Quando pur si lusingava la Lombardia di godere i frutti della pace già stabilita, per le misere umane vicende si vide nascere un seminario di nuove guerre, che si trassero dietro un diluvio di sangue e di calamità maggiori delle passate. Era declinata dall'antico lustro delle virtù la potente e nobil casa Gonzaga, signora di Mantova e del Monferrato; perciocchè, dimentica dell'antico valore e della saviezza, si era abbandonata al lusso e alla dissolutezza, di modo che i finti matrimonii e i veri frequenti stupri e adulterii, e gli eccessi della gola erano divenuti alla moda in quella corte. Di qui poi provennero i gastighi ordinarii dell'intemperanza, cioè le indisposizioni di corpo, la vita corta e la sterilità de' matrimonii. Ferdinando duca di Mantova, che nel precedente anno assai giovine terminò i suoi giorni, dopo aver menata una vita troppo sregolata, oppresso dalla pinguedine, niun successore avea lasciato. Vi restava don Vincenzo suo fratello, nato nel 1594, il quale per tempo datosi anch'egli in preda ai piaceri, punto non inclinava allo stato clericale. Con tutto ciò Ferdinando gli avea procacciata la porpora cardinalizia, ma senza mai poterlo indurre a passare a Roma per prendere il cappello, e per fissar ivi la sua abitazione. Soggiornando Vincenzo nella terra di Gazzuolo, s'invaghì d'Isabella vedova di Ferrante Gonzaga principe di Bozzolo, donna di singolare ingegno, saviezza e bellezza. E perchè a queste doti si aggiugneva anche la fecondità, e Vincenzo desiderava prole, perchè il disordinato vivere del fratello Ferdinando facea predire poco lunga la sua signoria (con che veniva a ricadere in lui il ducato), segretamente, in forma non di meno legittima, la sposò, ancorchè tuttavia vestisse la sacra porpora, giacchè non avea a cagion d'essa contratto vincolo in contrario; ma con irreverenza alla dignità del sacro collegio, e verso il fratello non consapevole di tal risoluzione, che poi saputala diede forte nelle smanie. Per la sua inabilità non trasse Vincenzo alcuno frutto da quel matrimonio, e venne anche a liti e a divorzio con Isabella. Anzi succeduto al fratello defunto, e proclamato duca, fece di mani e di piedi per disciogliere quel matrimonio, aspirando a sposare Maria sua nipote, figlia del già duca Francesco suo fratello maggiore. Ebbe poi altro da pensare, perchè i passati disordini cotanto sconcertarono la di lui sanità, che si conobbe incamminato fra poche settimane al sepolcro.

Viveva e soggiornava in questi tempi in Francia Carlo Gonzaga, figlio di quel Lodovico Gonzaga, che fratello minore di Guglielmo duca di Mantova, cioè dell'avolo del suddetto duca Vincenzo, passò a cercare in Francia miglior fortuna, e la trovò col tanto corteggiare l'unica rimasta figlia del duca di Nevers, che essa il prese per suo marito, e gli portò in dote i ducati di Nevers, Rethel ed Umena. Essendochè niun'altra prole maschile della linea Gonzaga Guglielmina veniva a restare, avvertito di quanto accadeva in Mantova il suddetto duca di Nevers, spedì per le poste in Italia Carlo duca di Rethel suo figlio, che ebbe la fortuna di penetrare per la Valtellina, e di giugnere a Mantova in tempo che il duca Vincenzo si trovava all'ultimo di sua vita. S'erano già fatte varie disposizioni per far succedere il suddetto duca di Nevers, e s'era procurata da Roma la dispensa affinchè il duca di Rethel suo figlio potesse sposare la nipote Maria: punto di somma importanza, perchè non mancavano legisti pretendenti che a questa principessa appartenesse il ducato di Monferrato. Col suo testamento lasciò li duca Vincenzo suo successore ed erede il suddetto Carlo duca di Nevers, e nella notte stessa ch'egli diede fine al suo vivere, cioè nella notte precedente al dì 26 di dicembre dell'anno presente, il duca di Rethel sposò la prefata principessa e consumò il matrimonio. Stavano attentissimi a questo avvenimento l'imperador Ferdinando, trattandosi di due insigni ducati d'Italia, feudi dell'imperio; i Franzesi, per sostenere un principe considerato per lor nazionale e ben affetto; e gli Spagnuoli, per non ammettere chi troppo si scorgeva dipendente dalla Francia. Però anche prima dell'ultima malattia del duca Vincenzo ognun dei suddetti potentati prese le misure convenevoli ai proprii interessi; ma che per conto degli Austriaci rimasero imbrogliate dalla diligenza del duca di Rethel. Pretendeva il ducato di Mantova anche don Ferrante Gonzaga principe di Guastalla, perchè nipote dell'altro celebre don Ferrante, che fu fratello di Federigo duca primo di Mantova; benchè la linea sua fosse più lontana di un grado da quella del primo duca di Nevers, figlio del suddetto Federigo. Non poteva questi punto pretendere sul Monferrato; ma mosse ben le sue pretensioni sopra quello stato Margherita Gonzaga duchessa vedova di Lorena, sorella dei tre ultimi duchi di Mantova. In favore di questa principessa e del principe di Guastalla si dichiararono i ministri di Spagna alla corte imperiale, covando nondimeno altri lor segreti disegni di profittare di questo scompiglio, siccome non mai sazii di dilatar la potenza di quella corona.

Eransi anche ordite in Mantova varie tele dai divoti della casa Guastalla, e preparate armi; ma queste vennero scoperte, e restò dissipato ogni contrario disegno dal duca di Rethel, che assunse il titolo di principe di Mantova; s'impadronì di Porto, cioè della fortezza di Mantova, e di ogni altro luogo forte, e si fece giurar fedeltà da quel popolo. Il conte Giovanni Serbellone, colà spedito da Milano, tosto si ritirò fuor del palazzo; e benchè visitato e richiamato dal principe, gli disse di non aver affari da trattare col duca di Rethel, e se ne andò poi sdegnato e minacciante. Chi maggiormente non di meno si dava dei gran movimenti pel deliquio della casa Gonzaga, era Carlo Emmanuele duca di Savoia, principe mirabilmente attento anche ad ogni menomo vento, per cui potesse sperare o gloria al suo nome, o qualche accrescimento ai suoi Stati. Ecco venuto il tempo di risvegliar le sue sempre vive pretensioni sul Monferrato, e le ragioni per la restituzion delle doti di Margherita sua figlia. Maggiormente poi s'irritò per lo sposalizio di Maria sua nipote senza saputa sua e della madre. Accostatosi per questo fine agli Spagnuoli, di buon'ora intavolò un trattato con don Gonzalez di Cordova, deputato pro interim al governo di Milano, dappoichè il duca di Feria fu richiamato a Madrid. Intanto sì il pontefice Urbano VIII che i Veneziani e gli altri principi d'Italia non aveano bisogno di studiar molto nei libri per conoscere evidenti le ragioni di Carlo Gonzaga duca di Nevers, essendo egli l'agnato più prossimo agli ultimi duchi di Mantova, che tanto per le sue proprie ragioni, quanto per quelle della principessa Maria da lui sposata, veniva ad essere legittimo erede del Monferrato. Ma un gran delitto per lui era l'aver nelle vene sangue franzese, e il possedere riguardevoli Stati nella stessa Francia. Però saltò su la ragion di Stato, cioè quel maestoso idolo, a cui sì sovente fan voti e sagrifizii i potenti del secolo, e che, quando occorre, si tien sotto i piedi, non dirò le leggi sole di Giustiniano, ma quelle ancora della natura e delle genti e la religione stessa. In somma non istava bene nel cuor dell'Italia, e confinante da tante parti agli Stati della corona di Spagna, un principe tale, e bisognava far tutto per atterrar lui e le pretensioni sue. Procedette sul principio con qualche riguardo l'Augusto Ferdinando, con pretendere che il duca di Nevers, siccome trasversale e in concorrenza d'altri che si riputavano chiamati, non dovesse senza sua licenza ingerirsi nel possesso e dominio di Mantova e del Monferrato; e però cominciò a procedere per giustizia con avocazioni, citazioni e deputazione di commessarii. All'incontro, il Cordova e il duca di Savoia meglio giudicarono di procedere per la via di fatto, con aprire la porta ad innumerabili ed indicibili guai, de' quali parleremo all'anno seguente.


MDCXXVIII

Anno diCristo MDCXXVIII. Indiz. XI.
Urbano VIII papa 6.
Ferdinando II imperad. 10.

Teneva attenti gli occhi di tutti l'affare della successione di Mantova, affare di somma importanza pel sistema d'Italia. Non mancò il duca Carlo di Nevers, dopo essere egli giunto nel dì 27 di gennaio dalla Francia a Mantova, di spedire Vincenzo Agnello vescovo di quella città per suo inviato all'Augusto Ferdinando, per attestargli l'ossequio e la sommessione sua, e per chiedere l'investitura dei ducati di Mantova e di Monferrato. Trovavasi allora la corte cesarea in auge di felicità per la molte vittorie riportate contro i nemici, per la pace fatta col Turco e col Transilvano, e per gli eserciti suoi che faceano tener la testa bassa a tutti i principi della Germania. Però in Vienna si parlava con tuono alto, e i fulmini stavano pronti contro chiunque prontamente non ubbidiva. Nulla potè ottenere il vescovo; stette saldo l'imperadore in volere il sequestro di quegli Stati, per decidere poi nelle forme giudiciarie chi vi avesse migliori ragioni. All'esecuzione di questo suo decreto fu deputato il conte Giovanni di Nassau. Intanto don Gonzalez di Cordova, che appresso ottenne il governo stabile di Milano, maneggiandosi vivamente col duca di Savoia, più vivace ancora di lui nei proprii interessi, concertava l'occupazione del Monferrato, e non solo di rimettere esso duca in buona grazia del re Cattolico, ma di formar anche una lega con lui. Fu in questa occasione che Carlo Emmanuele venne riguardato nel più bell'ascendente della gloria, perchè non meno i ministri spagnuoli che quei di Francia e di Venezia s'unirono a Torino, per tirarlo ciascuno d'essi nel loro partito, quasichè da lui pendesse il destino della Lombardia. Toccò il pallio agli Spagnuoli. Fu stabilito di conquistare il Monferrato, e di partirne fra loro la preda. Colle forze dello Stato di Milano il Cordova si prefisse di ridurre alla sua ubbidienza Casale, e tanto più perchè vantava di aver non poche segrete intelligenze con quegli abitanti. La corte di Spagna, che s'era mostrata dianzi inclinata ad un amichevol trattato, allora abbracciò il duca di Savoia, e sposò le massime di don Gonzalez.

Erano intanto riposte le speranze del duca di Nevers nella protezione e nei soccorsi del re Cristianissimo; ma essendo allora impegnate l'armi e l'erario del re nel celebre assedio della Rocella, altro non ne riportò esso principe (che da qui innanzi chiameremo duca di Mantova) se non buone parole e promesse, subito che si potesse accudire ai di lui interessi. Fremevano i Veneziani al conoscere l'idea del duca di Savoia e l'ingordigia degli Spagnuoli, e si diedero anche ad arrolar gente, perchè avrebbono pur voluto dar braccio al novello duca Carlo, ma con protestare di non poter farlo, se prima non miravano calato in Italia un esercito franzese. Maggiormente papa Urbano VIII, tuttochè favorevole al Mantovano, si tenea lungi dagl'impegni, solamente attendendo a far proposizioni d'accomodamento. Sicchè esso duca Carlo altro ripiego non ebbe che di mettere in vendita molti de' suoi beni e Stati oltramontani. Ne ricavò in fatti alcune centinaia di migliaia di scudi, coi quali fece far leva di genti in Francia. A poco a poco ancora andò rinforzando di presidii e di munizioni Mantova e Casale, venendo alla sfilata Italiani e Franzesi al suo servigio, di modo che giunse a raunar da cinque mila fanti e mille cavalli per la difesa di Mantova e di Casale. Tra Monferrini e Franzesi si contarono quasi quattro mila fanti e quattrocento cavalli. Non pareano gente da farne caso i Monferrini, perchè delle cernide di quel paese; pure l'odio ch'essi portavano al duca di Savoia, e l'amore da lor professato agli antichi lor principi, gli animava al mestier della guerra, oltre all'essere stati non poco agguerriti nelle turbolenze passate. Sul fine dunque di marzo uscì in campagna il governatore di Milano, lusingandosi di far prodigii con sei mila fanti e mille e cinquecento cavalli, che potè condur seco, giacchè avea dovuto lasciar quattro mila fanti con alcune squadre di cavalleria ai confini di Mantova per guardia del Cremonese, e due altri mila ai confini della Valtellina e dei Grigioni. Tuttavia dai Genovesi ricevette poscia un rinforzo di quattro in cinque mila pedoni. Andò a dirittura sotto Casale, e piantò anche le batterie, ma vi trovò quel che non s'era immaginato, cioè difensori che coraggiosamente faceano sortite, e sostenevano con vigore le colline e i passi alle vettovaglie; laonde non gli riuscì di privarli dei mulini nel Po, nè di Rossigliano, posto di conseguenza per la comunicazione della città col resto del Monferrato.

Nello stesso tempo anche il duca di Savoia con quattro mila fanti e mille e ducento cavalli ostilmente dal lato suo entrò nel Monferrato. Niuna fatica gli costò l'insignorirsi della città d'Alba sprovveduta di guernigione. Passò dipoi all'espugnazione di Trino, dove gli convenne adoperar approcci, artiglierie e mine; ma essendo troppo smilzo quel presidio, e mal provveduto di cannoni e di munizioni, in poco tempo capitolò la resa. Non perdè un momento il duca ad ordinar nuove fortificazioni a quella terra, con formarne una regolata e possente fortezza. Questa era la parte che coi suoi territorii dovea, secondo i patti, restare al duca di Savoia. Ma non si fermò egli qui. Prese dipoi Pontestura e Moncalvo, che doveano essere degli Spagnuoli, e ritenne per sè Moncalvo, con tosto imprendere le fortificazioni anche di questa terra. Si rodeva di collera don Gonzalez a questo procedere del duca, perchè contrario alle fatte capitolazioni; eppure gli bisognava dissimular tutto per sospetto sempre che il duca voltasse casacca, e si unisse coi Franzesi, i quali s'ingrossavano ai confini d'Italia. E veramente riflettendo a quella testa, che tenea sempre molte terre in piedi, aspettavano ogni dì gl'Italiani d'allora qualche scena nuova dal canto d'un principe sì bellicoso ed inquieto. Infatti venne a scoprirsi in questi tempi una congiura in Genova, nè ebbe difficoltà il duca di professarsene autore, colle istanze da lui fatte che ai congiurati presi fosse data l'impunità, minacciando la morte ad alcuni gentiluomini genovesi suoi prigioni, se si fosse proceduto innanzi nella giustizia contro gl'imprigionati a Genova. Non si ritennero per questo i senatori genovesi dal far eseguire la sentenza contro quattro dei delinquenti; e benchè il duca sdegnatissimo ordinasse dipoi che fossero decapitati quegl'innocenti, pure altro non ne fece, verisimilmente per la grandezza dell'animo suo, ben conoscendo l'indegnità di cotal vendetta.

In questo mentre don Gonzalez, che nulla profittava nell'assedio di Casale, si avvisò di prendere Nizza della Paglia, pel cui acquisto si verrebbe ad angustiare la stessa città di Casale. Per quindici giorni fu virilmente difesa quella terra, ed in fine costretta a rendersi. Ad altre imprese non poterono poi pensare nè il duca nè il governatore, perchè si intesero disposti i Franzesi a passare in Italia, e venivano anche ordini della corte cesarea, non senza maraviglia dei politici, perchè si desistesse dall'occupazione del Monferrato, pretendendo l'imperador Ferdinando che nè Spagna nè Savoia avessero da padroneggiar nei feudi dell'imperio. Col danaro del nuovo duca di Mantova s'erano già uniti in Francia dodici mila fanti e mille e cinquecento cavalli sotto il comando del marchese di Uxelles; ed avea ricevuto ordine il maresciallo di Crequì governatore del Delfinato d'unirsi seco con un altro corpo di gente: il che poi non succedette per gare insorte fra lui e l'Uxelles; oppure perchè il principe Tommaso figlio del duca di Savoia ne impedì l'unione; oppure, come altri vogliono, per secreti imbrogli della regina madre, che odiava il duca di Mantova. Bramoso dunque esso marchese d'Uxelles di portar soccorso al Mantovano, calò sul principio di agosto pel passo detto dell'Agnello, ma con incontrare il duca Carlo Emmanuele e Vittorio Amedeo principe di Piemonte suo figlio, che con quasi altrettante milizie, parte sue, parte prestategli dal governator di Milano, l'aspettavano a piè fermo, oltre all'aver eglino ben chiusi e fortificati tutti i passaggi; per quanti tentativi di passare facesse l'Uxelles, non solamente nulla gli riuscì, ma in più incontri ancora per valore del principe di Piemonte ne riportò delle busse, talmente che, dopo aver perduta molta gente, alcuni pezzi di cannone e parte del bagaglio, fu forzato a tornarsene colla testa bassa in Francia, dove per mancanza di paghe si dissipò tutta l'armata sua. Per questo glorioso successo non si può dire quanto salisse in alto la reputazione del duca, e massimamente nella corte di Spagna, dove si dissiparono tutte l'ombre della di lui fede e costanza: e gloriavasi a piena bocca il conte duca di aver tirato questo principe alla divozion della Spagna, dandogli il nome di braccio diritto della corona e di antemurale dell'Italia. All'incontro, a Carlo duca di Mantova fu per cadere il cuore per terra al trovarsi da tante parti bersagliato, e grande la diserzione de' suoi soldati per mancanza di paglie, e naufragata l'unica speranza che gli restava dei soccorsi di Francia. Già si aspettava d'essere messo al bando dell'imperio, e però inviò Carlo duca di Rethel suo figlio per placar l'imperadore, confidando nell'appoggio dell'imperadrice Leonora sorella dei tre ultimi duchi di Mantova. Ma perchè l'imperadore pretendeva che a nome suo dagli Spagnuoli e dal duca di Savoia si ritenessero i luoghi occupati nel Monferrato, e di metter egli presidio in Casale sino a ragion conosciuta, il Rethel, che nè pure fu riconosciuto per principe di Mantova, se ne tornò mal soddisfatto in Italia; nè dal duca suo padre furono poi accettate le proposizioni suddette, perchè incoraggito di poter sostenere Casale contro la mala condotta del Cordova in quell'assedio o blocco.