Per esempio ancora e cautela ai posteri, degna è qui di memoria l'infelice morte di Antonio Foscherini, cavaliere e senator veneto, che accusato di aver tenute corrispondenze segrete con istranieri ministri, pubblicamente terminò col capestro la vita. Siccome lasciarono scritto il cavalier Nani, Vittorio Siri ed altri, per le insidie passate e per le turbolenze presenti, la veneta repubblica (sempre per somiglianti delitti gelosissima ed inesorabile) gran credito diede ai sospetti, e troppa fede agli accusatori e testimonii; laonde precipitosamente si venne alla sentenza di morte. Ma fu fatto morire un innocente: il che casualmente dopo qualche tempo si venne a scoprire. Perciocchè in leggere un processo, per cui venivano certuni convinti di false testimonianze, si risovvenne uno del consiglio de' dieci che un di costoro avea testimoniato contro del senatore suddetto. Preso costui, confessò di aver concertata la calunnia per cogliere il lucro proposto a chi rivela delitti di Stato; laonde egli ne ebbe con gli altri il meritato gastigo. Fu poi pubblicato un editto, che restituiva all'onor primiero il giustiziato cavaliere, e tutta la sua nobilissima casa; ma senza che si restituisse per questo la vita a chi per un sì mal fondato e mal pesato processo l'avea già indegnamente perduta. È da lodar lo zelo per la salute della patria, ma questo dee ben sempre camminar con somma circospezione, affinchè gl'innocenti non soggiacciano alle pene riserbate solo ai veri delinquenti. E che un caso tale abbia aperti gli occhi a quei saggi signori, si è assai conosciuto dipoi, ed anche ai giorni nostri se ne son vedute le pruove.
MDCXXIII
| Anno di | Cristo MDCXXIII. Indizione VI. |
| Urbano VIII papa 1. | |
| Ferdinando II imperadore 5. |
Avea il duca di Baviera Massimiliano nella guerra mossa contro Federigo elettor palatino, siccome dicemmo, fatto l'acquisto d'Eidelberga e di tutto il Palatinato inferiore. In essa città si trovava un'insigne biblioteca di antichi codici scritti a mano, ebraici, greci, latini e d'altre lingue, raccolti, per quanto fu divolgato, da tutti i monisterii di quella provincia, introdotta che vi fu l'eresia. Attento il pontefice Gregorio a profittar anch'egli dell'altrui naufragio, sì per qualche ricompensa de' sussidii prestati al duca in quell'impresa, come ancora per la pretensione che appartenesse alla santa Sede quel tesoro di manuscritti, come spoglio di luoghi sacri, fece gagliarde istanze di ottenerli, e il duca vi condiscese. Scrivono alcuni che la persona inviata dal papa ad Eidelberga per trasportar que' codici a Roma, a cagion della poca sua accortezza, lasciò sfiorar quella sì riguardevole libreria, essendone stati asportati i codici migliori. Non pochi certamente se ne trovano nella imperiale biblioteca di Vienna. Di poca attenzione per questo fu accusato Leone Allacci, uomo di gran credito per la sua erudizione e per tanti libri dati alla luce, giacchè a lui fu appoggiata l'incombenza suddetta. Non cessavano intanto i maneggi della repubblica veneta e del duca di Savoia alla corte del re Cristianissimo, per trarre dalle mani degli Austriaci la Valtellina, e gli altri paesi occupati nella Rhetia. E perchè si scorgeva troppo manifesto l'artificio degli Spagnuoli di dar sempre belle parole, senza mai venire ai fatti, finalmente sul principio di febbraio fu conchiuso a Parigi di adoperar mezzi più forti per terminar questa briga. Si stabilì dunque una lega del re Lodovico XIII, della repubblica veneta e del duca suddetto, affin di obbligare tanto il re Cattolico che l'arciduca Leopoldo a rimettere in pristino le cose de' Grigioni, salva sempre nella Valtellina la religione cattolica. Non sembra che la corte di Francia nudrisse vera voglia d'impiegar le sue armi in questo litigio, e fu piuttosto creduto che il solo strepito della formata confederazione metterebbe il cervello a partito agli Austriaci, siccome appunto avvenne. Era già stato altre volte messo in campo il partito di consegnare in deposito al papa tutte le fortezze occupate o fabbricate dagli Austriaci nella Rhetia e Valtellina, acciocchè la santità sua le guernisse con presidio suo proprio, e tenesse quel paese finchè fosse assicurato il punto della religione d'essa Valtellina per l'avvenire. Ora il re Filippo IV nel dì 17 del suddetto febbraio spedì l'ordine che si dovesse far la consegna d'esse fortezze, forse lusingato dalla speranza di far anche buon mercato col mezzo d'un pontefice, in cui non si potea presumere molta inclinazione ai Grigioni seguaci dell'eresia. Ripugnavano a questo impegno i cardinali per timore che entrasse in un labirinto la dignità della santa Sede, stante non poter ella trattare con essi Grigioni, e il rischio di disgustar infine alcuna delle potenze interessate. Ma i nipoti del papa, siccome pensionarii della Spagna, col forte motivo di risparmiare una guerra all'Italia e di poter meglio accudire agl'interessi della religione nella Valtellina, trassero la santità sua ad accettare il deposito. Pertanto nel mese di maggio spedì il pontefice don Orazio Ludovisio suo fratello, creato sui primi giorni del di lui pontificato generale della Chiesa, e poscia divenuto duca di Fiano, che con cinquecento cavalli e mille e cinquecento fanti nel dì 6 di giugno prese il possesso dei forti della Valtellina, e dopo molti contrasti anche di Chiavenna e della Riva. Nel qual tempo l'arciduca Leopoldo ritirò il presidio da altri luoghi della Rhetia: con che per ora si tolsero i semi di una grave perturbazione alla Lombardia; e tutti i negoziati per tal pendenza si ridussero alla corte di Roma, giacchè a lei era rimessa la deliberazione di questo affare.
Perchè il papa dopo il deposito parve che non si affrettasse, come bramavano i Franzesi, a sentenziare sulla Valtellina, e andava prolungando i negoziati, non mancò gente maliziosa che sognò in lui inclinazione a ritener quel dominio per la Chiesa romana, o a trasferirlo ne' suoi nipoti. Ma a questi lunarii e sospetti mise fine la morte che nel dì 8 di luglio rapì alla terra esso Gregorio XV pontefice degno di più lunga vita, e glorioso per non avere ommessa diligenza veruna per sostenere la religion cattolica in Germania, e la quiete in Italia. Neppur egli dimenticò di arricchire, per quanto potè, la propria casa, ma con onesti mezzi. Impetrò specialmente dal re Cattolico che si maritasse con un suo nipote l'unica figlia ed erede del principe di Venosa, che portò in dote un'annua rendita di quaranta mila ducati in tanti feudi del regno di Napoli. Nè poco contribuì a questo ingrandimento il cardinale Lodovico Ludovisio nipote, il quale, per risparmiare al pontefice zio le brighe spinose del governo, le assunse egli, lasciando che il papa si divertisse in ascoltar le accademie istituite da lui nel palazzo, alle quali interveniva con piacere, siccome persona dottissima e amante dei professori delle lettere. Questo cardinal padrone nondimeno riportò lode d'aver esercitata la giustizia, e mantenuta l'abbondanza de' viveri e grani in Roma, in tempi di notabil carestia, ed esercitata in varie maniere la sua pietà e la sua carità verso de' poveri. Acquistò poi la casa Ludovisia l'insigne principato di Piombino, che ultimamente, per mancanza della medesima, è ricaduto col mezzo della madre Ludovisia in don Gaetano Boncompagno duca di Sora. Avea il pontefice Gregorio pubblicato nell'anno 1621 due riguardevoli costituzioni intorno all'elezione de' romani pontefici, che anche oggidì servono di norma ai conclavi per procedere con voti segreti in quel delicato impiego. Adunato pertanto il sacro collegio, concorsero nel dì 6 d'agosto i concordi voti, dove meno inclinava l'opinion dei politici e dei curiosi, cioè nella persona del cardinal Maffeo Barberino di patria Fiorentino, non senza stupore di chiunque mirava caduta la sacra tiara in un personaggio di età di soli cinquantacinque anni e di complessione molto robusta, con rimaner troncate le speranze ai vecchi cardinali di giugnere a maneggiar le chiavi di san Pietro. Era questo porporato uomo di amenissimo ingegno, ed eccellente massimamente nelle lettere umane, ed assai versato negli affari di Stato, per gl'impieghi importanti da lui sostenuti con gran decoro in addietro. Prese egli il nome di Urbano VIII; e contuttochè nelle prime apparisse in lui disposizione a farla da padre comune senza veruna parzialità, pure tardò poco a trapelare in lui non lieve inclinazione alla Francia, ed unione con chi sofferiva mal volentieri la prepotenza de' ministri spagnuoli. Trovossi ben tosto il nuovo pontefice in molte angustie a ragion dell'impegno preso dall'antecessore della Valtellina; giacchè, disputandosi a chi dovesse toccare il mantenimento di que' presidii, ne voleano per onore tutto il peso gli Spagnuoli, mentre all'incontro pretendeano anche i Franzesi per loro decoro concorrere alla metà della spesa; e intanto, senza mai accordarsi, venne a restar quella milizia tutta a carico della sola camera apostolica. Fioccavano poi le istanze di Francia, Venezia e Savoia, per ultimar questo affare, e il papa non ne trovava la via, per non tirarsi addosso il disgusto della corte di Madrid. Però con varii dibattimenti, ma senza conclusione alcuna intorno a quegli affari, passò l'anno presente. Merito grande s'era acquistato coll'imperador Ferdinando II il cattolico duca di Baviera Massimiliano pel suo valore in avere restituito alla casa d'Austria il regno della ribellata Boemia, ed avere atterrato l'eretico palatino Federigo, tuttochè della propria casa. Volle l'Augusto signore premiarlo, e compensarlo ancora per le immense spese fatte in difesa sua; e però, oltre all'avergli dato il dominio del Palatinato superiore, trasferì eziandio in lui nel dì 25 di febbraio la dignità elettorale, tolta già al duca Gian-Federigo suo antenato dall'imperador Carlo V. A tal disposizione gran contrasto fecero alquanti principi, e massimamente i protestanti; ma infine ebbe adempimento la cesarea volontà, con singolar approvazione della corte di Roma. Pagò nel dì 12 d'agosto dell'anno presente il tributo della mortalità Antonio Priuli doge di Venezia, e in luogo suo fu eletto Francesco Contarino. Venne parimente a morte Federigo della Rovere principe d'Urbino, unico figlio di Francesco Maria duca di quelle contrade; nè del suo matrimonio con Claudia de Medici figlia di Ferdinando I gran duca di Toscana (la qual poscia passò alle seconde nozze coll'arciduca Leopoldo) altra prole restò che una picciola principessa per nome Vittoria. E perciocchè non v'era apparenza che il vecchio duca potesse più avere successione legittima maschile, la corte di Roma cominciò tosto ad adocchiar quel ducato, come Stato vicino a ricadere alla camera apostolica, e a far preparamenti per assicurarsene in avvenire il dominio.
MDCXXIV
| Anno di | Cristo MDCXXIV. Indizione VII. |
| Urbano VIII papa 2. | |
| Ferdinando II imperadore 6. |
Armando di Plessis di Richelieu, già vescovo di Luzzon, s'era saputo così bene introdurre nella grazia di Maria de Medici regina vedova di Francia, e poscia del re Luigi XIII, che dopo la riconciliazione della madre col figlio fu introdotto nel real consiglio, ed arrivò a lasciarsi indietro ogni altro ministro della corona, e a diventar l'arbitro di quella corte. Mirabile era la penetrazion del suo ingegno, la sua attività, la sua accortezza; e maggiormente crebbe il credito e l'autorità di lui, dappoichè al merito suo personale s'aggiunse il lustro della sacra porpora, conferitagli da papa Gregorio XV nel dì 5 di settembre del 1622. E siccome egli nulla altro meditava che di rimettere in miglior sistema e riputazione la corona di Francia, che parea scaduta per la melensaggine del precedente ministero, e specialmente ardiva di voglia di reprimere la da lui appellata baldanza dell'una e dell'altra casa d'Austria; così pensò agli affari della Valtellina, e a muovere altri turbini in Italia contra degli Spagnuoli. A questo l'incitavano ancora le doglianze continue de' Veneziani e di Carlo Emmanuele duca di Savoia, nel cui capo non aveano mai posa i desiderii di nuove guerre, e soprattutto di vedere alle mani tra loro i due monarchi di Francia e Spagna, per isperanza di profittare della lor disunione. Affin di potere con più sicurezza promuovere i suoi grandiosi disegni, il Richelieu fece un trattato cogli Olandesi, e felicemente ridusse a buon termine il matrimonio di Enrichetta sorella del re Lodovico con Carlo principe di Galles figlio di Giacomo re della Gran Bretagna, avendone impetrata la dispensa dalla santa Sede per li vantaggi che si sperava averne da provenire alla religione cattolica nella monarchia inglese. Erano fin qui stati fluttuanti i negoziati per la Valtellina; perciocchè avea bensì il pontefice Urbano VIII abbozzato un accomodamento, per cui fosse restituita ai Grigioni quella provincia colla reintegrazione e garanzia della religione cattolica; ma perchè si era preservato il passo libero per quelle parti ai vicendevoli soccorsi delle due potenze austriache (punto egualmente disapprovato dalla Francia e dalla repubblica veneta), restò priva d'effetto la buona volontà e determinazione della corte di Roma. Pertanto, a tenore de' maneggi del duca di Savoia, tenuta fu una gran conferenza in Susa fra esso duca e il Lesdiguieres gran contestabile di Francia, e gli ambasciatori di Venezia, dove si sottoscrisse la lega della Francia, repubblica veneta e duca di Savoia, per liberar la Valtellina. Nè qui si fermò il corso delle pretensioni. Fremeva forte esso duca contro la repubblica di Genova, sì perchè era stato suppiantato da essa nell'acquisto fatto del marchesato di Zuccherello sui confini del Piemonte, il quale dalla camera imperiale fu aggiudicato ai Genovesi, e sì ancora perchè in Genova era trascorsa la plebe in alcuni dileggiamenti della persona del medesimo duca. Ma quel che più l'accendeva a romperla co' Genovesi, era la facilità da lui ideata di conquistare un buon tratto del loro dominio. Propose dunque alla Francia, come maniera più acconcia di deprimere il fasto spagnuolo in Italia, la conquista della città di Genova e della riviera di Levante, che dovessero venire in preda a' Franzesi, restando a lui quella di Ponente. Forse crederà taluno che non fossero approvati da' Franzesi tutti questi ideali progetti. La verità non di meno è ch'egli imbarcò la corte di Francia anche in sì vistoso disegno, e che non meno i Franzesi che i Veneziani si servirono qui di un ripiego della creduta fina politica. Imperciocchè i Franzesi voleano solamente entrarvi come ausiliarii del duca, dei Grigioni e Svizzeri collegati, senza dichiarar guerra aperta alla Spagna; e i Veneziani intendeano anche essi di somministrar danari e munizioni per la Valtellina, ma con ritenere per quanto potessero le loro milizie ai confini dello Stato di Milano, e senza approvare i disegni contra di Genova.