Portossi in quest'anno a Genova Gabriello Maria Visconte cacciato da Milano, per fare istanza a quel governatore di ottanta mila fiorini d'oro a lui dovuti da' Fiorentini per la cession di Pisa, dei quali era mallevadore lo stesso Bucicaldo, e per dimandarne rappresaglia. Tenuto fu a mano alquanti dì, finchè Bucicaldo, che non era allora in Genova, restò informato di tutto, e mandò al suo luogotenente le risoluzioni sue [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Fu dunque per ordine di lui preso Gabriello nel dì 16 di novembre; ed essendogli apposto, che fosse ito a Genova a petizion di Facino Cane per togliere quella città ai Guelfi, e darla ai Ghibellini, messo alla corda, con belle promesse fu indotto a confessare il fatto, di cui era affatto innocente [Ser Cambi, Istor., tom. 18 Rer. Ital.]. Gli fu poi tagliata la testa nel dì 25 di dicembre; tutto il suo avere fu occupato, e Bucicaldo pretese poi dai Fiorentini la gran somma da loro dovuta a quell'infelice giovane. Non più di ventidue anni avea egli allora, e ben conobbe ognuno che non era cosa da lui il trattato che gli fu apposto; laonde per tanta ingordigia ed iniquità crebbe il discredito di Bucicaldo, il quale nell'anno presente, inerendo agli ordini del re di Francia, levò l'ubbidienza all'antipapa Benedetto. Giurò ben di farne vendetta Facino Cane, e mantenne poi la promessa. In mezzo alle guerre civili si trovava intanto Giovanni Maria Visconte duca di Milano, e specialmente odio grande nudriva contra di lui il suddetto Facino, perchè, chiamato a Milano, corse pericolo d'essere tradito e di lasciarvi la vita. La fuga il salvò, e da lì innanzi si dichiarò nemico non solamente del duca, ma anche di Filippo Maria conte di Pavia, suo fratello. Se l'intendeva egli con Castellino Beccaria, prepotente cittadino di Pavia, ed amendue tramarono quanti inganni poterono per mettere le mani addosso al prefato Filippo Maria giovane inesperto. Ma il governator del castello, in cui stava ristretto esso Visconte, nol volle mai lasciar uscire di là; e perchè alla salvezza di questo principe contribuì non poco Francesco Carmagnuola, allora soldato di lui, col tempo ascese poi a grandi onori, siccome vedremo [Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]. Ora Facino Cane, unito con Teodoro marchese di Monferrato, con Astorre Visconte occupator di Monza, con Francesco Visconte ed altri nobili milanesi Ghibellini fuorusciti, gran guerra fece in quest'anno al duca Giovanni Maria e ai Guelfi allora dominanti in Milano, de' quali era capo Antonio Visconte. In tali angustie fu consigliato il duca di appoggiarsi alla potente casa de' Malatesti, cioè a Carlo signor di Rimini, uno de' più saggi e prodi signori che si avesse allora l'Italia, e a Pandolfo Malatesta signore di Brescia, il quale nell'anno presente entrò ancora in possesso della città di Bergamo, a lui venduta da Giovanni de' Soardi [Corio, Istor. di Milano.]. Per istrignere poi maggiormente questa lega ed amicizia, il duca nel dì 8 di luglio prese per moglie Antonia, figliuola di Malatesta de' Malatesti signor di Cesena, la quale dimorava allora in Brescia presso Pandolfo suo zio. Avendo egli in fatti eletto per suo governatore e difensore Carlo Malatesta, questi senza perdere tempo pose l'assedio al castello di Milano, detenuto allora da Gabriello Visconte menzionato di sopra e da Antonio Visconte. Furono costoro obbligati alla resa. Il Corio scrive nel mese di novembre, ma il Delaito, scrittore contemporaneo, mette ciò nel mese di febbraio. Gabriello fu inviato a' confini in Piemonte, e fece poi la morte che abbiam detto. Antonio Visconte fu inviato a Ferrara, ma poi, richiamato a Milano, ivi perdè la vita. Con tutta nondimeno l'assistenza dei Malatesti, il duca di Milano si trovò per tutto quest'anno in gravissime angustie per la smoderata carestia che affliggeva la città di Milano e il resto de' suoi Stati, e per le forze de' nemici suoi, cioè di Facino Cane, che, impadronitosi di Novara, da quella parte gli era addosso con potente esercito, e di Astorre Visconte, che con altra armata scorreva di tanto in tanto sino alle porte di Milano. Anche Giovanni da Vignate tiranno di Lodi gli mosse guerra. Monza indarno fu assediata, e finì l'anno senza che alcun alleviamento si provasse a tante discordie e guai.

In questi tempi Ottobuono de' Terzi tiranno di Parma e di Reggio, non volendo stare in ozio, fece nel mese d'aprile una irruzione nuova nel territorio di Modena [Delayto, Annal.] mettendo tutto a sacco, senza riguardo alla pace che durava col marchese Niccolò di Ferrara, e senza disfida alcuna. S'interposero i Veneziani per acconciar questa briga, ma Ottobuono, sentendosi forte di gente, e voglioso di vivere alle spese altrui, rendè inutili i lor buoni uffizii, e continuò col suo mal talento contra dell'Estense, a ciò attizzato ancora da Carlo da Fogliano signore di molte terre del Reggiano. Tirò ancora nel suo partito Francesco signore di Sassuolo. Il perchè, determinatosi il marchese Niccolò di opporre forza a forza, cominciò ad armarsi, e fra gli altri condusse al suo soldo dalla Toscana Sforza da Cotignuola con ducento cinquanta uomini d'armi (il Corio dice con settecento cavalli) e il dichiarò suo capitan generale. Fece Ottobuono quanto potè per coglierlo nel venire ch'egli faceva da Bologna a Modena; ma Sforza, uomo accorto, prevenuto lo aguato, arrivò felicemente in Modena, e poscia uscito per la porta di Bazovara, attaccò una mischia col tiranno, obbligandolo, dopo due ore di combattimento, a ritirarsi come in isconfitta. Anche in Romagna furono de' movimenti di guerra. Baldassarre Cossa cardinale legato di Bologna, in tempo che il conte Alberico di Barbiano, gran contestabile, era in Roma a' servigi del re Ladislao, mosse guerra alle di lui terre della Romagna; gli tolse Tosignano, Orivolo e Castel Bolognese. Per istigazione sua ancora e col braccio suo Lodovico conte di Zagonara occupò al conte Manfredi di Barbiano, benchè suo parente, le terre di Lugo, Conselice e Sant'Agata. Parimente Guido-Antonio conte d'Urbino s'impossessò nel mese di luglio della città d'Assisi per volontaria dedizione di que' cittadini, che si trovavano infestati dalle armi del re Ladislao. Nel maggio ancora di quest'anno, perchè non si potea più durare alle insolenze di Ottobuon de' Terzi, fecero insieme lega in Mantova contra di lui Giovanni Maria duca di Milano, Gian-Francesco Gonzaga signore di Mantova, Niccolò d'Este marchese di Ferrara, Pandolfo Malatesta signor di Brescia e Bergamo, e Gabrino Fondolo signor di Cremona; le cui genti nel dì 19 di giugno presso il Castelletto nel territorio di Cremona diedero la rotta ad un corpo di gente del medesimo Ottobuono, con far prigioni trecento tra cavalli e fanti. Uscì poscia in campagna nel mese di luglio Niccolò marchese coll'esercito suo contra del tiranno, e alla sua comparsa Francesco da Sassuolo, Azzo da Rodeglia e i Canossa di Reggio voltarono mantello, e si diedero ad esso marchese. Dopo di che egli passò a Rubbiera posseduta dai Boiardi, e cominciò le ostilità contra di Ottobuono, il quale, nel dì 8 di agosto, fece tagliar la testa a settantacinque uomini di Parma e Borgo San Donnino, imputati di sedizione contra di lui: il che maggiormente fece riguardarlo come un mostro di crudeltà per tutta Italia. Ma nel novembre Sforza Attendolo generale del marchese, avendo fatta una scorreria sul Parmigiano, cadde in un agguato di Ottobuono, e ne seguì un duro combattimento colla peggio d'esso Sforza. In quest'anno Martino re d'Aragona diede una terribile sconfitta ai popoli della Sardegna [Hist. Sicula, tom. 24 Rer. Ital.]; ma nel dicembre morì in Cagliari Martino il giovane suo figliuolo re di Sicilia.


MCCCCIX

Anno diCristo mccccix. Indizione II.
Alessandro V papa 1.
Roberto re de' Romani 10.

La principal novità di quest'anno fu il concilio tenuto in Pisa dai cardinali dell'una e l'altra ubbidienza, quivi raunati contra dei due contendenti del papato, cioè di Gregorio e Benedetto [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Giacchè si vide disperato il caso dell'unione di questi due personaggi, più innamorati dello splendore della lor dignità che della Chiesa di Dio, fu creduto spediente di abbatterli tutti e due, e di creare un pontefice che fosse accettato da tutte le corone e potentati cristiani. A quel concilio intervennero, oltre ai cardinali suddetti, quattro patriarchi, dodici arcivescovi, ottanta vescovi, ottantasette abbati, i procuratori di molte università, e gli ambasciatori di Francia, Inghilterra, Polonia, Cipri, e di moltissimi duchi e principi cristiani. Quei di Roberto re de' Romani vi concorsero, ma per sostenere i diritti di papa Gregorio, e quei d'Aragona per difendere l'antipapa Benedetto. Furono tenute molte sessioni ne' mesi d'aprile, maggio e giugno, citati i due pretendenti; e infine, dopo avere esposto varii capi d'accusa contra di amendue per la loro pertinacia in lasciar divisa la Chiesa con sì lungo e deplorabile scisma, e dopo avere formato decreto che quello era concilio generale: nel dì 5 di giugno furono dichiarati eretici, scomunicati e deposti da ogni dignità ecclesiastica tanto Gregorio che Benedetto [Theodoricus de Niem, Hist. Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]. Finalmente nel dì 15 d'esso mese, giacchè Baldassare Cossa cardinale, principal motore di quella macchina, perchè nemico di papa Gregorio, ricusò (non si sa il perchè) d'essere eletto, e propose piuttosto il cardinal Pietro Filargo da Candia, concorse appunto il concilio ad eleggere questo personaggio papa. Era egli di nazione Greco, nativo dell'isola di Candia, e non già di una terra del Novarese, come taluno ha preteso. Per molti anni militò egli nell'ordine de' frati minori; dopo i vescovati di Vicenza e Novara, fu creato arcivescovo di Milano, e poi cardinale, finalmente papa; uomo di gran dottrina, di molta dolcezza e di non minore liberalità, che prese il nome di Alessandro V, e fu coronato nel dì 17 di giugno. Si credettero i padri del concilio pisano di aver somministrato un efficace rimedio alle piaghe della Chiesa di Dio con tale elezione, ed in fatti molto si tagliò della cancrena; ma non perciò la cancrena si sradicò, anzi per altro verso essa crebbe. Prima si miravano nella Chiesa due papi, da lì innanzi tre se ne videro nel medesimo tempo. Si sa che Alessandro ebbe ubbidienza da buona parte dell'Italia, dalla Francia, Inghilterra, Polonia e da altri paesi del cristianesimo. Tuttavia seguitò papa Gregorio ad avere i suoi fautori negli Stati de' Malatesti, nel regno di Napoli, nel Friuli, in Baviera ed in altre contrade. E l'antipapa Benedetto continuò ad essere riconosciuto papa nella Aragona e in altri luoghi della Spagna. Inoltre papa Gregorio si trasferì nel maggio dell'anno presente nel Friuli, e tenne in Cividale un concilio, ma di pochi prelati, perchè i Veneziani da lui, benchè Veneto, si dipartirono, e diedero ubbidienza ad Alessandro V. In esso concilio furono da lui riprovati tutti gli atti di Pietro di Luna, ossia di Benedetto, e quei d'Alessandro, condannate le loro persone, e intimato a tutti i fedeli di non ubbidire se non allo stesso Gregorio. Altrettanto fece in Perpignano l'antipapa. Ed ecco di nuovo flagellata da continuate gravi calamità la vigna del Signore. Papa Gregorio fuggì dalle mani de' Veneziani con gran fatica, e colle galee del re Ladislao si ritirò nel regno di Napoli. Scrive Sozomeno ch'egli concedette a Ladislao Roma, la Marca, Bologna, Faenza, Forlì ed altre terre della Chiesa, e ne ricavò venticinque mila fiorini d'oro. Se ciò è vero, gran tradimento fece costui alla Chiesa.

Non era ignoto a Lodovico II duca di Angiò, portante allora il titolo di re di Sicilia, che il novello papa e tutto il sacro collegio detestavano l'insolenza del re Ladislao, dappoichè avea usurpato il dominio di Roma e d'altre terre della Chiesa romana [Theodor. de Niem, Hist. S. Antonin., P. III, tit. 22.]. Per ciò spontaneamente, o piuttosto chiamato, sen venne a Pisa, sperando col braccio del papa nuovo di rientrare nel regno di Napoli, e di abbattere la potenza di Ladislao. E veramente non mancò papa Alessandro di processare esso Ladislao, e di pubblicar monitorii contra di lui; anzi, dato di piglio alle armi temporali, le spedì alla ricuperazion delle terre della Chiesa. Ora per conto d'esso Ladislao è da sapere ch'egli ne' mesi innanzi, cioè nel giorno 12 di marzo era arrivato a Roma con poderoso esercito di fanti e cavalli; poscia nel mese d'aprile con Paolo Orsino e col gran contestabile Alberico da Barbiano s'inviò alla volta della Toscana. Ma il gran contestabile nel dì 26 aprile finì i suoi giorni nel territorio di Perugia; e da ciò il cardinal Cossa prese occasione d'impadronirsi di Barbiano e d'altre terre, siccome abbiam detto. Per trattato de' cittadini anche il re Ladislao s'insignorì di Cortona, il cui signore Luigi dei Casali fu mandato prigione a Napoli. Inoltrossi poi sul Sanese, commettendo ogni maggiore ostilità, e portò il terrore sino alle porte di quella città e di Arezzo. Usava egli per sua divisa il molo: AVT CAESAR, AVT NIHIL. Eransi ben preparati i Sanesi e Fiorentini per la difesa. Malatesta de' Malatesti signor di Pesaro fu il generale eletto da essi Fiorentini. Ma in quelle parti niun fatto d'armi rilevante accadde che sia degno di memoria, perchè Ladislao, sentendo che Baldassar Cossa legato di Bologna, e braccio diritto del nuovamente eletto pontefice, avea spedito genti di armi per la Marca alla volta di Abruzzo, con parte de' suoi tornò ad accudire a' proprii affari nel regno di Napoli, ne' quali tempi per far danari vendè la città di Zara a' Veneziani per cento mila fiorini. Ora nel settembre il re Luigi, cioè il duca d'Angiò, con cinquecento lancie condotte dalla Provenza, e con quanta gente potè unir seco il cardinal Cossa e la repubblica fiorentina [Ammirato, Istor. Fiorentina, lib. 18.], si incamminò con esso cardinale verso lo Stato pontificio. Si trovò ad Orvieto Paolo Orsino disposto ad impedire il passo; ma siccome questi era uno di que' condottieri d'armi che usavano di cangiar mantello, secondochè esigeva il tempo e il guadagno, essendo a lui esibito dai Fiorentini molto danaro e più vantaggiosa condotta, lasciò il servigio del re Ladislao, e si acconciò col re Luigi. Braccio da Montone Perugino, che riuscì poi sì gran capitano, militò anche egli nell'armata d'essi collegati. Si arrenderono al cardinale legato Orvieto, Montefiascone, Corneto, Sutri, Viterbo ed altri luoghi. Con questo prospero vento l'esercito vittorioso senz'altra opposizione arrivò fin sotto Roma [Antonii Petri Diarii, tom. 24 Rer. Ital.]; e nel dì primo d'ottobre il re Luigi e il cardinal suddetto con Malatesta, con Paolo, Jacopo, Francesco ed altri di casa Orsina, s'impadronirono di San Pietro e del palazzo papale; ed appresso castello Santo Angelo, custodito finora a nome del sacro collegio, prestò ubbidienza a papa Alessandro V. Era alla guardia di Roma pel re Ladislao il conte di Troia coi Colonnesi. Varii tentativi furono fatti, varii assalti dati a quella gran città dall'armi de' collegati, ch'erano passate di là dal Tevere, ma senza trovare maniera di entrarvi; e in questi badalucchi si consumarono i mesi di ottobre, novembre e quasi tutto dicembre; di modo che come disperati il re Luigi e il cardinal Cossa se ne tornarono a Pisa, lasciando il Malatesta con un corpo di gente intorno a Roma, assistito da Paolo e dagli altri baroni di casa Orsina. Ciò che non poterono far le armi, creduto fu che lo facesse l'oro. Nella notte precedente al dì ultimo di dicembre, festa di San Silvestro, si levò a rumore il popolo romano, fu aperta una porta a Paolo Orsino, e le genti pontificie entrate, andarono a poco a poco espugnando il Campidoglio e le altre fortezze tenute da quei del re Ladislao, a riserva di porta Maggiore e di quella di San Lorenzo.

Più che mai si trovò confuso in questo anno il governo di Milano [Delayto, Chron., tom. 18 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.]. Lega fu fatta da quel duca col re di Francia per mezzo di Bucicaldo, coi principi di Savoia, col conte di Pavia, e con Bernardone governator d'Asti pel duca d'Orleans. Già si vedea che Bucicaldo e i Franzesi aveano delle mire sullo Stato di Milano. Per cagion di questa lega adirato Facino Cane si diede a bloccar Milano. Pandolfo e Carlo de' Malatesti, che regolavano dianzi quegli affari, prevalendo presso il viziosissimo duca gli adulatori e il partito de' Guelfi, l'un dietro l'altro disgustati si ritirarono anch'essi da Milano. E però Pandolfo in Brescia sua città, fatta una gran massa di gente, per vendicarsi di chi l'avea forzato ad abbandonar Milano, e passato il fiume Adda, s'inoltrò ne' monti di Brianza e nella Martesana. Ma ecco venir contra di lui Facino Cane, già dichiarato conte di Biandrate, Teodoro marchese di Monferrato ed Astorre Visconte con esercito poderoso. Fecesi un caldo fatto d'armi fra loro nel dì 7 d'aprile, giorno di Pasqua, nella valle di Ravagnate, senza che la vittoria si dichiarasse per alcun d'essi [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Delayto, tom. eod.]. Trattatosi poi di concordia, fu conchiuso che unitamente attendessero a scacciare i consiglieri del duca, e a mettere due governatori in Milano, l'uno per Facino e l'altro per Pandolfo. Fu dunque assediato da amendue Milano, e si venne dipoi ad una capitolazione, per cui Facino e Pandolfo si accordarono col duca, e i consiglieri fuggirono. Ma poco durò questo accordo, perchè Facino pretendea dal duca cinquanta mila fiorini d'oro con altre sconcie dimande, e si partì sdegnato da lui. Allora fu che Bucicaldo governatore di Genova, mirando sì sconvolto lo Stato di Milano, sì giovani e deboli i due fratelli Visconti, e figurandosi, siccome uom pieno di ambizione e di grandi idee, non difficile lo insignorirsi di Milano, procurò d'essere ammesso al governo di quella città dal duca, con impiegar sotto mano gran somma di danaro, presa ad usura dai Genovesi [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Partitosi da Genova nell'ultimo dì di luglio, andò a prendere il possesso dell'ottenuta carica in Milano [Diario Ferrar., tom. 24 Rer. Ital.]. Seco menò circa cinque mila cavalli, oltre a molti balestrieri e fanti, e, secondo il suo costume, cominciò a fare delle novità. Nulla diffidava egli de' Genovesi, ridotti, a suo credere, colla forza ed altura sua come tanti conigli; ma il popolo di Genova, benchè mostrasse una piena suggezione, manteneva nondimeno vivi gli antichi suoi spiriti, ed odiava a morte il di lui borioso governo. Ora, trovandosi alcuni Genovesi fuorusciti con Facino Cane e con Teodoro marchese di Monferrato, persuasero loro di levare a Bucicaldo la; città di Genova; e perciò sul fine d'agosto mossero le lor genti a quella volta. L'avvicinamento di queste armi diede impulso ai cittadini di Genova tanto guelfi che ghibellini nel dì 3 di settembre dì levarsi a rumore contra del luogotenente di Bucicaldo, che restò ucciso nel volersi ritirar nel castelletto. Molti parimente de' Franzesi rimasero vittima del furor popolare. Levossi dunque Genova dalla signoria del re di Francia, e Facino Cane, contento d'essersi vendicato di Bucicaldo suo nemico, e di un regalo di trenta mila genovine, se ne tornò in Lombardia per assistere a' proprii interessi, ed occupò nel ritorno Novi, ch'era d'essi Genovesi. Ma per conto del marchese di Monferrato, in ricompensa del servigio prestato, fu egli eletto capitano di Genova cogli emolumenti soliti a darsi una volta ai dogi. Il castelletto colle altre fortezze a forza d'armi venne poi tolto ai Franzesi; laonde Genova restò in pace e in somma allegria. Questo fu il guadagno fatto da Bucicaldo; egli non solamente perdè Genova, ma anche il governo di Milano. Perciocchè, quantunque, all'avviso della sollevazion di Genova, corresse con alcune migliaia di cavalli e fanti sino a Gavi, pure, conoscendo l'impossibilità di ritornare nella perduta città, si ritirò in Piemonte, giacchè temeva di sua vita, se compariva in Milano. Tentò poscia di torre Novi a Facino; ma ne rimase sconfitto, di modo che svergognato si ridusse in Francia a raccontar le sue tante prodezze.

Fece ancora grande strepito in questo anno il fine di Ottobuono de' Terzi, tiranno di Parma e Reggio [Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Italic.]. Andava continuando contra di lui la guerra Niccolò Estense marchese di Ferrara, collegato col cardinal Cossa e coi Malatesti. Il suo infaticabile e valoroso generale Sforza da Cotignuola con una irruzione dietro all'altra sul Reggiano e Parmigiano teneva il nemico assai ristretto. Il perchè Ottobuono mosse parola di pace. Si convenne che presso a Rubiera seguisse un abboccamento fra lui e il marchese d'Este. Infatti si portò esso Ottobuono con cavalli novanta a quel congresso. Vi giunse ancora il marchese Niccolò con cento cavalli, seco avendo il suddetto Sforza ed Uguccion de' Contrarii suo favorito. Dopo i complimenti e gli abbracciamenti, fattosi avanti Sforza, con uno stocco passò da banda a banda Ottobuono. Altri scrivono [Corio, Istoria di Milano. Bonincontrus, Annal. tom. 21 Rer. Ital.] che fu Michele Attendolo, parente dello Sforza, che fece il colpo in vendetta de' crudeli strazii da lui contra le leggi della guerra patiti nelle carceri di esso Ottobuono. Il Delaito vuole che per essersi scoperto il disegno di Ottobuono di levar di vita il marchese d'Este, Sforza prevenisse l'iniqua di lui risoluzione. Comunque sia, quand'anche si creda (il che pare più verisimile) che contro la pubblica fede seguisse la morte di quel tiranno, certo è tanto essere stato l'odio universale contra di lui per le sue crudeltà ed infami azioni, che ognun benedisse la mano di chi avea liberato il mondo da quel mostro, senza far caso della maniera con cui s'era ottenuto questo gran bene. Accadde il fatto nel dì 27 di maggio. Condotto a Modena il cadavere dell'estinto Ottobuono, dal popolo in furia fu messo in brani, e trovossi insino chi mangiò delle carni di costui, come se si trattasse d'una fiera. Successivamente poi il marchese Niccolò, ottenuto soccorso dal cardinal Cossa, uscì in campagna sul principio di giugno, e dopo aver preso le castella d'Arceto, Casalgrande, Dinazzano e Salvaterra, che erano di Carlo Fogliano, ostilmente passò sul Parmigiano. Dopo varii acquisti e piccioli fatti d'armi, nel dì 26 di giugno il popolo di Parma, commosso dai nobili Sanvitali, si sollevò contra de' Terzi, ed, acclamato per suo signore il marchese d'Este, uscì fuori con gran festa a riceverlo. Fu egli introdotto fra gl'immensi viva della città, e datogli il dominio d'essa, fuorchè della cittadella, che assediata finalmente si rendè nel dì 27 di luglio. Parimente nel dì 28 di giugno si levò a rumore il popolo di Reggio, e fatto intender al marchese che il sospiravano per loro signore, Uguccion de' Contrarli volò a prenderne il possesso, e questi sforzò dipoi a rendersi quella cittadella nel dì 22 di luglio. Per così prosperosi successi il marchese, dopo aver donato al prode Sforza Attendolo la bella terra di Montecchio, gli permise di passare al servigio de' Fiorentini con secento lancie ed alcune schiere di fanteria; di modo che anch'egli si trovò nell'esercito inviato da essi, siccome vedemmo, alla volta di Roma. Restò poi quasi messa in camicia la famiglia de' Terzi, che tuttavia occupava Borgo San Donnino, Castelnuovo, Fiorenzuola, la rocca di Guardasone ed altri luoghi. Da Orlando Pallavicino fu loro tolto Borgo, e da Alberto Scotti Fiorenzuola. Anche i Veneziani [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.], benchè protettori de' Terzi, si impadronirono di Casal Maggiore, Brescello, Guastalla e Colorno. Resta nondimeno anche oggidì essa famiglia in Parma con isplendore e comodi di nobiltà.