aveano passaporto dello stesso Ottobuono, e a nulla servì; tutto fu preso dall'insaziabile ed infedel tiranno.


MCCCCVIII

Anno diCristo mccccviii. Indizione I.
Gregorio XII papa 3.
Roberto re de' Romani 9.

Tanto tempestarono i cardinali zelanti del ben della Chiesa, e gli ambasciatori di varii principi, che papa Gregorio contro suo genio deliberò di muoversi da Siena per passare a Lucca [Ser Cambi, Cronica di Lucca, tom. 18 Rer. Italic.], affine di maggiormente avvicinarsi all'avversario antipapa Benedetto, il quale sul fine dell'anno precedente co' suoi cardinali era venuto a Porto Venere. Fu quel verno dei più rigorosi che mai si fossero provati, perchè tutta la riviera di Genova (cosa ben pellegrina) era coperta di ghiaccio e neve; e nel territorio di Siena, affinchè potesse passare il papa [Annali di Siena, tom. 19 Rer. Ital.], bisognò rompere coi picconi il ghiaccio. Giunse egli a Lucca nel dì 26 di gennaio, e durante questa tal quale vicinanza i due contendenti del papato giocavano a chi sapea più di scherma per iscreditar l'avversario, e ributtar sopra di lui la non seguita concordia. Gregorio si copriva col mantello della paura, allegando che non v'era sicurezza per lui in luoghi marittimi, dove comandava Bucicaldo; e l'antipapa teneva al suo servigio molte galee: e in parte non aveva il torto [Vita Gregorii Papae XII, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Vicendevolmente l'antipapa, che, più astuto dell'altro, era venuto a Sarzana, ricusava ciò che Gregorio voleva, accettava ciò che era ricusato dall'altro. E proposto per luoghi di abboccamento Pietra Santa, Carrara, Lavenza, Motrone, Livorno e Pisa, gran tempo s'andò disputando, senza che mai si potessero accordar fra loro. Facevano essi un passo innanzi e due indietro, perchè sempre veniva in campo qualche sutterfugio. Per non poter di meglio, fu preso il ripiego di trattare anche in lontananza de' punti principali dell'accordo; ma data oggi una parola, domani si mutava, di modo che fu conchiuso di dar tutto in iscritto. Indarno ancor questo. Erano amendue risoluti d'ingannare l'un l'altro, e in fine il pubblico, perchè niun d'essi volea spogliarsi di quella splendida tiara, e neppure un d'essi mai si ridusse a dir chiaramente che rinunzierebbe. Durante questo conflitto, i buoni cardinali e gli ambasciatori non si davano posa per muovere due colonne fitte sulla base dell'ambizione, e si affliggevano al veder buttati al vento tanti lor passi, preghiere ed insinuazioni. Giunse anche un predicator lucchese sul pulpito alla presenza del papa fino a riprenderlo in maniera intelligibile di spergiuro, di fede mentita e di voto trasgredito. Se l'ebbe tanto a male Gregorio, che fece carcerar l'oratore ardito, e per più giorni appena il tenne vivo con un tozzo di pane e di acqua; anzi, se non era Paolo Guinigi signor di Lucca, che s'interpose, fu creduto che l'avrebbe fatto morire: cosa che alterò e stomacò forte tutta la corte pontificia. Ciò che finalmente fece sciogliere in nulla tutto questo grande apparato, l'intenderanno ora i lettori.

Dalla parte dell'antipapa Benedetto il re di Francia co' più assennati suoi consiglieri trovarono la via di scoprire il di lui finto cuore [Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]. Nel gennaio di quest'anno pubblicarono un editto, in cui era ordinato di negar l'ubbidienza all'uno e all'altro de' papi, se prima dell'Ascension del Signore, cioè del dì 24 di maggio, non era seguita l'unione. Di ciò informato Benedetto, fece nel dì 14 d'esso maggio presentare al re un breve, in cui scomunicava chi avesse rigettata la conferenza, ed approvata quella della cessione, e sottratta a lui l'ubbidienza. Di più non vi volle perchè il re col parlamento e colla Sorbona dichiarasse l'antipapa come scismatico ostinato, eretico, perturbator della pace della Chiesa, e perciò nol riconoscessero da lì innanzi per papa. Dall'altro canto avvenne che esso Benedetto, assistito da Bucicaldo governatore di Genova, spedì undici galee alla volta di Roma con disegno di sorprendere quella città, e di torla all'avversario. Il colpo andò fallito, perchè poco prima altri l'aveva occupata. E questi fu Ladislao re di Napoli, il quale, dopo aver presa per forza Ostia nel dì 16 di aprile, con possente armata di cavalleria e fanteria, e alquante galee pel Tevere, andò a mettere il campo sotto Roma [Theod. de Niem, Hist. Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Era la città difesa da Paolo Orsino: ma, lasciatosi egli guadagnar dal danaro e dalle offerte di Ladislao, ne spalancò le porte nel dì 21 d'esso mese alle milizie di lui. V'entrò poscia lo stesso re solennemente nel dì 25 sotto il baldacchino portato da' nobili romani, e gran festa ne fece il popolo. Era dianzi fuggito di Roma il cardinale di Sant'Angelo vicario del papa; ma in mano de' suoi uffiziali restò castello Sant'Angelo. Fermossi il re in Roma sino al dì 23 di giugno, nel qual tempo creò nuovi conservatori della città, e, disposto a sua voglia quel governo, se ne tornò a Napoli. Un gran dire per tal novità fu dappertutto. Papa Gregorio, per la spedizion fatta dall'avversario Benedetto delle galee a Roma, pubblicamente gliene fece un reato [Vita Gregorii XII, P. II, tom. 3 Rer. Ital.], con licenziare per questo i di lui ambasciatori, e senza voler più udire parola d'unione. All'incontro Benedetto rispondeva d'avere in ciò aderito alle istanze di Paolo Orsino, ossia de' Romani, che aveano implorato il suo aiuto, vedendo venire armato Ladislao contro della città. Il bello fu che corse sospetto [Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.] avere il re Ladislao, di concerto col pontefice Gregorio, occupata Roma a fin di disturbare il congresso fra i due papi. Almen sembra certo, per testimonianza di Teodorico da Niem [Theodor. de Niem, lib. 3. Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.], che i parenti di Gregorio, i quali raggiravano il povero vecchio papa, e frastornavano ogni buona di lui intenzione, mostrarono non poco giubilo dell'occupazion di Roma fatta da Ladislao; e questi ancora si mostrò per qualche tempo protettore di Gregorio. Nè qui si fermarono i passi del medesimo re. Le città di Perugia, Orta, Amelia, Terni, Todi e Rieti se gli diedero senza sfoderare la spada.

Per le cose suddette già s'era spenta ogni speranza dell'union della Chiesa. Un altro avvenimento si aggiunse che maggiormente sconcertò gli affari. Verso la metà di quaresima papa Gregorio si lasciò intendere di voler creare de' nuovi cardinali. Perchè ciò dava assai a conoscere quanto egli fosse alieno dalla cession del papato, e molto più perchè ciò era contrario alle promesse e al giuramento da lui fatto di non crearne, i vecchi cardinali se ne sdegnarono forte, e ricusarono d'intervenire al concistoro. Differì il papa l'esecuzion del disegno fin dopo l'ottava di Pasqua; ed allora, intimato sotto altro pretesto il concistoro, cominciò a nominar quattro nuovi cardinali. S'alzarono tosto i vecchi porporati per uscirne, e trovarono serrate le porte. Finalmente dopo gran rumore uscirono, e il papa da lì a pochi giorni preconizzò i suddetti nuovi cardinali senza l'assistenza ed approvazione dei vecchi. Da ciò prese motivo il cardinal di Liegi di ritirarsi da Lucca a Librafatta sul Pisano [Vita Gregorii XII, P. II, tom. 3 Rer. Ital.], dove corsero le genti del nipote del papa per fermarlo, e spogliarono parte della sua famiglia, e poi la sua casa in Lucca. Paolo Guinigi, che non voleva liti co' Fiorentini per la turbata giurisdizione, fece carcerare i famigliari del nipote pontificio, e permise che sei altri de' vecchi cardinali uscissero di Lucca. Si ricoverarono tutti a Pisa, spalleggiati da' Fiorentini, e pubblicamente fecero un'appellazione al concilio e papa futuro. Contra di questo appello e delle ragioni addotte da quei porporati uscirono scritture, rapportate dal Rinaldi [Raynaldus, Annal. Eccles.], per giustificar papa Gregorio, ed anch'egli dal suo canto pubblicò varii monitorii contra de' fuggiti cardinali. Al vedersi in tale stato esso papa, giudicò che non gli convenisse l'ulterior soggiorno in Lucca, e scrisse al re Ladislao [Ser Cambi, Istor., tom. 18 Rer. Ital.] che gli mandasse una convenevole scorta d'armati per guardia nel suo cammino. Si opposero i Fiorentini, e spedirono essi un corpo di gente con ostaggi per iscortarlo. Intanto si seppe che il suo avversario Benedetto, dappoichè intese come i Franzesi gli aveano sottratta l'ubbidienza, non fidandosi più di tornare ad Avignone, s'era imbarcato, ed avea [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.] nel dì 17 di giugno fatto vela, senza toccar Genova, alla volta di Perpignano. Da lui parimente, d'ordine del re di Francia, si ritirarono tutti i cardinali franzesi del suo seguito, e, passati a Pisa, si unirono qui coi cardinali ribellati a papa Gregorio. Finalmente si mosse da Lucca anche esso papa nel dì 14 di luglio, e senza inviarsi per la Romagna verso la Marca, come pareva sua intenzione, perchè da Carlo Malatesta gli venne avviso che Baldassare Cossa legato di Bologna gli tendeva insidie, andò a dirittura a Siena, dove entrato nel dì 19 d'esso mese, ricevette molti onori e finezze da quel popolo. Quivi nel settembre pubblicò una bolla contra dell'ambizioso cardinal Cossa [Raynald., Annal. Eccles.], raccontando le varie di lui iniquità, con privarlo della legazione di Bologna, e dichiararlo ribello e nemico suo. Se ne rise il Cossa, fece levar da Bologna le armi del papa, strinse in questi medesimi tempi lega co' Fiorentini per opporsi ad ogni tentativo del re Ladislao, e per sostener sè stesso nel dominio, ossia nella tirannia di Bologna, Faenza e Forlì. Dopo aver dipoi ricusato papa Gregorio [Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.] di voler assistere al concilio intimato in Pisa dai cardinali dell'una e dell'altra ubbidienza, ne pubblicò egli uno da tenersi o in Aquileia o in Romagna; fulminò ancora la scomunica e la privazion del cappello contra de' suoi nel dì 11 d'ottobre. A questi aveva egli sostituiti altri nove cardinali. Invitato poscia Gregorio a Rimini da Carlo Malatesta, colà si portò nel dì 3 di novembre, perchè non si credeva abbastanza sicuro in Siena.